trucidava quanti incontrava: cento sollevati in questo primo
abbattimento perirono. Entrava per la Milanese porta Buonaparte, e
postovisi accanto con le artiglierìe volte contro la contrada
principale, traeva a furia dentro la città. Quivi fra il romore dei
cannoni, fra le grida dei fuggenti e dei moribondi, fra il calpestìo dei
cavalli, fra lo strepito delle case diroccanti, tra il fremere dei
soldati infiammatissimi alla ruina della terra, era uno spettacolo
spaventevole e miserando. Ma se periva chi andava per le vie, non era
salvo chi si nascondeva per le case. Ordinava Buonaparte il sacco, dava
Pavia in preda ai soldati. Come prima si sparse fra i miseri cittadini
il grido del dover andare a sacco, vi sorse tale un pianto, tale un
terrore, tale una miseria, che avrebbe dovuto aver forza di piegare a
pietà ogni cuor più duro. Ma le soldatesche, avventate di natura ed
irritate alla morte dei compagni non si ristavano, e vi commisero opere
non solo nefande in pace, ma ancora nefande in guerra. Erano in pericolo
le masserizie, erano le persone; e le persone quanto più dilicate ed
intemerate, tanto più appetite ed oltraggiate dagli sfrenati
saccheggiatori. Le stanze poco innanzi seggio sì gradito di domestica
felicità, divenivano campo di dolore e di terrore. I padri e le madri
vedevano in cospetto loro contaminate quelle vite, che con tanta cura
nodrite avevano illibate e caste; ed il minor dolore che si avessero
erano le perdute sostanze. Funesti vestigj si stampavano nei penetrali
più santi, della forestiera rabbia. Quanti nobili palazzi desolati!
quanti ricchi arredi spersi! quanti utili arnesi fracassati! ma più
periva il povero che il ricco; perciocchè perdeva questi il mobile,
piccola parte del suo avere, perdeva quello l'uniche sostanze che si
avesse. Quest'erano le primizie della libertà. Al che se per Buonaparte
si rispondesse, che il sangue de' suoi soldati trucidati, e la sicurtà
del suo esercito queste esorbitanze necessitavano, nissuno sarà per
negare ciò esser vero; ma ognuno aggiungerà dall'altro lato, che non era
stato punto necessario che si espilasse il monte di pietà, nè che
s'insultassero le persone, nè che si rubassero le campagne. Perlochè
ragion vuole, che questi atti barbari siano dagli uomini imputati alla
vera origine loro, siccome le imputa certamente il sommo Iddio, giusto
estimatore delle opere dei mortali.
Scese intanto la notte del venticinque maggio, e coperse i fatti
abbominevoli da una parte, il dolore e la disperazione dall'altra.
L'oscurità accresceva il terrore; le miserabili grida che uscivano da
luoghi reconditi e bui, facevano segno che vi si venisse ad ogni
estremo, di cui più la umanità ha ribrezzo, e terrore. Così fra mezzo ad
un confuso tramestio di voci disperate, alle minacce di chi, avuto già
molto, voleva ancora aver di vantaggio, all'andar e venire di soldati
correnti con preda, od a preda, ai lumi incerti, che di quando in quando
splendevano funestamente fra le tenebre, si trapassava quella notte
orribile. Nè pose l'alba del seguente giorno fine al pianto ed alle
ingiurie. Solo la cupidigia del rapire, che non mai si sazia, continuava
più intensa della cupidigia del contaminare, che si sazia, e se il sacco
era tuttavìa avaro, non era più lascivo. Ma la luce rendeva più
miserabile agli occhi dei risguardanti il guasto che era seguìto la
notte; potevano i padroni giudicare di vista quale e quanta fosse stata
la ruina loro. Piangevano: la soldatesca intanto od adunatasi nelle
vuotate case, od assembratasi nelle riempiute piazze con esultazioni
romorose, e con risa smoderate, e col bere, e col tracannare, e col
raccontare, e col vantare come suole, con soldatesco piglio quello che
aveva fatto, e quello che non aveva fatto, mandava fuori l'allegrezza
concetta per una immensa ingiuria vendicatrice di una immensa ingiuria.
