Al suono delle rotte Napoleoniche, la Prussia, procedendo impetuosamente

contro l'insopportabile signore, nè aspettato nemmeno d'intendere la

volontà del re, insorgeva, e si vendicava cupidissimamente in libertà.

Napoleone ritornava nella sua sede di Parigi; ma pei recenti fatti molto

era rallentata la fama della sua gloria militare. Murat, sbalordito da

accidenti tanto straordinarj, abbandonato l'esercito se ne veniva a

Napoli; presene il governo Eugenio vicerè. Aveva Murat mala satisfazione

di Napoleone, ed era maravigliosamente commosso contro di lui, perchè

gli aveva attraversato i suoi disegni sopra la Sicilia, e perchè non gli

era ignoto, ch'egli aveva negoziato con Carolina di cose pregiudiziali

al suo dominio Napolitano. Dall'altra parte gli alleati, massimamente

gl'Inglesi, si erano deliberati a pretendere ed a metter fuori certe

voci che sapevano essere gradite agl'Italiani, sperando con esse di

commuovere facilmente tutta la penisola; quest'erano che oggimai era

venuto il tempo di dare all'Italia l'essere independente. Pingevano con

vivi colori la tirannide di Napoleone, e con immagini lusinghevoli si

sforzavano di voltare gli animi a questo pensiero della liberazione.

Bentink o tentativamente o sinceramente che sel facesse, si spiegava di

questo disegno con parole incitatissime, e dimostrava la Gran Brettagna

parata a secondarlo. Conosceva Giovacchino tutti questi umori. Per

questo, tornando da Mosca, passò per Milano, dove più che in altri paesi

d'Italia questi desiderj si erano accesi, a fine di scoprire che cosa

portassero i tempi. Ma siccome leggieri uomo ch'egli era, quantunque

portasse ancora impressi in volto i segni del passato terrore, si mise a

far gran promesse, ch'egli farebbe e direbbe, e che era tempo da far

l'Italia independente, e che egli era uomo da farla, e che la farebbe.

Con questi vanti, che pure lasciavano semi, se ne tornava nel regno.

Bentink, conosciuto l'uomo, e volendo concordarlo con gli alleati per

turbare fin dalla bassa Italia le cose a Napoleone, il confortava ad

assumere le insegne di campione dell'Italica libertà. Lodava il suo

valore, le armi, i soldati: l'empieva di speranze; affermava, che, dove

egli consentisse a congiungergli con quei de' confederati, si

toglierebbe ogni dubbio sull'esito finale dell'impresa, che il turbatore

e tiranno del mondo sarebbe vinto, che i confederati il saluterebbero

re, che sempre il suo trono di Napoli vacillerebbe, se non fosse

conosciuto, e riconosciuto dall'Inghilterra e dalla Russia, che a voler

esser tenuto e conservato re novello in mezzo a tanti re antichi, e nel

cospetto stesso del naturale e legittimo sovrano, a cui era sempre

parata l'azione sopra il regno di Napoli, abbisognava il consenso libero

di tutti, e che perciò era necessitato a fondarsi con nuove

congiunzioni. Che momento recare, che ajuto porgere a lui ancora

potevano Napoleone vinto, ed i suoi gelati soldati? Badasse bene, che

colla conservazione propria ne andava la salute e la libertà d'Italia:

sarebbe il suo nome immortale, cambierebbe l'odioso nome di re intruso

in quello di re legittimo e liberatore. Impugnasse adunque quelle

Napolitane armi, si separasse dall'amicizia di Napoleone, assumesse

quella degli alleati, bandisse, ed asseverasse l'independenza Italiana.

