ritirarsi negli stati del re di Baviera, col quale era congiunto di
parentado pel matrimonio della principessa Amalia. Ma ecco arrivar
novelle, o vere o supposte, che Alessandro imperatore consentirebbe a
conservargli il regno, sì veramente che i popoli il domandassero.
Accettava Eugenio le liete speranze: fecersi brogli; incominciossi
dall'esercito ridotto in Mantova. L'intento parte ebbe effetto, parte
no; ma l'importanza consisteva in Milano capitale. Viveva in questo
momento il regno diviso in tre sette: alcuni desideravano il ritorno
dell'Austria con niuna o poca differenza dall'antica forma: gli altri
pendevano per l'indipendenza, ma chi ad un modo, e chi ad un altro:
conciossiachè chi l'amava con aver per re il principe Eugenio, e chi
l'amava con avere per re un principe di un altro sangue, quand'anche
fosse di casa Austriaca; quest'era la parte più potente. Aveva mandato
il vicerè certamente con poca prudenza, il conte Mejean a Milano a
trattare coi capi del governo, affinchè in favore di lui si
dichiarassero. Molto anche vi si affaticava un Darnay, direttore delle
poste, personaggio poco grato ai popoli. Ad accrescere disfavore alla
cosa s'aggiunse, che a secondare le intenzioni del vicerè si erano
intromessi, per opera di Mejean, e per inclinazione propria, i
Transpadani, o Estensi, come gli chiamavano: Bolognesi, Ravennati,
principalmente Modenesi e Reggiani, erano venuti in disgrazia dei
Milanesi, perchè questi si erano persuasi che nelle faccende eglino si
fossero arrogata molta maggior parte di quanto si convenisse. Melzi
favoriva il disegno, il propose in senato. Vi sorse un gravissimo
contrasto, principalmente intorno a quella parte in cui si trattava del
principe Eugenio. Paradisi, ed altri Estensi, uomini d'inveterata fama,
di gran sapere e di molta autorità, con efficacissime parole instavano
in favor del principe. Nei cambiamenti politici, dicevano, più
facilmente ottenersi il meno che il più; essere consueto l'imperio
d'Eugenio, già dai principi d'Europa riconosciuto: solo volersi, che
fosse independente da Francia, e questo appunto essere il fine della
presente deliberazione; abbenchè intorno a questo non occorresse,
allegavano, molto travagliarsi, perchè spento Napoleone, la franchezza
del paese nasceva da se, e chi volesse credere, che Eugenio da Francia
Borbonica ancora dipendesse, come da Francia Napoleonica, massimamente
se tra la Lombardìa e la Francia s'interponesse il Piemonte tornato,
come già si motivava, sotto il dominio dei principi di Savoja,
meriterebbe di essere tenuto piuttosto scemo, che acuto. Adunque
l'indipendenza, continuavano, essere non solo sicura, ma ancora
necessaria con Eugenio: queste considerazioni la natura stessa dettare,
le Parigine novelle confermare. Se un altro principe si addomandasse,
che sicurtà si avrebbe d'impetrarlo? In deliberazioni di tanto momento,
meglio dover fidarsi i collegati in chi è già per loro provato, da loro
conosciuto, che in chi per loro fosse ignorato: nell'uscire da
sconvolgimenti tanto stupendi, in tanta tenerezza di un fresco ordine in
Europa, come sperare che in un regno d'Italia, pieno di umori diversi,
importante per la sua situazione, un principe di natura ignota sia per
essere accordato? Udire all'intorno, continuavano a discorrere gli
oratori favorevoli al vicerè, susurrarsi il nome di un principe
Austriaco: ma quivi appunto avvertissero bene, e bene considerassero gli
avversarj, massime coloro che favellavano di libertà e di signorìa
paesana, a qual partita si mettessero. Da un principe Austriaco adunque
aspettavano il viver libero e franco, da un principe Austriaco congiunto
di sangue coll'antico sovrano del regno, nodrito nelle massime del
comandare assoluto, timoroso necessariamente di Vienna, sovrano di
Milano solamente in apparenza? Di chi sono questi soldati, che ora ci
minacciano? Austriaci. Quali soldati in Milano il condurrebbero?
