In primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del m

STORIA D'ITALIA

DAL 1789 AL 1814

SCRITTA

DA CARLO BOTTA

TOMO II

CAPOLAGO

_presso Mendrisio_

Tipografia Elvetica

MDCCCXXXIII

STORIA D'ITALIA

LIBRO SETTIMO

SOMMARIO

Pensieri di Buonaparte. Intenzioni del Direttorio circa le

potenze d'Italia. Spoglio delle opere egregie delle belle

arti: lusinghe ai dotti ed ai letterati. Tregua col duca di

Parma. Come trattato il duca di Modena. Accidenti del

Milanese; imposizioni e rapine; mala contentezza dei popoli.

Moto pericoloso nel Pavese, massimamente a Binasco ed a Pavia.

Sacco di questa città accaduto ai venticinque e ventisei di

maggio del 1796. Buonaparte si volta contro Beaulieu, e dopo

nuove battaglie, lo sforza a ritirarsi in Tirolo. Niccolò

Foscarini nominato dai Veneziani provveditor generale in terra

ferma. Sue paure. Minacce, che gli fa Buonaparte. Quel che

restava a farsi dai Veneziani in sì pericoloso ed importante

caso. Debolezza di Foscarini. Buonaparte in Verona. Minacce

contro Verona per aver dato ricovero al conte di Lilla. Il

castello di Milano si arrende alle armi Francesi. Rivoluzione

di Bologna. Giuramento prestato dai Bolognesi in presenza di

Buonaparte. Moto di Lugo, e suoi accidenti. Spavento in Roma.

Tregua fra Buonaparte e il papa. Esortazioni del pontefice ai

suoi sudditi ed ai Francesi. Sforzi e solenni protestazioni

del re di Napoli. Tregua fra il re e Buonaparte. Occupazione

di Livorno. Ree intenzioni di Buonaparte rispetto al gran duca

di Toscana. Nuovo moto dell'Austria a ricuperazione delle sue

possessioni d'Italia: vi manda il maresciallo Wurmser con un

esercito assai grosso. Il maresciallo rompe le prime schiere

di Buonaparte, fa risolvere l'assedio di Mantova, entra in

questa piazza, e la rinfresca d'armi, di soldati e di

vettovaglie. Buonaparte raduna i suoi troppo sparsi.

Moltiplici battaglie fra i due valorosi emoli. Battaglia di

Castiglione combattuta il dì cinque agosto. Wurmser si ritira

ai passi del Tirolo; i Francesi lo seguitano. Battaglia di

Roveredo succeduta ai quattro settembre. I Tedeschi si

ritirano ai più alti passi. Disegni di Buonaparte sopra la

Germania; Wurmser gli storna, calandosi di nuovo in Italia per

la valle della Brenta. Buonaparte lo seguita. Battaglia di

Primolano e di Bassano. Il maresciallo valorosamente

combattendo arriva finalmente in Mantova, che è di nuovo cinta

d'assedio dai Francesi. Descrizione di Mantova. La Corsica si

aliena dall'obbedienza degl'Inglesi, e torna sotto quella di

Francia.

Conquistato il Piemonte, conculcato il re di Sardegna, e posto il piede

nella città capitale degli stati Austriaci in Italia, si apparecchiava

Buonaparte a più alte imprese. Suo principal desiderio era di passar il

Mincio, e cacciando le genti Tedesche oltre i passi del Tirolo, vietare

all'imperatore, che non mandasse nuovi ajuti per ricuperare le Province

perdute. Intanto le sue vittorie avevano aperto la occasione al governo

di manifestare il suo intento circa il modo di procedere verso le

potenze Italiane, e congiunte d'amicizia con la Francia, e neutrali, e

nemiche. La somma era, che facendo traffico del Milanese, con darle in

preda, secondochè per le occorrenze dei tempi meglio gli si convenisse,

o al re di Sardegna, e all'imperatore, si taglieggiassero i principi

d'Italia, e da loro quel maggiore spoglio di denaro e di altre

ricchezze, che possibil fosse, si ricavasse. Nè in questo mostrava il

Direttorio maggior rispetto agli amici che al nemici. Nella quale

risoluzione egli allegava per pretesto e la guerra fatta, e l'amicizia

finta, e la necessità di assicurare l'esercito.

Voleva prima di tutto, che si conquidesse ogni reliquia dell'esercito

Alemanno, e che intanto si consumasse il Milanese, sì per pascere i

soldati, e sì per farlo meno utile a chi si dovesse o dare, o

restituire. «Usate, scriveva il Direttorio a Buonaparte, la occasione

del primo terrore concetto dalle nostre armi, ed aggravate la mano sui

popoli Lombardi per cavarne denaro. I canali e le altre opere pubbliche

di quel paese siano anch'esse un po' tocche dalla guerra; ma si usi

prudenza».

Nè qui finivano le parole crude rispetto alla miseranda Italia: «Ite,

scrivevano, e correte contro il gran duca di Toscana, che è servo

degl'Inglesi in Livorno; ite, ed occupate Livorno; non aspettate che vi

consenta il gran duca; il sappia quando voi già sarete padrone di quel

porto; confiscatevi le navi e le proprietà Inglesi, Napolitane,

Portoghesi, e di altri stati nemici della repubblica; sequestrate le

proprietà dei sudditi loro; se il gran duca si opponesse, sarebbe

perfidia, e sì allora trattate la Toscana come se fosse alleata

dell'Inghilterra e dell'Austria; comandate a quel principe, che ordini

incontanente, che quanto ai nemici nostri si appartiene, sia in poter

nostro posto, e risponda egli del sequestro: pascete le genti della

repubblica in Toscana, e date in contraccambio polizze del ricevuto da

scontarsi alla pace generale. Fate poi le viste di voltarvi verso Roma e

Napoli per metter timore nel pontefice e nel re; assicurate Livorno con

un forte presidio, e fate che sia scala a muovere la Corsica per ritorla

al giogo della superba casa di Brunsvick-Luneburgo, e ridurla di nuovo

sotto il dominio della repubblica».

Grande rapacità fu questa veramente, ed incomportevole e barbara, poichè

se erano in Livorno proprietà d'Inghilterra, o d'Inglesi e di altri

nemici della repubblica, eranvi in vigore della neutralità di Toscana,

che la Francia stessa aveva e riconosciuta, ed accordata col gran duca.