Offerirgli l'Inghilterra la volontà pronta ad ajutarlo, e siccome comune

sarebbe l'impresa, che avrebbe facilmente felice successo, così comuni

ancora sarebbero l'onore e il frutto. A questo modo Bentink tentava

Murat, affinchè venisse a questa congiunzione; il negozio andò

tant'oltre, che l'Inglese già si era condotto non a Messina, per non dar

sospetto a Ferdinando, ma a Catania a fine di avere maggior comodità di

certificarsi dell'animo del novello re, di attendere alla pratica, e di

concludere l'accordo. Nè era senza speranza di venirne a conclusione,

quando Giovacchino ricevè lettere da Napoleone; portavano, magnificate

le cose, che i soldati scritti in Francia con volontà obbedientissima

marciavano, che gli eserciti s'ingrossavano, che i popoli gli

deliberavano con pronto animo grosse sovvenzioni di denari, che la

Francia sarebbe presto uscita a campo più formidabile che mai; che

insomma il nome e la fortuna dell'imperatore risorgevano. Queste

novelle, aggiunta anche la natura facilmente mutabile di Murat, furono

cagione ch'egli tagliò inopinatamente ogni pratica, e si deliberò a

perseverare nell'aderirsi a Napoleone. Bentink l'ebbe per male, e rimaso

senza speranza di averlo congiunto seco, s'indispettì talmente che non

ostante che per mitigare con qualche onesto modo l'animo suo,

Giovacchino gli mandasse poi in presente una ricca e forbita sciabola,

l'Inglese non volle più trattar con lui, nè udire le nuove proposte

ch'ei gli venne facendo, quando sopraggiunsero i tempi grossi per

Napoleone in Germania. Il che fu cagione che Murat deposto ogni pensiero

dell'independenza d'Italia, si voltò finalmente tutto verso l'Austria,

sperando in tal modo di fondare la propria grandezza sulla dipendenza

altrui.

Napoleone, che riavutosi dagli accidenti di Russia era rientrato in sè

medesimo, ed attendeva e provvedeva gagliardamente ad ogni cosa,

essendogli diventato buon maestro il timore, e considerato che il

rendersi benevolo il papa, e l'accordarsi con lui, avrebbe fatto

fondamento grande ai suoi pensieri, e molto giovato a tener fermi nella

sua dominazione in sì grave pericolo gli animi degl'Italiani, si

ritirava dalle domande di Savona, ed inclinando alla concordia concluse

un concordato il dì venticinque gennajo in Fontainebleau. I principali

capitoli furono, che sua santità esercerebbe l'ufficio del pontificato

in Francia e nel regno d'Italia, in quel modo e conformità che i suoi

antecessori l'avevano esercite; che manderebbe ai potentati i suoi

ministri, e da loro ne riceverebbe, con le solite immunità e privilegi

del corpo diplomatico; che gli si renderebbero i beni non venduti, e che

i venduti gli si compenserebbero con una rendita di due milioni di

franchi all'anno; il papa, fra sei mesi dalla notificata nomina

dell'imperatore instituirebbe canonicamente, in conformità del

concordato, ed in virtù del presente indulto, i nominati agli

arcivescovadi ed ai vescovati dell'impero di Francia, e del regno

d'Italia; che il metropolitano prenderebbe le informazioni preliminari;

