addotto della prammatica di Bourges, perchè lei nulla e di niun valore,
per essenziale vizio della sua origine, predicavano, siccome quella, che
per l'autorità secolare ed incompetente del re era stata concertata e
pubblicata: che se poi nulla la chiamavano per vizio originario, nulla
maggiormente la predicavano per decreto della Chiesa universale, perchè
il quinto concilio Lateranense l'aveva abrogata, annullata, ed anzi
dichiarata scismatica. Ora mettendo anche caso, che non fosse viziata
d'origine, e che tutta si potesse riferire all'autorità ecclesiastica,
cioè ad un concilio nazionale di Francia, l'autorità di un concilio
nazionale può forse prevalere a quella di un concilio universale? Può la
decisione di una parte più forza avere che la decisione del tutto? Forse
nei concilj particolari risiede la infallibilità? Forse non negli
ecumenici? La chiesa gallicana stessa, il clero del 1682 è forse mai
trascorso a dire una simile enormità? Non ha egli forse definito al
contrario, che la infallibilità risiede nel concilio universale unito al
papa? Se questo è vero, come è verissimo, come si potrà sostenere la
proposizione, che la prammatica di Bourges non sia scismatica? Come ciò
sostenere il clero di Francia senza contraddire a se medesime? La
lateranense condanna pruovare l'errore del consiglio ecclesiastico, e la
necessità del mandato pontificio per acquistare la giurisdizione
episcopale. Del resto avere il concordato di Leone decimo e Francesco
primo abolito la prammatica, nè potersi a modo niuno risuscitare; avere
il concilio tridentino, cioè la Chiesa universale, appruovato il
concordato medesimo, e l'autorità pontificia, come indispensabile per
l'instituzione canonica dei vescovi, in solenne modo confermata e
definita. Nè valere il dire, che il concilio tridentino non sia stato
accettato in Francia, quanto alla disciplina, perchè il mandato
immortale dei successori di san Pietro non è regola di disciplina, bensì
instituzione divina, e perciò attinente al dogma. Oltre a ciò il re di
Francia, cioè la potestà secolare sola non volle accettare, cioè
pubblicare il concilio di Trento, ma il clero gallicano l'accettò
veramente, e presso ai re continuamente insistè, perchè il
pubblicassero.
Nè maggior valore avere, continuavano, l'allegazione della necessità,
perchè egli è evidente, che per ministrare un rimedio straordinario,
anche nel caso di necessità, si richiede la facoltà di ministrarlo:
senza una tale facoltà il rimedio sarebbe veleno, e darebbe morte, non
vita. Ora certamente il clero gallicano non ha facoltà di modificare,
molto meno di annullare quello, che supponendo eziandio che non fosse
d'instituzione divina, è stato dichiarato, definito e decretato dalla
Chiesa universale: in simili casi, non da se, ma dalla provvidenza si
debbono aspettare i rimedj.
Dicono e sostengono i prelati del consiglio ecclesiastico, che il
governo della Chiesa non è arbitrario, che il papa debbe uniformarsi ai
canoni, e ne appellano al concilio. Ma quando il papa per venirne
all'esecuzion del concordato fatto con Napoleone, non avuto riguardo
alcuno ai canoni, usava un'autorità insolita ed inudita, e non ostante,
come dichiarò egli medesimo, i concilj, anche i generali, deponeva
senza accusa e senza processo tutti i vescovi di un regno, cioè
della Francia, questi medesimi prelati, ora tanto gelosi delle
gallicane libertà, non esse libertà invocarono, non dei papali
arbitrj si lamentarono, non al concilio appellarono; che anzi
benignissimamente, e volonterosissimamente si assisero su seggi dei
deposti, ed ora si servono dell'autorità, che il papa, a pregiudizio
dei deposti, loro diede, per impugnarlo e per predicare, che niuna
potestà è independente dai canoni. Allora non domandarono un concilio
ecumenico, allora non l'assenso della Chiesa, quando si trattava di
acquistar cariche, emolumenti ed onori: ma se allora errarono, e sono
inconcussi i canoni, inconcusse le libertà gallicane, come non sono
eglino o ignoranti, o impostori, poichè per errore e partecipazione
loro non vi sarebbe più in Francia, da dieci anni indietro,
giurisdizione legittima, e tutti i vescovi, e tutti i curati intrusi
vi sarebbero? Rinunziarono per l'adesione loro al concordato, alle loro
libertà, riconobbero implicitamente la superiorità del papa sui canoni,
riconobbero la sua infallibilità, ed ora l'impertinente viso loro alzano
contro quel medesimo papa, di cui predicarono sì altamente la potenza!
