Cagione molto forte di disgusto furono i Napolitani venuti colla corte

in Sicilia. Costoro, se pochi si eccettuano, o messisi a grandeggiare

fra un popolo povero, od a far le spie fra un popolo sdegnato,

accrescevano l'odio naturale dei Siciliani contro i Napolitani, e gli

umori già mossi viemaggiormente pervertivano. Il denaro del pubblico,

cavato a grande stento dai sudditi spolpati, si profondeva con grave

scandalo in Napolitani o Calabresi, parte insolenti, parte viziosi,

immoderati tutti nella quantità delle spese: intanto i soldati quasi

nudi, e colle paghe corse da mesi ed anche da anni, attestavano colla

miseria loro la pessima amministrazione del regno. Nè la corte rimetteva

dal consueto lusso, come se il regno solo oltre il Faro potesse da se

solo sopperire a quella voragine, alla quale appena bastarono i due

regni uniti. Quindi accadeva, che sebbene alcune terre appartenenti alla

corona col fine di sostenere le esorbitanti spese si vendessero,

nondimeno sempre l'erario penuriava, e mentre la corte spendeva e

spandeva, ogni servizio del pubblico mancava. Le strade massimamente,

per le quali il parlamento aveva conceduto proventi particolari, rotte e

malconce dimostravano, che ciò che per loro si era dato, in altri usi si

convertisse. S'aggiunsero a sprofondar l'abisso gli enormi dispendj

fatti per le fazioni della Calabria, per la difesa di Gaeta, per le

spedizioni contro Castellamare, e contro le isole di Procida, d'Ischia e

di Capri. Già si era dato fondo alle ricchezze portate via nella fuga di

Napoli, avvegnachè fossero di non poca entità, e le cose erano ridotte a

tale, che la regina per ultimo sussidio, mandò ad impiegar le gioje

dotali e sopraddotali per cavarne diecimila once, che sono circa

cinquemila luigi di Francia. Crescevano gli sdegni, pensando che

l'Inghilterra pagava alla corte di Sicilia trecentomila sterlini

all'anno di sussidio, nè potevano i popoli restar capaci come tant'oro

Napolitano, Siciliano ed Inglese in una e medesima voragine senza

nissuno, o con debole frutto si gettasse: ricchezza certa, dispendio

enorme, povertà rea, dicevano. Gl'Inglesi stessi perdevano di

riputazione appresso ai popoli e per l'uso, e per l'abuso del sussidio.

Adunque, i Siciliani gridavano, fan le spese gl'Inglesi alla Sicilia,

perchè ne siano pagate le Napolitane spie, i Calabresi sicari? Adunque

gli sterlini di Londra vengono a Palermo, perchè l'amata d'Ascoli, ed il

dispotico dominio di Medici ne siano protetti e sicuri? Adunque perchè

un duro giogo sul collo dei Siciliani, miseri colla corte assente, ancor

più miseri colla corte presente s'aggravi, i Britannici salari sulle

Siciliane terre sono chiamati? Adunque perchè dei Napoleonidi ogni ora

si tema, tanti domestici e forestieri tesori si profondono?

Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi, che avevano a fare con un

alleato, il quale dopo di aver procurato odio a se, il procurava anche a

loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il

governo stesso pensava ai rimedj. Il fine era questo, che si togliesse

alla regina l'autorità che si era arrogata nelle faccende, e che la

parte popolare si accarezzasse, si conciliasse, si fortificasse.

Ma prima che gl'Inglesi comandassero, si sperava in un rimedio

domestico: quest'era il parlamento Siciliano. Lo aveva il re convocato

nell'ottocentodieci. Aveva Medici dato molte speranze di questo

parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidj: donativi

gli chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed

inframmettente, nè mancava di ardimento: perciò sempre confidente in

quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento.

Fece suoi brogli appresso ai rappresentanti, questi sono il braccio

demaniale, nè senza frutto. Alcuni degli eletti liberamente dalle città

tirò a se colle promesse e coi doni, altri fece eleggere a sua posta;

che anzi ottenne che parecchie città, bruttissimo vizio della

constituzione Siciliana, dessero il mandato parlamentario ad una

medesima persona. Erano moltiplici questi rappresentanti, ed al favore

di Medici obbligati, e da lui dependenti. Si era anche destramente

insinuato, ed aveva acquistato credito nel braccio ecclesiastico: non

pochi vi erano inclinati a secondare i suoi disegni. Bene considerate

erano tutte queste cose da Medici; ma errò per altra parte in due modi,

perchè credendosi sicuro dei due bracci, demaniale ed ecclesiastico,

omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed oltre a questo

usò l'opera di certe persone, le quali, avvengadiochè fossero dotate di

singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel

parlamento dell'ottocentosei si erano adoperate con molto calore,

acciocchè si aumentassero i dazj. I baroni, parte per amor di bene,

parte per odio di Medici, che gli aveva o trascurati od aspreggiati,

fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro.