Questa fu la ricompensa che ebbe Ferdinando di Toscana da quei

repubblicani di Parigi, che pure pretendevano sempre alle parole loro la

sincerità, e la grandezza, dello avere, primo fra tutti i potentati

d'Italia, e riconosciuta la repubblica, e fatta la pace con lei, e dato

lo scambio per instanza del Direttorio al suo ministro conte Carletti

per avere lui mostrato desiderio di visitare la reale figliuola di Luigi

decimosesto testè uscita dal carcere del Tempio per esser condotta in

Alemagna. Mandò il gran duca, in vece di Carletti, il principe don Neri

Corsini, giovane ingegnoso, di buona natura, e di non mediocre

aspettazione. Nè valsero a frastornare dalla felice Toscana la cupidigia

dei repubblicani le dolci parole usate dal Corsini medesimo, quando fece

il suo ingresso al direttorio, nè le parole magnifiche che gli furono

date in risposta dal presidente. Nè io voglio dare a chi mi leggerà il

fastidio, questi discorsi raccontando, di udire parole di adulazione

inutili da una parte, e promesse d'amicizia infedeli dall'altra.

Era Genova stata straziata dalle armi Francesi e dalle armi Tedesche, e

poteva avere speranza, ora che la sede della guerra si era allontanata

da' suoi confini, di vivere più quietamente. Ma i tempi erano tali, che

dove mancavano le cagioni, s'inventavano i pretesti, ed il fine era non

di rispettare i neutri deboli, ma di molestargli e di mettergli in

preda. Adunque per quella cupidità di voler trarre denaro da Genova,

s'incominciò ad insorgere contro il governo Genovese, con dire che le

turbazioni seguite contro i Francesi nei feudi imperiali confinanti con

lo stato Genovese, e le uccisioni, che pur troppo sui confini dei

territorj Piemontese e Genovese accadevano di soldati Francesi, se non

erano opera espressa della signorìa, erano almeno troppo più

rimessamente che si convenisse, da lei udite e tollerate; che le armi e

gli stimoli alla sedizione nei feudi imperiali erano venuti da Genova, e

che da Novi venivano le armi e gl'incentivi per assassinare i Francesi

ai confini. Per la qual cosa scriveva con una insolenza incredibile

Buonaparte al senato ch'era Genova il luogo, donde partivano gli uomini

scelerati, che datisi alle strade intraprendevano i carriaggi, ed

assassinavano i soldati Francesi, che da Genova un Girola mandava ai

feudi imperiali ribellanti armi, e munizioni da guerra pubblicamente, ed

ogni giorno i capi degli assassini accoglieva, ancor bruttati di sangue

Francese; che parte di questi orribili fatti succedevano sul territorio

della repubblica; che pareva, che essa col tacere e col tollerare

appruovasse opere tanto scelerate; che il governator di Novi proteggeva

i commettitori di tanti atti barbari, perciò arderebbe i comuni dove

sarebbe ucciso un Francese; voleva che il governatore di Novi dal suo

impiego si cacciasse, Girola da Genova: arderebbe infine le case tutte

in cui gli assassini trovassero asilo; punirebbe i magistrati

trasgressori della neutralità, osserverebbe bene e puntualmente la

neutralità, ma volere che la repubblica di Genova non fosse rifugio di

gente malandrina. Allo stesso modo al governatore di Novi, persona

moderata e dabbene, scrivendo, lo accusava di essersi fatto ricovero di

assassini, e superbamente gli comandava, che arrestasse gli abitatori

dei feudi imperiali che fossero nel suo territorio, e se nol facesse,

avrebbe a far con lui; poscia vieppiù soldatescamente infiammandosi,

ripeteva, arderebbe terre e case, dove gli assassini si ricoverassero.

Rispondevano il senato ed il governatore stando in sui generali, perchè

l'attribuire a se medesimi opere tanto nefande non era nè verità, nè

dignità, ed il non soddisfare ad un soldato vittorioso e sdegnato, era

pericolo. Certo è bene, che per quelle strade si commisero contro i

Francesi opere di molta barbarie, e certo è altresì, che Buonaparte

doveva con quei più efficaci mezzi che potesse, aver cura de' suoi

soldati, e porre la vita loro in salvo: ma che queste tanto terribili

dimostrazioni ei facesse contro i Genovesi, meno per amor di salute

verso i suoi soldati, che per occasione di muover querela contro di loro

a fine di denaro, e forse di distruzione, sarà manifesto a chiunque farà

considerazione, che questi omicidj ed assassinamenti, di cui con tanta

ragione si querelava, non già solamente sul territorio Genovese

accadevano, ma ancora, e molto più sul territorio Piemontese;

imperciocchè i villici di quei confini tra Novi ed Alessandria, gente

allora pur troppo solita al gettarsi alla strada, erano quelli

massimamente, che, stando agli agguati, uccidevano i Francesi isolati:

nel che intendevano bensì al rubare, ma molto più ancora al saziare nel

sangue Francese l'odio che contro quella nazione avevano concetto.

Eppure non fece il generale di Francia che un leggiere risentimento, e

nissuna minaccia contro il re di Sardegna. La verità era, che nè il

governo Piemontese, nè il Genovese erano rei di sì brutti eccessi, ma

bensì la sfrenatezza di costume, che porta con se la guerra tanto nei

vinti quanto nei vincitori, e l'odio di quei popoli contro il nome

Francese. L'insolenza poi di accusare tutto un governo, composto di

persone dabbene e temperato per tanti secoli, di prezzolare ed incitar i

ladri ed assassini, non poteva procedere se non da un uomo sfrenato.

A queste minacce soldatesche succedevano le prepotenze Parigine.