Credono essi adunque, che il papa debba, a grado della cupidigia e
dell'ambizione loro, ora condannare ciò che appruovava, ed ora
appruovare ciò che condannava? Si lamentano del procedere arbitrario
del papa? Adunque credono, che solo il loro imperatore, da essi tanto
adulato, abbia questa facoltà al mondo di essere arbitrario? Piacciono
loro gl'imperiali capricci, non piacciono le pontificali sentenze:
nemici del loro capo innocente sono, adulatori del loro tiranno sono:
amano meglio uno scomunicato, che un papa.
A ciò, e che voglion significare, continuavano gli avvocati
dell'apostolica sede, quelle parole, che i vescovi rappresentano la
Chiesa universale? Sono eglino forse, i vescovi, i deputati dei fedeli?
Forse il mandato di governar la Chiesa, non lo hanno da Dio sotto la
superiorità del successore di san Pietro? Non sono eglino i mandatarj
del popolo, ma i deputati del signore. Che può dare di spirituale il
popolo? Chi ha dato al popolo la facoltà di reggere la chiesa di Dio?
Certo nissuno. L'avvilupparsi in parole subdole giova ai nemici della
santa sede. Infatti, che voglion dir essi con quelle parole, che la
potestà inerente al carattere dei vescovi da Gesù Cristo immediatamente
deriva, senza che nessuna umana potestà si possa arrogare il diritto di
alterarla in alcun modo? Ma chi non sa, solo che abbia toccato i primi
principj della scienza canonica, che altra cosa è il potere dell'ordine,
ed altra il potere della giurisdizione? Per l'ordine possono i vescovi
conferire la cresima, conferire l'ordine, consecrar le chiese, consecrar
gli altari; possonlo sempre validamente, quantunque non sempre
legittimamente: per la giurisdizione, quando l'hanno ricevuta dalla
santa sede, possono governar le chiese, far regole pel governo loro,
appruovar confessori, decretare segregazione di fedeli, e statuire altre
simili cose che si appartengono al governo della chiesa confidata loro
dal papa. L'ordine è indelebile, la giurisdizione caduca: questa si dà e
si toglie da chi ha dritto di dare e di tôrre, nè alcuno di questi
audaci impugnatori della sedia apostolica sarà tanto audace, affermavano
i teologi di Roma, che pensi e dica, che un vescovo, a cui il papa ha
tolto la facoltà di governare una data chiesa, la possa ancora governare
legittimamente; il che pruova la necessità del mandato pontificio. Non
perisce la giurisdizione episcopale! ma non perisce ella, continuavano a
sclamare i Romani canonisti, in un vescovo eretico, non in un vescovo
scismatico, non in un vescovo scomunicato? Chi s'ardirà sostenere la
contraria sentenza? Da quanto si è ragionato, opinavano, segue, che
l'autorità stessa dei metropolitani era delegata, e derivata dai sommi
pontefici: tal essere, aggiungevano, la monarchìa cristiana stabilita da
Cristo Salvatore, tali gli ordini cattolici, che non si possono
impugnare senza eresia; conciossiachè e le memorie antiche, ed il
concilio tridentino ugualmente gli confermano.
Del rimanente, a qual fine si narrano tutte queste cose, e che voglion
significare? Siano pur salve le gallicane libertà. Forse ne conseguita,
che fuori di Francia abbiano ad aver forza, e ad obbligare le genti?