Fra gli avversarj, per essere stato offeso ed allontanato dalla corte

per opera di lui, risplendeva il principe di Belmonte, uomo assai ricco,

di famiglia nobilissima, e di molta dipendenza in Sicilia: nè l'ingegno

mancava in lui, nè la liberalità; perchè amico ai letterati, cortese ai

forestieri, mostrava che di buoni frutti non era sterile la Sicilia.

Quest'erano le sue virtù: i vizj, un orgoglio intollerabile. Assunse

impresa di vendicarsi di Carolina e di Medici. I baroni si collegarono

con Belmonte. Il ministro s'accorse, che se era stato buono il tirare a

se i dipendenti, sarebbe stato meglio il tirare gl'independenti. L'esito

fu, che il parlamento concedè un piccolo aumento di donativi, ma

interpose tante difficoltà alla distribuzione e riscossione loro, che fu

impossibile di esigergli. Maggiori segni sorsero del mal umore

parlamentario, perchè, essendo solito il parlamento a domandare molte

grazie al re, grazie, che si concedevano a ragguaglio della largizione

dei donativi, a questa volta i baroni domandarono, come per modo

d'ironia, la grazia di sua maestà: l'esempio fu efficace; anche i due

altri bracci risposero nella medesima sentenza: solo gli ecclesiastici

richiesero il re, facesse prigioni separate pei preti. I Siciliani,

secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volentieri, e peggio

quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo

sparge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel

contrario con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici, e di

coloro che nel parlamento l'avevano secondato.

Fu molto memorabile il parlamento Siciliano dell'ottocentodieci, di cui

abbiamo fin qui toccato. Imperciocchè le terre obbligate a feudo furono

ridotte all'allodio, ed aboliti molti baronaggi, consentendo volentieri

e con singolar lode i baroni ad una riforma, che recava loro, quanto

alle rendite, notabile pregiudizio. A ciò si aggiunse, che per la più

acconcia distribuzione dei dazj, si crearono nuovi ordini di gabelle, e

le terre, affinchè il terratico fosse stanziato con più equalità, si

accatastarono, facendo stima dai contratti d'affitto, o dalle

confessioni dei possidenti sul fruttato di dieci anni; dal che ne sorse

un censo o catasto, che, sebbene imperfetto, diè non pertanto qualche

utile norma in una faccenda intricatissima. Migliorò anche il parlamento

gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità, per la

frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine; perchè

siccome per lo innanzi i capitani di tutte le città e villaggi erano

obbligati a compensare del proprio i rubati, il che di rado aveva

effetto, essendo per lo più i predetti capitani uomini poveri, che

amavano meglio o fuggire o andar carcerati, che pagare, così il

parlamento creò tante compagnìe di gendarmi, quanti erano i distretti,

volendo, che ciascuna compagnìa purgasse il distretto proprio dai ladri,

e fosse tenuta dei furti che vi succedessero. Le strade ed i casali

sparsi, che prima erano molto infestati, diventarono più sicuri, i

popoli lodavano il parlamento del prudente consiglio, i baroni sorgevano

in maggior credito pel favor dell'opinione. La regina, che si recava a

diminuzione di potenza il favore acquistato dal parlamento e dai baroni,

mal volentieri sopportava questa variazione. Medici, o che il facesse da

se, perchè sapeva che e come Napolitano, e come aderente alla regina,

aveva perduta la grazia dei Siciliani, o che Carolina gliel comandasse,

rinunziò alla carica di ministro delle finanze. Creossi in sua vece il

principe di Trabia, come Siciliano, per conciliare: s'intendeva

piuttosto di commercio che di stato. Piacque un tempo, dispiacque fra

breve, perchè pensava a tôrre le spese inutili, ed a formare migliori

ordini per la camera. Intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni

cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diè

maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi:

ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono

piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte d'onori: lo

stato periva, e' bisognava uscirne. Un Tommasi chiamato nelle consulte

regie trovò questi due rimedj: pagassesi una tassa dell'uno per

centinajo del valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private

che si facessero dai particolari, e perchè nissuno potesse far fraude,

si mandò ordine ai notaj, ed ai banchi pubblici di Palermo e di Messina,

che avessero cura dell'esecuzione. L'altro trovato del Tommasi fu, che

si vendessero alcuni beni stabili appartenenti a luoghi pii, a

possessori forestieri, ed alla religione di Malta: perchè la vendita non

riuscisse vana per mancanza di avventori, si facesse per mezzo di lotto.

Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti; perchè

essendo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedj si cambiavano in

veleni. Primieramente la nazione recandosi a dispetto e ad oltraggio un

atto, che stimava essere arbitrario e contro gli ordini della

constituzione, fece risoluzione, che tutti gli atti privati, come

vendite di beni sì stabili che mobili, affitti, pigioni, pagamenti, e

tutt'altro contratto, dove la natura del negozio il permettesse, di

buona fede e senza rogito di notajo si facessero. Quanto al lotto,

malgrado del guadagno ingordo che vi si poteva fare, nissuno accorse

alle polizze, e riuscì vano il tentativo. Tanto quei popoli amarono

meglio pericolare nelle sostanze e rinunziare al lucro, che sottoporsi

ad una tassa, che riputavano illegale e contraria agli statuti del

regno, onorata risoluzione dei Siciliani. La regina dispensò le polizze

ai suoi cortigiani, magistrati, partigiani ed aderenti, debole sussidio

in tanta angustia.

Questa condizione non era tale, che lungo tempo potesse durare senza

variazione. La regina non rimetteva dal solito procedere, da lodarsi per

costanza, da biasimarsi pei mezzi e pel fine. I baroni instavano, nè

erano uomini da non usar bene il tempo. Gl'Inglesi ci mettevano la mano,

perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose

in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli; e giacchè

avevano pruovato che i consigli dati alla regina non avevano prodotto

frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione d'animi

che era sorta. Tutti volevano comandare, regina, Inglesi, baroni, chi

per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In

questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il

cambiamento delle Siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, cui più

muovevano il fastidio dell'imperio Caroliniano, e la voglia di veder

ridotto a migliore forma il governo, e si appresentarono con una

rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione dei due decreti, come

contrarj alla constituzione Siciliana fino allora inviolata nel diritto

di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla

deputazione del regno, la quale dal parlamento eletta, sedeva secondo i

Siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra dal parlamento. Capo di

questa mossa fu il principe di Belmonte. La regina, che non era donna da

lasciarsi sopraffare dai venti contrarj, non solamente non si piegò a

questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re, che gli facesse

arrestare e condurre in luogo, dove fosse loro mestiero di pensar ad

altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie

isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei

primarj baroni del regno, che furono quest'essi: il principe di Belmonte

sopraddetto, i principi d'Aci, di Villarmosa, di Villafranca, e il duca

d'Angiò. Parlossi anche nelle più segrete consulte della regina, che si

uccidessero: i suoi aderenti più stretti, credendo di andarle a versi,

domandavano la morte loro. Ma Medici, col quale principalmente ella

restringeva i suoi consigli, contraddisse, allegando, che un fatto tanto

grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.

Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si

potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nella

regina, dappoichè per lo sposalizio di Maria Luisa nell'imperator dei

Francesi era divenuta parente di Napoleone; e siccome quelli che

ottimamente conoscevano la natura di lei, sapevano che ella si sarebbe

gettata a qualunque più strano partito, ed anche all'amicizia di

Napoleone, purchè continuasse a comandare, nè era solita a guardare più

in viso Inghilterra che Francia; tanto era l'indole sua altiera ed

indomita! Adunque gl'Inglesi, non potendo più comandare con la regina,

nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, trattando restrignimento

coi baroni, di comandare per mezzo loro.

A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore

d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentink,

uomo di natura molto risoluta: pretendeva parole di libertà. Ora s'ha a

vedere una testa forte contro una testa forte. Non così tosto pervenne

Bentink in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina,

ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di

cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti

nell'amministrazione e nella constituzione del regno. Insisteva

principalmente, amarissimo tasto a Carolina, affinchè si rivocassero i

due decreti, e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque

baroni. Aggiungeva, che se ella non si uniformasse ai desiderj

dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. La regina, non usa a

sentirsi parlare di questo suono, meno ancora a sopportarlo, non che si

piegasse, viemaggiormente si ostinava, e lei essere padrona in Sicilia,

non Bentink, affermava. Pure l'Inglese la stringeva; e voleva venirne

alla conclusione. A cui finalmente la regina per vederne la fine e

levarselo d'innanzi, gli ebbe a dire apertamente, con quale diritto

s'ingerisse nelle faccende del regno, e quale audacia fosse la sua di

uscire dai termini del suo mandato? Dove fosse, richieselo, e

mostrasselo il mandato d'intromettersi nel governo del regno di Sicilia.