Comandava il direttorio a Buonaparte, s'impadronisse o di queto, se i

Genovesi consentissero, o per forza, se ricusassero, di Gavi a fine di

assicurare l'esercito alle spalle, e di conservarsi la strada della

Bocchetta aperta da Genova a Tortona: col medesimo pensiero già si era

impadronito della fortezza di Vado; il che quale rispetto sia per la

neutralità, ciascuno potrà giudicare. Poscia più oltre procedendo,

voleva il direttorio, che come prima avesse l'esercito repubblicano

occupato il porto di Livorno, occupasse anche la Spezia, ed ivi quanti

bastimenti appartenessero a potentati nemici alla Francia, mettesse in

preda. Nè contento a questo, non dimenticato il denaro, nè risguardo

alcuno avendo che il fatto della Modesta fosse accaduto non solamente

senza saputa, ma ancora con sorpresa del senato di Genova, nè che già

fosse stato composto in quattro milioni col governo di Francia, nè che

la fermezza del senato nel contrastare alla prepotenza Inglese per

serbar la neutralità fosse stata non solo vera, ma anche lodata dal

consesso nazionale di Parigi, nè che finalmente molte fossero le

molestie che per la serbata neutralità avevano ricevuto i Genovesi

dagl'Inglesi, e tuttavìa ricevevano dai Corsi, comandava a Buonaparte,

che domandasse vendetta, e milioni di contanti per la straziata Modesta,

ed operasse che coloro, che si erano mescolati in tale fatto, fossero

come traditori della patria dannati: oltre a ciò voleva e comandava, che

si confiscassero e si dessero in mano della repubblica tutte le

proprietà pubbliche appartenenti ai nemici, e sotto sicurtà di Genova si

sequestrassero tutte quelle che a sudditi di potentati nemici

spettassero; cacciasse Genova da' suoi territorj tutti i fuorusciti

Francesi; fornisse bestie da tiro e da soma, carriaggi e viveri, e si

dessero in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace

generale.

Questi comandamenti, che un governo civile avrebbe avuto vergogna di

fare ad una potenza del tutto serva, si era risoluto il direttorio di

fare ad uno stato, di cui protestava voler riconoscere e rispettare

l'indipendenza e la neutralità.

Passando ora da Genova a quella primogenita, come la chiamavano,

repubblica di Venezia, siccome cresceva nei vincitori con le vittorie la

cupidigia dell'oro e del dominare, incominciarono a dire, che volevano

che fosse trattata non da amica, ma solamente da neutrale, sotto colore

di certi pretesti vecchi, che già sussistevano, poichè non era cambiata

la condizione delle cose fra le due repubbliche, quando nell'ingresso

del nobile Querini se gli fecero tante carezze. Tra questi pretesti il

primo e principale era il passo dato ai Tedeschi pei territorj

Veneziani. Poi prosperando vieppiù la fortuna delle armi repubblicane in

Italia, insorse il direttorio con volere che Verona desse grossa somma

di denaro in presto, a motivo che ella aveva accolto nelle sue mura

Luigi XVIII, convertendo per tal modo in colpa un ufficio di pietà.

Finalmente, cacciato del tutto Beaulieu oltre Mincio, voleva ed

imperiosamente comandava, che Venezia desse in presto dodici milioni, e

si voltasse in ricompensa questa detta alla repubblica Batava, che era

debitrice di questa somma, a norma dei freschi trattati, alla Francia;

il che era un farsi far presto per forza, e pagar a modo suo. Voleva

oltre a ciò, e comandava, che si consegnassero alla repubblica tutti i

fondi dei potentati nemici che fossero in Venezia, principalmente quelli

che spettavano personalmente al re d'Inghilterra, ed inoltre si dessero

alla Francia tutte le navi sì grosse che sottili, ed altre proprietà di

nemici che stanziassero nel porti Veneziani. Quest'erano le domande

fatte dal direttorio alla repubblica Veneta, delle quali direi, ch'io

non so s'egli desiderasse che fossero piuttosto negate che concedute, se

non sapessi che neanco il concederle sarebbe stato salute per Venezia.

Quanto al papa, se volesse trattar d'accordo, si esigesse da lui,

imponeva il direttorio, per primo patto, ordinasse subito preci

pubbliche per la prosperità e la felicità della repubblica; nel che

faceva il direttorio gran fondamento per l'autorità che aveva la sedia

apostolica sulla opinione dei popoli sì Francesi, che Italiani. Si venne

quinci in sul toccar il solito tasto del denaro, intimando desse

venticinque milioni. Si comandasse al tempo medesimo al re di Napoli,

che se pace volesse, badasse a cacciar da' suoi stati gl'Inglesi e gli

altri nemici della repubblica, mettesse in poter suo tutte le navi loro

che nei Napolitani porti fossero sorte, e loro vietasse l'entrarvi,

nemmeno con bandiera neutrale. Sapesse poi il re, che col mantenimento

dei patti ne andava la salute del regno.

Questi superbi comandamenti, che potevano bensì fare i potentati

Italiani amici in sembiante di Francia, ma non veri, perchè mescolavano

l'oltraggio alla forza, gli rendevano disprezzabili agli occhi del

mondo, e davano timore di danni ancor maggiori, quando, distrutta

intieramente la potenza dell'Austria, le armi repubblicane avessero

inondato tutta l'Italia.

Vengo ora ad alcuni potentati minori, che non avevano fatto guerra con

le armi alla Francia, perchè non ne avevano, e nemmeno avevano fatto

pace, perchè la Francia essendo lontana e l'Austria vicina, temevano di

ricevere o ingiuria o danno dai Tedeschi. Non ostante correndo la fama

che avessero ricchezze, coloro che reggevano le faccende della

repubblica sempre pronti ad abbracciare ogni apparente colore per

involare quel d'altrui, avevano a loro volto le proprie cupidità. In

conformità di questo voleva il repubblicano governo, che si scuotessero

bene i duchi di Parma e di Modena, ma il primo meno rigidamente del

secondo per rispetto del re di Spagna, col quale era congiunto di

sangue. Quanto al duca di Modena, intenzione dei repubblicani era, che

si aggravasse la mano sopra di lui per fargli sborsar denaro in copia,

perchè aveva voce di averne, e perchè, avendo sposata l'unica sua

figliuola ad un principe Austriaco, si presumeva, o si supponeva, che

dipendesse molto dall'Austria. Lallemand, ministro di Francia a Venezia

(a questo era serbata dai cieli la sua canuta testa) esortava, che si

conculcasse, si pugnesse, si travagliasse per ogni guisa il Modenese

duca a fargli dar denaro, perchè ne aveva molto ed era avaro; e più si

scuoterebbe, e più contanti darebbe. I frutti della lunga parsimonia di

un principe non solamente ordinato allo spendere, buono, e previdente,

ma ancora non nemico alla Francia nè per uso, nè per costume, nè per

massima, erano destinati a cadere in mano di gente capace a dissipargli

in poco d'ora.

