destra del Po, lo accostamento del re di Napoli alla lega, e la presenza
delle sue numerose schiere nel Modenese, toglievano al vicerè ogni
possibilità di conservare gli alloggiamenti dell'Adige. Fatti pertanto
gli apprestamenti necessarj, si tirava indietro e andava a porsi alle
stanze assai più sicure del Mincio. Il dì otto febbrajo usciva
ottimamente ordinato a campo per combattere in una campale battaglia
Bellegarde. La principale schiera, in cui risplendeva la guardia reale,
sortendo da Mantova, s'incamminava alla volta di Valeggio: la
cavallerìa, traversato il fiume a Goito, accennava a Roverbella, e
perchè il nemico fosse anche infestato alle spalle, il generale Zucchi
colle genti più leggieri muoveva i passi verso l'isola della Scala. Per
non lasciare poi libero campo a Bellegarde dalla parte superiore, il
vicerè ordinava a Verdier, che congiuntosi prima con Palombini, varcasse
il Mincio a Mozambano, e gisse ad urtare il nemico a Valeggio. Ognuno
passato il fiume, correva ai luoghi destinati, quando la fortuna per un
accidente improvviso ridusse il disegno bene ordinato ad un moto
disordinato. Nel momento stesso in cui Eugenio si proponeva di assalire
Bellegarde sulla sinistra del Mincio, si era Bellegarde risoluto ad
andare a trovare Eugenio sulla destra. Dal quale impensato accidente
nacque, che il vicerè, in luogo di trovare tutto l'esercito nemico a
Roverbella, non ebbe più a combattere che col suo retroguardo, per modo
che la vanguardia Francese era venuta alle mani col retroguardo Tedesco.
Appoco appoco, e l'una dopo l'altra tutte le schiere delle due parti, sì
quelle che avevano passato, come quelle che erano rimaste sulla
sinistra, ingaggiavano la battaglia; combattevano furiosamente. Avevano
i Francesi e gl'Italiani il vantaggio; ma per poco stette, che una rotta
di cavallerìa dalla parte loro non mandasse le cose alla peggio. Pure,
fatto un nuovo sforzo, si rannodavano, e si pareggiò la battaglia.
L'esito fu, che Bellegarde fu costretto a tornarsene sulla sinistra del
Mincio, ma intero e ristretto; il che obbligò anche il vicerè a
ritirarsi tutta la sua forza sulla destra.
Intanto Eugenio si accorgeva, che non era più in sua facoltà d'indugiar
a soccorrere alle cose di oltre Po, che per l'invasione dei Napolitani
diventavano ogni ora più difficili. Aveva già provveduto che con qualche
maggiore fortificazione si munisse Piacenza, alla guardia della quale
aveva preposto con soldati di nuova leva, e con qualche veterana banda
Italiana i generali Gratien e Severoli. Ma aggravandosi il pericolo vi
mandava con qualche ajuto di nuove genti Grenier, nella perizia del
quale consisteva massimamente la condotta, e la somma della guerra in
quegli estremi momenti. Formava l'antiguardo del nemico Nugent co' suoi
Tedeschi, Istriotti ed Italiani; il retroguardo Giovacchino co' suoi
Napolitani. Come prima Grenier arrivava, rincacciava con forte rincalzo
all'ingiù Nugent, e lo sforzava a tornarsene più che di passo al Taro.
Quivi, essendo sopraggiunti i Napolitani, faceva vista di volersi
difendere, ma tanto fu audace e destro Grenier, che, passato in tre
luoghi il fiume, di nuovo sforzava gli avversarj alla ritirata sino
all'Enza. Nugent però, sperando di arrestare l'impeto di Grenier, si era
fermato con tremila soldati a Parma. Il Francese, urtando la città da
ogni parte, vi entrava per viva forza, ritirandosene a tutta fretta
colla minor parte de' suoi soldati il Tedesco. Combattessi in questo
fatto molto aspramente a ferro ed a fuoco, con gran terrore dei
cittadini. Il re di Napoli, tornato più grosso, e sforzato finalmente il
passo del Taro, già s'avvicinava a due miglia a Piacenza. Quivi
l'arrestavano, non la forza degli avversarj, ma più alte e più
strepitose sorti.
Pellew e Bentink comparivano in cospetto di Livorno: avevano molte e
grosse navi con seimila soldati da sbarco, Italiani, Siciliani, Inglesi.
