Giubbilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei

baroni, ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava, che il re,

cioè il principe vicario appruovasse. Fuvvi qualche soprastare. Si

disse, che la regina stringesse il figliuolo affinchè vietasse:

mormorossi, ch'ella per por le cose in confusione, macchinasse

sollevazioni in Palermo. Si andava oltre a ciò vociferando un caso più

orrendo, e fu, ch'ella con un artifizio di polvere chiusa in grossa e

forte boccia, aggiuntovi scheggia ed altri stromenti mortalissimi, e

gettato, ed acceso improvvisamente nella stanza del parlamento, si fosse

sforzata di mandar l'assemblea a confusione ed a ruina. Certo scoppiò il

ferale ordigno, ma all'entrare di una finestra, per modo che dal terrore

in fuori, non fece effetto. Queste cose si dicevano della regina, non

perchè se le facesse, ma perchè la credevano capace di farle.

Duro pareva a chi regnava, lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto

operarono Bentink, il parlamento, ed i segni della impazienza popolare,

che il principe vicario dichiarò, piacergli i capitoli. Ne fu lodato da

molti, biasimato da pochi. La regina, non potendo più resistere,

costretta anche da Bentink, che conoscendo quel suo spirito indomabile,

ed avendo l'animo alieno dal confidarsi di lei, malvolentieri la vedeva

vicina alla sede del governo, si ritirava a Castelvetrano, terra

distante a sessanta miglia da Palermo. Aspettava Bentink la stagione

propizia per mandarla a Vienna, certo e sicuro, che, finchè ella

restasse nell'isola, il nuovo stato non potrebbe quietare, non che

radicarsi e fiorire.

Ed ecco che nel mese di gennajo dell'ottocento tredici il re (corse fama

in quel tempo, che Carolina regina, avendo l'animo sempre pieno di mala

soddisfazione, di nottetempo e celeremente venendo da Castelvetrano,

fosse andata a trovarlo, e ad esortarlo a recarsi di nuovo la somma del

governo in mano) compariva all'improvviso in Palermo, e fatti a se

chiamare i ministri, dichiarava, che essendo tornato in salute, suo

intento era di riassumere l'autorità regia. Parve caso strano, e che

potesse portar con se accidenti molto gravi. Bentink, avvertito a tempo,

mandò prestamente suoi messi a chiamar le soldatesche, che alloggiavano

nei paesi circostanti. Tanta fu la celerità usata, che a mezza notte

dodicimila Inglesi, armati di tutto punto, come in presente guerra,

entrarono in Palermo, e rendettero le cose sicure al nuovo stato. Fu

assai subito Bentink in questa faccenda, e se avesse tardato non sarebbe

più stato a tempo; perchè già i partigiani dell'antico reggimento

alzavano la testa, e si vantavano di aver vinto la novella

constituzione. Era intento di Ferdinando di cambiare i ministri, non

terminare la constituzione, annullare i capitoli accordati, rimettere in

piede lo stato antico, richiamare la regina: il fine ultimo consisteva

nel liberarsi dall'imperio d'Inghilterra, e dalle molestie dei

democrati. Si cantarono con pompa nel duomo le prime grazie

all'Altissimo per la salute ricuperata del re. Si aspettavano plausi:

nissuno si scoprì. Se da una parte si sopportava mal volentieri il

dominio degl'Inglesi, dall'altra si temeva quello della regina, e dei

Napolitani. Intanto il capitano generale aveva condotto a fine i suoi

preparamenti: soldati in armi occupavano Palermo; un romor di cannoni e

di mortaj tirati per le contrade faceva un terrore grandissimo. I

Palermitani gridavano che guerra fosse quella; e si lamentavano che si

fosse dato occasione a quest'insolito apparato. Mandava Ferdinando il

comandante domandando a Bentink, che cosa significasse quella mostra

guerriera. Rispose venezianamente l'Inglese, avere udito la ricuperata

salute del re, volere anche di lui palesare la sua contentezza; quelle

armi e quei soldati essere venuti ad allegrezza e ad onoranza. Stette

alquanto sopra pensiero il Siciliano, perchè gli pareva che il parlare

di Bentink fosse piuttosto da burla che da vero. Poi gli disse, se

avesse pensato agli accidenti che potevano nascere. Il capitano del re

Giorgio rispose, che il re Ferdinando l'aveva chiamato suo capitano

generale, che a lui aveva affidato la quiete di Palermo e del regno; che

per adempire l'incarico aveva apprestato quelle armi e quei soldati.