se fra sei mesi il papa non avesse instituito, il metropolitano

instituirebbe egli, o se di metropolitano si trattasse, l'anziano dei

vescovi l'instituirebbe; che le sedi mai più di un anno non potessero

vacare; che il papa nominerebbe, tanto in Francia quanto in Italia, a

sei vescovati, che di comune consenso si sceglierebbero; che i sei

vescovati suburbani si restituirebbero, e che il papa ad essi

nominerebbe; che i beni non venduti a loro si restituirebbero, ed i

venduti si ricupererebbero; che i vescovi assenti dallo stato Romano si

rintegrerebbero nelle loro sedi; che di mutuo consentimento si

ordinerebbero i vescovati della Toscana e del Genovesato; si

conserverebbero, dove il papa sederebbe, la propaganda, la

penitenzierìa, gli archivj; che sua maestà rimetterebbe nella sua grazia

quei cardinali, vescovi, preti, e laici, che ne erano caduti; che

s'intenderebbe, che il santo padre consentiva ai sopra narrati capitoli

a cagione dello stato attuale della chiesa, e della speranza datagli

dall'imperatore, che soccorrerebbe con la sua potente protezione ai

numerosi bisogni che stringevano la religione nei tempi presenti. La

sede futura del papa lasciossi in pendente; chi parlava di Avignone, chi

di Roma. Se in questo trattato, oltre le concessioni ottenute, il papa

ricuperò, come pare verisimile, per un capitolo segreto, la sua Roma, ei

sarà manifesto che il carcerato vinse il carceratore. Affrettossi

Napoleone di pubblicare l'accordo di Fontainebleau, e ne levò anche,

sapendo di quale importanza fosse, un gran grido. Querelossi il

pontefice della affrettata pubblicazione gravemente perchè avrebbe

voluto, che allora solamente fosse pubblicato quando avesse avuto in

ogni parte la sua esecuzione.

La benignità della stagione permetteva oggimai il guerreggiare:

Napoleone, fatta con gran prestezza una nuova congregazione di soldati,

e promettendosi più che mai del futuro, ricompariva forte ed audace sui

campi Germanici. Combattè i Russi, combattè i Prussiani in duri

incontri; combattè anche con estremo valore gli Austriaci voltatisi

contro di lui per gli sdegni antichi, e per le disgrazie nuove. Ma la

rotta di Lipsia pose fine alla sua potenza: la Germania intera, mutato

procedere con la fortuna, corse con impeto infinito a libertà: i popoli

Alemanni facevano a gara in quest'impresa, che santa chiamavano, e

coll'armi in mano delle lunghe ingiurie si risentivano. Le Francesi

terre sole furono ricovero al vinto Napoleone. Così il lungo fastidio

dell'imperio Napoleonico, e lo sdegno universale avevano tolto di mezzo

le difficoltà, che altre volte avevano disturbato il desiderio comune.