Austriaci. Quali soldati sulle frontiere nostre sovrasterebbero?
Austriaci. Conoscono essi queste terre, le conoscono e le bramano. Se
mancheran le cagioni, non mancheranno i pretesti, e ad ogni piè sospinto
l'illuvie Tedesca inonderà il regno: cagioni e pretesti saranno, il non
obbedire puntualmente e sommessamente a quanto da Vienna si sarà
comandato. Ora quale independenza vi possa essere con un timore perpetuo
non si vede. A chi ricorrerebbero questi partigiani d'Austria, a chi
ajuto domanderebbero? Forse all'Inghilterra avara, che fa traffico di
tutti? ai principi assoluti d'Europa, che più temono una constituzione
che un esercito? alla Francia indebolita, e che non vuol camminare se
non con Napoleone, e che con Napoleone più camminare non può?
concorrerebbero al principe Austriaco tutti gli amici dell'antico
reggimento d'Austria, concorrerebbero gli amatori dell'imperio
illimitato, concorrerebbero i malcontenti, e se gl'interessi nuovi, se
la libertà nascente, se le opinioni radicate da vent'anni in mezzo a
tanto diluvio di elementi contrarj si potessero conservare salve, ogni
uomo prudente potrà giudicare. Chi sarebbe naturalmente, e quasi per
intima necessità nemico della libertà dei regno? Certo sì veramente
l'Austria. A qual modo puossi la libertà difendere dagli assalti
forestieri? Certo sì veramente coi soldati e colle armi. Ora, chi
affermare potrebbe, che un principe Austriaco fosse per apprestar armi e
soldati Italici per ostare alle cupidigie dell'Austria? parere, anzi
esser certo, che il regno di un principe Austriaco sarebbe, non
independenza, ma dipendenza, non libertà, ma servitù, non quiete, ma
discordia e turbazione. Vienna, non Milano reggerebbe. Con Eugenio re
ogni via appianarsi, con un principe forestiero non Austriaco ogni
difficoltà crescersi, con un principe Austriaco molte difficoltà torsi,
ma fondarsi la servitù. Valessero adunque, concludevano, le virtù di
Eugenio, valesse il suo amore per l'Italia, valesse la contratta
abitudine di lui, valessero i felici augurj testè venuti da Parigi:
essere pazzìa in tante tenebre non seguitar quel lume solo, che la
fortuna appresentava davanti. Se qualcheduno desiderasse di viaggiar
senza filo in un laberinto, senza bussola in mare, senza lume in un
abisso, sì il facesse; ma nè desiderarlo, nè volerlo fare gli Estensi, i
quali credevano, che con danno sempre si fa spregio della fortuna.
Dalla parte contraria acerbissimamente contrastavano i senatori
Guicciardi e Castiglioni, principalmente quest'ultimo, che con molto
empito procedeva in queste cose, e mescolava doglianze gravissime degli
Estensi: a loro si accostavano molti altri Milanesi di nome, di
ricchezza e d'alto legnaggio. Non potere restar capaci, dicevano, come
con Eugenio si potesse aver la independenza, come si potesse aver la
libertà. Sarebbe Eugenio più ligio, e più dipendente dall'Austria, che
un principe Austriaco stesso: perchè non avendo parentela, nè
connessione con altro potentato d'Europa di primo grado, là sarebbe
obbligato a cercare per l'interesse della conservazione propria gli
appoggi, dove gli troverebbe: nè altro potrebbe esservene per lui che
nell'Austria, perchè in lei sola potrebbe sperare, come vicina e
potente, di lei sola temere. Credere forse gli avversarj, ch'ei nol
farebbe per altezza d'animo? Ma oltrechè non mai i principi credono di
derogare alla dignità loro, in qualunque modo soggettino i popoli,
purchè gli soggettino, quali sono i segni del pensare onorato d'Eugenio?