Ferdinando in questo mentre caduto in malattia o per accidente fortuito,

o per angustia d'animo, riconfermò il figliuolo nella carica di vicario

generale, e tornossene in villa, portando con lui diminuzione di

riputazione per un tentativo male cominciato, e peggio terminato.

Volle Bentink usar l'occasione dello sgomento concetto per l'esito

infelice, facendo opera di persuadere al re, che rinunziasse

intieramente all'autorità regia in favor del figliuolo: mandò anche

soldati per ajutar le parole coi fatti, a romoreggiare tutto all'intorno

della villa abitata da Ferdinando, ma egli non si lasciò tirare a questa

risoluzione, perchè i fuorusciti Napolitani, tutti o la maggior parte

seguaci della regina, il dissuadettero efficacemente da questa finale

rinunzia. Temevano, nè senza ragione, che se il principe vicario fosse

divenuto re, pei consigli dei baroni Siciliani, che in lui molto

potevano, ed erano nemici al nome loro, gli conducesse a qualche mal

partito. Non potevano tornare nella patria loro, che tuttavia si trovava

in potestà dei Napoleonidi, e se fosse loro stata vietata la Sicilia,

non avrebbero più avuto alcun ricovero o scampo.

Intanto il tentativo fatto per riassumere l'autorità regia, rendè del

tutto chiaro Bentink dell'animo della regina. Laonde, temendo non poco

ch'ella facesse qualche precipitazione, si persuase che era meglio

vedere una regina esule, che in pericolo l'autorità d'Inghilterra. Fatte

adunque le sue diligenze, costrinse Carolina ad abbandonar la Sicilia.

Dal che nacque, che portata dai venti e dall'avversa fortuna in istrani

e barbari lidi, non potè, se non con disagi incredibili, rivedere la sua

Vienna, riabbracciare i parenti, e respirare l'aere natìo, donde solo

poteva sperar conforto della perduta potenza. Ma non fu lungo il

sollievo, perchè presa da subita malattia, passò poco tempo dopo da

questa all'altra vita. A questo modo fini di vivere Carolina d'Austria e

di Sicilia, prima desiderosa di ridurre il governo a forme più larghe,

poi sostenitrice tenacissima di governo stretto, prima favorevole ai

filosofi, poi nemica acerbissima di loro, contrastatrice violenta un

tempo di Napoleone imperatore per la soverchia potenza di lui, poi sua

aderente per troppo amore della potenza propria; conservata

dagl'Inglesi, poi fatta esular da loro; questo solo lasciò incerto, se i

tempi, o ella cambiassero; che anzi se si dee, non da qualche atto della

vita, ma da tutti della natura di alcuno giudicare, parrà certo, ch'ella

piuttosto costante e forte, che volubile e debil donna chiamare si

debba. Nè in mezzo alle tante ambizioni moderne la sua cupidigia del

dominare io riprenderei, se non l'avesse condotta ad una rigidezza

eccessiva. Di questo, nè io, nè, credo, altri sarà mai per iscusarla per

ragione alcuna, nemmeno per l'orrendo caso della regina sorella;

conciossiachè, se di vendetta in vendetta sempre dovesse andare il

mondo, non si vede, che allo straziarsi colle unghie, ed al mangiarsi

coi denti gli uomini al fine non dovessero pervenire. Mise chi ci creò

nei nostri cuori la pietà verso i miseri, ed il piacere del perdonare ai

rei, acciocchè l'umana razza s'arrestasse in mezzo al corso del

tormentare umane membra, e del versare umano sangue; e se una pazzìa

incomprensibile, od un desìo spaventevole ci vi spinge, almeno una

salutevole pietà ci rattenga dal correre sino all'estremo termine di

lui.