Intanto, perchè si contaminasse anche lo splendore che veniva all'Italia

dalla perfezione delle belle arti, che in lei avevano posto la principal

sede, e perchè nissuna condizione di barbarie mancasse a quelle dolci

parole di umanità e di libertà, che dai repubblicani di quei tempi si

andavano fino a sazietà spargendo, ordinava il direttorio, a petizione

di Buonaparte, che si comandasse nei patti d'accordo ai principi vinti,

dessero in poter dei vincitori, perchè nel museo di Parigi fossero

condotti, quadri, statue, testi a penna, ed altri capi dell'esimie arti,

usciti di mano ai più famosi artisti del mondo, affermando, esser venuto

il tempo, in cui la sede loro doveva passare da Italia a Francia, e

servire d'ornamento alla libertà. Brutta certamente ed odiosa opera fu

questa dello avere spogliato l'Italia di tanti preziosi ornamenti; che

se il rapire l'oro, l'argento e le sostanze dei campi era uso di guerra,

non dirò comportabile, ma utile a nutrire i conquistatori, l'aggiungere

alla preda statue e quadri, non poteva essere se non atto di superbia

eccessiva, e disegno di vieppiù avvilire i vinti. Rispettarono i

Francesi ai tempi andati nelle guerre loro in Italia questi frutti

eccellenti dell'umano ingegno: Francesco primo re accarezzava con

munificenza veramente reale gli operai, non rapiva le opere. Gli

rispettarono nei tempi andati, e gli rispettarono nei moderni i

Tedeschi. I repubblicani che allora reggevano la Francia, e che non

avevano altro in bocca che parole di umanità, di civiltà, di rispetto

verso le proprietà, d'amicizia verso i popoli, fecero quello, che uomini

meno parlatori e meno ostentatori di dolci discorsi non avevano fatto.

Ma lo spoglio piaceva loro, ad alcuni per l'amore della gloria, ad altri

perchè potessero essere sotto gli occhi modelli tanto perfetti di natura

abbellita dall'arte; imperciocchè in quei tempi erano sortiti in

Francia, massimamente in pittura, artisti di gran valore, i quali ed

ammiravano e sapevano imitare lodevolmente gli esempj Italiani: con

questo ancora Buonaparte, pe' suoi fini, lusingava la Francia.

In Italia poi i repubblicani, non i buoni, ma i malvagi, indicavano le

opere preziose da rapirsi, i più dolci andavansi confortando con la

speranza che l'Italia, siccome quella che ancora era feconda, ne avrebbe

prodotto delle altre ugualmente preziose: i più severi poi, trasportando

nelle moderne repubbliche l'austerità delle antiche, se ne rallegravano

predicando, che la libertà non aveva bisogno di queste preziosità, e che

pane e ferro dovevano bastare a chi repubblicano fosse. Così questi

buoni utopisti condotti da una inremediabile illusione, in mezzo agli

ori e le gemme, di cui già risplendevano i capi repubblicani di Francia,

ed al gran lusso in cui vivevano, andavano continuamente sognando

Sparta, e conservandosi austeri ed inflessibili, facevano fede di quanto

possa in animi forti e buoni una fissazione, che abbia in se l'immagine

del bene.

Ma il direttorio, a suggestione sempre di Buouaparte, che sapeva quel

che si faceva, voleva, che se le opere più insigni delle arti servivano

d'ornamento ai trionfi della repubblica, gl'ingegni celebri gli

lodassero, avvisandosi che non sarebbe accagionato di barbarie, se

coloro che da lei per costume, per ingegno e per sapere erano i più

lontani, si facessero lodatori delle imprese dei repubblicani, a danno

ed a spoglio dell'Italia. Voleva conseguentemente, ed imponeva al suo

generale, che ricercasse, e con ogni modo di migliore dimostrazione

accarezzasse gli scienziati, ed i letterati d'Italia. Indicava

nominatamente l'astronomo Oriani, uomo certamente non degno per bontà e

per dottrina di essere accarezzato da un governo e da un capitano, che

spogliavano la sua patria. Recava il generale ad effetto l'intento del

direttorio, parte per vanagloria, parte per astuzia, come mezzo e scala

alle future ambizioni. Degli accarezzati alcuni adulavano parlando,

altri sprezzavano tacendo, chi mostrò più forza fu l'eunuco Marchesi,

che non volle cantare.

Egli è tempo oramai di esporre come i raccontati comandamenti, che

finora erano solamente intenzioni, siano stati ridotti in atto. Non così

tosto ebbe Buonaparte passato il Po a Piacenza, che sorse una

trepidazione nella corte di Parma, tanto maggiore quanto il duca aveva

rifiutato l'accordo con Francia, che il ministro di Spagna in Torino gli

era venuto offerendo con qualche intesa del generalissimo, come prima i

Francesi erano comparsi nella pianura del Piemonte. Non solamente una

parte del ducato era venuta sotto la divozione dei repubblicani, ma

ancora il restante, non avendo difesa, era vicino, e solo che il

volessero, a venire in poter loro. Così il duca si trovava del tutto a

discrezione dei repubblicani, nè sapeva a quali patti questa gente

vittoriosa consentirebbe ad accettarlo in amicizia. Nè stava senza

timore, che per opera dei Gallizzanti seguisse qualche turbazione, non

già ch'essi fossero o numerosi o potenti, ma il terrore rappresentava

alle menti commosse questo pericolo più grave assai, che realmente non

era. In tanta e sì improvvisa ruina prese il duca quel partito che solo

gli restava aperto, del tentare di assicurar gli stati con un accordo,

che quantunque grave e duro dovesse riuscire, sarebbe ciò non ostante

men grave, che la perdita di tutto il dominio. Tentò il ministro di

Spagna di mitigare l'animo del vincitore; ma egli, che era assai meno

sdegnato che avido, non voleva udire le proposte che gli si facevano, e

non ammetteva che il duca avesse avuto luogo nel trattato di Spagna.

Perciò domandava superbamente l'accordo, che ponesse fine alla guerra, e

con l'accordo denari, vettovaglie, e tavole dipinte di estremo valore.

Adunque come si suol fare nei casi estremi da coloro che non sono più

padroni di loro medesimi, fece il duca mandato amplissimo ai marchesi

Pallavicini e della Rosa di trattare, accettando tutte le domande,

quantunque immoderate, che si facessero dal vincitore.