Forse lo aver dato la metà del regno in potestà di Bellegarde? Forse i
secreti abboccamenti avuti con lui, di cui più si sa, che non si dice?
Forse lo avere spogliato il reale palazzo di Milano? Forse i donativi
promessi per queste stesse perniziose e fatali trame? Forse Mejean e
Darnay qua mandati a subornar gli spiriti, Mejean e Darnay, non solo
sostenitori acerbi e tenacissimi di tirannide, ma ancora denigratori
assidui di quanto havvi nel regno di più alto, di più nobile, di più
generoso? Forse la elevazione dell'animo di Eugenio pruova lo sprezzo
fatto di quei soldati, di cui egli era capitano pagato e richiedente?
Gl'Italiani fatti scherno di un giovane di prima barba, e che nome non
ha, se non da chi ne ha uno odiosissimo! Dicano l'altezza d'Eugenio le
prezzolate ed udite spie, dicanla gli esilj dei più generosi cittadini,
dicala la tirannide sul parlare e sullo scrivere usata. Non è punto da
dubitare adunque, che siccome egli non abborrirebbe per natura dal più
dimesso partito, così ancora per necessità il piglierebbe, e più sarebbe
certamente governato austriacamente il regno da Eugenio, che da un
principe Austriaco. Certo sì, che i comandamenti arriverebbero da
Vienna, non dal reale palazzo di Milano. Di ciò già manifesti segni
essere le umili cortesìe usate a Bellegarde, le cedute fortezze, i messi
mandati al campo dell'imperatore Francesco, i messi mandati alle
Parigine trattazioni; dimostrarlo quelle medesime proposte, che allora
andavano su per le panche senatorie. Che se poi di Austriaco principe si
trattasse, ancorchè questo fosse l'estremo partito che solo la necessità
dovrebbe indurre, non visse beata e da se medesima la Toscana sotto un
principe Austriaco lungo tempo? Duri e renitenti certamente essere i
principi Austriaci, sclamavano i sostenitori di questa sentenza, al
giurare liberi patti, ma esserne anche fedeli osservatori, se giurati
gli abbiano; i Napoleonidi non del pari, perchè corrivi al giurare,
corrivi al violare, delle promissioni non si curano, se non per
l'utilità. Udite, udite, vociferavano, che di Prina si parla per
mandarlo delegato, che di Paradisi si parla per mandarlo delegato! Sì
per certo, Prina, amatore tanto tenero di libertà, Paradisi, che a
qualunque più pericoloso partito si getterebbe piuttosto che sentir
odore Austriaco, e ben sanne il perchè! Questi sono i mezzi
dell'independenza, questi i difensori della libertà. Del resto le
nazioni, non le parti o le sette fanno le mutazioni degli stati, nelle
importanti ed uniche occorrenze. Chi potrà affermare, che gl'Italiani
vogliano Eugenio per re? Forse i soldati che lo odiano? Forse i
cittadini che non l'amano? Il chiamarlo sarebbe stimato macchinazione di
pochi, non volontà di tutti, nè tanto sono i principi collegati
ignoranti degli umori che corrono, che queste evidenti cose non
sappiano.
Tutta la nobiltà Milanese Eugenio impugna, ed un vivere libero pretende:
tutto il popolo mosso, che a queste mura grida intorno e minaccia, solo
perchè ha udito susurrare della confermazione di Eugenio, della
continuazione, se non del dominio, almeno delle consuetudini di Francia.