Rintegrato il principe vicario nel regno, e partita la regina,

insistendo i ministri, massimamente Bentink, che interveniva a tutte le

consulte, continuò il parlamento le sue politiche fatiche. Diessi

compimento alla constituzione; si mise in atto, rimanendone i popoli con

molta satisfazione. Così fu felice il principio; il seguito non

corrispose. Nacque tostamente la peste dei governi liberi, dico le

insolenze popolari: nacque il vizio dei paesi comandati dai forestieri,

dico i favori conceduti dai dominatori ai più vili, ai più ignoranti, ai

più ridicoli uomini: la parte popolare più forte, e sempre intemperante

ne' suoi desiderj, principiò a non serbar più modo verso i nobili,

contro di loro con parole e con fatti imperversando. Era in questo

procedere, non che cecità per l'avvenire, ingratitudine del passato,

perchè dei nobili, chi era stato autore della constituzione, e chi

l'aveva accettata volentieri. Per la qual cosa eglino, non trovando più

sotto l'imperio di lei rispetto e quieto vivere, diventarono avversi, e

desiderarono il cambiamento di quello, che coi desiderj, e colle opere

avevano mandato ad effetto. Pessime furono la maggior parte delle

elezioni alla camera dei comuni, fatte principalmente per maneggio di

Bentink, più avendo potuto nel suo animo i servigi particolari fatti a

lui medesimo, che quelli fatti o da farsi al pubblico. La viltà degli

eletti portò disprezzo al consesso: da spie e ligi di Carolina, a spie e

ligi di Bentink non facendo i popoli differenza, concepirono la

opinione, che gli scritti di penna non sono altro che scritti di penna,

e che gli atti ed i risultamenti sono sempre i medesimi, cioè di dare a

chi meno merita, e di tôrre a chi più merita; chi aveva disprezzo, chi

odio, chi freddezza verso la nuova constituzione, e tutto in un fascio

mettevano Carolina, Acton e Bentink. Torno sull'antica mia querela, che

le leggi portanti a libertà in Europa son sempre guaste dal cattivo

costume, massimamente dall'ambizione. S'arrose a questo, che i dazj

posti ai tempi del parlamento Bentiniano secondo gli ordini della

constituzione, avanzarono di gran lunga quelli che si pagavano prima, ed

in virtù degli antichi statuti del regno. Del quale effetto la cagione

si fu, parte la necessità del pagare i soldati altrui, parte quella di

supplire con nuovi dazj alle rendite dei dritti feudatarj soppressi. A

questi aggravj si risentivano i popoli, che generalmente piuttosto dal

non pagare, che dal fare gli squittinj giudicano della libertà. Le

persuasioni degli uomini in carica non fruttavano, perchè gli stimavano

complici; gli altri scontenti: perivano i fondamenti della recente

constituzione, e le cose del nuovo governo molto s'indebolivano. Ciò

nondimeno durò qualche tempo; perchè, morta la regina, niuno era rimasto

che le potesse dare un primo urto. Ma non così tosto il re Ferdinando,

pei casi dell'ottocento quattordici, tornossi a sedere sul trono di

Napoli, che con un cenno solo l'aboliva non solamente senza sommossa di

popoli, ma ancora senza mala contentezza. Dal che ne seguita, che non le

magnifiche parole, ma solo la felicità presente possono essere stabile

fondamento alle constituzioni. I popoli di metafisica non sanno, e la

felicità loro misurano, non da quello che odono, ma da quello che

sentono.

Insomma Ferdinando disse, che la constituzione era stata data per forza,

Bentink che era stata chiamata di volontà, Castelreagh andò per le

ambagi. Vero fu, che fu desiderata prima, poco amata dopo, colpa più dei

popolani che dei nobili, più dei forestieri che dei paesani. Del resto,

anche qui si vide il vizio dello aver commesso in quest'Europa ciarliera

ed ambiziosa la potestà popolare, cioè la potestà che debbe servire di

moderatrice al governare e di guarentigia al popolo, ad assemblee

numerose. Nella natura attuale degli Europei, questo è un pessimo

rimedio, nè so quello che diventerebbe l'Inghilterra stessa se non

avesse i borghi compri: per un vizio enorme solamente, cioè per questi

borghi ella vive. L'antica sapienza Italiana seppe trovare migliori

rimedj; e se quello che nelle constituzioni degl'Italiani antichi, ed

anche in qualcheduna dei moderni, era solamente un principio non

ordinato, o male ordinato, con buoni statuti si ordinasse, il che

sarebbe non che difficile, agevole, sarebbero sicuri la libertà e

l'imperio.

Mentre Guglielmo Bentink dominava in Sicilia, Edoardo Pellew

signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano di

un solo, il mare in mano di un solo. Nacquero accidenti, ora in questo

mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto

notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono

gl'Inglesi già sin dall'ottocentundici molte onerarie al capo Palinuro.

Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi,

s'impadronirono presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse

cariche di vettovaglie. Fatto di maggior importanza fu una battaglia

navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole

antemurali dalla Dalmazia. Vinse la fortuna Britannica: le fregate

Francesi la Corona, e la Bellona vennero in poter degl'Inglesi; la Flora

si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione

Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma, ed un

nido sicuro, dove e donde potevano ritirarsi ed uscire a dominar

l'Adriatico. Fu per Napoleone dato avviso al pubblico della fazione di

Lissa, ma a modo suo, servendosi del nome del generale Giflenga che era

stato presente alla battaglia. Se non si poteva dire che l'imperatore

perdesse quando vinceva, molto meno si poteva quando perdeva. Giflenga

stette queto, perchè non poteva parlare, quantunque il fatto fosse assai

diverso del come fu nella patente lettera di lui descritto.