Tal era l'universale dei soldati: ma noi non vogliamo che lo sdegno, e
la compassione da noi sentita per opere tanto enormi, ci faccia
dimenticare i pietosi uffici fatti da molti soldati Francesi in mezzo a
confusione sì fiera e sì orribile. Non pochi furono visti che abborrendo
dalla licenza data da Buonaparte, serbarono le mani immuni dall'avaro
saccheggiare; altri più oltre procedendo, fecero scudo delle persone
loro ai miserandi uomini, ed alle miserande donne, chiamate a preda od a
vituperio dai compagni loro. Sorsero risse sanguinose fra gli uni e gli
altri in sì strana contesa, pietosa ad un tempo e scelerata; ed io ho
udito raccontare, non senza lagrime di tenerezza, a fanciulle
castissime, come della illibatezza loro in sì estrema sventura state
fossero a Francesi soldati obbligate. Alcuni così operarono per buona
natura, altri tirati da compassione; poichè entrati nelle desolate case
con animo di far sacco, visto lo spavento ed il dolore degli abitatori,
si ristavano, e da infuriati nemici ad un tratto diventavano generosi
guardiani e difenditori. Nè mancarono di quelli, i quali vedendo le
donne svenute alle immagini atroci che agli occhi loro si
appresentavano, posto in obblìo il primo intento di far preda, intorno
ad esse si affaticavano per farle risensare, e riconfortarle, potendo in
loro più la compassione che l'avarizia. Altri finalmente furono visti, i
quali trasportati dall'impeto comune, e già poste a ruba le magioni
altrui se ne venivano carichi di bottino, tornarsene subitamente
indietro a far la restituzione delle rapite suppellettili, solo perchè
soccorreva loro in mente la miseria di coloro ai quali rapite le
avevano. Così, se in mezzo a tanta concitazione alcuni Francesi di
perduta natura non si rimasero nè alle preghiere nè alle grida
compassionevoli dei saccheggiati, si scoverse in altri od una bontà
intemerata, od una compassione più forte dell'ira e della cupidigia: nel
che tanto maggior lode loro si debbe, che ebbero a superar l'esempio. Nè
si dee passar sotto silenzio, che se si fece ingiuria alle robe ed alla
continenza, non si pose però mano nel sangue. Il che non oserò già dire
che mi rechi maraviglia; ma bene dirò, che mi par degno di grandissima
commendazione, perchè il soldato poteva uccidere non solo impunemente,
ma ancora utilmente. Parte anche essenziale di questo fatto fu
l'immunità data alle case dell'università, le quali furono da quel
turbine preservate, quantunque in se avessero, massimamente il museo di
storia naturale, molti capi di pregio, anche per soldati. Questo benigno
risguardo si ebbe per comandamento dei capi; e certamente le generazioni
debbono con gratitudine riconoscere Buonaparte dello aver fatto in modo
che il rispetto verso gli studj e verso i sussidj loro trovasse luogo
fra tanti sdegni. Più mirabile ancora fu la temperanza dei capi
subalterni, od anche dei gregarj medesimi, che portando rispetto al nome
di Spallanzani, e di altri professori di grido, si astennero o pregati
leggermente, od anche non pregati dal por mano nelle robe loro. Tanto è
potente il nome di scienza, e di virtù, anche negli uomini dati
all'armi, ed al sangue!
Finalmente il mezzodì del giorno ventisei, siccome era stato ordinato da
Buonaparte, pose fine al sacco. Contento il vincitore a quel che aveva
fatto, non incrudelì di soverchio contro a coloro, che presi con le armi
in mano ancora grondanti di sangue Francese, meritavano, secondo le
leggi, come le chiamano, della guerra, che i repubblicani facessero a
loro quello, che essi avevano fatto ai repubblicani. Un solo fu fatto
passar per le armi in sul primo fervore a Pavia; poi altri tre, che
portati all'ospedale, già vi stavano per le ferite avute, con mal di
morte. Raccontarono falsamente le gazzette e le storie dei tempi, che i
municipali, uomini tutti nobili, fossero stati castigati con la morte,
perchè solo furono tolti d'ufficio, e con altri cittadini di maggior
credito, in qualità di ostaggi, condotti in Antibo. Calaronsi dai
campanili le campane, disarmaronsi le popolazioni, ordinossi che la
prima terra che strepitasse, sacco, ferro, e fuoco avrebbe.