Generose armi stanno in mano de' principi collegati, generose cagioni
gli muovono, a generose cose intendono, nè questo momento ad alcun'altra
età si rassomiglia. Proponete loro, non quello che pochi vogliono, ma
quello che vogliono tutti, proponete loro una risoluzione grande, non la
domanda di un principotto, docile allievo di un tiranno, proponete loro
un vivere largo e generoso, non una vita piena di spie e di carceri, e
sarete esauditi. Questo vogliono gl'Italiani, questo vogliono i principi
alleati, questo vogliono i cieli che non han sommosso il mondo, perchè
continui a regnare in Milano Napoleone Buonaparte sotto nome di Eugenio
Beauharnais. No, sclamavano vieppiù infiammandosi, non vogliamo Eugenio,
no, non vogliamo Prina, nè Mejean vogliamo, nè Darnay: bensì vogliamo un
principe, che collegato di sangue con qualche ceppo potente d'Europa,
non abbia bisogno di adulare e di concedere per sussistere: vogliamo un
principe, che giuri libertà per conservarla, non per ispegnerla;
vogliamo un principe, che conosca, e sappia, e senta quanto nobile sia
questo Italico regno, quanto generosi questi Italici abitatori, quanto
alte sorti a lui ed a loro siano dai cieli favorevoli preparate: assai e
pur troppo di Francia avemmo, assai e pur troppo di Napoleonici capricci
pruovammo: ora in tanta aspettazione di cose, in tanta sollevazione di
mondo, altrove si volgano gl'Italiani consigli, che l'avere sofferto dee
dar luogo al godere; non a nuovo sofferire.
Decretava il senato, che si mandassero tre legati ai confederati,
supplicandogli, ordinassero che cessassero le offese: domandassero i
legati, che il regno d'Italia fosse ammesso a godere l'independenza
promessa, e guarentita dai trattati, testificassero quanto il senato
ammirasse le virtù del principe vicerè, e quanta gratitudine pel suo
buon governo avesse.
Seppesi la deliberazione. Fece la parte contraria, che abborriva dal
nome di Eugenio, un concerto. Entraronvi i capi principali dell'armi, le
case più eminenti di Milano, principalmente Alberto Litta, che
accarezzato da Buonaparte, non aveva mai voluto accettar cariche,
preferendo un vivere privato onorevole ad un vivere pubblico abietto.
S'aggiunsero i negozianti più ricchi, e fra gli scienziati e letterati i
meno paurosi. Il nome dell'independenza era in bocca a tutti, l'amore
nel cuore; nè mai in alcun moto che abbian fatto le nazioni in alcun
tempo nelle più importanti faccende loro, tanto ardore e tanta unanimità
mostrarono, quanta gl'Italiani in questa. Domandavano che si
convocassero i collegi elettorali. Era il venti aprile quando, essendo
il senato raccolto nella sua solita sede, una gran massa di gente,
gridando, a lui traeva: era il cielo nuvoloso e scuro, pioveva
leggermente, una apparenza sinistra spaventava gli spiriti tranquilli. I
commossi non si ristavano. Eranvi ogni generazione d'uomini, plebe,
popolo, nobili, operai, benestanti, facoltosi. Notavansi principalmente
fra l'accolta moltitudine Federigo Confalonieri, i due fratelli Cicogna,
Jacopo Ciani, Federigo Fagnani, Benigno Bossi, i conti Silva,
Serbelloni, Durini e Castiglioni. Le donne stesse, e delle prime,
partecipavano in questo moto gridando ancor esse _patria e independenza,
non Eugenio, non vicerè, non Francesi_; una donna De-Capitani, una
marchesa Opizzoni, ed altre non poche. Era tutta questa gente volta a
bene, ed il male, non che avesse fatto, non l'avrebbe neppure pensato.
Ma come suole, incominciavano ad arrivare e da Milano e dal contado
uomini ribaldi, che volevano tutt'altra cosa piuttostochè
l'independenza. Queste parole scritte andavano attorno: «Hanno la Spagna
e l'Alemagna gittato via dal collo il giogo dei Francesi; halle l'Italia
ad imitare.» Gonfalonieri a tutti avanti gridava: «Noi vogliamo i
collegi elettorali, noi non vogliamo Eugenio». Fuggirono i senatori
partigiani del principe, il senato si disciolse. Entrò il popolo a furia
nelle sue stanze, il conte Gonfalonieri il primo, e tutto con estrema
rabbia vi ruppero e lacerarono. Gridossi da alcuni uomini di mal affare
mescolati col popolo, Melzi, Melzi, e già si mettevano in via per
andarlo a manomettere. Un amico di lui gridò, Prina: era Prina più
odiato di Melzi, ed ecco, che corsero a Prina, e flagellatolo prima
crudelmente, l'uccisero con insultar anco al suo sanguinoso cadavere
lungo tempo. Cercarono di Mejean e di Darnay; non gli trovarono. La
folla frenetica, messa le mani nel sangue, le voleva mettere nelle
sostanze. Già le case si notavano, già le porte si rompevano, già le
suppellettili si recavano; la opulenta Milano andava a ruba. A questo
passo i possidenti ed i negozianti, ordinata la guardia nazionale
frenarono i facinorosi, e preservarono la città.