Il governatore vuotò la città per patto: vi entrarono gl'Inglesi il dì
otto marzo. Suonavano le armi, suonavano le parole, si scrivevano i
manifesti, si sventolavano le bandiere dell'Italiana independenza.
Bentink in questo si mostrava molto acceso, Wilson il secondava.
Bentink a questo modo parlava con pubblico manifesto agl'Italiani: «Su,
diceva, Italiani, su; ecco che siam qui per ajutarvi; ecco che siam qui
noi per levarvi dal collo il fero giogo di Buonaparte. Dicanvi il
Portogallo, la Spagna, la Sicilia, la Olanda quanto a generosità intenda
l'Inghilterra, quanto l'interesse non curi. Libera è la Spagna pel suo
valore, libera per l'assistenza nostra. Per l'uno e per l'altra ella
condusse a fine un'opera fra le belle bellissima. Cacciato dai felici
suoi campi il Francese, fermovvi la sua sede l'independenza, fermovvela
la libertà. Sotto l'ombra dell'Inghilterra fuggì la Sicilia le comuni
disgrazie; poscia per beneficio di un giusto principe da servitù a
libertà passando, ora dimostra quanto un vivere non soggetto, a gloria
ed a felicità conferisca. L'Olanda ancor essa intende a libertà. Or sola
l'Italia rimarrassi in ceppi? Or soli gl'Italiani le sanguinose spade
gli uni contro gli altri volteranno per fare che la patria loro sia
serva di un tiranno? A voi spezialmente questo discorso s'indirizza, o
guerrieri dell'Italia, a voi, in cui mano ora sta il compire la generosa
impresa. Questo da voi non si chiede, che a noi venghiate: solo le voci
nostre vi ammoniscono, che i vostri diritti rivendichiate, che a libertà
vi restituiate. Applaudiremo lontani, accorreremo chiamati, e se le
vostre congiungerete alle forze nostre, fia che l'Italia risorga alle
sue antiche sorti, fia che di lei suoni quant'ora della Spagna suona».
In questa forma l'Inglese allettava gl'Italiani: drappellava intanto le
insegne delle mani giunte, sperando con queste parole e dimostrazioni di
far muovere i popoli.
Ma siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto giungeva alle
parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno, che Genova si guardava solamente
da duemila soldati. Parvegli occasione propizia, perchè era sito di
unica importanza, sì per la sua grandezza, sì per la comodità dei porto,
e sì per l'agevolezza che acquista chi ne è signore, di scendere nelle
pianure del Piemonte e della Lombardìa. Inoltre abbondava di armi e di
munizioni navali. Pertanto Bentink si accingeva ad espugnarla. Suo
pensiero era di mandar le fanterìe per le strade difficili del
littorale, le munizioni pei bastimenti sottili, le armi e gl'impedimenti
più gravi per le navi grosse. Giunto a Sestri di Levante, udiva che
nuovo soccorso era entrato per custodir Genova, per forma che il
presidio sommava a seimila soldati, presidio insufficiente alla vastità
delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura l'impresa: il
reggeva Fresia. Si era egli, per opporsi agli sforzi di Bentink,
ordinato per modo che distendendosi dai forti Richelieu e Tecla,
occupava col centro il villaggio di san Martino, e quindi arrivava colla
destra, per uno spazio intricato di giardini e di ville, sino al mare.