Badasse bene a farla da ambasciatore, non da padrone, molto manco da re;

che Carolina d'Austria non era donna da divenir serva di chi era mandato

a farle riverenza, non a comandarle. Sentissi Bentink toccar sul vivo,

perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non

di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia

contrastando, disse, che se non aveva mandato, lo anderebbe a cercare: e

come disse, così si metteva in punto di fare. Carolina, veduto il

pericolo, pensò ad essere una seconda volta con Bentink, non che volesse

rimuoversi dal suo proposito, perciocchè perseverava nella medesima

durezza, ma sperava di rimuovere l'avversario. Consentiva, non senza

qualche difficoltà, l'Inglese all'abboccamento: all'ultimo trattandosi

l'affare tra due ostinati, non si potè venire ad alcuna conclusione, per

forma che l'ambasciadore disse alla regina per ultima risposta, _o

constituzione, o rivoluzione_. Nè interponendo dilazione, partì, andò a

Londra, in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri

d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a

Bentink potestà suprema sopra tutte le truppe Inglesi raccolte

nell'isola, acciocchè quello che pei consigli non potesse, colla forza

il potesse. Tentò Bentink di nuovo la regina colle persuasioni, di nuovo

la regina nella risoluzione di voler fare da se, e non a posta d'altri o

Inglesi si fossero o parlamento, persisteva. Minaccioso allora venne sul

dire, arresterebbe il re, arresterebbe la regina, gli manderebbe in

Inghilterra, lascerebbe in Palermo a governare il regno, il figliuolo

del principe ereditario don Francesco, fanciullo di due anni, con

assistenza di una reggenza, alla quale chiamerebbe, come capi, il duca

d'Orleans, ed il principe di Belmonte. Perchè poi le sue parole avessero

l'efficacia necessaria, dodicimila soldati Inglesi, che stanziavano

sparsi in varj e lontani luoghi dell'isola, chiamò nelle vicinanze di

Palermo. La regina, veduto un caso tanto estremo, nè ancora rimettendo

della sua costanza, chiamati i suoi più fidi a consiglio, e con loro i

ministri, sull'afflitte cose se ne stava deliberando. Disse, non esser

punto per cedere ad una prepotenza forestiera. Chiamassero i soldati,

volere contro la forza difendersi colla forza. Le fu tosto ridotto in

considerazione, poco sicure essere le truppe per la miseria, ad esse

mancare le vestimenta, ad esse i viveri, ad esse insino le armi; non

potervisi far capitale; là andrebbero dove una prima mostra di pane a

loro si facesse. La regina, cedendo alla fortuna, ma non vinta

nell'animo, si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città.

L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame Napoleoniche in

Sicilia, la parte Inglese trionfava, contrade infelicissime, che non

potendo vivere da se, cercavano di sostentar le cose loro col patrocinio

altrui. Bentink, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò

primieramente, temendo non il re per se, ma la regina per mezzo del re,

che Ferdinando, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà

reale, ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo

figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentink fu eletto

capitano generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in se l'imperio

militare e sopra i soldati del re Giorgio, e sopra quelli del re

Ferdinando.

Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i

baroni carcerati, il licenziare i ministri della regina, l'abolire il

dazio dell'un per centinajo, il chiamare ministri Belmonte degli affari

esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Volevano

alcuni, che si apprestassero gli esili, le carceri, i supplizj contro

coloro che si erano mostrati aderenti a chi aveva sino allora retto lo

stato, massimamente contro le spie, tanto più detestate, quanto la

maggior parte erano forestieri venuti dall'altra parte del Faro. Ma i

nuovi ministri, conoscendo che il modo di governare tanto sarebbe

migliore, quanto più si discosterebbe dal precedente, prudentemente

procedendo, si risolvevano ad usare mansuetudine: puniti pochi più in

odio al popolo, mandavano i rimanenti in dimenticanza. Volevano

cambiamento, non rivoluzione: protestavano non voler andare a forme

insolite e nuove, solamente tornare alle antiche, adattandole alle

condizioni presenti. Fece il popolo grandi allegrezze per la mutazione:

quell'esser liberato dalle spie, gli pareva un gran fatto: dicevano

rinascere le sorgenti di Sicilia.

Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei

membri, provvedessero, che la Sicilia avesse un buono e libero governo,

rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di constituzione. Erano

in quest'assemblea partigiani della regina, come amatori del governo

assoluto, e come obbligati a lei per potenza, o per ricchezze, o per

onori, ma il tempo era loro contrario. Erano partigiani di statuti

liberi, pendendo molti verso le forme Inglesi ed a questi era il tempo

favorevole. Erano infine, ma in poco numero, partigiani Francesi: questi

si accostavano agli aderenti della regina, e poichè non potevano

predicare apertamente il dominio assoluto per l'opinione contraria,

pubblicavano dottrine di una libertà eccessiva, sperando che dalla

licenza nascerebbe il dispotismo.

I baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentink era accesissimo

in questo, che promulgasse libertà e statuti generosi in ogni luogo.

Incominciossi dagli ordini supremi della constituzione. Statuirono che

la religione cattolica, apostolica, romana fosse sola religione del

regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto; la

potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il

parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti appruovati dal re avessero

forza di legge; l'appruovare, od il vietare del re in questa forma si

esprimesse, _piace al re o vieta il re_; la potestà esecutiva fosse

investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona; i giudici

avessero intiera independenza dal re e dal parlamento; i ministri

fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento

l'esaminargli, il processargli, il condannargli pel crimenlese; due

camere componessero il parlamento, una dei comuni, o dei rappresentanti

del popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti

dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fossero Pari del regno

chiunque avesse avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o

chiunque il re chiamasse a tale dignità; stesse in facoltà del re il

convocare il parlamento, ma fosse obbligato di convocarlo ogni anno; la

nazione desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona

cedessero in amministrazione della nazione; niun Siciliano potesse

essere turbato nè nelle proprietà nè nella persona, se non conforme alle

leggi sancite dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali pei Pari

del regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i

sussidj, o vogliam dire i donativi; il parlamento vedesse quali e quante

parti della constituzione della gran Brettagna convenissero alla

Sicilia, ed esse ad utilità comune si accettassero.

Questi furono i capitoli principali della constituzione Siciliana data

da lord Bentink circa gli ordini primitivi dello stato. Ne concepirono i

popoli grande contentezza, perchè quella equalità di dritti, e quella

sicurezza delle persone, sono condizioni che piacciono a tutti. Furono

inoltre dal parlamento per motivo espresso dei baroni statuiti certi

patti fondamentali, dai quali ne veniva un grande sgravio ai popoli, e

il nome dei baroni salì in onore, certo meritamente, appresso ai

Siciliani. Perciò all'allegrezza comune cagionata dai capitoli

principali, s'aggiunse una maraviglia non senza molta parte di

gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dai

baroni. Il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i

popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito, che il

sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, che tutti i

privilegi provenienti dall'origine medesima fossero cassi, e tutte le

terre libere ed allodiali. Fossero altresì abolite le investiture, i

rilievi, le devoluzioni al fisco, ed ogni peso che derivasse da feudo.

Quanto alle angherie, o siano dritti angarici, potessero i comuni od i

particolari riscattarsene sotto condizione di debito compenso. A voler

comprendere quanta agevolezza ed amore del ben pubblico fossero in

queste offerte e decreti dei baroni Siciliani, basterà far

considerazione, che gran parte delle loro rendite consisteva in questi

dritti feudatarj: furonvi famiglie, che a cagione delle rinunzie

perdettero insino a settantamila franchi d'entrata. L'annullazione

massimamente delle bandite, o vogliam dire dei dritti proibitivi di

caccia riservandone soltanto l'uso, a guisa degli ordini Inglesi, sulle

terre circondate da mura, diede la vita a molti villaggi condotti

all'ultima ruina dalle fiere o regie o baronali. Dirò anzi in questo,

perchè dimostra lo spirito di quella nazione, che il re, al quale

incresceva l'astenersi dalle solite cacce, fece opera di persuader ai

villani, che abitavano vicini a' suoi parchi e foreste, che

rinunziassero alla libertà largita dal parlamento: ne ebbe ripulsa.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 14 / 23 段