Una gran tempesta cambiatrice di destini sovrastava all'Italia. Aveva

Napoleone, che non si era punto ingannato dell'avvenire, mandato il

principe Eugenio in Italia, perchè ordinasse le cose alla imminente

guerra. Era il principe veduto con qualche amore dai popoli del regno,

non che si mostrasse acceso nel desiderio dell'independenza, che anzi in

questo era assai docile nel servire alla volontà del padre, ma perchè

era di natura facile e temperata. Pure in quest'ultimo caso tanto si

mostrò acerbo nell'eseguire il mandato di Napoleone, sì nel far correre

i soldati delle nuove leve, sì nel riscuotere i denari dai popoli, che

l'amore convertissi in odio. Prima però di narrare i successi dell'armi

in Italia, è mestiero descrivere i maneggi politici, che specialmente

rispetto a lei si trattavano in questi tempi. Primieramente quando

ancora Napoleone era a Dresda, gli alleati, ai quali l'Austria già si

era accostata, gli proponevano che restituisse le provincie Illiriche,

che ristorasse a libertà le città anseatiche, che consentisse a

nominare, d'accordo con gli alleati, sovrani independenti pei regni

d'Italia e d'Olanda. Domandavano altresì, che evacuasse la Spagna, e

rimandasse il papa a Roma: susseguentemente credendo, che per le rotte

avute si fosse renduto più facile alla concordia, il richiedevano, senza

però, che questa fosse condizione indispensabile, che rinunciasse alla

confederazione Renana, ed alla mediazione della Svizzera. Quello spirito

altiero, che sempre si empiva di pensieri vani, e presumeva della sua

fortuna sopra il consueto degli uomini ragionevoli, non volle piegar

l'anima; risolutamente ricusò le proposte. Quanto all'Italia, corse fama

che i confederati, non avendo potuto persuadere il desiderio loro a

Napoleone, si voltassero a tentar l'animo d'Eugenio vicerè, offerendogli

di riconoscerlo re del regno d'Italia, se volesse congiungersi con loro

ad impresa comune per la liberazione d'Europa: cosa, che il principe non

avrebbe potuto fare senza voltar le armi contro la Francia, e contro il

padre. Vogliono che Eugenio rispondesse, non esser padrone di se

medesimo, non avere la potestà sovrana; solo essere delegato e

mandatario, non potere senza taccia d'infamia, non che accettare, udire

le proposte; non avrebbero gli alleati nè stima nè fede in lui, se a

quello che da lui richiedevano acconsentisse. Se fu vera, bella risposta

fu certamente questa, e se Eugenio avesse perseverato sino alla fine

nella medesima illibatezza di posporre l'utile all'onesto, non

potrebbero i posteri dargli biasimo d'importanza.

Ma peggiorando vieppiù per la rotta di Lipsia le condizioni

dell'imperator Napoleone in Germania, Eugenio cominciò a pensare ai casi

suoi, e procedendo con dubitazione, frutto o della lunga servitù, o di

disegni più cupi, o di affezione verso Francia, metteva fuori parole che

dinotavano in lui la volontà di abbracciar l'independenza: essere

cambiati i tempi, spargevano i suoi più fidi; dover essere l'Italia

independente, ma unita a Francia, non unita ad Austria, non ad

Inghilterra; ciò volere, ciò desiderare Napoleone; salvassersi le sorti

di Francia, fossero quelle d'Italia quali e quante dovevano essere.

Napoleone tocco da sventura, non essere più Napoleone trionfatore; lui

la prosperità avere fatto rigido signore dei popoli, lui l'avversità

fare spontaneo comportatore di libertà; pigliassero gl'Italiani quella

occasione, che la fortuna offeriva loro di vendicarsi a libertà sotto il

potente e temperato dominio della Francia.

Spaziavano poscia i fomentatori di questi pensieri sull'odioso, come

dicevano, dominio dell'Austria; venirne l'Austria con brame di vendetta,

venirne con fini d'assoluta potenza; il lungo dominio avere immedesimato

col nuovo governo le persone e gl'interessi; non potere questa comunanza

rompersi, il che l'Austria farebbe, senza infiniti dolori e ruine; altra

essere la natura dei Francesi, altra quella dei Tedeschi; quella più

uniforme agl'Italiani, questa più disforme; del resto, potere

gl'Italiani stare, se l'independenza fondassero, senza i Francesi; il

dominio Austriaco nel regno non potersi fondare senza la presenza dei

soldati: eleggessero gl'Italiani tra lo essere stato proprio, o

provincia altrui: quei magnifici palazzi novellamente sorti, quei

valorosi soldati sì numerosamente formati, quei magistrati sì

indissolubilmente radicati, quelle abitudini sì generalmente allignate,

quel nome d'Italia sì lungamente in fronte portato, assai indicare che

proprietà di se, non d'altrui, che insegne libere, non serve, che

denominazione propria, non forestiera, doveva il regno, doveva l'Italia

avere, nè comandare agl'Italiani altri che gl'Italiani: essere Eugenio,

non Italiano di nascita, ma Italiano di elezione e d'affetto: offerirsi

parato a fare quanto in lui fosse per dimostrare ai popoli, quanto la

libertà, e l'independenza loro amasse, purchè in termini non

pregiudiziali a Francia si consistesse: essere in lui sperienza di

stato, sperienza d'armi, età giovenile, ma matura, corpo forte ed

esercitato; le moleste cose averle volute Napoleone rigido, le dolci

lui; e chente fosse il principe, averlo dimostrato con quella sua

risoluzione stessa di conservarsi fedele nell'avversa fortuna a colui

dal quale era stato innalzato nella prospera.

