soldati, nei quali erano i veterani Italiani venuti di Spagna, i soldati
di nuova leva, e la guardia reale Italiana, bella e valorosa gente;
sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Francesi anch'essi, o
raccolti prestamente dai presidj, o chiamati dalla Spagna, con celeri
passi accorrevano al sovrastante pericolo. Gli partiva in tre principali
schiere; la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle
rive del Tagliamento e dell'Isonzo, terre tante volte già combattute, e
tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Francesi; la seconda
retta da Verdier alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre.
La terza, quest'era l'Italiana, posava a Verona ed a Padova: la
governava Pino, non ancora stato al governo di Bologna. Una parte di lei
sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti era mandata a
custodire l'Illirio: la cavallerìa stanziava a Treviso. Per vigilare
intanto sugli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia,
una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro: quando poi divenne il
pericolo più imminente, fu mandata, sotto il governo di Giflenga, a
combattere in Tirolo contro un corpo d'Austriaci condotto dal generale
Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per
difendere che per offendere, pel picciol numero dei soldati, i presidj,
la maggior parte Italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad
ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più
innanzi, andando a porre il campo principale a Adelsberga, terra poco
distante dalla sponda destra della Sava sulla strada per a Carlobado di
Croazia, e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi alla
sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di
Tarvisio, avendo avuto avviso che Hiller, fatto un assembramento molto
grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei
forti passi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle
regioni superiori dell'affezionato Tirolo.
Quest'era l'ultima fine della tragedia che si rappresentava da venti
anni addietro, toltone pochi intervalli pieni ancor essi, se non di
sangue, almeno di rancori, e di minacce, e d'ambizione, nella dolorosa
Italia. Straziata dagli uni, straziata dagli altri, tutti pretendevano
promesse di felicità per lei; e peggio, che l'una parte e l'altra si
lamentavano ch'ella non si muovesse a favor loro, come se fosse obbligo
di lei di rendere amore per dolore. Ora infine si aveva a definire a chi
dell'Austria o della Francia dovesse rimanere l'imperio d'Italia; se
dovessero prevalere le nuove o le antiche sorti; se il dominio acerbo di
Napoleone si dovesse mitigare o no; se l'Austria tornasse a Milano
mansueta, come n'era partita, o se sdegnosa per le ingiurie; se Francia
od Austria dovessero far dimenticare con le dolcezze di pace le
insolenze e le rapine di guerra; se venti anni di novità dovessero o
produrre secoli simili a loro, od immergersi, senz'altri segni che
quelli delle storie, nel corso rintegrato dei secoli consueti; se a
favellar Francese o Tedesco dovessero apparar gl'Italiani; se finalmente
le parole soavi, che si dicevano agl'Italiani, fossero per loro o pei
padroni; che l'allettare i popoli colle lusinghe per soggettargli fu
sempre, ma più nei nostri tempi che in altri, astuzia di coloro che
intendono ad appropriarsi l'altrui.
LIBRO VIGESIMOSETTIMO
SOMMARIO
Gli Austriaci condotti da Hiller cingono con forze potenti
tutto il regno Italico. I Dalmati ed i Croati insorgono contro
i Francesi. Eugenio si tira indietro. Battaglia di Bassano.
Eugenio sull'Adige. Mala soddisfazione dei generali e soldati
Italiani verso di lui. Nugent coi Tedeschi romoreggia alle
bocche del Po. Giovacchino si scopre contro Napoleone e fa
guerra al regno Italico. Battaglia del Mincio tra Eugenio e
Bellegarde. Bentink sbarca a Livorno, parla d'independenza
agl'Italiani, prende Genova, e promette ai Genovesi la
conservazione dello stato. Sopraggiungono novelle funestissime
per Napoleone; avere i collegati occupato Parigi, lui essere
ridotto colle reliquie de' suoi battaglioni in Fontainebleau,
avere rinunziato, avere accettato per ultimo ricovero l'Elba
isola. Eugenio pattuisce con Bellegarde, e si ritira in
Baviera. Stato degli spiriti in Milano. Tutti vogliono
l'independenza, ma chi con Eugenio re, chi con un principe
Austriaco. Discussioni nel senato in questo proposito.
Sommossa popolare; il senato è disciolto; si convocano i
collegi, che creano una reggenza, e mandano deputati a Parigi
all'imperator Francesco per domandar l'independenza con un
principe Austriaco. Esito della loro missione. Genova data al
re di Sardegna. Conclusione dell'opera.
