ricorrendogli alla mente le solite dubitazioni, non ebbe dormito tutta
la notte. Massimamente gli dava grande angustia il capitolo aggiunto,
temendo, che per lui si fosse obbligato a venire ad un negoziato,
trattato, o compromesso intorno al governo della Chiesa, ed
all'esercizio dell'autorità pontificia, quanto alla parte spirituale.
Per la qual cosa, presa il giorno seguente la penna, restituitagli a
tempo pel negoziato, scrisse di proprio pugno sullo scritto queste
stesse parole: che con sorpresa aveva veduto aggiunte alla bozza delle
domande, che gli erano state fatte, le parole, _i diversi aggiustamenti_
con quello che seguitava sin alla fine del capitolo. Continuò, sempre di
proprio pugno scrivendo, che le dette domande erano state da lui
ammesse, nè come un trattato, nè come un preliminare, ma solamente per
dimostrare il suo desiderio di soddisfare alle provvisioni delle chiese
di Francia, allorquando, le cose bene considerate, si potesse di loro
convenire in un modo stabile, obbligandosi a fare le dette provvisioni
transitoriamente, e caso che ciò non si volesse o potesse, si obbligava
a trattare di un altro modo di provvisioni. Questa sua protesta non
contentando ancora l'animo del pontefice, fatti a se chiamare il
prefetto, ed il gendarme Lagorsse, gendarme che era del palazzo
pontificale, asseverantemente affermò loro, che non ammetteva l'ultima
frase dello scritto accordato tra lui ed i vescovi. Dichiarò loro oltre
a questo, che il giorno precedente, non avendo dormito tutta la notte,
era come se fosse mezzo ebbro, e che conseguentemente non aveva potuto
fare in quel giorno alcuna promessa; che del rimanente non intendeva
essersi obbligato nè per un trattato, nè per preliminari di un trattato,
che desiderava che ciò fosse chiaramente conosciuto, perchè non voleva
esporsi a strepitarne, nè a parere mancar di parola; che del resto, se
divenisse necessario, farebbene romore, e voleva che fosse bene inteso,
che di nulla dal canto suo si era definitivamente convenuto. Poco
importava ai vescovi deputati, che questa giunta fosse o no nello
scritto consentito dal papa, perciocchè l'importanza del fatto era
nell'instituzione da darsi dal papa o dai metropolitani, nel caso
d'indugio da parte della santa sede. Per la qual cosa consentirono
facilmente al cassare dallo scritto quest'ultima parte, ed il mandarono
al ministro da Torino.
Non senza allegrezza annunziarono i deputati all'imperiale governo le
concessioni fatte dal papa: al tempo stesso lo accertarono, che pareva
impossibile l'indurre il santo padre a promettere per iscritto, che
nulla tenterebbe contro le tre ultime proposizioni del clero del 1682;
che solo assicurava, sua intenzione essere di nulla tentare; che ancora
era impossibile che prestasse il giuramento, o che rinunziasse al
dominio temporale; quanto a' due milioni dichiarare non volergli
accettare, poco bastargli per vivere, e di poco voler vivere:
soccorrerebbelo, diceva, la pietà dei fedeli. Fra mezzo a tutto questo i
deputati si accorsero, e ne informarono il governo, che fissa ed
inconcussa deliberazione del pontefice sopra tutte le altre era questa,
che non voleva consentire che l'imperatore nominasse i soggetti
destinati alle sedi vacanti negli stati pontificj, ed affermava, che dei
medesimi a lui solo si appartenesse la nomina e l'instituzione. Come,
sclamava con infinita commozione il santo padre, i titoli dei cardinali
vescovi, i titoli delle chiese più suburbane saranno, o in parte o in
tutto, distrutti senza il consenso della santa sede! Volersi adunque,
ch'ei consenta ad un concordato, nel quale l'imperatore nominerebbe a
tutti questi vescovati, anche a quelli che di accordo comune sarebbero
conservati! Bene terribil cosa sarebbe questa, soggiungeva, se in tutta
la cristianità il papa non potesse di suo proprio moto nominare un solo
vescovo, e nulla avesse in suo potere per ricompensare i suoi servitori,
che bene e fedelmente l'avessero servito nella pontificale
amministrazione.