In primo luogo fu consentita una tregua con mediazione del ministro di

Spagna il dì nove maggio in Piacenza. Non aveva il duca nè fucili, nè

cannoni, nè altre armi, nè fortezze da dare, ma si obbligava a pagar in

pochi giorni sei milioni di lire Parmigiane, che sono a un di presso un

milione e mezzo di franchi, e di più a fornire quantità esorbitanti di

viveri e di vestimenta pei soldati. Si obbligava oltre a ciò ad

allestire due ospedali in Piacenza, provveduti di tutto punto, ad uso

dei repubblicani. Consegnerebbe finalmente venti quadri dei più

preziosi, fra i quali il San Girolamo del Coreggio. Questi furono i

patti che per la intercessione di Spagna ottenne il duca di Parma, i

quali di quale natura siano, ognuno per se potrà giudicare. Nientedimeno

trovo scritto, che il cavaliere Azara, ministro di Spagna a Roma,

opinava che e' fossero molto moderati. Mandava intanto Buonaparte

Cervoni a Parma, perchè ricevesse i denari ed i quadri, e vigilasse onde

le condizioni della tregua si eseguissero puntualmente. Stretto il duca

da tanta necessità mandava le ducali argenterìe alla zecca, perchè vi si

coniassero, ed il vescovo le sue. Così usato ogni estremo rimedio, e

raggranellato denaro da ogni parte, satisfaceva Ferdinando alle

condizioni della tregua. Intanto i fuorusciti Parmigiani e Piacentini,

ritiratisi in Milano, laceravano il duca con incessanti scritture, dal

che riceveva grandissima molestia. Rappresentavansi spesso questi

fuorusciti al generalissimo nelle sue stanze di Milano, ed ei gli

accoglieva benignamente, e profferiva loro favori ed impieghi. Di questi

alcuni accettavano, ed adulavano; altri repubblicanamente rifiutavano,

affermando non volere altro che la libertà della patria loro: questi

Buonaparte aveva per pazzi.

Al fracasso dell'armi repubblicane tanto vicine risentitosi il duca di

Modena, se ne fuggiva a Venezia, portando con se parte de' suoi tesori;

il che concitò a grande sdegno i capi della repubblica in Italia, come

se il duca fosse obbligato a lasciar le sue ricchezze in Modena per

servizio loro. Creò partendo un consiglio di reggenza, che disposto per

la necessità del tempo a ricevere qualunque condizione avesse voluta il

vincitore, mandava il conte di San Romano a richiedere di pace

Buonaparte. Rispose, concedere tregua al duca con patto, quest'erano le

instigazioni del canuto Lallemand, che facesse traboccare fra otto dì

nella cassa militare sei milioni di lire tornesi, e somministrasse,

oltre a ciò, viveri, carriaggi, bestie da soma e da tiro pel valsente di

altri due milioni: di più fra quarantott'ore rispondessero del sì, o del

no. Fu pertanto conclusa la tregua, in cui si ottennero dal ducale

governo la diminuzione di un milione nei generi da somministrarsi, e

dieci giorni pel pagamento de' sei milioni. Offerivano quindici quadri

dei più famosi maestri. I repubblicani diedero promessa di pagare a

contanti quanto abbisognasse loro passando per gli stati del duca.

A questo modo fu trattato il duca di Modena, che non aveva mai commesso

ostilità contro la Francia, sotto titolo ch'ei fosse feudatario

dell'impero d'Alemagna; qualità assai vana, che a niuna soggezione verso

il corpo germanico obbligandolo, il lasciava intieramente libero di

accostarsi a quale potenza più gli venisse a grado. Di questo non fu mai

imputato, e solo si mise in campo questo pretesto, quando giunse il

momento dello spoglio.

Tornando ora a Milano, dov'era la sede più forte dei repubblicani, e

donde principalmente dovevano partire i semi di turbazione per tutta

l'Italia, applicò l'animo Buonaparte a due risoluzioni di momento, e

queste furono di dar licenza ai magistrati creati dall'arciduca prima

che partisse, con surrogar loro magistrati, e uomini o partigiani, o

dipendenti da Francia, e di procacciar denaro e fornimenti, che

l'abilitassero a continuare il corso delle sue vittorie. Per la qual

cosa, in luogo della giunta di stato, creava la congregazione generale

di Lombardìa, ed al consiglio dei Decurioni surrogava un magistrato

municipale, in cui entrarono volentieri parecchi uomini buoni e di

grande stato. Francesco Visconti, Galeazzo Serbelloni, Giuseppe Parini,

Pietro Verri. Il generale Despinoy presiedeva il magistrato, ed a lui si

riferivano gli affari più gelosi e più segreti.