Il vicerè che tuttavia sedeva in Mantova, uditi i moti di Milano,
indispettitosi, diè la fortezza in mano degli Austriaci: atto veramente
biasimevole, del quale perpetuamente la posterità accuserà Eugenio;
imperciocchè gli uomini giusti e grandi non operano per dispetto, nè
Mantova era d'Eugenio, ma degl'Italiani: miserabili calate dei
Napoleonidi. Napoleone tutto stipulava per se, nulla pe' suoi a
Fontainebleau, Eugenio non solo nulla stipulava pe' suoi, ma ancora
tutto quel maggior male fece loro, partendo, che potè. Partiva da
Mantova per la Baviera, le Italiche ricchezze seco portando. Per poco
stette, che le memorie di Hofer nol facessero uccidere in Tirolo, nuovo
dolore mandatogli dal fato, che chiamava a distruzione i Napoleonidi.
I collegi elettorali, adunatisi, crearono una reggenza. Decretarono che
le potenze alleate si richiedessero dell'independenza del regno, di una
constituzione libera, e di un principe Austriaco, ma independente:
alzavano le loro speranze le parole pubblicate dai confederati del
volere l'independenza delle nazioni. S'appresentarono Fè di Brescia,
Gonfalonieri, Ciani, Litta, Ballabio, Somaglia di Milano, Sommi di
Crema, Beccaria di Pavia, legati, a Francesco imperatore a Parigi.
Esposte le domande, rispose, anche lui essere Italiano: i suoi soldati
avere conquistato la Lombardia: udirebbero a Milano quanto loro avesse a
comandare. Entrarono gli Austriaci in Milano il dì ventotto aprile:
Bellegarde ne prendeva possessione in nome dell'Austria il dì ventitrè
di maggio. Così finì il regno Italico.
Continuava Genova in potestà d'Inghilterra; vivevano i Genovesi
confidenti della conservazione dell'antica repubblica. Gli confortavano
la rintegrazione promessa dagli alleati di ciascun nel suo, e le
dimostrazioni Bentiniane. Ma ecco il congresso di Vienna decretare,
dover Genova cedere in potestà del re di Sardegna.
A questa novella il governo temporaneo nel seguente modo favellava ai
popoli Genovesi: «Informati, che il congresso di Vienna ha disposto
della nostra patria, riunendola agli stati di Sua Maestà il re di
Sardegna, risoluti da una parte a non lederne i dritti impreteribili,
dall'altra a non usar mezzi inutili e funesti, noi deponiamo
un'autorità, che la confidenza della nazione, e l'acquiescenza delle
principali potenze avevano comprovata.
«Ciò, che può fare per i diritti e la restaurazione de' suoi popoli un
governo non d'altro fornito che di giustizia e ragione, tutto, e la
nostra coscienza lo attesta, e le corti più remote lo sanno, tutto fu
tentato da noi senza riserva, e senza esitazione. Nulla più dunque ci
avanza, se non di raccomandare alle potestà municipali, amministrative e
giudiziali l'interino esercizio dell'ufficio loro, al successivo governo
la cura dai soldati che avevamo cominciato a formare, e degl'impiegati
che hanno lealmente servito, a tutti i popoli del Genovesato la
tranquillità, della quale non è alcun bene più necessario alla nazione.