Grande allegrezza sorse, per le agevolezze promesse dal pontefice,
negl'imperiali palazzi in cui si stava aspettando con molto desiderio
quello, che fosse per partorire l'andata dei prelati a Savona: piacque a
tutti la scomunica abolita, la instituzione assicurata. L'imperatore
domato in parte il papa, si spinse avanti a soggiogarlo del tutto.
Insorse adunque con maggiori richieste, volendo, che quanto nelle
instruzioni date ai deputati aveva ordinato, avesse il suo effetto per
modo che nissuna eccezione di vescovi si potesse fare, il papa
rinunziasse al dominio temporale, e se ne tornasse servo a Roma, o se
n'andasse più servo ancora ad Avignone, ed accettasse lo stipendio
imperiale. A questo fine si deliberava di usar il concilio. Mandò
primieramente al pontefice alcuni cardinali, non già i neri, ma i rossi,
e di questi neanco tutti, ma solo quelli che gli parvero meno alieni dal
secondar le sue intenzioni, Roverella, Dugnani, Fabrizio Ruffo: grande
fondamento poi faceva principalmente sul cardinal Bajana, siccome quello
che era molto entrante, e di risoluta sentenza, e sempre era stato nel
concistoro consigliatore di deliberazioni quiete verso l'imperatore.
Aggiunse monsignor Bertazzoli, arcivescovo in partibus d'Edessa, timida
ed accomodante persona, congiunto per antica famigliarità col pontefice,
ed in grandissima fede e favore appresso a lui.
Così Napoleone minacciava, Bajana parlava risolutamente, Bertazzoli
persuadeva con preghiere e con lagrime. Intanto il ministro dei culti
comandava, che nissuna persona che fosse al mondo, salvo i mandatarj, il
prefetto, e Lagorsse gendarme, potesse parlare al papa. Fecero bene i
mandatarj la parte loro: solo Dugnani e Ruffo diedero in qualche
scappata, favellando della libertà del papa: ma furono dette loro certe
parole, che fu loro forza pensare ad ogni altra cosa piuttosto che a
questa, di procurare la libertà del carcerato. Intanto il concilio di
Parigi faceva un decreto conforme alle ultime promesse del santo padre:
portasselo a Savona una deputazione del concilio, acciocchè il papa
ratificasse, e desse un breve conforme. Furono deputati, e portatori
della conciliare deliberazione l'arcivescovo di Tours, l'arcivescovo di
Malines, il vescovo di Faenza nominato patriarca di Venezia,
l'arcivescovo di Pavia, i vescovi di Piacenza, d'Evreux, di Treveri, di
Nantes e di Feltre. Gli vide umanamente e volentieri il papa: ottennero
facilmente il dì venti settembre il breve, che appruovava il decreto
conciliare: le sedi arcivescovili e vescovili, più di un anno non
potessero vacare; l'imperatore nominasse, il papa instituisse; se fra
sei mesi non avesse instituito, il metropolitano, od il più anziano
instituissero essi. Solo ai notati capitoli aggiunse il pontefice il
seguente, che, spirati i sei mesi, e se alcun impedimento canonico non
vi fosse, il metropolitano, o il più anziano, innanzi che instituissero,
fossero obbligati a prendere le informazioni consuete, e ad esigere dal
consecrando la professione di fede, e tutto, che dai canoni fosse
richiesto. Volle finalmente, che instituissero in nome suo espresso, od
in nome di colui che suo successore fosse, e tantosto trasmettessero
alla sedia apostolica gli atti autentici della fedele esecuzione di
queste forme. L'avere statuito un termine alle instituzioni pontificie,
oltre il quale se il papa non avesse instituito, potessero instituire i
metropolitani, era cosa piuttosto di estrema che di grande importanza
per la sicurezza e quiete degli stati, e in questo aveva Napoleone bene
meritato della potestà secolare; imperciocchè in così stretta
congiunzione delle cose temporali e spirituali possono nascere
facilmente tra le due potestà gravi controversie, per terminar le quali