Serbinsi in Francia, se tal è l'umore di quel clero e di quei popoli; ma
con quale diritto, e con quale ragione volerle trasportare in Italia?
Forse per l'Italia stipulava il clero gallicano del 1682? E chi lo dice,
e chi lo fa? un decreto di Napoleone, un senatus-consulto di
Napoleonici! adunque perchè Napoleone disse, voler Torino, Genova,
Milano, Firenze e Roma, tosto hanno queste provincie a diventar soggette
delle gallicane libertà, e l'assemblea del 1682 tenuta in Parigi ha ad
esser legge per loro? dov'è il mandato di Napoleone per turbare le
ecclesiastiche cose in Italia, massimamente in Roma? Chi s'ardirà dire,
che un decreto civile abbia effetti ecclesiastici?
Molte cose si son dette, e molte ancora si dicono, si continuava a
discorrere dalla parte di Roma, sull'abuso dell'autorità pontificia.
Certamente errarono i pontefici, che turbarono le province per rispetti
temporali, come errarono i principi, che le turbarono per rispetti
spirituali: da qual parte in questo sia maggiore il torto, e più si sia
errato, non è questo il luogo di dire, e le storie il narrano. Bene non
si sa vedere, quali sinistri effetti abbia prodotto negli stati della
casa d'Austria, ed in tutta l'Italia, e così anche nella Spagna, e nel
Portogallo, l'autorità del papa dell'istituire i vescovi. Neppure si sa
vedere qual male sia nato da questa stessa autorità, poichè di questa
sola è nato dissidio, e si tratta, in Francia, in Inghilterra, ed in
altri paesi della cristianità; imperciocchè, se si eccettuano le
discordie nate ai tempi di Luigi decimoquarto, le quali veramente
versavano su questo punto della instituzione, non si scorge che alcuna
da questa medesima cagione sia nata. Altre ed assai più ampie radici
ebbero le controversie Germaniche, dalle quali sorse l'eresia di Lutero.
Similmente per altre maggiori questioni, e da quella dell'instituzione
assai diverse discordò Arrigo ottavo dalla santa sede, donde risultò la
separazione dell'Inghilterra. Senza entrare nei meriti di quelle antiche
o dolorose cause, nè diffinire da qual parte fosse la ragione o il
torto, questo è certo, che l'instituzione ne è stata o innocente, o
piccola parte. Del resto, qual segno, quale apparenza era, che Pio
settimo fosse per abusare della facoltà dell'instituzione a fine di
turbare lo stato quieto della Francia? Come sarebbe potuto cadere in lui
la volontà di turbare la Francia di Napoleone, in lui, che nella sua
vecchia età, per aspri monti, nella stagione più rigida dell'anno, a
malgrado dei principi d'Europa, contro la sentenza di molti cardinali se
n'era andato a Parigi per incoronarlo? Qual presagio aveva dato Pio di
se, che altri potesse credere, che volesse assumere o in Francia od
altrove un'autorità eccessiva, una dominazione intollerabile? Dicono,
guardate nell'avvenire; ma per guardar nell'avvenire, e' bisogna prima
guardar nel passato: guardate in questo, e vedrete, dove sia stato
l'incomportabile dominio. Nè qui si parla di libertà ecclesiastica,
perchè questo discorso non potrebbe piacere a prelati che la vogliono
dar in preda all'imperio: solo si osserverà, quale sarà essa per
diventare, se la nomina dei vescovi ai principi secolari, e
l'instituzione loro ai metropolitani, o ad altri vescovi sudditi di essi
principi si appartenessero. Correggevasi la nomina dei principi
dall'instituzione pontificia: se l'una e l'altra sono in mano loro,
quella immediatamente, questa per mezzo di prelati sudditi, la religione
è serva, ed in caso di voglie a lei contrarie, anche in materia di fede,
dei principi, non rimarrebbe altro scampo a' suoi ministri, che
l'abbominazione dell'eresia, o i tormenti del martirio. Resiste papa
Pio, resiste ad un'incomportabile tirannide: la Chiesa debbe restargli
obbligata per sempre, i principi ancora, poichè vinto il papa, la
cristianità, il mondo è servo: trattare il papa la libertà di tutti.