Non aveva l'avversario speranza di poter impadronirsi della piazza per
una lunga oppugnazione con sì pochi soldati: pure molto gl'importava,
che, in mezzo a tanti romori, e per non lasciargli raffreddare, Genova
si prendesse. Da questo conseguitava, che gli era necessità
d'insignorirsene per un assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che
mostravano un grandissimo ardore, ed una prontezza incredibile a fare
quanto egli volesse. Mandava gl'Italiani condotti dal colonnello
Ciravegna, soldato pratico ed animoso, che ancor egli sventolava le
bandiere dell'independenza, a far opera contro una punta di monte, che
sta a sopraccapo ed a fronte del forte Tecla. Spediva un'altra parte
degl'Italiani contro il forte Richelieu, mentre un Travera colonnello,
dal monte delle Fascie scendendo, con Greci e Calabresi, se ne giva a
guadagnare un'eminenza, che al forte medesimo sovrasta. Quest'era lo
sforzo che faceva a dritta e nelle parti di sopra; ma sotto e più
accosto al mare mandava i fanti Inglesi, sotto la condotta dei generali
Montresor e Macfarlane, con ordine di sgombrare, quanto possibil fosse,
gl'impedimenti del paese, e di assaltar l'inimico. Succedevano i fatti a
seconda de' suoi pensieri. Ciravegna, che combatteva sulla punta estrema
a destra, spintosi avanti con singolar valore, cacciava il nemico
dall'altura, e s'impadroniva di tre cannoni di montagna, il quale
accidente vedutosi dai difensori del forte Tecla, l'evacuarono, in
potestà del vincitore lasciandolo. Anche l'eminenza superiore al forte
Richelieu fu presa dai Greci e Calabresi. Gl'Italiani ancor essi
s'avvicinavano al forte. Non volendo il presidio aspettare l'ultimo
cimento, si arrese a patti. Sulla sinistra dei confederati si sostenne
la battaglia più lungo tempo, sì per la natura dei luoghi opportuna alle
difese, come per la valorosa resistenza dei difensori: pure gl'Inglesi
guadagnavano del campo. Finalmente gli assediati, vedendo che per la
perdita dei forti Tecla e Richelieu correvano pericolo di esser presi
alle spalle, fecero avviso di ritirarsi del tutto dentro le mura,
lasciando le difese esteriori in poter dei confederati. Già per opera di
Bentink si piantavano le batterìe per fulminare la città. In questo ad
accrescere il terrore, arrivava sopra Genova Edoardo Pellew con tutta la
sua armata, attelandosi a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentink
si aggiungevano i grossi, e le bombarde di Pellew, per modo che
nell'assalto che si vedeva imminente, ogni cosa presagiva un successo
prospero a chi assaltava. Si venne in sul convenire: Fresia s'arrese il
dì diciotto aprile.
Bentink, acquistata la possessione di Genova, d'allettamento in
allettamento passando, faceva sorgere speranze di franco stato nei
Genovesi. Forse credeva che i confederati avrebbero avuto più rispetto a
questa condizione, se fosse e fatta sperare con parole e cominciata col
fatto, che s'ei fosse stato sul severo, e non avesse parlato d'altro che
di conquista. Ordinava pertanto un governo preparatorio: voleva ch'egli
reggesse i dominj Genovesi secondo gli ordini della constituzione del
novantasette, e insino a che si statuissero quelle modificazioni, che
l'opinione, l'utilità, lo spirito della constituzione del 1576
richiedessero: che il governo si spartisse in due collegj, come nella
forma antica; che durasse in ufficio sino al primo gennajo
dell'ottocentoquindici, tempo in cui i collegj ed i consiglj fossero
adunati a norma della constituzione. Questi erano i fatti del capitano
d'Inghilterra: i motivi poi pubblicamente detti suonavano, che,
stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato dalle
terre di Genova i Francesi, e che importava che alla quiete ed al
governo dello stato si provvedesse, considerato ancora, che a lui
pareva, che universale desiderio della nazione Genovese fosse il tornare
a quell'antica forma, alla quale era stata sì lungo spazio obbligata
della sua libertà, prosperità e independenza, e considerato finalmente,
che a questo fine indirizzavano i pensieri e gli sforzi loro i principi
collegati, che ognuno fosse rintegrato ne' suoi antichi dritti o
privilegj, voleva, ed ordinava che quello, che i popoli Genovesi
desideravano in conformità dei principj espressi dai collegati, si
risolvesse in atto e si mandasse ad effetto. Alle quali cose dando
esecuzione, chiamava al governo Girolamo Serra in qualità di presidente,
e con lui Francesco Antonio Dagnino, Ipolito Durazzo, Carlo Pico, Paolo
Girolamo Pallavicini, Agostino Fieschi, Giuseppe Negretto, Giovanni
Quartara, Domenico Demarini, Luca Solari, Andrea Deferrari, Agostino
Pareto, Grimaldo Oldoini.