Gli Austriaci cignendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito
Italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza
presente, ed alla natura loro sempre circospetta molto bene si
conveniva. Sicura era la loro ala destra pei fatti succeduti in
Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei
principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano
i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, per modo che
l'Austria stessa per rispetto della Baviera, nuovo alleato, era
costretta a tenergli in freno, acciocchè non facessero qualche
incomposta variazione. Ma la inclinazione loro rendeva sicuro il loro
paese alle forze Austriache, e dava sospetto al vicerè, perchè potevano
offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione
avevano gli Austriaci sulla loro sinistra: posciachè sapevano che le
popolazioni Dalmate e Croate, essendo infense ai Francesi ed
agl'Italiani loro confederati, erano pronte a sorgere contro i presenti
dominatori; popolazioni armigere, e però di non poca importanza,
massimamente in una guerra, alla quale i popoli, non che i soldati, si
chiamavano. Hiller s'avvisava di condurre per modo la guerra, che
facendosi innanzi con le sue ali estreme, mentre il grosso seguitava nel
mezzo a seconda, ma più tardamente e più prudentemente, desse
continuamente timore al vicerè di essere circuito ed assaltato alle
spalle. Questa forma di guerreggiare doveva necessariamente far
prevalere la fortuna degli Austriaci, perchè procedendo cautamente nel
mezzo, non davano agli avversarj occasione di venire ad una battaglia
campale, dalla quale solamente potevano sperare, se la vincessero, di
redimersi da quel pericoloso passo, al quale erano ridotti. Da questo
anche ne risultava, che si richiedeva, a voler riuscire a buon fine, nel
capitano Francese maggior prudenza che audacia, piuttosto arte di andar
costeggiando l'inimico per impedirgli la campagna, e difficoltargli, in
quanto si potesse fare senza tentar la fortuna, i passi, che coraggio
d'affrontarlo; insomma piuttosto volontà di conservar l'esercito
intatto, in qualunque luogo ei si fosse, che desiderio d'avventurarlo,
perchè in lui, non nei paesi occupati, consisteva la salute, o se non la
salute, almeno le condizioni più onorevoli del regno. Ma il vicerè,
siccome giovane, figliuolo di Napoleone, e tocco ancor egli dal vizio
dei tempi, cioè di far chiaro il suo nome con fatti sanguinosi,
disprezzando il consiglio più salutifero, amò meglio fare sperienza
della fortuna, consumando inutilmente i soldati in piccole fazioni, che
poco o nulla importavano alla somma della guerra, che fuggendo
l'occasione di combattere, ritirargli intieri a' luoghi più sicuri, ed
interi ancora conservargli insino a che la fortuna avesse definito, che
cosa volesse farsi di Napoleone in Germania ed in Francia. Quel sangue
Francese ed Italiano, sparso nell'ultima Croazia e nell'estrema
Carniola, accusano Eugenio o d'ambizione, o d'imperizia, o d'imprudenza.
Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i
presidj, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da
deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno, e
tenendo infestata la campagna, cedettero facilmente. Una presa di
Croati, avvalorata da qualche battaglione d'Austriaci, urtando contro
Carlobado, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati più
oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale
Janin, impotente al resistere. I Croati, che erano stati arruolati sotto
le insegne Francesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle
antiche insegne d'Austria. Mentre a questo modo felicemente si
combatteva per gli Austriaci verso l'Adriatico, mandavano pel corso
della superiore Drava grossi squadroni verso il Tirolo sotto la condotta
di Fenner. Giunti a Brissio scendevano per le rive dell'Adige, con
intento di andar a battere nelle Veronesi e nelle Bresciane regioni. Al
tempo stesso si veniva alle mani sul mezzo: fu preso e ripreso Crinburgo
con molto sangue da ambe le parti. In questi fatti mostrò molt'arte e
molto valore Pino, molto valore e poca arte Bellotti: combattè
felicemente il primo a Lubiana, infelicemente il secondo a Stein. Sorse
un gravissimo contrasto a Villaco, donde gli Alemanni volevano aprirsi
l'adito al passo di Tarvisio per scendere a seconda della Fella nel
cuore del Friuli. Erano i Francesi accorsi al pericolo, e dopo un feroce
combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e
finalmente arsa per opera dei Tedeschi, restarono vincitori: corse il
vicerè con molta virtù in soccorso della città consumata. Gli Austriaci,
seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso
e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro
obbediva. Dalla parte superiore precipitandosi dalle Alpi Tirolesi
minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi
loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il
vantaggio, avevano passato la Sava a Crinburgo ed a Ramansdorf, per dove
facevano sembianza di condursi, per Tolmino, nelle regioni superiori del
Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.