Per supplire intanto alla voragine della guerra, pubblicava Buonaparte

sulla conquistata Lombardìa una gravezza di venti milioni di franchi, e

faceva abilità ai commissarj, e capi di soldati di torre per forza i

generi necessari, con ciò però che dessero polizze del ricevuto

accettabili in iscarico della gravezza dei venti milioni. Intenzione sua

era, ch'ella cadesse principalmente sui ricchi, sugli agiati, e sul

corpi ecclesiastici da sì lungo tempo immuni. Nè fu diversa

dall'intenzione la esecuzione: ma i ricchi, sì perchè si sentivano

gravati straordinariamente, sì perchè non amavano il nuovo stato, con

sinistre insinuazioni creavano odio in mezzo ai loro aderenti, e

licenziavano i servitori, che, poco bene disposti in se per natura

vecchia, ed avveleniti dalla miseria nuova, andavano spargendo nel

popolo, massimamente nel minuto, faville di gravissimo incendio. Volle

il magistrato municipale di Milano, posciachè in Milano principalmente

abitavano i ricchi, rimediare a tanto male, ordinando che i padroni

dovessero continuar a pagare i salarj ai servitori. Ma fu il rimedio

insufficiente per la difficoltà delle denunzie. Nè contento a questo,

perchè la necessità delle stanze militari, le somministrazioni sforzate

di generi di ogni spezie, i caposoldi da darsi, il piatto da fornirsi ai

generali, ai commissarj, ai comandanti, agli uffiziali talmente il

costringevano, che non era più padrone di se medesimo, stanziava una

imposta straordinaria sotto nome di presto compensabile, di denari

quattordici per ogni scudo di estimo delle case e fondi Milanesi. Non

parlo dei cavalli e delle carrozze che si toglievano, perchè essendo i

padroni, come si diceva, aristocrati, pareva che la roba loro fosse

diventata quella d'altrui. A questo si aggiungeva l'insolenza militare,

consueta in ogni esercito, ma più ancora in questo che in altro, perchè

a grandi e replicate vittorie era congiunta una opinione politica

ardentissima, e molto diversa da quella dei popoli, fra i quali egli

vivea. Dico questo generalmente, e massime dei primi, perchè degli

uffiziali subalterni, molti o per gentile educazione, o per bontà di

natura in tale guisa si portavano e dentro e fuori delle case del popolo

conquistato, che si conciliavano la benevolenza di ognuno, e si era, per

consuonanza, talmente addomesticata la natura di questi con quella dei

Milanesi, che aveva superato l'impressione prodotta dal terrore delle

armi, e dalle molestie di coloro, che in vece di servir di freno, come

era richiesto ai gradi loro, con l'esempio e coi comandamenti, servivano

di sprone alle male opere che si commettevano. Ma cagione gravissima di

esacerbazione nei popoli erano le tolte sforzate di generi, che per uso

dei soldati o proprio alcuni facevano nelle campagne; perchè in quei

villarecci luoghi, liberi di ogni freno essendo, involavano a chi aveva

ed a chi non aveva, e così agli amici, come ai nemici del nome Francese.

Aggiungevansi le minacce e le insolenti parole, più potenti assai al far

infierire l'uomo, che i cattivi fatti. Le quali cose molto

imprudentemente si facevano: perchè oltre all'indegnazione dei popoli si

consumava malamente in pochi giorni quello, che avrebbe potuto bastare

per molti mesi, ed un paese fioritissimo inclinava rapidamente ad una

estrema squallidezza. Ciò rendeva i Francesi odiosi, ma più ancora

odiosi rendeva gl'Italiani, che per loro medesimi, o per le opinioni

parteggiavano pei Francesi. Nè il popolo discerneva i buoni dai tristi,

anzi gli accomunava tutti nell'odio suo, perchè vedeva che tutti

ajutavano l'impresa di una gente, che venuta per forza nel loro paese,

aveva turbato l'antica quiete e felicità loro. Certamente gridavano, e

più assai che non sarebbe stato conveniente, i patriotti Italiani il

nome di libertà; ma vana cosa era sperare, che nell'animo dei popoli

consumati, ed offesi dall'insolenza militare prevalesse un nome astratto

sopra un male pur troppo reale: detestavano una libertà che si

appresentava loro mista d'improperj, e di ruberìe. Adunque lo sdegno era

grande, la sola forza dominava. Prevalevansi i nobili, offesi nelle

sostanze e nell'animo, di queste male contentezze dei popoli. A questi

si accostavano gli amatori del governo dell'arciduca, e gli

ecclesiastici, che temevano o della religione o dei beni. Spargevano nel

contado voci perturbatrici, che sarebbe breve, come sempre, il dominio

Francese in Italia; che quella terra era pur tomba ai Francesi, che

sempre erano state subite le loro venute, ma più subite ancora le loro

cacciate, o gli eccidj; nè permetterebbe Iddio, che gente nemica al nome

suo stanziasse lungamente in quell'Italia, sede propria del suo santo

vicario; già sventolar di nuovo le insegne d'Austria tra l'Adda ed il

Ticino, già calar grossi imperiali eserciti dalle Tirolesi rupi, e già

vacillare le armi in mano all'insolente Francese. Ora esser tempo di

armarsi, ora di sorgere a difensione di quanto ha l'uomo di più sacro,

di più caro e di più reverendo; gradire Iddio, e premiar coloro che

hanno la patria più che la vita a cuore: nè doversi dubitar dell'evento,

perchè già le repubblicane insegne fuggivano cacciate dalle imperiali

aquile. Cresceva il mal contento, se ne aspettavano effetti

funestissimi. Portò la fama in quei tempi, che principal autore di

queste insinuazioni fosse il conte di Gambarana, uomo attivo e molto

avverso ai Francesi. Andava egli seminando e le voci suddette, e di più,

che i Francesi volevano far per forza una leva di gioventù Lombarda per

mandarla, con le genti Francesi incorporandola, alla guerra contro

l'imperatore. Quando gli animi sono sollevati, è pronta la credenza ad

ogni cosa: e per quanto i magistrati eletti, e gli altri aderenti dei

Francesi si sforzassero di persuadere ai popoli il contrario, non

dimettevano punto la concetta opinione, anzi vieppiù vi si confermavano.

In mezzo a tutti questi mali umori successe in Milano un fatto veramente

enorme che gli fece traboccare e crescere in grandissima inondazione.

Era in Milano un monte di pietà assai ricco, dove si serbavano o

gratuitamente come deposito, o ad interesse come pegno, ori, argenti, e

gioje di grandissimo valore. S'aggiungevano, come si usa, capi di minor

pregio, e fra tutti non pochi appartenevano, secondo l'uso d'Italia, a

doti di fanciulle povere, e nel monte dai parenti depositate si

serbavano al tempo dei maritaggi loro. Sacro era presso a tutti il nome

di monte di pietà, non solo perchè era segno di fede pubblica, che

sempre incontaminata si dee serbare, ma ancora perchè le cose

depositate, la maggior parte, appartenevano a persone o per condizione o

per accidente bisognose.

