in Sicilia. Costoro, se pochi si eccettuano, o messisi a grandeggiare
fra un popolo povero, od a far le spie fra un popolo sdegnato,
accrescevano l'odio naturale dei Siciliani contro i Napolitani, e gli
umori già mossi viemaggiormente pervertivano. Il denaro del pubblico,
cavato a grande stento dai sudditi spolpati, si profondeva con grave
scandalo in Napolitani o Calabresi, parte insolenti, parte viziosi,
immoderati tutti nella quantità delle spese: intanto i soldati quasi
nudi, e colle paghe corse da mesi ed anche da anni, attestavano colla
miseria loro la pessima amministrazione del regno. Nè la corte rimetteva
dal consueto lusso, come se il regno solo oltre il Faro potesse da se
solo sopperire a quella voragine, alla quale appena bastarono i due
regni uniti. Quindi accadeva, che sebbene alcune terre appartenenti alla
corona col fine di sostenere le esorbitanti spese si vendessero,
nondimeno sempre l'erario penuriava, e mentre la corte spendeva e
spandeva, ogni servizio del pubblico mancava. Le strade massimamente,
per le quali il parlamento aveva conceduto proventi particolari, rotte e
malconce dimostravano, che ciò che per loro si era dato, in altri usi si
convertisse. S'aggiunsero a sprofondar l'abisso gli enormi dispendj
fatti per le fazioni della Calabria, per la difesa di Gaeta, per le
spedizioni contro Castellamare, e contro le isole di Procida, d'Ischia e
di Capri. Già si era dato fondo alle ricchezze portate via nella fuga di
Napoli, avvegnachè fossero di non poca entità, e le cose erano ridotte a
tale, che la regina per ultimo sussidio, mandò ad impiegar le gioje
dotali e sopraddotali per cavarne diecimila once, che sono circa
cinquemila luigi di Francia. Crescevano gli sdegni, pensando che
l'Inghilterra pagava alla corte di Sicilia trecentomila sterlini
all'anno di sussidio, nè potevano i popoli restar capaci come tant'oro
Napolitano, Siciliano ed Inglese in una e medesima voragine senza
nissuno, o con debole frutto si gettasse: ricchezza certa, dispendio
enorme, povertà rea, dicevano. Gl'Inglesi stessi perdevano di
riputazione appresso ai popoli e per l'uso, e per l'abuso del sussidio.
Adunque, i Siciliani gridavano, fan le spese gl'Inglesi alla Sicilia,
perchè ne siano pagate le Napolitane spie, i Calabresi sicari? Adunque
gli sterlini di Londra vengono a Palermo, perchè l'amata d'Ascoli, ed il
dispotico dominio di Medici ne siano protetti e sicuri? Adunque perchè
un duro giogo sul collo dei Siciliani, miseri colla corte assente, ancor
più miseri colla corte presente s'aggravi, i Britannici salari sulle
Siciliane terre sono chiamati? Adunque perchè dei Napoleonidi ogni ora
si tema, tanti domestici e forestieri tesori si profondono?
Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi, che avevano a fare con un
alleato, il quale dopo di aver procurato odio a se, il procurava anche a
loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il
governo stesso pensava ai rimedj. Il fine era questo, che si togliesse
alla regina l'autorità che si era arrogata nelle faccende, e che la
parte popolare si accarezzasse, si conciliasse, si fortificasse.
Ma prima che gl'Inglesi comandassero, si sperava in un rimedio
domestico: quest'era il parlamento Siciliano. Lo aveva il re convocato
nell'ottocentodieci. Aveva Medici dato molte speranze di questo
parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidj: donativi
gli chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed
inframmettente, nè mancava di ardimento: perciò sempre confidente in
quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento.
Fece suoi brogli appresso ai rappresentanti, questi sono il braccio
demaniale, nè senza frutto. Alcuni degli eletti liberamente dalle città
tirò a se colle promesse e coi doni, altri fece eleggere a sua posta;
che anzi ottenne che parecchie città, bruttissimo vizio della
constituzione Siciliana, dessero il mandato parlamentario ad una
medesima persona. Erano moltiplici questi rappresentanti, ed al favore
di Medici obbligati, e da lui dependenti. Si era anche destramente
insinuato, ed aveva acquistato credito nel braccio ecclesiastico: non
pochi vi erano inclinati a secondare i suoi disegni. Bene considerate
erano tutte queste cose da Medici; ma errò per altra parte in due modi,
perchè credendosi sicuro dei due bracci, demaniale ed ecclesiastico,
omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed oltre a questo
usò l'opera di certe persone, le quali, avvengadiochè fossero dotate di
singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel
parlamento dell'ottocentosei si erano adoperate con molto calore,
acciocchè si aumentassero i dazj. I baroni, parte per amor di bene,
parte per odio di Medici, che gli aveva o trascurati od aspreggiati,
fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro.