Non era più in potestà del vicerè il resistere, ed appariva che se più
oltre si fosse ostinato starsene sulle sponde della Sava e della Drava,
correva pericolo che gli fosse vietato il ritorno. Avevano gli avversarj
maggior numero di soldati, ed i popoli amici: erano al vicerè minori
forze, ed i popoli avversi. Fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno,
poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre
inutilmente. A questo modo l'Illirio, staccato per la forza dell'armi
Napoleoniche dal suo antico ceppo d'Austria, se ne tornava per la forza
dell'armi di Francesco imperatore alla consueta dominazione. I costumi a
niun rispetto si convenivano coi Francesi, poco con gl'Italiani. Oltre a
ciò vi aveva Napoleone conservato i dritti feudatarj, dandogli in preda
a' suoi soldati, o magistrati più fidi: piacquero a quegli antichi
repubblicani, e gli riscuotevano con duro imperio, senza lasciar neppure
scattar un soldo.
Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci
scesi a Bassano sotto la guida del generale Eckard vi avevano fatto una
testa grossa, ed insistendo alle spalle davano timore di estrema rovina
al vicerè, se presto non si ritirasse. Quivi comparve evidente
l'imprevidenza del principe del non essersi ritirato più maturamente;
perchè per avere la ritirata sicura, fu costretto di combattere a
Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il trentuno ottobre
ed il primo novembre. Rifulse in questo fatto egregiamente il valore di
Grenier. Vinse la fortuna Francese ed Italiana. Entrarono i vincitori, e
pernottarono nella sanguinosa città. Perdettero i Tedeschi circa un
migliajo di soldati, nè fu senza sangue la vittoria agli Eugeniani,
perchè i Tedeschi combatterono acerbamente. Acquistò Eugenio facoltà di
ritirarsi più quietamente sull'Adige: marciava indietro, parte per
Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona, ed a
Legnago. In mezzo a questa ritirata, grave in se stessa, e che
portendeva cose ancor più gravi, perchè già più della metà del regno
Italico era signoreggiata dalle armi Austiache, i soldati Francesi ed
Italiani, ma più i primi che i secondi, si portarono molto lodevolmente,
astenendosi dalle rapine e dagli oltraggi; procedere tanto più da
commendarsi, che la maggior parte credevano, che più non sarebbero
tornati là, donde venivano. Nè è da tacersi, che i Tedeschi a questo
tempo stesso, se si eccettuano le parti rannodate, in cui erano preste
le munizioni, vivevano di rapina, ora qua ora là scorrazzando,
secondochè gli portava o la necessità della guerra, o la cupidità del
sacco; frutti tante volte calpestati della feconda Italia, tante volte
riprodotti, tante volte ricalpestati. Resta, che siccome la sua bellezza
e fertilità destano gli appetiti forestieri, desiderino gl'Italiani, che
ella fera e selvaggia diventi; perchè forse i deserti preserveranno
quello, che l'innocenza non preserva.
Sulle Veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali
semi contro il vicerè; colpa piuttosto sua che di loro. Eugenio o che
prevedesse dai nugoli minacciosi che giravano attorno, che più gli
convenisse mostrarsi Francese che Italiano, o che troppo facili orecchie
prestasse ad alcuni, che presso a lui in molta grazia e suoi consiglieri
più intimi essendo, intendevano ad innalzar se medesimi a pregiudizio
degl'Italiani, si era lasciato uscir di bocca, già insino in Prussia
dopo le disgrazie di Russia, parole di cattivo concetto verso i generali
Italiani. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era
trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto
offesi, siccome quelli che erano parati a tollerare alcuna ingiuria o
indegnità, massimamente Pino, che siccome di maggior nome, sentiva più
vivamente degli altri, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza
fra i soldati: dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed
anche atti aperti di sdegno contro il principe. Le disgrazie inasprivano
viemaggiormente le ferite in quegli animi fieri e bellicosi.
Gl'imputavano il contaminato onore dell'armi Italiane, ed il sangue
inutilmente sparso. Già il nome di forestiero, pessimo augurio, nelle
bocche dei soldati andava sorgendo, ed i consiglieri detestavano.
Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in guerra
per battaglie inutili, sangue con fama cambiando. Corse il Tirolo; vi
fece fazioni onorate, ma senza frutto: liberò Brescia dal nemico, ma
indarno: ruppelo in una grossa e bene combattuta battaglia a Caldiero,
ma tornossene poco dopo là, dond'era venuto: il nemico, che era stato
rincacciato sin oltre all'Alpone, venne fra breve a rinsultar San
Michele di Verona. Appena la fronte dell'Adige, fiume grosso, e munito,
sotto dalla fortezza di Legnago, sopra dai castelli di Verona, si poteva
tenere: tanto superava pel numero delle genti il nemico. Dal che si
conclude con evidenza che era necessità al vicerè, non di assaltare, ma
di difendersi, non di uscire dai luoghi sicuri, ma di annidarvisi, non
di far guerra viva, ma di temporeggiarsi e di aspettare.
Ogni ruina si accumulava sull'Italia: ecco un secondo nembo
approssimarsi al Po, non più pel dominio di Venezia o d'Alfonso, ma per
quello di Francia o d'Austria; nè questo nembo fia l'ultimo da
raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della mia tragedia. Aveva il
generale Austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in Istria,
contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma quivi ogni
cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata di Eugenio,
come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si erano arrese all'armi
Tedesche. Sola restava dell'antico Austriaco, o Veneziano dominio in
mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual cosa Nugent, preso
ordine con Bellegarde, chiamato generalissimo in Italia in luogo di
Hiller, e messosi sulle navi a Trieste, era venuto sbarcare a Goro con
una grossa mano d'accogliticci, Inglesi, Istriotti, Croati, e fuggitivi
Italiani. Nè volendo indugiare, perchè sapeva che il tempo è nemico
degli assalti inopinati, si spingeva tostamente innanzi, e s'impadroniva
di Ferrara, abbandonata dai pochi difensori che vi erano dentro. Quivi
correva il paese co' suoi soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i
popoli a sollevazione. L'importanza del fatto era, che si congiungesse
con le schiere d'Austria, che, venute col grosso dell'esercito, già si
erano condotte a Padova. A questo fine, Nugent, passato il Po con una
parte de' suoi, e preso alloggiamento in Crespino, si era accostato
all'Adige. Dall'altro lato Bellegarde, per consentire coi movimenti di
Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tremila soldati sotto la
condotta del generale Marshall.
Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva
speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decouchy a
Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle due
squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna, assembrava
quante genti poteva, e le spingeva avanti alla guerra Ferrarese.
Ripresesi Ferrara, ma indarno, per gli accidenti che seguirono. Aveva
bene Decouchy, fortemente combattendo, cacciato Marshall da Rovigo con
non poca strage, e costretto a ritirarsi al ponte di Bovara Padovana. Ma
gli Austriaci continuamente ingrossavano coll'intento di congiungersi
con Nugent, che tuttavìa era in possessione di Crespino. Mandava perciò
il vicerè nuovi ajuti col generale Marcognet verso il basso Adige,
acciocchè cooperassero al fine comune con Decouchy. Uscirono i Tedeschi
da Bovara Padovana: Decouchy e Marcognet gli assaltavano. Sorgeva
un'ostinata zuffa: combatterono i Francesi felicemente a destra,
infelicemente a sinistra: si ritirarono i Tedeschi nel loro sicuro nido
di Bovara Padovana; ma colto il destro, che offerivano loro la notte e
la mala guardia a cui stavano i Francesi, con un impeto improvviso gli
ruppero; e gli costrinsero a ritirarsi, prima a Lendinara ed a Trecenta,
poi a Castagnaro. Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla
congiunzione di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la
congiunzione, s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì. Usava le
armi, usava le instigazioni. «Assai, scriveva agl'Italiani, assai foste
oppressi, assai posti ad un giogo insopportabile: ora più liete sorti vi
aspettano; restituite coll'armi in mano la patria vostra: avete tutti a
divenire una nazione independente». Poi faceva un gran romore con
promettere, che non si scriverebbero più gli annuali soldati, che le
consumatrici tasse si allevierebbero. Intanto i suoi saccheggiavano
aspramente il Ferrarese ed il Bolognese, poco lieto principio
all'independenza, che si prometteva.