Dalla pubblica alla privata vita ritraendoci, portiamo con esso noi un
dolce sentimento di gratitudine verso l'illustre generale, che conobbe i
confini della vittoria, ed un'intiera fiducia nella provvidenza divina,
che non abbandonerà mai i Genovesi.»
Queste furono le ultime protestazioni, le ultime querele, e le ultime
voci dell'innocente Genova. Il giorno susseguente, che fu addì venzette
dicembre, un Giovanni Dalrymple, comandante dei soldati del re Giorgio,
ne assunse il governo: la diede poscia in mano ai legati del re Vittorio
Emanuele.
Così l'Italia, dopo una sanguinosa e varia catastrofe di vent'anni,
dalla quale dieci terremoti, e non so quanti volcani sarebbero stati per
lei migliori, si ricomponeva a un di presso nello stato antico. Tornava
Vittorio Emanuele in Piemonte, Francesco in Milano, Ferdinando in
Toscana, Pio in Roma: passò Parma dai Borboni agli Austriaci; conservò
Giovacchino il real seggio di Napoli, ma non per durare; le Italiane
repubbliche spente: l'acume del secolo trovò, che la legittimità è nel
numero singolare, nel plurale no. Solo fu conservato l'umile San Marino,
forse per un tratto d'imitazione di più degli andari Napoleonici: la sua
esiguità e povertà non eccitavano le cupidità di nissuno. Cedè Venezia a
Francesco, Genova a Vittorio. Nè furono i governi di Francesco, di
Vittorio, di Ferdinando e di Pio sdegnosi: solo non misurarono la
grandezza delle mutazioni fatte nelle menti e nel cuore degli uomini, da
sì grandi e sì lunghi accidenti, imperciocchè se esse mutazioni erano,
come alcuni pretendono, malattie, richiedevano convenienti rimedj.
Giudicheranno i posteri, se i mali che seguirono, debbano agl'infermi od
a chi gli doveva sanare, attribuirsi. Felici Giuseppe e Leopoldo,
principi santissimi, che vollero consolar l'umanità colle riforme, non
ispaventarla coi soldati! Nè ai principi Italiani noi qui parlando,
intendiamo accennare instituzioni all'Inglese, alla Francese od alla
Spagnuola, le quali a modo niuno si convengono all'Italia; ma bensì
riforme che facessero sorgere, a maggior quiete e felicità dei popoli di
questa penisola, siccome già abbiam notato nel precedente libro,
instituzioni peculiari accomodate alla natura degl'Italiani, cosa del
pari facile a concepirsi, che sicura ad eseguirsi. Oltre a ciò la
nobiltà esiste in Europa, ed è indestruttibile. E' bisogna pertanto
farne stima in un ordinamento sociale tendente allo stato libero, come
di un elemento necessario, e darle, come a corpo constituito, quella
parte di potestà politica che le si conviene, perchè sia contenta, e non
tenti usurpazioni nelle altre potestà della macchina sociale. Ciò
eseguito, fia necessario da un altro lato inibirle l'ingresso, e
qualunque ingerenza nella potestà popolare, instituita, quanto
all'Italia, a modo antico, ma bene e prudentemente inteso, non a modo
moderno, che non può esser buono. La divisione tra la nobiltà ed il
popolo è nella natura stessa delle cose, e debb'essere ancora nella
legge politica. Questa è condizione indispensabile sì per la libertà, e
sì per la quiete dello stato, e ad esse niuna cosa è più perniziosa che
una nobiltà in aria, ed una potestà popolare composta di conti e di
marchesi. Questi principj sono veri, e possibili ad esser ridotti
all'atto, o che si viva in monarchìa, o che si viva in repubblica. La
chimera dell'equalità politica ha fatto in Europa più male alla libertà
che tutti i suoi nemici insieme. L'equalità debb'essere nella legge
civile, non nella politica. I principj astratti ed assoluti, in
proposito d'ordinamento sociale, son fatti solamente per indicare i
fondamenti delle cose, non per esser posti in atto senza modificazione;
perchè le passioni, che sono la parte attiva dell'uomo, generano
movimenti disordinati, che bisogna frenare. Sono essi principj in
economia politica ciò, che sono i geometrici nella meccanica, le
passioni, in quella, ciò che l'attrito delle macchine, ed altri
accidenti prodotti dalla natura della materia, in questa; e così come si
tien conto dell'attrito nell'ordinar le macchine, si dee tener conto
delle passioni nell'ordinar la società. L'effetto che si desidera, è la
libertà, cioè l'esatta e puntuale esecuzione della legge civile uguale
per tutti, ed un'uguale protezione della potestà sociale per ciascuno,
sì quanto alle persone, come quanto alle sostanze. Purchè si ottenga
questo fine, non si dee guardare alla qualità dei mezzi, e mezzi di
diversa natura, secondo la diversità delle nazioni, vi possono condurre.