Queste insinuazioni dei fidati di Eugenio producevano pochi effetti,

perchè i contrari al nuovo stato non si lasciavano svolgere,

massimamente nell'imminenza dei pericoli presenti, i favorevoli poco

confidavano nelle promesse Francesi. Costoro vedevano occupare tuttavia

il primo luogo nella grazia del principe, intromettersi nei consigli più

segreti, e l'autorità solo arrogarsi coloro, che nella servitù verso

Napoleone più erano stati sprofondati, che al nome d'independenza sempre

si erano spaventati, che delle più dure deliberazioni, e dei più rigidi

comandamenti dell'imperatore e re erano stati i principali autori, ed i

più attivi esecutori. Sapevano ch'essi erano sempre stati consigliatori

di amare risoluzioni contro coloro, che per generosità d'animo, e per

amore di franchigia, della lor patria altamente sentendo, erano divenuti

sospetti: l'aver pruovato il loro giogo acerbo nuoceva alla causa che

pretendevano. Due uomini principalmente erano venuti in odio dei popoli

nel regno Italico, il conte Prina, ministro delle finanze, carissimo a

Napoleone per la sua natura sottile ed inesorabile nel riscuoter le

tasse, ed il conte Mejean, segretario del principe, uomo di tratto

cortese e soave, ma che, come di scuola Napoleonica, credeva, che a

voler che gli uomini siano bene governati, convenga metter loro un duro

freno in bocca. Questi discorsi davano grandissimo nocumento alle cose

del vicerè: alcuni però speravano, che, rimossa quella mano di Napoleone

dalle viscere del regno, si avessero anche a rimuovere quei due

consiglieri acerbi, e ad avere più in considerazione i consigli di

quelli, che più amavano la moderazione e la libertà d'Italia. Tanto poi

si era fatto per l'attività del vicerè, che si era creato un esercito

giusto, composto parte di Francesi raccolti dai presidii e dagli scritti

dell'Italia Francese, parte di soldati del regno, alcuni veterani, molti

novelli. Il vedere queste genti dava qualche sicurtà ai popoli, se non

di vincere, almeno di negoziare, e non si disperava dello stato franco.

La tempesta intanto di verso il mare, e di verso il Tirolo e l'Illirio

si avvicinava.

Eugenio confermandosi più l'un dì che l'altro ne' suoi disegni e nelle

sue titubazioni e vacando sempre ai negozi cogli antichi consiglieri,

aveva dato ordine al suo ministro di polizia, che scrivesse una

circolare a tutti i prefetti, esortandogli a far sorgere destramente nei

popoli il pensiero, che fosse arrivato il tempo di fondar

l'independenza: insinuassero altresì, ch'egli si sarebbe fatto capo

dell'impresa, e che Napoleone imperatore l'avrebbe veduta volentieri. Ma

poscia, avendo paura di se stesso, e temendo che il moto, che si voleva

suscitare, tornasse in pregiudizio della Francia, diede ordine che le

lettere s'intrattenessero. Così tra il volere e il disvolere non

riusciva a nulla, non accorgendosi che chi si mette a simili imprese,

non solamente non può regolarle a volontà sua, ma non deve nemmeno

curarsi che a volontà sua si possono regolare. A volere fondar la

franchezza d'Italia, che era un fatto grandissimo, e' bisognava volerla

senza mescolanza di altro affetto, e il voler serbare fedeltà a

Napoleone ed a Francia, quando il fine della liberazione d'Italia

esigesse altri pensieri, se era cosa onorevole, era certamente puerile.

A chi si getta a questi partiti straordinarj è d'uopo il non pensare

alle indiavolate cose che ne possono seguire. Odo che si dice, che a

queste cose gli uomini onesti non possono consentire. A questo sto

cheto; solo dico, che, se così è, gli uomini onesti non si debbono

gettare a tali partiti, e nemmeno far vista di volervisi gettare. Questo

poi so di certo, che Eugenio, o fosse onestà, o fosse mancanza di cuore,

perdè l'impresa.