Pavia percossa da tanta tempesta, se ne stette occupata molto tempo da
uno stupore misto tuttavìa di spavento. Ma finalmente un vivere più
regolato, quantunque non fosse senza molestia, le maniere piacevoli dei
Francesi, soprattutto la mansuetudine di Haquin fecero di modo, che
succedendo la sicurezza al terrore, ognuno tornasse all'opere consuete.
Cominciavano intanto i Pavesi ad addomesticarsi con quei soldati, che
avevano creduto tanto terribili per fama, e pruovato vieppiù terribili
per atto. Siccome poi il primo e principale ornamento di Pavia era
l'università, così il nuovo reggimento poneva cura, che ed ella si
aprisse, ed i professori si accarezzassero. Secondavano il buon volere
di chi governava i Francesi medesimi, particolarmente quelli, che non
nuovi essendo nelle scienze e nelle lettere, onoravano e con ogni gentil
modo accarezzavano Spallanzani, Scarpa, Volta, Mascheroni, Presciani,
Brugnatelli, ed altri celebrati uomini, lume e splendore d'Italia. Fra
il romore dell'armi sorgeva l'università di Pavia, e l'opera più bella
di Giuseppe II imperatore era fomentata ed ajutata da coloro, che
avevano cacciato i suoi successori da quelle loro antiche possessioni.
Solo dispiacque la elezione procurata e fatta di Rasori alla carica di
professore, perchè camminava, come giovane, con soverchio affetto nelle
nuove cose, e quei professori, uomini gravi, prudenti e pratichi del
mondo, amavano meglio chi si mostrava inclinato al conservare uno stato
già pruovato, di coloro ai quali piacevano innovazioni d'effetto
incerto.
Buonaparte, posato il moto di Pavia, che aveva interrotto i suoi
pensieri, s'indirizzava di nuovo a colorire gli ultimi suoi disegni
contro Beaulieu, che, come già fu per noi narrato, alloggiava con le
reliquie delle sue genti sulla riva sinistra del Mincio, per guisa che
essendo padrone dei ponti di Rivalta, di Goito e di Borghetto, aveva
facilmente accesso sulla destra. Ora si avvicinavano gli estremi tempi
della repubblica Veneziana. La tempesta di guerra, stata finora lontana
da' suoi territorj, doveva fra breve scagliarvisi, e due nemici
adiratissimi l'uno contro l'altro erano pronti a combattervi battaglie,
che ogni cosa presagiva aver a riuscire ostinate e micidiali. Vedeva il
senato, che la terraferma quieta allora da ogni perturbazione, sarebbe
presto divenuta sedia di guerra, perchè sapeva, che i Francesi si erano
risoluti ad andar ad assalire il loro nemico, dovunque il trovassero.
Impossibile era il prevedere quali avessero ad essere precisamente gli
effetti del duro contrasto, che sulle terre Venete si preparava, ma
certo era, che avrebbe portato con se accidenti di somma pernicie,
perchè non più si trattava del semplice passo di un esercito che va ad
altro destino, e che non avendo alcun timore, non occupa con stanze
stabili le terre grosse, nè i luoghi forti; ma bene si era giunto a tale
che ambe le parti avendo a combattere fra di loro, avrebbero l'una e
l'altra per primo pensiero il procacciarsi i proprj vantaggi, anche a
pregiudizio della neutralità Veneziana; perciocchè la salute propria, e
la necessità di vincere sono più forti del rispetto, che si dee portare
alla dignità ed ai diritti altrui.