Da tutto questo si vede, se i Genovesi non dovevano concepire speranza
di conservare l'onorato nome, e l'essere antico della patria loro; o se
qualcheduno dalle parole di Bentinck avesse dedotto questo corollario,
che Genova avesse fra breve ad esser data in potestà del re di Sardegna,
certamente sarebbe stato tenuto piuttosto scemo di mente che falso
loico. Ma Castelreagh trovò non so che dritto di conquista, e l'utilità
della lega, motivi appunto di senatusconsulti Napoleonici. Bene era
spegnere Napoleone, e meglio sarebbe stato il non imitarlo.
Già tutta l'Italia era sottratta dall'imperio di Napoleone: solo restava
la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la somma
delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della Senna,
che su quelle del Po. Già sinistri romori si spargevano per Napoleone:
poscia le certe novelle arrivavano, essere i confederati, conducendo con
esso loro tutto lo sforzo d'Europa, entrati trionfalmente in Parigi,
compenso dato da chi regge il cielo a chi regge la terra delle
conquistate Torino, Napoli, Vienna, Berlino e Mosca. Era oltre a ciò
vociferazione in ogni luogo, che Napoleone errasse colle reliquie
dell'esercito per le Sciampagnesi campagne. A ciascuna ora a cose
immense aggiungeva la fama cose immense; nè ugual peso di umane moli si
era agitata nel mondo, dappoichè Scipione vinse Annibale, Belisario
Totila, Carlo Martello i Saraceni, Subieschi i Turchi. Poco stante si
udiva, restituirsi i Borboni in Francia, Napoleone ridotto in
Fontainebleau rinunziare all'imperio, dire l'ultimo vale a' suoi
veterani soldati, accettare per estremo ricetto l'umile rupe d'Elba
isola. Raccontare ai contemporanei sì fatti accidenti fora opera
superflua, poichè la piena fama ne risuona ancora frescamente nelle
orecchie loro: raccontargli degnamente ai posteri, fora opera superiore
all'eloquenza, nè io mi vi accingerei, che conosco l'umile mio stile, ed
il mio tarpato ingegno. Solo dirò, che per le armi più si fece che si
sperasse, che colle parole più si promise, che si attenesse, che la
prosperità fe' dimenticare le affermazioni della paura, e che le vecchie
voglie sormontarono le necessità nuove. Pure si liberò l'Europa da una
volontà sola, e da un dominio soldatesco; e chi guarderà indietro insino
al principio di queste storie, e tutti gli accidenti da noi raccontati
andrà nella memoria sua riandando, sentirà meraviglia, terrore, pietà,
dolore, e contentezza insieme. Gli uomini straziati, le opinioni
stravolte, le società sconvolte, la forza preponderante, la giustizia
offesa, l'innocenza condannata, le adulazioni ai malvagi, le
persecuzioni ai buoni, la licenza sotto nome di libertà, la barbarie
sotto nome di umanità, la politica sotto nome di religione, e con queste
virtù civili eminenti, ma rare, esempi lodevoli, ma scherniti, valore di
guerra egregio, ma in favore del dispotismo, l'Europa infine divenuta
scherno e vilipendio a se stessa. Se rinsavirà, non si sa, perchè ancor
si sente la puzza degli andamenti Napoleonici: vive l'ambizione in chi
comanda, vive in chi obbedisce, e se fia possibile l'unire la libertà al
principato, è incerto. Da tutta questa lagrimevole tela, come dai
ricordi antichi, almeno questo utile ammaestramento si avrà, che chi,
come Buonaparte, da suddito si fa padrone della sua patria per farla
serva, o il ferro ancide, o la forza atterra.
Come prima pervennero in Italia le novelle della presa di Parigi, e
della rinunziazione di Napoleone, pensò il vicerè a pattuire per la
sicurezza delle genti Francesi, nè si conveniva, che poichè i Borboni,
ai quali erano le potenze amiche, si trovavano rintegrati in Francia, i
Francesi combattessero contro di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con
facilitare le condizioni ai Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le
proprie, e fare in modo che gli alleati usassero contro a lui meno
inimichevolmente la vittoria. A questo fine, uscito da Mantova, si
abboccava con Bellegarde, l'uno e l'altro accompagnati da pochi soldati.