Giovacchino anch'egli si era travagliato di questa materia, quando ebbe

veduto le cose di Napoleone andare in fascio in Germania. Ma varj ed

incerti erano i suoi pensieri. Sul principio, quantunque non amasse il

vicerè, ed emolasse la sua grandezza, gli aveva mandato proponendo:

dividessersi fra di lor due l'Italia, facesserla independente; ch'essi

soli, se operassero d'accordo, la potevano preservare dai Tedeschi; che

non si sarebbe recato alcun pregiudizio alla Francia, la quale avrebbe

avuto l'Italia per alleata. Aggiungeva, che in caso di deliberazione

contraria da parte del vicerè, ei sarebbe obbligato di fare quelle

risoluzioni che avrebbe stimate più convenienti alla salute sua.

Prestò il vicerè poco orecchio alle proposte del re di Napoli, o che non

si fidasse di lui per le antiche emolazioni, o che volesse far da se, o

che temesse di pregiudicar Napoleone e la Francia. Caduto Giovacchino

dalle speranze di Eugenio, si era deliberato, già insin da quando aveva

condotto l'esercito nella Marca d'Ancona, ad appiccare nel regno

d'Italia qualche pratica segreta: anzi giungendo i suoi vanti a quei dei

Napolitani, pareva che volesse far gran cose. Il generale Pino, antico

amico di Lahoz, e soldato di pruovato valore, era venuto in qualche

disfavore in corte, sì perchè si sapeva ch'egli era amatore dei viver

patrio, sì perchè erano tra lui e Fontanelli, ministro della guerra,

emolazioni di fama e di potenza. Vivevasene, dopo le prime battaglie

dell'Illirio e del Friuli, che nel seguente libro racconteremo, in

condizione privata, alle faccende pubbliche non badando, se non per

saperle. Parve stromento opportuno al re di Napoli; il fece tentare;

prometteva di condurre i suoi Napolitani all'impresa. Molti entrarono

nell'intelligenza. I capi, disperando del vicerè, come troppo Francese,

si gettavano alle parti di Giovacchino, il quale come più audace e meno

cauto, era capace di fare qualche strepitosa alzata d'insegne. I

congiurati tanto operarono, che Pino fu mandato al governo militare di

Bologna, luogo atto a poter consuonare coi Napolitani, che, già occupate

le Marche, si trovavano vicini.

Mandò Giovacchino un Pignatelli ad abboccarsi con Pino a Bologna. Il

richiedeva, che col nome, ed autorità sua, che era grande fra i soldati

italiani, ne tirasse a se quanti potesse, ed improvvisamente si

scoprisse, quando il re si mettesse a cammino per assaltare l'Italia

superiore. Queste trame non si poterono ordire tanto copertamente, che

Fontanelli, che già sospettava del governator di Bologna, non ne avesse

qualche sentore; perciò diede lo scambio a Pino. Giovacchino si trovò

ingannato della speranza concetta di fare un moto nel regno d'Italia

malgrado del principe vicerè. Andossene Pino a Verona, dove il principe,

quando fu risospinto dai confini per le armi Austriache, aveva ridotto i

suoi alloggiamenti. Veduto con poca lieta fronte dal principe, anzi

interrogato, come sospetto, dal ministro di polizia Luini, se ne venne

molto di mala voglia, e dimostrando dispiacenza grandissima, a Milano.

Quivi visse privatamente, ed anche oscuramente sino alla commozione, che

terminò con funesto fine un regno più lietamente incominciato.

Giovacchino si gettava alla parte dell'Austria.