Come prima Buonaparte e Saliceti posero piede nella imperial Milano, si

presero, malgrado dell'esortazioni contrarie di parecchi generali, le

robe più preziose che si trovavano riposte nel monte, e le avviarono

alla volta di Genova, avvisando il direttorio, che là erano condotte

acciò ne disponesse a grado suo. Di ciò si sparse tosto la fama,

magnificandosi con dire, che non si fosse portato più rispetto alle

proprietà dei poveri, che a quelle dei ricchi; il che in parte era anche

vero. Le quali cose giunte all'insolenza militare, allo strazio che si

faceva delle campagne, alle improntitudini dei patriotti, dei quali chi

predicava una cosa che il popolo non intendeva, e chi dava materia a

credere con l'esempio che la libertà fosse il mal costume, partorirono

una indegnazione tale, che dall'un canto prestandosi fede a nuove

incredibili, dall'altro non vedendosi o non stimandosi il pericolo, si

accese la volontà di far un moto contro i Francesi. Nè fu la città

stessa di Milano esente da questa turbazione; perciocchè facendo i

repubblicani non so quale allegrezza intorno all'albero della libertà,

incitati i popoli a sdegno, correvano a far loro qualche mal tratto, e

lo avrebbero anche fatto, se non sopraggiungeva Despinoy con una banda

di cavalli, il quale frenando l'impeto loro, gli ebbe tostamente posti a

sbaraglio. Ma le cose non passarono sì di queto nei contorni di Milano,

massimamente verso Porta Ticinese; perchè viaggiando e Francesi e

patriotti Italiani, o soli o con poca compagnìa per quelle campagne, e

non essendo pronta, come in Milano, la soldatesca a preservargli, furono

da turbe contadine assaltati ed uccisi. Queste uccisioni presagivano

uccisioni ancor maggiori, ed accidenti tristissimi. Ma il nembo più

grave si mostrava nelle campagne più basse verso il Po ed il Ticino. In

Binasco principalmente l'ardore contro i Francesi, e contro i giacobini,

come gli chiamavano, era giunto agli estremi: e credendo i Binaschesi,

con tutti coloro che dai vicini luoghi erano concorsi in quella terra

posta sulla strada maestra a mezzo cammino fra Milano e Pavia, che ogni

più crudele fatto fosse lecito contro chi spogliava i monti di pietà, e

secondo l'opinione loro conculcava la religione, ammazzavano quanti

Francesi o Italiani partigiani loro venivano alle mani. Essendo

l'accidente improvviso, molti, anzi una squadra non piccola di Francesi,

furono barbaramente trucidati da quella gente, in cui più poteva un

intemperante furore, che un desiderio giusto di difendere la patria

contro i forestieri, e contro chi gli favoriva.

A questo moto dei Binaschesi, moltiplicando sempre più la fama dello

avvicinarsi dei Tedeschi, che i capi ad arte spargevano, si riscossero

le popolazioni del Pavese, e fecero impeto contro la capitale della

provincia, essendo ciascuno armato di fucili vecchi, di pistole, di

sciabole, di scuri, di bastoni, o di qualunque altra arma che il caso,

od il furore avesse posto loro innanzi. Chi poi non accorreva per la

speranza dei soccorsi Tedeschi, che non pochi sapevano esser vana, il

facevano per la voce che si era levata fra la gente tumultuaria, che i

Francesi si avvicinassero per mettere a sacco Pavia. Già i Pavesi

medesimi, irritati ad un piantamento di un albero della libertà, che

dagli amatori del nome Francese si era fatto sulla piazza, con atterrare

anche nel fatto medesimo una statua equestre di bronzo, che si credeva

antica e di un imperator Romano, si erano sollevati la mattina dei

ventitre maggio, e correvano la città armati e furibondi. Era la pressa

grandissima sulla piazza. Fra le grida, lo schiamazzo e le risa della

sfrenata moltitudine, i fanciulli intorno all'albero affollatisi,

facevano pruova d'atterrarlo. Crescevano ad ogni ora, ad ogni momento le

turbe sollevate: suonavano precipitosamente in Pavia le campane a

martello, rispondevano con grandissimo terrore di tutti quelle della

campagna. Nascondevansi i patriotti nelle parti più segrete delle case,

perchè il popolo gli chiamava a morte: pure più temperato in fatti che

in parole, i presi solamente imprigionava. Gli uomini quieti serravano a

furia le porte, ed attendevano trepidamente a quello che in un caso

tanto pericoloso avesse a portar la fortuna per salute, o per

esterminio. I soldati di Francia segregati erano presi: i rimanenti, non

erano più di quattrocento fanti, male in arnese, la maggior parte malati

o malaticci, a grave stento si ricoveravano nel castello, dove per

mancanza di vitto era certamente impossibile che si potessero difendere

lungo tempo. Arrivavano in questo punto i contadini, e congiuntisi coi

cittadini aggiungevano furore a furore. Alcuni fra i più ricchi, o che

temessero per se, perchè sapevano che il popolo infuriato dà ugualmente

contro gli amici e contro i nemici, e più volentieri contro chi ha

ricchezze che contro chi non ne ha, o che volessero ajutare quel moto,

mandavano sulla piazza botti di vino, pane e carni, ed altri mangiari in

quantità. In mezzo a tanto tumulto i buoni non erano uditi, i tristi

trionfavano: i villani ignoranti, forsennati, e non capaci di pesar con

giusta lance le cose, non vedendo comparire da parte alcuna soccorsi in

favore degli avversarj, davansi in preda all'allegrezza, e concependo

speranze smisurate, già facevano sicura nelle menti loro, non solo la

liberazione di Milano, ma ancora quella della Lombardìa, e di tutta

l'Italia. Arrivava a questi giorni in Pavia il generale Francese Haquin,

il quale non sapendo di quel moto, se ne viaggiava a sicurtà verso

l'alloggiamento principale di Buonaparte; nè così tosto ebbe posto il

piede dentro le mura, che minacciato nella persona, fu condotto per

forza al palazzo del comune, dove già era una banda grossa di soldati

Francesi, che disarmati ed incerti della vita o della morte se ne

stavano del tutto in balìa di quella gente furibonda. Fu Haquin nascosto

dai municipali nella parte più rimota del palazzo, e facevano ogni

sforzo per sedare quel cieco impeto, che fremeva loro intorno. Ma ogni

parola era vana, perchè il furore aveva cacciato la ragione. Finalmente

il popolo sfrenato entrava nel palazzo per forza, e trovato Haquin lo

voleva ammazzare; ma i municipali, facendogli scudo dei corpi loro, il

preservavano. Nondimeno, ferito da bajonetta in mezzo alle spalle, il

traevano per le contrade fra una calca immensa, e chi si avventava, come

bestia feroce, contro di lui con orribili minacce, e chi con gli

archibusi inarcati il voleva uccidere. Pure prevalse contro tanta furia

la virtù dei municipali, che con memorabile esempio, e degno di essere

raccontato nelle storie come caso meritevole di grandissima

commendazione, amarono meglio esporsi al morir essi, che sofferire che

avanti al cospetto loro il generale Francese morisse. Mentre alcuni si

adoperavano per la salute di Haquin, altri s'ingegnavano di salvar la

vita dei Francesi presi; nè riuscì vano il benigno intento loro. Così

non pochi Francesi, riscossi da un gravissimo pericolo, restarono

obbligati della vita alla umanità di magistrati Italiani, che privi di

armi altro mezzo non avevano per frenare un popolo fuor di se, che le

esortazioni, e l'autorità del nome loro. Bene fece poi Haquin ufficio di

gratitudine, a Buonaparte, che ritornata Pavia a sua divozione, gli

voleva far ammazzare come autori della ribellione, raccomandandogli, e

con le più instanti parole pregandolo, perdonasse a uomini già vecchi, a

uomini più abili a pregare il popolo concitato, che a concitar il

quieto, a uomini non usi a casi tanto strani, e che per una generosità

molto insigne, e con pericolo proprio, erano cagione ch'egli e più di

cencinquanta soldati Francesi superstiti pregare il potessero di dar la

vita a coloro, ai quali erano della vita obbligati. Gran conforto è

stato il nostro del poter raccontare l'atto pietoso di questo buono e

valoroso Francese in mezzo a tante ruine, a tante stragi, a tante

devastazioni, ed a tanti vicendevoli rimprocci, sempre condannabili,

perchè sempre esagerati, della perfidia Italiana, e della immanità

Francese.