Chi risolvesse bene questo problema, «sino a qual segno ed a qual parte
dell'equalità politica si debba rinunziare per meglio assicurare la
libertà, e l'equalità civile», farebbe un gran servizio all'umanità. Ma
di ciò più ampiamente altri più capaci di noi.
Noi intanto, terminata questa gravosa fatica, alla quale piuttosto per
desiderio altrui che nostro ci mettemmo, qui deponiamo la penna, e qui
diamo riposo alla mente oggimai troppo travagliata e stanca.
FINE DEL TOMO VI ED ULTIMO.
INDICE DEL PRESENTE VOLUME
1806
Guerra colla Prussia _Pag._ 5
È vinta a Jena 7
Battaglia di Eylau 7
1807
I Russi vinti a Fridlandia 8
Napoleone ed Alessandro si spartiscono il mondo 8
Trattato del Niemen 8
Adulazione verso Napoleone 9
Gamboni patriarca di Venezia a Parigi 10
Camillo Borghese governa Torino 10
Napoleone scende in Italia 10
Il Portogallo tolto alla casa di Braganza 12
Il re di Etruria mandato in Portogallo 13
Menou in Toscana 13
Degerando 14
Giunta di Toscana e suo governo 14
Elisa gran duchessa del ducato di Toscana 16
1808
Parma unita alla Francia 16
Condizione dell'Italia 16
Opere magnifiche di Napoleone 20
Napoleone insidia la Spagna 21
Il re Carlo mandato a Marsilia 22
Ferdinando di Spagna prigione a Valençay 22
Giuseppe re di Spagna 22
Gioacchino Murat re di Napoli 22
Napoleone si abbocca con Alessandro ad Erfurt 23
Gioacchino a Napoli 23
Cardinale Firrao 24
Capri in mano degli Inglesi 25
Hudson Lowe 25
Capri ripresa dai Napolitani 25
Modo con cui governa Gioacchino 27
Carbonari, loro origine 29
Allettati dal re Ferdinando e da Carolina 32
Principe di Moliterno 32
Disordini in Calabria 34
Napoleone disturba il papa 35
Nuove domande al papa 44
Miollis va a Roma 46
Alquier 46
Cardinale Casoni 46
Francesi entrano in Roma 47
Cardinali Napolitani e del regno d'Italia intimati
a partire 49
Violenze de' Francesi 50
Frici e Bracci colonnelli 51
Miollis s'impadronisce del Vaticano 52
Monsignor Cavalchini 53
Parole del papa a Napoleone 53
Parte dello stato pontificio unito al regno d'Italia 54
Generale Lemarrois 54
Monsignor Rivarola 54
Cardinal Gabrielli 56
Il papa non acconsente al giuramento 57
Modificazione di Eugenio 58
Ostinazione del papa 59
Sua protesta 61
1809
Pensieri dell'Austria 66
Suoi apparecchi 67
Arciduca Carlo 68
Bellegarde 68
Arciduca Giovanni 69
Giulay 69
Marmont 69
Apparecchi di Napoleone 70
Eugenio governa la guerra d'Italia 70
L'arciduca Giovanni dichiara la guerra 71
Suo manifesto 71
Assedia Osopo e Palmanova 75
Seras, Severoli e Barbou 76
Colonnello Giflenga 77
Teste ferito 77
Battaglia di Sacile 77
Eugenio si ritira all'Adige 77
Lamarque e Durutte 77
Macdonald 77
Abitatori di Crispino si sollevano 78
Arciduca Carlo entra in Baviera 78
Jellacich mandato in Tirolo 79