Già il disegno ordito contro un papa carcerato, era pronto a colorirsi:
i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati
s'accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali, o
arcivescovi, o vescovi, Fesch, Maury, Caselli cardinali, gli arcivescovi
di Tours, di Tolosa, di Malines, i vescovi di Versailles, di Savona, di
Casale, di Quimper, di Monpellieri, di Troja, di Metz, di Nantes e di
Treveri. S'aggiunse il vescovo di Faenza. Comandava l'imperatore, che
mandassero una deputazione a muovere il papa a Savona. Elessero
l'arcivescovo di Tours, ed i vescovi di Nantes e di Treveri. Il concilio
nazionale convocato in Parigi pel dì nove giugno, parte ancor egli della
macchina imperiale per intimorire il papa, stava pronto a proporgli i
termini d'accordo voluti dall'imperatore. Comandava Napoleone ai
deputati, che annunziassero al papa, essere convocato il concilio,
essere abrogato il concordato a cagione che il papa, una delle parti
contrattanti, ricusava di osservarne le clausole; dovere in avvenire i
vescovi, come avanti al concordato di Francesco primo, essere instituiti
secondo le forme che saranno regolate dal concilio, ed appruovate
dall'imperatore: tuttavia mandare l'imperatore i prelati con facoltà di
negoziare a Savona; ma queste facoltà non usassero, se non nel caso in
cui trovassero il pontefice disposto a convenire: due convenzioni
doversi fare, l'una independente dall'altra, e con atti separati: nella
prima si trattasse dell'instituzione dei vescovi, ed in questa
consentirebbe l'imperatore a tornarne all'esecuzione del concordato, con
ciò che però il papa instituisse i vescovi già nominati, ed in avvenire
le nomine fossero comunicate al papa, a fine di conseguirne
l'instituzione canonica; e che se il papa non avesse instituito nel
termine di tre mesi, fosse la nomina comunicata al Metropolitano, il
quale dovesse instituire il suffraganeo, e questi ugualmente instituisse
l'arcivescovo, se si trattasse dell'arcivescovo. Nella seconda voleva
l'imperatore, che si accordassero gli affari generali, ferme stando le
condizioni seguenti: il papa tornasse a Roma, se consentisse a prestare
il giuramento prescritto dal concordato; se ricusasse il giuramento
potesse risiedere in Avignone: quivi avrebbe gli onori sovrani, quivi
due milioni per onoranza e per vivere, quivi residenti delle cristiane
potenze, quivi finalmente libertà di governar le faccende spirituali, ma
tutto sotto condizione espressa, che promettesse di fare niuna cosa
nell'impero, che fosse contraria ai quattro articoli del 1682. Se il
papa accettasse le narrate condizioni, l'imperatore proponeva molte
speranze e faceva molte offerte: s'inclinerebbe volentieri ad accordarsi
col papa, sì pel libero esercizio delle sue funzioni spirituali, come
per fondare nuovi vescovati, tanto in Francia, quanto nei Paesi Bassi:
farebbe inoltre ogni sforzo per proteggere i religiosi della terra
santa, per riedificare il santo sepolcro, per dar favore alle missioni,
per ordinare la dataria, per restituire gli archivj pontificj; ma prima
e soprattutto si tagliasse interamente la speranza al papa di ricuperare
la sovranità temporale di Roma; se gli facesse sentire, che il concilio
era convocato, e la chiesa di Francia capace di fare quanto
richiedessero la salute delle anime, ed il bene della religione.
