Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila

soldati, nei quali erano i veterani Italiani venuti di Spagna, i soldati

di nuova leva, e la guardia reale Italiana, bella e valorosa gente;

sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Francesi anch'essi, o

raccolti prestamente dai presidj, o chiamati dalla Spagna, con celeri

passi accorrevano al sovrastante pericolo. Gli partiva in tre principali

schiere; la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle

rive del Tagliamento e dell'Isonzo, terre tante volte già combattute, e

tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Francesi; la seconda

retta da Verdier alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre.

La terza, quest'era l'Italiana, posava a Verona ed a Padova: la

governava Pino, non ancora stato al governo di Bologna. Una parte di lei

sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti era mandata a

custodire l'Illirio: la cavallerìa stanziava a Treviso. Per vigilare

intanto sugli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia,

una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro: quando poi divenne il

pericolo più imminente, fu mandata, sotto il governo di Giflenga, a

combattere in Tirolo contro un corpo d'Austriaci condotto dal generale

Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per

difendere che per offendere, pel picciol numero dei soldati, i presidj,

la maggior parte Italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad

ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più

innanzi, andando a porre il campo principale a Adelsberga, terra poco

distante dalla sponda destra della Sava sulla strada per a Carlobado di

Croazia, e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi alla

sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di

Tarvisio, avendo avuto avviso che Hiller, fatto un assembramento molto

grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei

forti passi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle

regioni superiori dell'affezionato Tirolo.

Quest'era l'ultima fine della tragedia che si rappresentava da venti

anni addietro, toltone pochi intervalli pieni ancor essi, se non di

sangue, almeno di rancori, e di minacce, e d'ambizione, nella dolorosa

Italia. Straziata dagli uni, straziata dagli altri, tutti pretendevano

promesse di felicità per lei; e peggio, che l'una parte e l'altra si

lamentavano ch'ella non si muovesse a favor loro, come se fosse obbligo

di lei di rendere amore per dolore. Ora infine si aveva a definire a chi

dell'Austria o della Francia dovesse rimanere l'imperio d'Italia; se

dovessero prevalere le nuove o le antiche sorti; se il dominio acerbo di

Napoleone si dovesse mitigare o no; se l'Austria tornasse a Milano

mansueta, come n'era partita, o se sdegnosa per le ingiurie; se Francia

od Austria dovessero far dimenticare con le dolcezze di pace le

insolenze e le rapine di guerra; se venti anni di novità dovessero o

produrre secoli simili a loro, od immergersi, senz'altri segni che

quelli delle storie, nel corso rintegrato dei secoli consueti; se a

favellar Francese o Tedesco dovessero apparar gl'Italiani; se finalmente

le parole soavi, che si dicevano agl'Italiani, fossero per loro o pei

padroni; che l'allettare i popoli colle lusinghe per soggettargli fu

sempre, ma più nei nostri tempi che in altri, astuzia di coloro che

intendono ad appropriarsi l'altrui.

LIBRO VIGESIMOSETTIMO

SOMMARIO

Gli Austriaci condotti da Hiller cingono con forze potenti

tutto il regno Italico. I Dalmati ed i Croati insorgono contro

i Francesi. Eugenio si tira indietro. Battaglia di Bassano.

Eugenio sull'Adige. Mala soddisfazione dei generali e soldati

Italiani verso di lui. Nugent coi Tedeschi romoreggia alle

bocche del Po. Giovacchino si scopre contro Napoleone e fa

guerra al regno Italico. Battaglia del Mincio tra Eugenio e

Bellegarde. Bentink sbarca a Livorno, parla d'independenza

agl'Italiani, prende Genova, e promette ai Genovesi la

conservazione dello stato. Sopraggiungono novelle funestissime

per Napoleone; avere i collegati occupato Parigi, lui essere

ridotto colle reliquie de' suoi battaglioni in Fontainebleau,

avere rinunziato, avere accettato per ultimo ricovero l'Elba

isola. Eugenio pattuisce con Bellegarde, e si ritira in

Baviera. Stato degli spiriti in Milano. Tutti vogliono

l'independenza, ma chi con Eugenio re, chi con un principe

Austriaco. Discussioni nel senato in questo proposito.

Sommossa popolare; il senato è disciolto; si convocano i

collegi, che creano una reggenza, e mandano deputati a Parigi

all'imperator Francesco per domandar l'independenza con un

principe Austriaco. Esito della loro missione. Genova data al

re di Sardegna. Conclusione dell'opera.