Non avevano pretermesso i pubblici rappresentanti di Brescia e di
Bergamo, principalmente quest'ultimo, cittadino zelantissimo,
d'informare diligentemente il governo di quanto accadeva sui confini; e
del pericolo che ogni giorno si faceva più grave: ma le instanze loro
restarono senza frutto, perchè ed il tempo mancava, ed i partigiani
della neutralità disarmata tuttavia prevalevano nelle consulte della
repubblica. Ma stringendo ora il tempo, e desiderando il senato, che in
un caso di tanta, anzi di totale importanza, le cose di terraferma
fossero rette con unità di consiglj aveva tratto a provveditor generale
in essa Niccolò Foscarini, stato ambasciadore a Costantinopoli, uomo
amatore della sua patria e di sana mente, ma di poco animo, e certamente
non atto a sostenere tanto peso; del che diè tosto segno, perchè
nell'ingresso medesimo della sua carica già si mostrava pieno di
spaventi, e di pensieri sinistri. Sperava il senato che Foscarini
avrebbe potuto con la sua destrezza intrattenere convenevolmente i due
capi nemici, e dimostrando loro la sincerità della repubblica, ottenere
che inferissero il minor male che possibil fosse, a quelle terre
innocenti. Confidava altresì che i popoli della terraferma, vedendo in
una persona sola un tanto grado e tanta autorità, si confermerebbero
vieppiù nella divozion loro verso la repubblica; perchè il mandare un
provveditor a posta, affinchè vigilasse sulla salute loro, era
testimonio che la repubblica non gli abbandonava. Diessi, come
moderatore a Foscarini, il conte Rocco San-Fermo, con quale prudenza non
si vede, perchè San-Fermo parteggiava piuttosto pei Francesi, ed era in
cattivo concetto presso ai Tedeschi per essere stata la sua casa in
Basilea il ritrovo comune dei ministri di Prussia, di Spagna e di
Francia, quando negoziavano fra di loro la pace. Avuto così grave
mandato, se ne veniva il provveditor generale a fermar le sue stanze in
Verona, città grossa, posta sul fiume Adige, e vicina ai luoghi dove
aveva primieramente a scoppiare quel nembo di guerra. L'accoglievano i
Veronesi molto volentieri, e gli fecero allegrezze, confidando che la
sua presenza avesse pure ad operar qualche frutto a salute loro. Ma non
conoscevano i tempi: il senato medesimo non gli conosceva: perchè lo
sperare in tanta sfrenatezza di principj politici, ed in un affare in
cui dalle due parti vi andava tutta la fortuna dello stato, che si
sarebbe portato rispetto al retto ed all'onesto, e che un magistrato
privo di armi potesse fare alcun frutto, era fondamento del tutto vano.
Bene il predicava il procurator Pesaro, armi chiedendo ed armati; ma
impedirono così salutifero consiglio le fascinazioni della parte
avversaria, ed abbandonossi inerme la repubblica nella fede di coloro,
che non ne avevano.
Ripigliando ora il filo delle imprese di Buonaparte, era suo pensiero,
per rompere le difese del Mincio, di dar sospetto a Beaulieu, ch'egli
volesse, correndo per la occidentale sponda del lago di Garda, occupare
Riva, e quindi gettarsi a Roveredo, terra posta sulla strada, che
dall'Italia porta al Tirolo. Perlochè, passato l'Olio ed il Mela, poneva
gli alloggiamenti in Brescia, donde ad arte faceva correre le sue genti
più leggieri verso Desenzano; anzi procedendo più oltre, mandava una
grossa banda, condotta da Rusca, fino a Salò, terra a mezzo lago sulla
sua destra sponda. Per nutrire vieppiù nel nemico la falsa credenza, che
sua sola intenzione fosse di sprolungarsi sulla sinistra per correre
verso le parti superiori del lago col fine suddetto di mozzar la strada
agli Austriaci per al Tirolo, aveva tirato sul centro e sulla destra le
sue genti indietro per guisa, che in vece di star minacciose sulla
destra del Mincio, si erano fermate alcune miglia lontano dal fiume
nelle terre di Montechiaro, Solfarino, Gafoldo e Mariana, e le teneva
quiete negli alloggiamenti loro.