a suo vantaggio Roma potrebbe usare contro i principi il rimedio
nell'interruzione dell'episcopato per mezzo della negazione delle
instituzioni. Il termine prefisso di cui si tratta, suppliva, in quanto
spetta all'independenza della potestà temporale, agli ordini spenti
dell'antica disciplina, o legittimi che si fossero e d'instituzione
divina secondo l'opinione di molti dotti teologi, o solamente tollerati
per tacita od espressa delegazione dai successori di san Pietro secondo
l'opinione della curia Romana. Beato Napoleone, se ciò avesse domandato,
ed ottenuto dal pontefice per amor della libertà, non per cupidigia
della dominazione! Beato egli ancora, se in ciò si fossero contenuti i
suoi pensieri! Ma quanto maggiore si mostrava la condiscendenza del
pontefice, tanto più egli osava. Bajana, l'arcivescovo di Tours con
tutti gli altri si serrarono addosso al prigioniero, acciocchè
consentisse alle altre richieste dell'imperatore. Facilmente si vede,
quale libertà ecclesiastica potesse ancora sussistere, se il papa
prestasse il giuramento, se vivesse in Roma o in Avignone cinto dai
soldati Napoleoniani, e salariato dall'imperatore, se l'imperatore
nominasse tutti o quasi tutti i cardinali, se tutti i dispacci del papa
si tramandassero per le poste imperiali. Certamente in questo i prelati
facevano piuttosto la parte di avvocati dell'imperio, che della Chiesa,
e procuravano la libertà intiera della potestà secolare. I principi
avrebbero dovuto restar loro obbligati, se tale fosse stata la lor
intenzione qual era il fatto. Del resto qui era un caso straordinario,
dal quale non si poteva argomentare agli ordinarj; perciocchè tutte le
potestà secolari erano a questo tempo serve di una sola, la quale, per
l'intiera soggiogazione della potestà ecclesiastica, diventava padrona
assoluta del mondo. Caso strano, ma vero: la libertà ecclesiastica era
parte e sostegno della libertà universale, e caduta quella, che di tutti
i freni era il solo che fosse rimasto, anche questa se n'andava in
precipizio per dar luogo ad una universale tirannide.
A tutta la tempesta che gli si faceva intorno, domandava primamente il
papa la sua libertà: al che rispondevano i deputati conciliarj (il narro
perchè la posterità conosca l'età), ch'egli era libero. Del giuramento,
del rinunziare ai vescovi di Roma, del tornare a Roma, o dell'andar ad
Avignone in qualità di suddito con fermezza grandissima negava. Il dolce
Bertazzoli, che aveva paura, non se ne poteva dar pace: pietosamente
sclamava: «Speriamo in Dio, obbidienza al governo, ho speranza,
preghiamo Dio»: e così tra queste speranze e questa obbedienza il buon
prelato passava tempo, ma nulla fruttava col pontefice: anzi finalmente
il papa gl'intimò, non gli parlasse più di faccende. Napoleone, veduto
che non si approdava a nulla, volle pruovare, se una solenne e subita
minaccia potesse far effetto. Comandò ai deputati, ed il fecero, che si
appresentassero al pontefice, e ad aperte parole gli dichiarassero,
esser loro per ordine dell'imperatore in sul partire da Savona, lui
essere cagione che l'imperatore si ritirasse dai concordati, lui operare
che i vincoli della chiesa gallicana colla santa sede si rompessero, lui
fare che di tanto notabile diminuzione della cattedra di san Pietro
potessero giustamente i posteri, e massimamente i suoi successori,
accagionarlo; pensasse bene, quello essere l'ultimo momento, Romana
chiesa perduta, imperio trionfante. Aggiungevano molte altre cose sul
benefizio che riporterebbe ciascuna delle parti dalla condiscendenza del
papa. Rispose, non potere contro coscienza, Dio provvederebbe, non
curarsi di quanto dicesse il mondo, manco di quello che cardinali e
prelati contaminati a Parigi dicessero. Partirono disconclusi.