Le armi potenti seguitavano le macchinazioni impotenti. Aveva

l'imperatore Francesco, che con grandissima prontezza si era allestito

alla guerra, mandato un forte esercito, in cui si noveravano meglio di

sessantamila buoni soldati, ai confini, per modo che cingeva tutto il

regno Italico da Carlobado di Croazia insino al Tirolo. Obbedivano tutte

queste genti al generale Hiller, uomo di grande sperienza per essere già

molt'oltre con gli anni, e vecchio ancora di milizia. Militavano con lui

non pochi generali di nome, tra i quali principalmente si notavano

Bellegarde e Frimont, capitani esperti nell'Italiche guerre. Mandava

fuori Hiller un suo militare manifesto, con cui, descritte primieramente

le forze e le vittorie della lega, esortava gl'Italiani a levarsi contro

il tiranno a generale liberazione d'Europa conquassata sì lungamente da

tanti movimenti, ed a cooperazione dei poderosi eserciti che accorrevano

in ajuto loro da ogni banda.

Quest'era il nembo che minacciava il regno Italico dai paesi di

Settentrione, e d'Oriente. Vers'ostro i confini non gli erano sicuri;

perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei

popoli, si erano accordati, che, mentre gli Austriaci l'assalterebbero

dalla parte loro, gl'Inglesi, o coi soldati proprj, o con soldati di

ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o

finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due littorali

dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto

da quella d'Italia. Sapevano, che massimamente nella Dalmazia e

nell'Illirio s'annidavano male disposizioni contro la dominazione

Napoleonica, nella prima per le crudeltà usate da qualche generale, e

per la cessazione del commercio, nel secondo per l'antica affezione alla

casa d'Austria, e per la superbia di Junot governatore, che già

pazzamente vi procedeva prima che pazzo diventasse. Intendevano anche a

percuotere nei lidi Italiani, entrando per le bocche del Po, per far

diversione in favor dello sforzo principale, che calava dalle Alpi

Rezie, Giulie, e Noriche. Avevano anche speranza, sebbene il vedessero

incerto e titubante, che Giovacchino di Napoli si sarebbe congiunto a

loro, sì perchè allora sempre più precipitavano le cose di Napoleone, sì

perchè si persuadevano, che avrebbe creduto un gran fatto, che i governi

antichi con lui trattassero, lui riconoscessero, ed in luogo di alleato

accettassero. Le forze del re di Napoli erano di grande momento

all'Austria, perchè andavano a ferire il regno Italico a fianco ed alle

spalle, e dove aveva minor difesa; perchè dei futuri casi, nissuno, e

nemmeno Napoleone previdentissimo avrebbe potuto immaginare questo, che

Giovacchino di Napoli fosse un giorno per muovere le armi contro il

regno Italico di Napoleone di Francia.

Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè

gl'Inglesi, essendo oramai certi delle intenzioni di Giovacchino, si

proponevano di far impeto con quei loro soldati moltiformi, e racimolati

da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano, non senza

ragione, avversa al nuovo stato e desiderosa di tornare all'antico.

Venivano con loro Bentink e Wilson generale colle loro pubblicazioni di

libertà e d'indipendenza, dico Bentink, che intendeva la libertà, ma

pendeva al tirato, essendo di natura piuttosto signoreggevole, e Wilson

che amava la libertà, ma pendeva al largo, essendo di natura piuttosto

tribunizia. Avevano essi trovato non so che bandiere con suvvi scritto

il motto _Independenza d'Italia_, e dipinte due mani che si toccavano in

segno d'amicizia e di colleganza. A questo modo suonava d'ogn'intorno un

forte nembo al regno Italico, ed a tutta Italia. Le antiche ricordanze

dell'Austria, le nuove parole di libertà, l'allettatrice mostra della

padronanza propria, gli epifonemi di pace, di concordia, di felicità, le

promissioni di tasse temperatissime, e di abolizione delle leve

soldatesche si mettevano in opera per far muovere l'Italia; ma

gl'Italiani, che già ne avevano vedute tante, non credevano nè agli uni

nè agli altri.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 16 / 23 段