Fra gli avversarj, per essere stato offeso ed allontanato dalla corte
per opera di lui, risplendeva il principe di Belmonte, uomo assai ricco,
di famiglia nobilissima, e di molta dipendenza in Sicilia: nè l'ingegno
mancava in lui, nè la liberalità; perchè amico ai letterati, cortese ai
forestieri, mostrava che di buoni frutti non era sterile la Sicilia.
Quest'erano le sue virtù: i vizj, un orgoglio intollerabile. Assunse
impresa di vendicarsi di Carolina e di Medici. I baroni si collegarono
con Belmonte. Il ministro s'accorse, che se era stato buono il tirare a
se i dipendenti, sarebbe stato meglio il tirare gl'independenti. L'esito
fu, che il parlamento concedè un piccolo aumento di donativi, ma
interpose tante difficoltà alla distribuzione e riscossione loro, che fu
impossibile di esigergli. Maggiori segni sorsero del mal umore
parlamentario, perchè, essendo solito il parlamento a domandare molte
grazie al re, grazie, che si concedevano a ragguaglio della largizione
dei donativi, a questa volta i baroni domandarono, come per modo
d'ironia, la grazia di sua maestà: l'esempio fu efficace; anche i due
altri bracci risposero nella medesima sentenza: solo gli ecclesiastici
richiesero il re, facesse prigioni separate pei preti. I Siciliani,
secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volentieri, e peggio
quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo
sparge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel
contrario con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici, e di
coloro che nel parlamento l'avevano secondato.
Fu molto memorabile il parlamento Siciliano dell'ottocentodieci, di cui
abbiamo fin qui toccato. Imperciocchè le terre obbligate a feudo furono
ridotte all'allodio, ed aboliti molti baronaggi, consentendo volentieri
e con singolar lode i baroni ad una riforma, che recava loro, quanto
alle rendite, notabile pregiudizio. A ciò si aggiunse, che per la più
acconcia distribuzione dei dazj, si crearono nuovi ordini di gabelle, e
le terre, affinchè il terratico fosse stanziato con più equalità, si
accatastarono, facendo stima dai contratti d'affitto, o dalle
confessioni dei possidenti sul fruttato di dieci anni; dal che ne sorse
un censo o catasto, che, sebbene imperfetto, diè non pertanto qualche
utile norma in una faccenda intricatissima. Migliorò anche il parlamento
gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità, per la
frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine; perchè
siccome per lo innanzi i capitani di tutte le città e villaggi erano
obbligati a compensare del proprio i rubati, il che di rado aveva
effetto, essendo per lo più i predetti capitani uomini poveri, che
amavano meglio o fuggire o andar carcerati, che pagare, così il
parlamento creò tante compagnìe di gendarmi, quanti erano i distretti,
volendo, che ciascuna compagnìa purgasse il distretto proprio dai ladri,
e fosse tenuta dei furti che vi succedessero. Le strade ed i casali
sparsi, che prima erano molto infestati, diventarono più sicuri, i
popoli lodavano il parlamento del prudente consiglio, i baroni sorgevano
in maggior credito pel favor dell'opinione. La regina, che si recava a
diminuzione di potenza il favore acquistato dal parlamento e dai baroni,
mal volentieri sopportava questa variazione. Medici, o che il facesse da
se, perchè sapeva che e come Napolitano, e come aderente alla regina,
aveva perduta la grazia dei Siciliani, o che Carolina gliel comandasse,
rinunziò alla carica di ministro delle finanze. Creossi in sua vece il
principe di Trabia, come Siciliano, per conciliare: s'intendeva
piuttosto di commercio che di stato. Piacque un tempo, dispiacque fra
breve, perchè pensava a tôrre le spese inutili, ed a formare migliori
ordini per la camera. Intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni
cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diè
maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi:
ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono
piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte d'onori: lo
stato periva, e' bisognava uscirne. Un Tommasi chiamato nelle consulte
regie trovò questi due rimedj: pagassesi una tassa dell'uno per
centinajo del valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private
che si facessero dai particolari, e perchè nissuno potesse far fraude,
si mandò ordine ai notaj, ed ai banchi pubblici di Palermo e di Messina,
che avessero cura dell'esecuzione. L'altro trovato del Tommasi fu, che
si vendessero alcuni beni stabili appartenenti a luoghi pii, a
possessori forestieri, ed alla religione di Malta: perchè la vendita non
riuscisse vana per mancanza di avventori, si facesse per mezzo di lotto.
Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti; perchè
essendo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedj si cambiavano in
veleni. Primieramente la nazione recandosi a dispetto e ad oltraggio un
atto, che stimava essere arbitrario e contro gli ordini della
constituzione, fece risoluzione, che tutti gli atti privati, come
vendite di beni sì stabili che mobili, affitti, pigioni, pagamenti, e
tutt'altro contratto, dove la natura del negozio il permettesse, di
buona fede e senza rogito di notajo si facessero. Quanto al lotto,
malgrado del guadagno ingordo che vi si poteva fare, nissuno accorse
alle polizze, e riuscì vano il tentativo. Tanto quei popoli amarono
meglio pericolare nelle sostanze e rinunziare al lucro, che sottoporsi
ad una tassa, che riputavano illegale e contraria agli statuti del
regno, onorata risoluzione dei Siciliani. La regina dispensò le polizze
ai suoi cortigiani, magistrati, partigiani ed aderenti, debole sussidio
in tanta angustia.
Questa condizione non era tale, che lungo tempo potesse durare senza
variazione. La regina non rimetteva dal solito procedere, da lodarsi per
costanza, da biasimarsi pei mezzi e pel fine. I baroni instavano, nè
erano uomini da non usar bene il tempo. Gl'Inglesi ci mettevano la mano,
perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose
in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli; e giacchè
avevano pruovato che i consigli dati alla regina non avevano prodotto
frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione d'animi
che era sorta. Tutti volevano comandare, regina, Inglesi, baroni, chi
per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In
questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il
cambiamento delle Siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, cui più
muovevano il fastidio dell'imperio Caroliniano, e la voglia di veder
ridotto a migliore forma il governo, e si appresentarono con una
rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione dei due decreti, come
contrarj alla constituzione Siciliana fino allora inviolata nel diritto
di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla
deputazione del regno, la quale dal parlamento eletta, sedeva secondo i
Siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra dal parlamento. Capo di
questa mossa fu il principe di Belmonte. La regina, che non era donna da
lasciarsi sopraffare dai venti contrarj, non solamente non si piegò a
questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re, che gli facesse
arrestare e condurre in luogo, dove fosse loro mestiero di pensar ad
altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie
isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei
primarj baroni del regno, che furono quest'essi: il principe di Belmonte
sopraddetto, i principi d'Aci, di Villarmosa, di Villafranca, e il duca
d'Angiò. Parlossi anche nelle più segrete consulte della regina, che si
uccidessero: i suoi aderenti più stretti, credendo di andarle a versi,
domandavano la morte loro. Ma Medici, col quale principalmente ella
restringeva i suoi consigli, contraddisse, allegando, che un fatto tanto
grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.
Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si
potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nella
regina, dappoichè per lo sposalizio di Maria Luisa nell'imperator dei
Francesi era divenuta parente di Napoleone; e siccome quelli che
ottimamente conoscevano la natura di lei, sapevano che ella si sarebbe
gettata a qualunque più strano partito, ed anche all'amicizia di
Napoleone, purchè continuasse a comandare, nè era solita a guardare più
in viso Inghilterra che Francia; tanto era l'indole sua altiera ed
indomita! Adunque gl'Inglesi, non potendo più comandare con la regina,
nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, trattando restrignimento
coi baroni, di comandare per mezzo loro.
A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore
d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentink,
uomo di natura molto risoluta: pretendeva parole di libertà. Ora s'ha a
vedere una testa forte contro una testa forte. Non così tosto pervenne
Bentink in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina,
ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di
cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti
nell'amministrazione e nella constituzione del regno. Insisteva
principalmente, amarissimo tasto a Carolina, affinchè si rivocassero i
due decreti, e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque
baroni. Aggiungeva, che se ella non si uniformasse ai desiderj
dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. La regina, non usa a
sentirsi parlare di questo suono, meno ancora a sopportarlo, non che si
piegasse, viemaggiormente si ostinava, e lei essere padrona in Sicilia,
non Bentink, affermava. Pure l'Inglese la stringeva; e voleva venirne
alla conclusione. A cui finalmente la regina per vederne la fine e
levarselo d'innanzi, gli ebbe a dire apertamente, con quale diritto
s'ingerisse nelle faccende del regno, e quale audacia fosse la sua di
uscire dai termini del suo mandato? Dove fosse, richieselo, e
mostrasselo il mandato d'intromettersi nel governo del regno di Sicilia.