Ora un nuovo inganno, ed una terza illuvie hommi a raccontare; ma questi
furono di un Napoleonide. Trovavasi Giovacchino di Napoli molto
perplesso, e siccome le novelle di Germania, di Francia e d'Italia
giravano fauste od infauste, si appigliava a questa parte od a quella, a
questo partito od a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di
conservare il suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò
procedendo con la sua naturale varietà, aveva negoziato, come già abbiam
descritto, ora coll'Austria, ora con Bentink, ora con Eugenio, qualche
volta con tutti insieme, nè s'accorgeva che tutti il conoscevano.
Intanto, già sicuro dell'Austria e dell'Inghilterra, ma non ancora
sicuro di se medesimo, si avviava verso l'Italia superiore. Già occupava
Roma, già occupava le Marche, nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva
parole d'amicizia verso il regno Italico. Le casse del regno, contro il
quale si apprestava a muovere le armi, sotto spezie di amicizia,
addomandava, e gli si aprivano, e vi attigneva denari; richiedeva il
regno di vettovaglie, di vestimenta, di armi, ed il regno gliene
somministrava. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente dai
presidii Francesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia, e di
Napoleone. Non so a che cosa pensasse: ma certamente la dissimulazione
era grande, e peggiore anche del fine che si proponeva. Infine veduta la
ritirata del vicerè, udite le novelle dell'avvicinarsi i confederati
molto grossi al Reno per invadere la Francia, ed aspettato Bentink
oramai vicino a tempestare in Toscana, rimossa finalmente ogni
dubitazione, si risolveva a scoprirsi del tutto, ed a fare quello che il
mondo non avrebbe potuto pensare, e di che si perturbò più di ogni altra
cosa Napoleone. Fermava i suoi casi coll'Austria, stipulando con lei un
trattato, per cui l'imperatore Francesco si obbligava a mantenere in
Italia, insino a che durasse la guerra, almeno cinquantamila soldati, ed
il re Giovacchino a mantenerne almeno ventimila, con ciò promettevano e
s'obbligavano entrambi ad operare d'accordo, e ad accrescere il numero
delle rate rispettive, se bisogno ne scadesse; oltre a ciò Francesco
guarentiva a Giovacchino ed ai suoi eredi la possessione dei dominj
attualmente tenuti da lui in Italia, e prometteva d'intromettersi, come
mediatore, affinchè gli alleati si facessero sicurtà della medesima
possessione.
Bellegarde annunziava pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di
Giovacchino colla lega, ammonendoli delle perdute speranze dei
Napoleonici. Giovacchino scoprendosi nemico in quei paesi, dov'era
entrato e stato accolto come amico, sforzava il generale Barbou, che
custodiva in nome di Francia la fortezza d'Ancona, e Miollis, che teneva
Castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo stato Romano veniva
all'obbedienza dei Napolitani, i quali, e Giovacchino con loro, ora del
papa favellando, ed ora dell'independenza d'Italia, non sapevano ciò che
si dicevano. Bene ovunque passavano ogni cosa rapivano, ripassata
seconda pei miseri Ferraresi e Bolognesi. I vanti poi che si davano, e
le millanterìe che facevano, erano grandi.
Il primo ad uscir fuori fu il re medesimo con dire ai suoi soldati,
avvertissero bene, che insinoachè egli aveva potuto credere che
Napoleone imperatore combatteva per la pace e per la felicità della
Francia, aveva a favor suo combattuto: ma che ora si era chiarito di
tutto, e che bene sapeva che Napoleone non voleva altro che guerra; che
tradirebbe gl'interessi della sua antica patria, quei de' suoi stati,
quei de' suoi soldati, se tosto non separasse le sue armi dalle
Napoleoniche, se non le congiungesse a quelle dei principi intenti con
magnanimo disegno a restituire ai troni la loro dignità, alle nazioni la
loro independenza: due sole bandiere esservi, ammoniva, in Europa;
sull'una leggersi le parole religione, costume, giustizia, moderazione,
leggi, pace, felicità; sull'altra persecuzioni, artifizj, violenze,
tirannide, guerra, e lutto di famiglie, scegliessero. Queste cose diceva
Giovacchino Napoleonide. Carascosa, Napolitano generale, arrivando a
Modena, più enfaticamente parlava agl'Italiani: prometteva loro
independenza a nome di Giovacchino, che già era accordato coll'Austria
per ajutarla a soggettare il regno Italico.