Per ultimo cimento, e per ordine risoluto del ministro dei culti, il
prefetto, venuto in cospetto del pontefice, gravemente lo ammoniva
dell'importanza del fatto, delle calamità sovrastanti, dei pentimenti,
che ne avrebbe, dell'opinione di tutto il clero, anzi del mondo,
contraria alla sua. Aggiunse, che se non si piegasse, ed in meglio non
voltasse le sue risoluzioni, aveva carico di notificargli cosa, che
porterebbe grave ferita al suo cuore. Rispose, nol permettere la
coscienza; che Dio mostrerebbe la sua potenza. Il prefetto gli
significava allora da parte del governo, che il breve dei venti
settembre non essendo stato ratificato, l'imperatore teneva i concordati
per abrogati, e non soffrirebbe più, che il papa intervenisse
nell'instituzione canonica dei vescovi.
Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far
pruova, se da vicino fossero più fruttuose. Oltre a ciò già i tempi
incominciavano a stringere, e i fati a dar di mano a Napoleone: quel
papa renitente e lontano dava qualche timore. Deliberossi l'imperatore a
tirarlo in Francia, dove potesse e vederlo e minacciarlo egli medesimo.
La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del
giorno. Diessi voce, che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva
accompagnare il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia
dell'imperatore, per essersi mostrato troppo agevole ed amico con Porta,
medico del papa, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per
udire da lui gli imperiali comandamenti. Tant'oltre andò la simulazione,
che i Savonesi ingannati compativano Lagorsse, e davano attestati di
buona vita a copia per discolparlo: la cosa allignava. L'ingegnere, capo
dei ponti e strade, apprestava ogni cosa alla partenza. La notte dei
nove giugno era scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte,
messogli addosso una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la
croce vescovile in petto, lui non ripugnante, anzi serbante serenità,
spignevano il capo della cristianità nella carrozza apprestata, e
l'incaminavano alla volta di Alessandria. Spargevano che fosse il
vescovo d'Albenga, che andasse a Novi. Passarono per Campomarone non per
Genova, per sospetto della città. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni
giorno, e durò ben quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in
abito al palazzo pontificale per far visita al pontefice, come se fosse
presente: i domestici preparavano le stanze, apparecchiavano e
sparecchiavano le mense, andavano a mercato per le provvisioni,
cuocevano le vivande: Fenestrelle in vita, se parlassero. Le guardie
vigilavano al palazzo, i gendarmi attestavano a chi il voleva udire, ed
a chi nol voleva, avere testè veduto il papa con gli occhi loro o nel
giardino, o sul terrazzo, o in cappella; Suard, luogotenente di
Lagorsse, che era consapevole del maneggio, compiangeva il povero
Lagorsse per aver perduto le grazia dell'imperatore. Chi non sapeva
parlava, chi sapeva non parlava. Ma si voleva che niuno parlasse: un
pover uomo della riviera ebbe a dire, per sua disgrazia, che aveva
veduto il papa a Voltri: gli fu intimato si ritrattasse: quando no, mal
per lui: si ritrattò, e fu lasciato andare con le raccomandazioni: fece
proponimento di non nominar mai più papa. I Napoleonici stavano in
sentore, se mai qualche voce in Savona, o nei luoghi vicini sorgesse: i
magistrati scrivevano, ogni cosa essere sicura; nissuno addarsi. Insomma
già era il pontefice a dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in
Savona. Tanto erano perfettamente orditi i disegni del Napoleonici!
Arrivava il pontefice a nuovi soldateschi insulti in Fontainebleau: poco
dopo arrivava anche Napoleone. Caso fatale, che là, dove otto anni prima
era Pio arrivato trionfante, ora prigioniero arrivasse, e di là dove ora
Napoleone signore del mondo arrivava, prigioniero due anni dopo se ne
partisse.