Gli Austriaci cignendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito

Italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza

presente, ed alla natura loro sempre circospetta molto bene si

conveniva. Sicura era la loro ala destra pei fatti succeduti in

Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei

principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano

i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, per modo che

l'Austria stessa per rispetto della Baviera, nuovo alleato, era

costretta a tenergli in freno, acciocchè non facessero qualche

incomposta variazione. Ma la inclinazione loro rendeva sicuro il loro

paese alle forze Austriache, e dava sospetto al vicerè, perchè potevano

offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione

avevano gli Austriaci sulla loro sinistra: posciachè sapevano che le

popolazioni Dalmate e Croate, essendo infense ai Francesi ed

agl'Italiani loro confederati, erano pronte a sorgere contro i presenti

dominatori; popolazioni armigere, e però di non poca importanza,

massimamente in una guerra, alla quale i popoli, non che i soldati, si

chiamavano. Hiller s'avvisava di condurre per modo la guerra, che

facendosi innanzi con le sue ali estreme, mentre il grosso seguitava nel

mezzo a seconda, ma più tardamente e più prudentemente, desse

continuamente timore al vicerè di essere circuito ed assaltato alle

spalle. Questa forma di guerreggiare doveva necessariamente far

prevalere la fortuna degli Austriaci, perchè procedendo cautamente nel

mezzo, non davano agli avversarj occasione di venire ad una battaglia

campale, dalla quale solamente potevano sperare, se la vincessero, di

redimersi da quel pericoloso passo, al quale erano ridotti. Da questo

anche ne risultava, che si richiedeva, a voler riuscire a buon fine, nel

capitano Francese maggior prudenza che audacia, piuttosto arte di andar

costeggiando l'inimico per impedirgli la campagna, e difficoltargli, in

quanto si potesse fare senza tentar la fortuna, i passi, che coraggio

d'affrontarlo; insomma piuttosto volontà di conservar l'esercito

intatto, in qualunque luogo ei si fosse, che desiderio d'avventurarlo,

perchè in lui, non nei paesi occupati, consisteva la salute, o se non la

salute, almeno le condizioni più onorevoli del regno. Ma il vicerè,

siccome giovane, figliuolo di Napoleone, e tocco ancor egli dal vizio

dei tempi, cioè di far chiaro il suo nome con fatti sanguinosi,

disprezzando il consiglio più salutifero, amò meglio fare sperienza

della fortuna, consumando inutilmente i soldati in piccole fazioni, che

poco o nulla importavano alla somma della guerra, che fuggendo

l'occasione di combattere, ritirargli intieri a' luoghi più sicuri, ed

interi ancora conservargli insino a che la fortuna avesse definito, che

cosa volesse farsi di Napoleone in Germania ed in Francia. Quel sangue

Francese ed Italiano, sparso nell'ultima Croazia e nell'estrema

Carniola, accusano Eugenio o d'ambizione, o d'imperizia, o d'imprudenza.

Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i

presidj, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da

deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno, e

tenendo infestata la campagna, cedettero facilmente. Una presa di

Croati, avvalorata da qualche battaglione d'Austriaci, urtando contro

Carlobado, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati più

oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale

Janin, impotente al resistere. I Croati, che erano stati arruolati sotto

le insegne Francesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle

antiche insegne d'Austria. Mentre a questo modo felicemente si

combatteva per gli Austriaci verso l'Adriatico, mandavano pel corso

della superiore Drava grossi squadroni verso il Tirolo sotto la condotta

di Fenner. Giunti a Brissio scendevano per le rive dell'Adige, con

intento di andar a battere nelle Veronesi e nelle Bresciane regioni. Al

tempo stesso si veniva alle mani sul mezzo: fu preso e ripreso Crinburgo

con molto sangue da ambe le parti. In questi fatti mostrò molt'arte e

molto valore Pino, molto valore e poca arte Bellotti: combattè

felicemente il primo a Lubiana, infelicemente il secondo a Stein. Sorse

un gravissimo contrasto a Villaco, donde gli Alemanni volevano aprirsi

l'adito al passo di Tarvisio per scendere a seconda della Fella nel

cuore del Friuli. Erano i Francesi accorsi al pericolo, e dopo un feroce

combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e

finalmente arsa per opera dei Tedeschi, restarono vincitori: corse il

vicerè con molta virtù in soccorso della città consumata. Gli Austriaci,

seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso

e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro

obbediva. Dalla parte superiore precipitandosi dalle Alpi Tirolesi

minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi

loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il

vantaggio, avevano passato la Sava a Crinburgo ed a Ramansdorf, per dove

facevano sembianza di condursi, per Tolmino, nelle regioni superiori del

Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.