Già i fati assalivano Napoleone; l'ambizione, che mai non dormiva in

lui, gli toglieva l'intelletto. Dome la Francia, la Germania, l'Italia,

non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La

Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni; quella amica poco fedele,

questa nemica costantissima; nè poteva pazientemente sopportare, che

queste due potenze gli fossero ostacolo al salire dove i suoi desiderj

fossero, non dico sazj, perchè a ciò la natura sua smisurata ripugnava,

ma più soddisfatti: mezza Europa non gli bastando, come non mai si

fermava la sua cupidigia, la voleva tutta. Parevagli che due grandi

imperj, quali erano il suo e quel d'Alessandro, non potessero sussistere

insieme nel mondo. Per questo aveva dilatato i suoi confini insino alla

Russia, per questo unito alla Francia Amburgo e Lubecca, per questo

fortificato Danzica, per questo creato il ducato di Varsavia, per questo

teneva ostinatamente stretta ne' suoi artigli la miseranda Prussia,

piuttosto ombra di potenza che potenza. Nè ignorava, quanti sdegni

contro lui covassero, massimamente in Germania, pel suo insopportabile

dominio: l'estrema forza della Russia gli nutriva. Questi pensieri,

giunti alla cupidigia dell'esser solo, tanto più gli turbavano la mente,

quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non

domasse la Russia. Qui anche covava, secondochè appare, un pensiero

grandissimo, nè a lui ostava, per mandarlo ad effetto, l'amicizia che

allora aveva col sultano di Turchìa. Napoleone vincitore della Russia

mirava al farsi padrone di Costantinopoli per rintegrare nella sua

persona l'imperio d'Oriente, ed anzi tutta la pienezza del Romano

impero. Appetiva anche le Indie Orientali a distruzione

dell'Inghilterra, e ad acquisto di fama pari a quella d'Alessandro

Macedone. Nè che io narri cose fantastiche alcuno sarà per dire: perchè

dell'andare per cammino terrestre nelle Indie non solamente si parlò in

quei tempi, ma eziandio ne furono prese deliberazioni, e i luoghi

esplorati, e le stanze notate, e la lontananza accertata, e tenute

pratiche colla Persia. Anzi gli adulatori già spargevano, che l'impresa

non aveva in se tanta difficoltà quanta il volgo credeva. Solo ostava la

Russia: per questo Napoleone ambiva di soggiogarla, confidando che il

vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo. Sapevaselo

l'Inghilterra, che continuamente stava ai fianchi d'Alessandro,

acciocchè dalle infauste e mortali mani si strigasse. A questo fine

aveva anche mandato un ambasciatore straordinario ad Ispahan, affinchè

tenesse il sofì di Persia bene edificato verso l'Inghilterra.

Dall'altro lato la Russia, che vedeva il cimento inevitabile, pensava

che il più presto sarebbe stato il meglio: mezzo mondo era vicino a

marciare in guerra contro mezzo mondo; i due imperi apprestavano l'armi

con tutte le forze loro. Favoriva l'uno un esercito fioritissimo,

massime di Francesi usi a vincere in tante guerre, una esperienza di

tanti anni, una perizia finissima, una fama maravigliosa di capitano

invitto in chi tanta mole da se solo muoveva: il favorivano la maestria

delle insidie nel corrompere, e l'arte squisita di adescar gli uomini:

il favorivano la guerra di Turchìa già suscitata contro la Russia,

quella di Persia prossima a suscitarsi.