LIBRO VIGESIMOSESTO
SOMMARIO
Accidenti di Sicilia. Constituzione data dal re Ferdinando ai
Siciliani ai tempi di Bentinck. La regina Carolina, costretta
dagl'Inglesi, si ritira dalla Sicilia, e muore a Vienna.
Guerra tra Francia e Russia. Sono giunti i tempi fatali per
Napoleone. Perisce la sua potenza in Russia. Fa un nuovo
sforzo, e comparisce sui campi di Germania. È prostrato a
Lipsia: tutta la Germania sdegnata insorge contro di lui.
Concordato di Fontainebleau. Pratiche di Giovacchino,
d'Eugenio, di Bentinck per le sorti d'Italia. Eugenio sulla
Sava; l'Italia assalita da parecchie parti. S'avvicina il fine
della tragedia.
Regnava in Napoli Giovacchino Napoleonide, in Sicilia Carolina
d'Austria. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua
potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza;
molti, e varj furono gli effetti ed in chi regnava di nome, ed in chi
regnava di fatto, ma una la cagione, cioè l'ambizione. Tanto è dolce
agli uomini, ed anche alle donne il comandare! Parte degli accidenti che
seguirono, già furono da noi raccontati, parte accennati: ora è ragione,
che coll'ulterior narrare quelli si terminino, questi maggiormente si
spieghino; poi presto verrassi al fine di questa mia troppo lagrimevole
narrazione. Da più rimoto principio si ha per noi da cominciare. Era
Giovacchino, siccome quegli che si nutriva facilmente con vane speranze,
tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni
guerriere, sì colle instigazioni, e colle spie. Carolina dal canto suo,
in ciò ajutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno,
che la denominazione dei Napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta
e mal sicura rendesse. Il sangue sparso a copia nelle Calabrie, i fiumi
biancheggianti di umane ossa attestavano le Napolitane e le Palermitane
instigazioni, e già furono da noi in queste carte vergati. Raccontammo
ancora, come i tentativi armati di Giovacchino finissero: resta, che il
seguito delle Siciliane mutazioni, facendo principio dall'esito delle
insidie dei Napoleonidi, da noi si descriva, crudi accidenti e degni dei
tempi. Tentavano principalmente i Napoleonidi Messina, per la vicinanza
ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni
uomini di umile condizione, il cui fine era operare moti contrarj al
governo. I congiurati, come gente di basso stato, non avevano alcuna
dipendenza d'importanza, ma si temeva ch'essi fossero gli agenti
d'uomini più potenti, non potendosi restar capace come i Napoleonidi,
per fare una rivoluzione in Sicilia, adoperassero gente di così piccole
condizioni, come calzolari, marinari e pescatori. Per la qual cosa per
iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo
sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il
governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in
sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Pose in
carcere non solamente i rei, ma ancora i sospetti, e non che plebei e
poveri, magnati e ricchi. Condotti i carcerati in sua presenza, faceva
loro udire, che sarebbe meglio per loro che confessassero; quando no,
avessero a sapere ch'egli era Artali marchese, che ministrerebbe
giustizia alla Palermitana, che avrebbero ceppi ai piedi, manette alle
mani, che gli farebbe tirare sulla colla, arroventare coi ferri, che
solo che una sua parola parlasse, conoscerebbe Messina ch'egli era
Artali. I fatti poi consenzienti, anzi peggiori delle parole; perchè
serrati in una segreta così bassa e stretta, che nè stare in piedi nè
giacere alla distesa potevano, eran lasciati per ben cinquanta giorni a
dimenticanza, solo un misero panicciuolo al giorno essendo loro
ministrato. Sorgeva l'acqua tutto all'intorno, il suolo aspro di acuti
sassi. Non lume avevano nè aria: fra breve venne l'aria pestilente. A
questi erano lacerate le carni con nerbi, a quelli scottate con ferri; a
questi davansi droghe da procurar loro sogni spaventevoli, da cui
solamente erano svegliati con brace accesa, o con piastrelle
arroventate. Fuvvi chi ebbe le membra tirate dalla colla orribilmente, e
chi la pelle tagliata fino al cranio da funicelle strettissimamente
avvinte. Scioglievansi, perchè le carni davano in mortificazione:
temevano i carnefici, che la morte togliesse le vittime ai nuovi ed
apprestati tormenti. Fora pur troppo dolorosa narrazione l'andar
raccontando minutamente il lungo e moltiforme martirio. Solo dirò, che
le Messinesi carceri furono come le Verrine: la Siciliana terra
rispondeva alla Napolitana, furore a furore, crudeltade a crudeltà
opponendo: infausto cielo, che vide quanto possa l'eccessiva natura
dell'uomo. Di Manhes e di Artali parlando, mostrano le Calabresi terre,
mostrano le Siciliane la terribile natura loro; ma il primo fu
inesorabile, il secondo crudo; quegli pacato, questi sdegnoso; l'uno
sanò un paese, l'altro fece un paese infermo e pregno di vendetta.