Convennero che si sospendessero le offese per otto giorni, che intanto i
soldati Francesi che militavano col vicerè, passate le Alpi,
ritornassero nell'antiche sedi di Francia; che le fortezze di Osopo,
Palmanova, Legnago, e la città di Venezia si consegnassero in mano degli
Austriaci; che gl'Italiani continuassero ad occupare quella parte del
regno, che ancora era in poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati
del regno di andar a trovare i principi confederati per trattare di un
mezzo di concordia, e che se i negoziati non riuscissero a felice fine,
le offese tra gli alleati e gl'Italici non potessero ricominciare, se
prima non fossero trascorsi quindici giorni, da che i primi si fossero
scoperti delle intenzioni loro. La convenzione di Schiarino-Rizzino, che
in questo luogo appunto si concluse addì sedici aprile, spegneva del
tutto il regno Italico. Perchè, segregati i Francesi dagl'Italiani,
nasceva una tale disproporzione di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi,
che il capitolo, il quale dava quindici giorni di indugio alle ostilità,
era piuttosto derisione che sicurezza.
Era giunto il momento dell'ultimo vale fra gli antichi compagni: i
soldati di Francia salutavano commossi, abbracciavano piangenti i
soldati d'Italia: a loro migliori sorti auguravano; ultimo grado di
disgrazia chiamavano, che la disgrazia gli separasse; offerivano gli
umili abituri loro in Francia; venissero; si ricorderebbero dell'avuta
amicizia, delle comuni battaglie, della con le medesime armi acquistata
gloria; fuorichè Italia non sarebbe, tutto parrebbe loro Italia, la
medesima amicizia, la medesima fratellanza troverebbero; voler essi con
le povere facoltà loro pagare all'Italia il debito di Francia. Così con
militare benevolenza addolcivano i soldati di Francia le amarezze dei
soldati d'Italia. Questi all'incontro ai loro partenti compagni andavano
dicendo: gissero contenti, che se l'Alpi gli separerebbero, l'affezione
e la ricordanza dei gloriosi fatti insieme commessi gli
congiungerebbero; conforto loro sarebbe il pensare, che chi conservava
la patria si ricorderebbe di chi la perdeva; la disgrazia rinforzare
l'amicizia; avere per questo l'amore dei soldati Italiani verso i
soldati Francesi ad essere immenso; vedrebbero quello che in
quell'ultimo eccidio fosse per loro a farsi per satisfazione propria, e
per onore dell'insegne Italiche; ma bene questo credessero, e nel più
tenace fondo dell'animo loro serbassero, che, come gli avevano veduti
forti nelle battaglie, così gli vedrebbero forti nelle disgrazie: queste
speravano di mostrare al mondo, che se più patria non avevano, patria
almeno di avere meritavano. Che Eugenio, e che Napoleone a noi,
dicevano? Gloriosi, gli servimmo, benefici, gli amammo, infelici, fede
loro serbammo: ma per l'Italia i nomi diemmo, per l'Italia combattemmo,
per l'Italia dolore sentimmo: il dolerci per sì dolce madre fia per noi
raccomandazione perpetua a chi con animo generoso a generosi pensieri
intende.
Partivano i Francesi, alla volta del Cenisio e del colle di Tenda
incamminandosi: gli ultimi segni di Francia appoco appoco dall'Italia
scomparivano; ma non iscomparivano nè le ricordanze di sì numerosi anni,
nè il bene fatto, nè anco il male fatto, quello a Francia, questo a
pochi Francesi attribuendosi: non iscomparivano nè i costumi
immedesimati, nè le parentele contratte, nè gl'interessi mescolati: non
iscomparivano nè la suppellettile dell'accresciuta scienza, nè gli
ordini giudiziali migliorati, nè le strade fatte sicure ai viandanti, nè
le aperte fra rupi inaccesse, nè gli eretti edifizj magnifici, nè i
sontuosi tempj a fine condotti, nè l'attività data agli animi, nè la
curiosità alle menti, nè il commercio fatto florido, nè l'agricoltura
condotta in molte parti a forme assai migliori, nè il valor militare
mostrato in tante battaglie. Dall'altro lato non iscomparivano nè le
ambizioni svegliate, nè l'arroganza del giudicare, nè l'inquietudine
degli uomini, nè l'ingordigia delle tasse, nè la sottigliezza del
trarle, nè la favella contaminata, nè l'umore soldatesco: partiva
Francia, ma le vestigia di lei rimanevano. Non venti anni, ma più secoli
corsero dalla battaglia di Montenotte alla convenzione di
Schiarino-Rizzino. La memoria ne vivrà, finchè saranno al mondo uomini.