Non era più in potestà del vicerè il resistere, ed appariva che se più

oltre si fosse ostinato starsene sulle sponde della Sava e della Drava,

correva pericolo che gli fosse vietato il ritorno. Avevano gli avversarj

maggior numero di soldati, ed i popoli amici: erano al vicerè minori

forze, ed i popoli avversi. Fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno,

poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre

inutilmente. A questo modo l'Illirio, staccato per la forza dell'armi

Napoleoniche dal suo antico ceppo d'Austria, se ne tornava per la forza

dell'armi di Francesco imperatore alla consueta dominazione. I costumi a

niun rispetto si convenivano coi Francesi, poco con gl'Italiani. Oltre a

ciò vi aveva Napoleone conservato i dritti feudatarj, dandogli in preda

a' suoi soldati, o magistrati più fidi: piacquero a quegli antichi

repubblicani, e gli riscuotevano con duro imperio, senza lasciar neppure

scattar un soldo.

Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci

scesi a Bassano sotto la guida del generale Eckard vi avevano fatto una

testa grossa, ed insistendo alle spalle davano timore di estrema rovina

al vicerè, se presto non si ritirasse. Quivi comparve evidente

l'imprevidenza del principe del non essersi ritirato più maturamente;

perchè per avere la ritirata sicura, fu costretto di combattere a

Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il trentuno ottobre

ed il primo novembre. Rifulse in questo fatto egregiamente il valore di

Grenier. Vinse la fortuna Francese ed Italiana. Entrarono i vincitori, e

pernottarono nella sanguinosa città. Perdettero i Tedeschi circa un

migliajo di soldati, nè fu senza sangue la vittoria agli Eugeniani,

perchè i Tedeschi combatterono acerbamente. Acquistò Eugenio facoltà di

ritirarsi più quietamente sull'Adige: marciava indietro, parte per

Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona, ed a

Legnago. In mezzo a questa ritirata, grave in se stessa, e che

portendeva cose ancor più gravi, perchè già più della metà del regno

Italico era signoreggiata dalle armi Austiache, i soldati Francesi ed

Italiani, ma più i primi che i secondi, si portarono molto lodevolmente,

astenendosi dalle rapine e dagli oltraggi; procedere tanto più da

commendarsi, che la maggior parte credevano, che più non sarebbero

tornati là, donde venivano. Nè è da tacersi, che i Tedeschi a questo

tempo stesso, se si eccettuano le parti rannodate, in cui erano preste

le munizioni, vivevano di rapina, ora qua ora là scorrazzando,

secondochè gli portava o la necessità della guerra, o la cupidità del

sacco; frutti tante volte calpestati della feconda Italia, tante volte

riprodotti, tante volte ricalpestati. Resta, che siccome la sua bellezza

e fertilità destano gli appetiti forestieri, desiderino gl'Italiani, che

ella fera e selvaggia diventi; perchè forse i deserti preserveranno

quello, che l'innocenza non preserva.

Sulle Veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali

semi contro il vicerè; colpa piuttosto sua che di loro. Eugenio o che

prevedesse dai nugoli minacciosi che giravano attorno, che più gli

convenisse mostrarsi Francese che Italiano, o che troppo facili orecchie

prestasse ad alcuni, che presso a lui in molta grazia e suoi consiglieri

più intimi essendo, intendevano ad innalzar se medesimi a pregiudizio

degl'Italiani, si era lasciato uscir di bocca, già insino in Prussia

dopo le disgrazie di Russia, parole di cattivo concetto verso i generali

Italiani. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era

trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto

offesi, siccome quelli che erano parati a tollerare alcuna ingiuria o

indegnità, massimamente Pino, che siccome di maggior nome, sentiva più

vivamente degli altri, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza

fra i soldati: dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed

anche atti aperti di sdegno contro il principe. Le disgrazie inasprivano

viemaggiormente le ferite in quegli animi fieri e bellicosi.

Gl'imputavano il contaminato onore dell'armi Italiane, ed il sangue

inutilmente sparso. Già il nome di forestiero, pessimo augurio, nelle

bocche dei soldati andava sorgendo, ed i consiglieri detestavano.

Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in guerra

per battaglie inutili, sangue con fama cambiando. Corse il Tirolo; vi

fece fazioni onorate, ma senza frutto: liberò Brescia dal nemico, ma

indarno: ruppelo in una grossa e bene combattuta battaglia a Caldiero,

ma tornossene poco dopo là, dond'era venuto: il nemico, che era stato

rincacciato sin oltre all'Alpone, venne fra breve a rinsultar San

Michele di Verona. Appena la fronte dell'Adige, fiume grosso, e munito,

sotto dalla fortezza di Legnago, sopra dai castelli di Verona, si poteva

tenere: tanto superava pel numero delle genti il nemico. Dal che si

conclude con evidenza che era necessità al vicerè, non di assaltare, ma

di difendersi, non di uscire dai luoghi sicuri, ma di annidarvisi, non

di far guerra viva, ma di temporeggiarsi e di aspettare.

Ogni ruina si accumulava sull'Italia: ecco un secondo nembo

approssimarsi al Po, non più pel dominio di Venezia o d'Alfonso, ma per

quello di Francia o d'Austria; nè questo nembo fia l'ultimo da

raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della mia tragedia. Aveva il

generale Austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in Istria,

contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma quivi ogni

cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata di Eugenio,

come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si erano arrese all'armi

Tedesche. Sola restava dell'antico Austriaco, o Veneziano dominio in

mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual cosa Nugent, preso

ordine con Bellegarde, chiamato generalissimo in Italia in luogo di

Hiller, e messosi sulle navi a Trieste, era venuto sbarcare a Goro con

una grossa mano d'accogliticci, Inglesi, Istriotti, Croati, e fuggitivi

Italiani. Nè volendo indugiare, perchè sapeva che il tempo è nemico

degli assalti inopinati, si spingeva tostamente innanzi, e s'impadroniva

di Ferrara, abbandonata dai pochi difensori che vi erano dentro. Quivi

correva il paese co' suoi soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i

popoli a sollevazione. L'importanza del fatto era, che si congiungesse

con le schiere d'Austria, che, venute col grosso dell'esercito, già si

erano condotte a Padova. A questo fine, Nugent, passato il Po con una

parte de' suoi, e preso alloggiamento in Crespino, si era accostato

all'Adige. Dall'altro lato Bellegarde, per consentire coi movimenti di

Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tremila soldati sotto la

condotta del generale Marshall.

Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva

speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decouchy a

Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle due

squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna, assembrava

quante genti poteva, e le spingeva avanti alla guerra Ferrarese.

Ripresesi Ferrara, ma indarno, per gli accidenti che seguirono. Aveva

bene Decouchy, fortemente combattendo, cacciato Marshall da Rovigo con

non poca strage, e costretto a ritirarsi al ponte di Bovara Padovana. Ma

gli Austriaci continuamente ingrossavano coll'intento di congiungersi

con Nugent, che tuttavìa era in possessione di Crespino. Mandava perciò

il vicerè nuovi ajuti col generale Marcognet verso il basso Adige,

acciocchè cooperassero al fine comune con Decouchy. Uscirono i Tedeschi

da Bovara Padovana: Decouchy e Marcognet gli assaltavano. Sorgeva

un'ostinata zuffa: combatterono i Francesi felicemente a destra,

infelicemente a sinistra: si ritirarono i Tedeschi nel loro sicuro nido

di Bovara Padovana; ma colto il destro, che offerivano loro la notte e

la mala guardia a cui stavano i Francesi, con un impeto improvviso gli

ruppero; e gli costrinsero a ritirarsi, prima a Lendinara ed a Trecenta,

poi a Castagnaro. Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla

congiunzione di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la

congiunzione, s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì. Usava le

armi, usava le instigazioni. «Assai, scriveva agl'Italiani, assai foste

oppressi, assai posti ad un giogo insopportabile: ora più liete sorti vi

aspettano; restituite coll'armi in mano la patria vostra: avete tutti a

divenire una nazione independente». Poi faceva un gran romore con

promettere, che non si scriverebbero più gli annuali soldati, che le

consumatrici tasse si allevierebbero. Intanto i suoi saccheggiavano

aspramente il Ferrarese ed il Bolognese, poco lieto principio

all'independenza, che si prometteva.