Sollevazione de' Tirolesi 79
Andrea Hofer 79
I Bavari si arrendono ai Tirolesi 81
Chasteler mandato in Tirolo 82
Vittorie di Napoleone 83
L'arciduca Giovanni si ritira dall'Italia 83
Battaglia a Conegliano 85
Il vicerè si avvicina a Vienna 87
Macdonald 87
Marmont combatte in Dalmazia 88
Parole di Napoleone agli Italiani 89
Battaglia di Giavarino 90
Battaglia di Vagria 90
Pace tra Francia ed Austria, cessioni di quest'ultima 91
I Tirolesi continuano 92
Fine di Andrea Hofer 93
Decreto di Vienna che unisce Roma all'impero francese 95
Miollis al governo di Roma 96
Protesta del papa 96
Scomunica Napoleone 98
È arrestato 99
Cardinale Pacca 99
Generale Radet 99
Diana 99
Ceracchi 99
Il papa è condotto a Savona 101
Pacca mandato a Pietra Castello 102
Deputati Italiani in Francia 102
Opinione di Napoleone su Tacito 102
Governo di Roma francese 105
Stipendi 107
Faccenda dei giuramenti 108
Dalpozzo 109
1810
Vescovi 112
Baccolo vescovo di Famagosta 112
Canonici 113
Curati 113
Soppressione dei conventi 114
Buone opere della consulta 114
Convento di san Basilio di Grottaferrata 116
Convento di Camaldoli 116
La Propaganda 117
Imitata dagli eterodossi 121
Missionari 121
Stamperia della Propaganda 124
Opere di musaico 124
Napoleone vuole visitar Roma 126
Carolina di Sicilia si disgusta degl'Inglesi e stringe
pratiche con Napoleone 127
Gioacchino tenta la Sicilia 128
Carolina esiliata dalla corte 130
Briganti in Calabria 130
Manhes generale 131
Capobianco ucciso 134
Talarico di Carlopoli 135
Parafanti 135
Immagini di Napoleone nelle chiese di Ancona 139
Pio VII prigione a Savona 140
Cardinale Spina 141
Ostengo 141
Conte Chabrol 142
Conte Sarmatoris 142
Cesare Berthier 143
Ugo Maret 143
Pensieri di Napoleone sul papa 150
Pio pensa a riunire gli eterodossi 153
Disordini nella Chiesa 154
Cardinal Caprara 154
Concilio di Parigi 157
Ripiego di Napoleone 160
Nuovi disordini 161
Maury arcivescovo di Parigi 162
Dastros messo nelle segrete 164
Querele e minacce di Napoleone 165
1811
Consiglio ecclesiastico 172
Opinioni de' Giansenisti Italiani 179
Teologi che difendono il papa 183
Concilio nazionale a Parigi 194
Proposte di Napoleone al papa 195
Pio cala ad accordi 200
Sua sinderesi 202
Nuove richieste di Napoleone 204
Sue minacce 208
Pio condotto in Francia 210
1812
Accidenti di Sicilia 212
Marchese Artali 213
Sua crudeltà 214
Giovanni Stuard 215
Cavaliere Medici 216
Duca d'Ascoli 216
Intrighi di Carolina 216
Disordini in Sicilia 217
Parlamento 219
Principe di Belmonte 220
Riforma in Sicilia 221
Medici rinuncia 222
Secondo parlamento 222
Ripieghi di Tommasi 222
Baroni arrestati 224
Disegni degl'Inglesi 225
Bentink in Sicilia 225
Sue minacce a Carolina 227
Carolina si ritira dagli affari 228
Nuova costituzione 229
1813