Era Brescia possessione dei Veneziani. Però volendo Buonaparte
giustificare questo atto del tutto ostile verso la repubblica, perchè
gli Austriaci avevano passato pei territorj Veneti, ma non occupato le
terre grosse e murate, mandava fuori da Brescia il dì ventinove di
maggio un bando, promettitore, secondo il solito, di quello che non
aveva in animo di attenere, avere, diceva, l'esercito Francese superato
ostacoli difficilissimi per venire a torre il grave giogo dell'Austria
superba dal collo della più bella parte d'Europa: vittoria, e giustizia
congiunte avere compito il suo intento; le reliquie del nemico essersi
ritratte oltre Mincio; passare, a fine di seguitarle, i Francesi per le
terre della Veneziana repubblica; ma non essere per dimenticare l'antica
amicizia, da cui erano le due repubbliche congiunte; non dovere il
popolo avere timore alcuno; rispetterebbesi la religione, il governo, i
costumi, le proprietà; pagherebbesi in contanti quanto fosse richiesto;
pregare i magistrati ed i preti, informassero di questi suoi sentimenti
i popoli, affinchè una confidenza reciproca confermasse quell'amicizia,
che da sì lungo tempo aveva congiunto due nazioni fedeli nell'onore,
fedeli nella vittoria. A questo modo Buonaparte, il dì ventinove di
maggio del novantasei, chiamava amica di Francia quella repubblica, che
il direttorio, e Buonaparte medesimo già avevano accusato, come di gran
reità, dello aver dato ricovero al conte di Lilla; qualificava fedele
nell'onore quella nazione, che già avevano accagionato di aver dato il
passo alle genti Tedesche. La forza della verità operava da un lato, la
cupidigia del rapire e del distruggere dall'altro.
Come prima Beaulieu ebbe avviso, avere i repubblicani occupato Brescia,
valendosi del pretesto, pose presidio in Peschiera, fortezza Veneziana
situata all'origine dell'emissario del lago di Garda, e che altro non è,
se non il fiume Mincio. Temeva, che Buonaparte non portasse più rispetto
a Peschiera che a Brescia, ed era la prima, se fosse stata bene munita,
principale difesa del passo del fiume. Era Peschiera piazza forte, ma il
senato, o, per meglio dire, i Savj, persistendo in quella loro eccessiva
neutralità, nè sospettando di un turbine tanto impetuoso, l'avevano
lasciata senza difesa. Solo sessanta invalidi la presidiavano: aveva
bene ottanta cannoni, ma senza carretti, e per munizioni, cento libbre
di polvere, ma cattiva; fortificazioni in rovina, ponti levatoj
impossibili a levarsi, difese esteriori senza palizzate, strada coperta
ingombra d'alberi, non una bandiera da rizzarsi sulle mura per far segno
a qual sovrano la fortezza appartenesse. Bene aveva il colonnello
Carrera, comandante, rappresentato al provveditor generale la condizione
della piazza, domandato soldati, armi e munizioni, avvertito il pericolo
dell'indifesa fortezza in tanta vicinanza di soldati nemici. Ma
Foscarini, che aveva più paura del difendersi, che del non difendersi,
aveva trasandato le domande del comandante. La quale eccessiva
continenza gli fu poi acerbamente rimproverata da coloro, in favor dei
quali ei l'aveva usata, perciocchè Buonaparte affermava, che se il
provveditor generale avesse mandato solamente due mila soldati da Verona
a Peschiera, sarebbe stata la piazza preservata; il che era vero: ma se
Foscarini non l'aveva fatto, ciò era stato per non offendere il capitano
Francese, non per compiacere al capitano Tedesco.