Intanto si viveva con grandissimo spavento in Pavia, non già perchè vi

si temessero dai più i Francesi, avendo la rabbia tolto il lume

dell'intelletto, ma perchè tutti i buoni temevano, che quella furia, per

trovar pascolo, si voltasse improvvisamente a danno ed a sterminio della

misera città. I giorni spaventevoli, le notti più spaventevoli ancora,

ridotta quella sede nobilissima a dover perire o per furore degli amici,

o per vendetta dei nemici. Così passarono le due notti dei ventitre ai

venticinque: ma già si avvicinava l'esito lagrimevole di una forsennata

impresa, quando più la moltitudine, per la dedizione del presidio

ricoverato in castello, si credeva sicura della vittoria. Era giunto il

giorno venticinque maggio, quando udissi improvvisamente un rimbombar di

cannoni, prima di lontano, poi più da presso; e via via più

spesseggiando il romore, dava segno che qualche gran tempesta si

avvicinasse dalle parti di Binasco. Spargevano, fossero i Tedeschi; ma i

più nol credevano, ed incominciavano a trepidar dell'avvenire. I Pavesi

soprattutto stavano molto atterriti, perchè all'estremo punto i villani

non conosciuti, e di domicilio incerto, se ne sarebbero fuggiti; ma la

città, bersaglio certo ad un nemico sdegnato, sarebbe stata sola

percossa da quel nembo terribile.

Erasi già Buonaparte, lasciato Milano in guardia a' suoi, condotto a

Lodi con animo di perseguitare con la solita celerità il vinto Beaulieu,

quando gli pervennero le novelle del tumulto di Binasco e di Pavia.

Parendogli, siccom'era veramente, caso d'importanza, perchè

quest'incendj più presto si spandono che non si estinguono, tornossene

subitamente indietro, conducendo con se una squadra eletta di cavalli,

ed un battaglione di granatieri fortissimi. Giunto in Milano,

considerato che forse le turbe sollevate avrebbero mostrato ostinazione

uguale alla rabbia, o forse volendo risparmiare il sangue, si deliberava

a mandar a Pavia monsignor Visconti, arcivescovo di Milano, affinchè con

l'autorità del suo grado e delle sue parole procurasse di ridurre a

sanità quegli spiriti inveleniti. Intanto applicando l'animo a far

sicuro con la forza quello, che le esortazioni non avrebbero per

avventura potuto operare, rannodava soldati, e gli teneva pronti a

marciare contro Pavia. Infatti già marciavano; già incontrati per via i

Binaschesi, facilmente gli rompevano, facendone una grande uccisione.

Procedendo poscia contro Binasco, appiccato da diverse bande il fuoco,

l'arsero tutto: il funesto incendio indicava al mondo, che strage chiama

strage, fuoco chiama fuoco, e che male con forche, e con bastoni, e da

gente tumultuaria si resiste a bajonette, a cannoni, a battaglioni

ordinati. Rimasero lungo tempo in essere le ruine affumicate e le ceneri

accumulate dell'infelice Binasco, terribili segni a chi stava ed a chi

passava.

Erasi intanto l'arcivescovo condotto a Pavia, e fattosi al balcone del

municipale palazzo orava instantemente alle genti, che si erano

affollate per ascoltarla. Rappresentava la disfatta intiera dei

Tedeschi, la vittoria piena dei Francesi, la soggezione universale,

l'incendio di Binasco, le repubblicane schiere avvicinantisi pregne di

vendetta, Buonaparte già vicino, vincitore di tanti eserciti, e solito

piuttosto a compatire a chi s'arrende, che a perdonare a chi resiste.

Pensassero a Dio, che condanna ogni eccesso; pensassero alle mogli ed ai

figliuoli loro oramai vicini a divenir orfani dei mariti e dei padri

condotti al precipizio da un insensato furore; avessero risguardo a

quell'antichissima città, sedia di tanti artifizj preziosi, di tanti

palazzi magnifici, la quale nè munita, nè difesa da esercito guerriero,

sarebbe tosto preda di gente forestiera chiamata a vendetta da un

capitano invitto: già fumare Binasco, presto aver a fumare anche Pavia,

se più prestassero fede ad una illusione manifesta, che alle parole vere

di chi per costume, per grado e per età aveva l'ingannare più in odio,

che la morte.

Così parlava l'arcivescovo desiderosissimo di salvar la città; ma più

poteva in chi lo ascoltava un feroce inganno, che le persuasive parole.

Gridarono, non doversi dar orecchio all'arcivescovo, esser dedito ai

Francesi, esser giacobino; e così su questo andare con altre ingiurie

offendevano la maestà del dabben prelato. Adunque non rimaneva più

speranza alcuna alla desolata terra; le matte ed inferocite turbe,

accortesi oggimai che lo sperare nei Tedeschi era vano, e che i Francesi

già stavano loro addosso, chiusero ed abbarrarono le porte, ed empierono

tutto all'intorno le mura di armi e di armati. Ma ecco arrivare a

precipizio il vincitor Buonaparte, ed atterrare a suon di cannoni le mal

sicure porte. Fessi in sulle prime una tal qual difesa; ma superando fra

breve le armi buone e le genti disciplinate, abbandonavano

frettolosamente i difensori le mura, e ad una disordinata fuga si

davano. Fuggirono per diverse uscite i contadini alla campagna: si

nascondevano i cittadini per le case. Restava a vedersi quello che il

vincitor disponesse: aspettava Pavia l'ultimo eccidio.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo II · 第 1 / 20 段