Badasse bene a farla da ambasciatore, non da padrone, molto manco da re;
che Carolina d'Austria non era donna da divenir serva di chi era mandato
a farle riverenza, non a comandarle. Sentissi Bentink toccar sul vivo,
perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non
di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia
contrastando, disse, che se non aveva mandato, lo anderebbe a cercare: e
come disse, così si metteva in punto di fare. Carolina, veduto il
pericolo, pensò ad essere una seconda volta con Bentink, non che volesse
rimuoversi dal suo proposito, perciocchè perseverava nella medesima
durezza, ma sperava di rimuovere l'avversario. Consentiva, non senza
qualche difficoltà, l'Inglese all'abboccamento: all'ultimo trattandosi
l'affare tra due ostinati, non si potè venire ad alcuna conclusione, per
forma che l'ambasciadore disse alla regina per ultima risposta, _o
constituzione, o rivoluzione_. Nè interponendo dilazione, partì, andò a
Londra, in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri
d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a
Bentink potestà suprema sopra tutte le truppe Inglesi raccolte
nell'isola, acciocchè quello che pei consigli non potesse, colla forza
il potesse. Tentò Bentink di nuovo la regina colle persuasioni, di nuovo
la regina nella risoluzione di voler fare da se, e non a posta d'altri o
Inglesi si fossero o parlamento, persisteva. Minaccioso allora venne sul
dire, arresterebbe il re, arresterebbe la regina, gli manderebbe in
Inghilterra, lascerebbe in Palermo a governare il regno, il figliuolo
del principe ereditario don Francesco, fanciullo di due anni, con
assistenza di una reggenza, alla quale chiamerebbe, come capi, il duca
d'Orleans, ed il principe di Belmonte. Perchè poi le sue parole avessero
l'efficacia necessaria, dodicimila soldati Inglesi, che stanziavano
sparsi in varj e lontani luoghi dell'isola, chiamò nelle vicinanze di
Palermo. La regina, veduto un caso tanto estremo, nè ancora rimettendo
della sua costanza, chiamati i suoi più fidi a consiglio, e con loro i
ministri, sull'afflitte cose se ne stava deliberando. Disse, non esser
punto per cedere ad una prepotenza forestiera. Chiamassero i soldati,
volere contro la forza difendersi colla forza. Le fu tosto ridotto in
considerazione, poco sicure essere le truppe per la miseria, ad esse
mancare le vestimenta, ad esse i viveri, ad esse insino le armi; non
potervisi far capitale; là andrebbero dove una prima mostra di pane a
loro si facesse. La regina, cedendo alla fortuna, ma non vinta
nell'animo, si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città.
L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame Napoleoniche in
Sicilia, la parte Inglese trionfava, contrade infelicissime, che non
potendo vivere da se, cercavano di sostentar le cose loro col patrocinio
altrui. Bentink, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò
primieramente, temendo non il re per se, ma la regina per mezzo del re,
che Ferdinando, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà
reale, ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo
figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentink fu eletto
capitano generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in se l'imperio
militare e sopra i soldati del re Giorgio, e sopra quelli del re
Ferdinando.
Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i
baroni carcerati, il licenziare i ministri della regina, l'abolire il
dazio dell'un per centinajo, il chiamare ministri Belmonte degli affari
esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Volevano
alcuni, che si apprestassero gli esili, le carceri, i supplizj contro
coloro che si erano mostrati aderenti a chi aveva sino allora retto lo
stato, massimamente contro le spie, tanto più detestate, quanto la
maggior parte erano forestieri venuti dall'altra parte del Faro. Ma i
nuovi ministri, conoscendo che il modo di governare tanto sarebbe
migliore, quanto più si discosterebbe dal precedente, prudentemente
procedendo, si risolvevano ad usare mansuetudine: puniti pochi più in
odio al popolo, mandavano i rimanenti in dimenticanza. Volevano
cambiamento, non rivoluzione: protestavano non voler andare a forme
insolite e nuove, solamente tornare alle antiche, adattandole alle
condizioni presenti. Fece il popolo grandi allegrezze per la mutazione:
quell'esser liberato dalle spie, gli pareva un gran fatto: dicevano
rinascere le sorgenti di Sicilia.
Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei
membri, provvedessero, che la Sicilia avesse un buono e libero governo,
rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di constituzione. Erano
in quest'assemblea partigiani della regina, come amatori del governo
assoluto, e come obbligati a lei per potenza, o per ricchezze, o per
onori, ma il tempo era loro contrario. Erano partigiani di statuti
liberi, pendendo molti verso le forme Inglesi ed a questi era il tempo
favorevole. Erano infine, ma in poco numero, partigiani Francesi: questi
si accostavano agli aderenti della regina, e poichè non potevano
predicare apertamente il dominio assoluto per l'opinione contraria,
pubblicavano dottrine di una libertà eccessiva, sperando che dalla
licenza nascerebbe il dispotismo.
I baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentink era accesissimo
in questo, che promulgasse libertà e statuti generosi in ogni luogo.
Incominciossi dagli ordini supremi della constituzione. Statuirono che
la religione cattolica, apostolica, romana fosse sola religione del
regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto; la
potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il
parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti appruovati dal re avessero
forza di legge; l'appruovare, od il vietare del re in questa forma si
esprimesse, _piace al re o vieta il re_; la potestà esecutiva fosse
investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona; i giudici
avessero intiera independenza dal re e dal parlamento; i ministri
fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento
l'esaminargli, il processargli, il condannargli pel crimenlese; due
camere componessero il parlamento, una dei comuni, o dei rappresentanti
del popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti
dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fossero Pari del regno
chiunque avesse avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o
chiunque il re chiamasse a tale dignità; stesse in facoltà del re il
convocare il parlamento, ma fosse obbligato di convocarlo ogni anno; la
nazione desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona
cedessero in amministrazione della nazione; niun Siciliano potesse
essere turbato nè nelle proprietà nè nella persona, se non conforme alle
leggi sancite dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali pei Pari
del regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i
sussidj, o vogliam dire i donativi; il parlamento vedesse quali e quante
parti della constituzione della gran Brettagna convenissero alla
Sicilia, ed esse ad utilità comune si accettassero.
Questi furono i capitoli principali della constituzione Siciliana data
da lord Bentink circa gli ordini primitivi dello stato. Ne concepirono i
popoli grande contentezza, perchè quella equalità di dritti, e quella
sicurezza delle persone, sono condizioni che piacciono a tutti. Furono
inoltre dal parlamento per motivo espresso dei baroni statuiti certi
patti fondamentali, dai quali ne veniva un grande sgravio ai popoli, e
il nome dei baroni salì in onore, certo meritamente, appresso ai
Siciliani. Perciò all'allegrezza comune cagionata dai capitoli
principali, s'aggiunse una maraviglia non senza molta parte di
gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dai
baroni. Il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i
popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito, che il
sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, che tutti i
privilegi provenienti dall'origine medesima fossero cassi, e tutte le
terre libere ed allodiali. Fossero altresì abolite le investiture, i
rilievi, le devoluzioni al fisco, ed ogni peso che derivasse da feudo.
Quanto alle angherie, o siano dritti angarici, potessero i comuni od i
particolari riscattarsene sotto condizione di debito compenso. A voler
comprendere quanta agevolezza ed amore del ben pubblico fossero in
queste offerte e decreti dei baroni Siciliani, basterà far
considerazione, che gran parte delle loro rendite consisteva in questi
dritti feudatarj: furonvi famiglie, che a cagione delle rinunzie
perdettero insino a settantamila franchi d'entrata. L'annullazione
massimamente delle bandite, o vogliam dire dei dritti proibitivi di
caccia riservandone soltanto l'uso, a guisa degli ordini Inglesi, sulle
terre circondate da mura, diede la vita a molti villaggi condotti
all'ultima ruina dalle fiere o regie o baronali. Dirò anzi in questo,
perchè dimostra lo spirito di quella nazione, che il re, al quale
incresceva l'astenersi dalle solite cacce, fece opera di persuader ai
villani, che abitavano vicini a' suoi parchi e foreste, che
rinunziassero alla libertà largita dal parlamento: ne ebbe ripulsa.