Occupatasi Peschiera dagli Alemanni, vi fecero a molta fretta quelle
fortificazioni che per la brevità del tempo poterono, rassettando i
bastioni e le altre difese cadute in rovina per la vetustà. Intanto
Buonaparte, sicuro di aver ingannato il nemico con dargli concetto che
volesse spingersi verso la punta superiore del lago, si apparecchiava a
mettere ad esecuzione il suo disegno. Era questo di sforzare il passo
del Mincio a Borghetto. Non era stato il generale Austriaco senza
sospetto, quantunque per le dimostrazioni del suo avversario avesse
ritirato parte delle sue genti ai luoghi superiori, che il vero pensiero
di Buonaparte fosse di assaltarlo a Borghetto. Però aveva munito il
ponte con le opportune difese, avendo ordinato che quattromila soldati
eletti si trincerassero sulla destra alla bocca del ponte, e che sulla
sponda medesima diciotto centinaja di cavalli stessero pronti a spazzare
all'intorno la campagna, ed a calpestare chi s'accostasse. Il resto
delle genti alloggiava sulla sinistra accosto al ponte per accorrere in
ajuto della vanguardia, ove pericolasse. Muovevansi improvvisamente la
mattina i repubblicani da Castiglione, Capriana, Volta e s'indirizzavano
al ponte di Borghetto. Successe una battaglia forte, perchè gli
Austriaci già tante volte vinti, non si erano perduti d'animo, anzi
valorosamente combattendo sostenevano l'impeto dei Francesi. Restavano
superiori sulla prima giunta, perchè non essendo ancora arrivate tutte
le genti di Francia, che dovevano dar dentro, la vanguardia, che prima
aveva ingaggiato la battaglia, fortemente pressata dalla cavallerìa
Tedesca, cominciava a crollare ed a ritirarsi. Ma sopraggiungendo
squadroni freschi, massimamente cavalli ed artiglierìe, furono gli
Austriaci risospinti, nè potendo più resistere alla moltitudine che gli
assaltava virilmente da tutte le parti, abbandonata del tutto la destra
del fiume, si ricoverarono sulla sinistra. Guastarono un arco del ponte,
acciocchè il nemico non gli potesse seguitare. Qui succedeva un tirar di
cannoni molto fiero da una parte e dall'altra del fiume, ma senza
frutto, perchè nè i Francesi potevano passare per la natura del ponte,
nè i Tedeschi si volevano ritirare. Ma erano le battaglie dei Francesi
di quei tempi più che d'uomini, e con più costanza e' le sostennero che
i loro antichi. Ed ecco veramente che il generale Gardanne, postosi a
guida di una mano di soldati coraggiosissimi, si metteva in fiume, non
curando nè la profondità di lui, perciocchè l'acqua gli arrivava insino
a mezzo petto, nè la tempesta delle palle che dall'opposta riva si
scagliavano: già varcava, ed alla sinistra sponda si avvicinava. A tanta
audacia il timore occupava gli Austriaci; si ricordarono del fatto di
Lodi, rallentarono le difese, fu fatto abilità ai repubblicani, non solo
di passare a guado, ma ancora di racconciare il ponte. La qual cosa
diede la vittoria compita ai Francesi: e come l'ebbero, così l'usarono;
perchè avendo passato, si davano a perseguitar l'inimico, sì per
romperlo intieramente, e sì per impedire, se possibil fosse, che
gittasse un presidio dentro Mantova, fortezza di tanta importanza. Ma
Buonaparte, che sapeva bene e compiutamente far le cose sue, per tagliar
la strada al nemico verso il Tirolo, aveva celeremente spedito Augereau
contro Peschiera, comandandogli che s'impadronisse a qualunque costo
della fortezza, e corresse a Castelnuovo ed a Verona. Così
impossibilitati a ricoverarsi in Mantova ed a ritirarsi in Tirolo,
gl'imperiali sarebbero stati in gravissimo pericolo. Beaulieu, che aveva
pe' suoi corridori avuto avviso dell'intenzione del nemico, conoscendo
che poichè i repubblicani avevano passato il Mincio, non poteva più
avere speranza di resistere, aveva del tutto applicato l'animo al
ritirarsi ai passi forti del Tirolo; nè per lui si poteva indugiare,
perchè il tempo stringeva. Laonde, introdotto in Mantova un presidio di
dodici mila soldati con molte munizioni sì da bocca che da guerra,
s'incamminava con presti passi alla volta di Verona. Gli convenne ancor
fare, per dar tempo a' suoi di raccorsi, una testa grossa, e sostenere
una stretta battaglia tra Valleggio e Villafranca, sulla sponda di un
canale largo e profondo, che congiunge le acque del Mincio con quelle
del Tartaro. Infatti mentre si combatteva a riva del canale, Beaulieu
faceva spacciare prestamente Peschiera e Castelnuovo, e per tal modo,
raccolto in uno tutto l'esercito, si difilava velocemente, avendo la
notte interrotto la battaglia del canale verso l'Adige: quindi passato
questo fiume a Verona, guadagnava i luoghi sicuri del Tirolo. Augereau
trionfante e minaccioso entrava nell'abbandonata Peschiera.