Messina tutta piangeva, tremava, fremeva; niuna cosa più sicura a
nissuno: imprecavano e chi comandava e chi tollerava; un gran vituperio
ne nasceva per gl'Inglesi andati là per difendere le popolazioni, e che
le vedevano straziare. Gridarono i Messinesi, venne avviso della
tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati Britannici. Mandò un
lord Forbes a visitare le segrete dolorose: gli diede per compagno
parecchi chirurghi, perchè sapeva che abbisognavano, per sanare le
vestigia impresse dal furore dei carnefici. Seppesi queste cose il
governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Non so se
gl'importasse dei tormentati: bene gli calse dell'odio che ne veniva
contro il governo Siciliano, e contro l'Inghilterra: indebolivasene la
difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione
della Sicilia, sì per se medesima, come pel sito opportuno a difendere
Malta, ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Non poca molestia
dava loro il vedere, che l'imperio violento della regina, perciocchè a
lei massimamente attribuivano i popoli la direzione delle faccende,
tendeva ad alienare gli animi da lei e dagli alleati; perciò pensarono
ai rimedj. Per verità i Siciliani, che con molta allegrezza avevano
veduto la corte venire in Sicilia nel novantotto, ora mutatisi
intieramente, alla medesima erano avversi. Della qual mutazione, oltre i
rigori eccessivi, molte e gravi furono le cagioni. Morto Acton, col
quale la regina principalmente si consigliava, era stato chiamato
ministro delle finanze il cavaliere Medici, uomo, come già abbiam detto
altrove, di singolare destrezza d'ingegno, ma che amava il governare
assoluto. Per questo aveva piaciuto alla regina, e la regina a lui.
Della sua elezione si mostrarono male soddisfatti i Siciliani, sì per
questa stessa sua natura molto tirata, come perchè Napolitano era. A
queste male soddisfazioni se n'aggiunsero delle altre di non poco
momento. La regina che sapeva, che a volta a volta tornava al re il
desiderio di prendersi nel governo tutto l'imperio che gli si conveniva,
aveva fatto opera, per fermare questi rigogli, che fosse eletto a primo
ministro il duca d'Ascoli, nel quale Ferdinando aveva molta affezione, e
che molto ancora da lei dipendeva. Confidava in questo di essere del
tutto padrona dell'animo del re sì per l'imperio proprio, come per
quello del duca. Ma oltre che Ascoli era uomo d'intelletto incapace a
sopportare tanto peso, e neppure gli dispiacevano i piaceri di cui tanto
si dilettava Ferdinando, avvenne che appresso a lui acquistò grande
autorità una donna, che chiamava col nome di sua amica. Costei traendo,
contro il dovere, ad utilità propria il credito del duca, fu cagione che
un gran romore si levasse contro di lui con diminuzione del suo nome
presso i popoli. Il mal umore si accese anche contro la corte,
massimamente contro la regina, che per tenersi il duca benevolo,
accarezzava l'amica di lui.