In pro della Russia inclinavano altre sorti: le regioni lontane, e solo

assaltabili di fronte, la vastità loro, i deserti immensi, i freddi

orrendi. A ciò una infinita divozione dei popoli verso l'imperatore

Alessandro, e la costanza de' suoi soldati, dei quali si prevedevano i

primi impeti buoni, gli ultimi migliori. Nè gran peso non recava la

potenza dell'Inghilterra, che a lei si sarebbe congiunta. Efficace ajuto

ancora, per la diversione e per l'esempio, recava alle cose di

tramontana la guerra di Spagna e di Portogallo. Le Spagnuole geste

risuonavano nel cuore dei Prussiani, ed accendendo ogni animo anche più

quieto, gli chiamavano alla liberazione della patria. Gli Spagnuoli,

dicevano, gente in questi ultimi tempi poco usa alle guerre, avere volto

il viso e l'armi contro il comune tiranno, i Prussiani famosi giacersene

inoperosi ed inonorati: cattolici assuefatti all'obbedienza servile

insorgere e combattere; protestanti più usi alla libertà, quietamente e

pazientemente obbedire: niuna in Ispagna maravigliosa fama essere, avere

in Prussia, i più, veduto, in tutti vivere Federigo II: la spada sua

lasciata a rispetto del vincitore, essere stata dal medesimo tradotta a

scherno, vile trionfo di capitano barbaro: essa chiamare i Prussiani a

vendetta: sorgere dalla tomba la voce di Luisa oltraggiata, rimproverare

ai Prussiani la loro ignavia. Nè la restante Germania quietava.

L'Austria stessa tanto temperata titubava, aspettando il tempo propizio.

Che anzi la Baviera, sempre aderente alla Francia per emolazione e paura

dell'Austria, seguitava la medesima inclinazione. Tanto era venuta a

fastidio la potenza Napoleonica, conculcatrice sì degli amici, come dei

nemici, e forse più ancora dei primi che dei secondi. Quanto all'Assia,

oltre la comune servitù, era sdegnata dal procedere puerile e superbo di

Girolamo Napoleonide. Così nissun voleva star ozioso a vedere l'esito

della guerra, e tutti aspettavano l'occasione di scoprirsi. Quest'erano

le speranze della Russia.

Quanto all'Italia, gli umori vi erano diversi, nè sì grande il suo

momento, per esser troppo lontana dai campi in cui si dovevano

combattere le battaglie, nè dava timore di un moto alla Spagnuola.

Inoltre nelle regioni superiori di lei la lunghezza del dominio

Napoleonico vi aveva, parte assuefatto gli animi, parte posto in

dimenticanza gli antichi sovrani. Nella inferiore poi le crudeltà

commesse vi avevano alienato gli spiriti, e se i popolani, specialmente

nelle province, non amavano Giovacchino, i nobili l'amavano, grande

sussidio al suo governo. Roma e Toscana nel mezzo fremevano ma

impotenti; i Piemontesi, uomini armigeri, si contentavano di quelle

guerriere sorti. Del regno d'Italia, la parte Milanese dipendeva

piuttosto con lieto animo, che mal volentieri dal capitano invitto, per

avere una capitale fioritissima, un nome ed un esercito proprio,

magistrati ed impiegati del paese, una immagine d'independenza. Del

resto la gloria militare di Napoleone quivi aveva cominciato, quivi

continuato, i pubblici segni magnifici; eravi sorta una certa nazionale

altezza. La parte Veneziana avversa; ma che sperare avesse, e per cui

combattere non sapeva. Solo sapeva che per se non poteva combattere:

niuna speranza avevano i Veneziani della loro nobil patria, o preda

sempre, o compenso di preda.

Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento dell'armi, ed

al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono, come si

usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro piccoli

fatti, certamente molto abietti, e molto indegni di tanta mole. Essi

sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo sapeva,

quest'era l'impossibilità del vivere insieme sulla vasta terra.

Napoleone come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il suo fato,

assaltava primo; infierì la guerra in regioni rimotissime; desolò prima

le sponde del Boristene, poi quelle del Volga: combatterono i Russi a

Smolensco, combatterono a Borodina sulla Moscova: prendeva Napoleone

Mosca, la prendeva ed insultava: folle che non vedeva che Dio già gli

dava di mano! Era fatale, che sui confini dell'Asia perisse la fortuna

Napoleonica; arse Mosca, immensa città; cagione e presagio di casi

funesti. Una rotta toccata da Murat avvertiva Napoleone che il nemico si

faceva vivo, e che quello non era più tempo da starsene nel fondo delle

Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi. Pensò di

ridursi, passando per Caluga e Tula, a svernare nelle province

meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di

Malo-Jaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati del

regno Italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si

cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù di

Kutusoff, generalissimo di Alessandro. Napoleone ributtato con

ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata

strada di Smolensco: il Russo gelo spense l'esercito: piange e piangerà

eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore

perduto per l'ambizione d'un uomo, che con la sua superbia volle tentare

il cielo; il cielo mostrò la sua potenza; questa fu la pienezza dei

tempi profetizzata da papa Pio. Imparino moderazione e giustizia gli

ambiziosi, che si dilettano delle miserabili grida degli straziati

uomini.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 15 / 23 段