Ora un nuovo inganno, ed una terza illuvie hommi a raccontare; ma questi

furono di un Napoleonide. Trovavasi Giovacchino di Napoli molto

perplesso, e siccome le novelle di Germania, di Francia e d'Italia

giravano fauste od infauste, si appigliava a questa parte od a quella, a

questo partito od a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di

conservare il suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò

procedendo con la sua naturale varietà, aveva negoziato, come già abbiam

descritto, ora coll'Austria, ora con Bentink, ora con Eugenio, qualche

volta con tutti insieme, nè s'accorgeva che tutti il conoscevano.

Intanto, già sicuro dell'Austria e dell'Inghilterra, ma non ancora

sicuro di se medesimo, si avviava verso l'Italia superiore. Già occupava

Roma, già occupava le Marche, nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva

parole d'amicizia verso il regno Italico. Le casse del regno, contro il

quale si apprestava a muovere le armi, sotto spezie di amicizia,

addomandava, e gli si aprivano, e vi attigneva denari; richiedeva il

regno di vettovaglie, di vestimenta, di armi, ed il regno gliene

somministrava. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente dai

presidii Francesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia, e di

Napoleone. Non so a che cosa pensasse: ma certamente la dissimulazione

era grande, e peggiore anche del fine che si proponeva. Infine veduta la

ritirata del vicerè, udite le novelle dell'avvicinarsi i confederati

molto grossi al Reno per invadere la Francia, ed aspettato Bentink

oramai vicino a tempestare in Toscana, rimossa finalmente ogni

dubitazione, si risolveva a scoprirsi del tutto, ed a fare quello che il

mondo non avrebbe potuto pensare, e di che si perturbò più di ogni altra

cosa Napoleone. Fermava i suoi casi coll'Austria, stipulando con lei un

trattato, per cui l'imperatore Francesco si obbligava a mantenere in

Italia, insino a che durasse la guerra, almeno cinquantamila soldati, ed

il re Giovacchino a mantenerne almeno ventimila, con ciò promettevano e

s'obbligavano entrambi ad operare d'accordo, e ad accrescere il numero

delle rate rispettive, se bisogno ne scadesse; oltre a ciò Francesco

guarentiva a Giovacchino ed ai suoi eredi la possessione dei dominj

attualmente tenuti da lui in Italia, e prometteva d'intromettersi, come

mediatore, affinchè gli alleati si facessero sicurtà della medesima

possessione.

Bellegarde annunziava pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di

Giovacchino colla lega, ammonendoli delle perdute speranze dei

Napoleonici. Giovacchino scoprendosi nemico in quei paesi, dov'era

entrato e stato accolto come amico, sforzava il generale Barbou, che

custodiva in nome di Francia la fortezza d'Ancona, e Miollis, che teneva

Castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo stato Romano veniva

all'obbedienza dei Napolitani, i quali, e Giovacchino con loro, ora del

papa favellando, ed ora dell'independenza d'Italia, non sapevano ciò che

si dicevano. Bene ovunque passavano ogni cosa rapivano, ripassata

seconda pei miseri Ferraresi e Bolognesi. I vanti poi che si davano, e

le millanterìe che facevano, erano grandi.

Il primo ad uscir fuori fu il re medesimo con dire ai suoi soldati,

avvertissero bene, che insinoachè egli aveva potuto credere che

Napoleone imperatore combatteva per la pace e per la felicità della

Francia, aveva a favor suo combattuto: ma che ora si era chiarito di

tutto, e che bene sapeva che Napoleone non voleva altro che guerra; che

tradirebbe gl'interessi della sua antica patria, quei de' suoi stati,

quei de' suoi soldati, se tosto non separasse le sue armi dalle

Napoleoniche, se non le congiungesse a quelle dei principi intenti con

magnanimo disegno a restituire ai troni la loro dignità, alle nazioni la

loro independenza: due sole bandiere esservi, ammoniva, in Europa;

sull'una leggersi le parole religione, costume, giustizia, moderazione,

leggi, pace, felicità; sull'altra persecuzioni, artifizj, violenze,

tirannide, guerra, e lutto di famiglie, scegliessero. Queste cose diceva

Giovacchino Napoleonide. Carascosa, Napolitano generale, arrivando a

Modena, più enfaticamente parlava agl'Italiani: prometteva loro

independenza a nome di Giovacchino, che già era accordato coll'Austria

per ajutarla a soggettare il regno Italico.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 17 / 23 段