Gran fede aveva Napoleone in se, nei prelati, nella forza, poichè si
potè persuadere, che un papa a tanto di abiezione potesse venire, che
consentisse a tornar suddito là, dove aveva regnato sovrano, che
consentisse a giurare obbedienza e fedeltà a Napoleone imperatore con
quello stesso giuramento, che sovrano essendo, aveva, come sovrano,
coll'imperatore medesimo accordato e statuito; che consentisse a
servirgli, per obbligo di giuramento, di delatore e di spia, non
eccettuati nemmeno i casi di confessione. Che Napoleone una tale
proposizione abbia fatto, certo nissuno sarà per maravigliare; ma che
prelati, che portavano in fronte il nome di cattolici, abbiano assunto
il carico di significarla, se muove a maraviglia, muove ancora più a
sdegno.
I deputati ecclesiastici arrivati a Savona con le cose digerite, ed
avuto licenza dal ministro dei culti di favellare al papa, posciachè
appunto di questa licenza abbisognavano, se gli appresentarono, e con
rispettosi modi s'ingegnarono di renderselo benevolo. Introdotti, ed
accolti con significazione grande di amore, vennero nel primo giorno e
nei seguenti sul negoziare. Militando sempre le difficoltà della sua
carcerazione, rispose, nissuna deliberazione poter fare, nissuna bolla
dare, se prima non fosse restituito alla sua libertà, poichè nella
condizione, in cui era, privo de' suoi consiglieri naturali, privo de'
suoi teologi, privo di libri, di carta, di penne, privo infino del suo
confessore, che aveva domandato indarno, nè potendo prendere alcuna
informazione sulla idoneità dei soggetti nominati, non potea nulla, non
che concedere, esaminare. Non ostante queste prime caldezze del
pontefice, speravano i prelati, che appoco appoco o per fastidio della
situazione presente, o per timore della condizione avvenire, o
finalmente per disperazione di poter cambiare i destini Napoleonici,
l'animo suo si sarebbe mitigato, consentendo, se non a tutto, almeno a
parte di quanto si domandava. Il modo del negoziare era artifizioso dal
canto dei delegati; maggiormente ancora artifiziose erano le fondamenta,
sulle quali voleva l'imperatore che si negoziasse. Tutta l'importanza
del fatto in questo consisteva, che si provvedesse all'instituzione dei
vescovi con fare, che quando in un dato tempo il papa non gli avesse
instituiti, i metropolitani avessero facoltà d'instituirgli. Faceva
anche un gran momento, che se il papa avesse convenuto coll'imperatore,
l'avrebbe purgato dalla scomunica, se non esplicitamente, almeno
implicitamente, e pel fatto stesso.
Il papa assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua
risoluzione di non voler trattare, se prima non fosse libero, incominciò
a manifestare le sue intenzioni. Quanto al giuramento, risolutamente
negò; quanto alle quattro proposizioni, dalla prima non si mostrò
alieno, le tre altre costantemente rifiutò, siccome quelle che gli
parevano condannabili. Aggiunse che se accettasse, la Chiesa il
chiamerebbe vile, e traditore per fastidio di cattività, che il nome suo
ne sarebbe contaminato, che ne concepirebbe un'amarezza incredibile; che
del resto, per amor della quiete, nulla avrebbe operato in contrario. Ma
venendo al principal soggetto del negoziato, cioè all'instituzione,
sclamava, che il termine di tre mesi fosse troppo breve; se consentisse,
l'imperatore sarebbe giudice dell'idoneità dei soggetti; che in ultimo
il metropolitano sarebbe giudice dei rifiuti della santa sede; che
troppo eccessiva mutazione era questa; che un pover uomo, com'era egli,
solo e senza consigli non poteva assumersi di farla. Ricordava altresì,
e con parole efficaci ed affettuosissime protestava, che sarebbe troppo
enorme deviazione, se rinunziasse ai diritti particolari sui vescovi
d'Italia, che la sua coscienza ripugnava, che altri sovrani avrebbero
domandato le medesime prerogative ed eccezioni, che potrebbe darsi che
si nominassero soggetti indegni, o di opinioni sospette nella fede, che
la santa sede non sarebbe più la santa sede, che perirebbe il mandato
dato da Dio a san Pietro, che nascerebbe l'anarchìa nella Chiesa,
ch'ella del tutto si governerebbe a piacere della potestà secolare.
Gli rappresentavano i deputati i mali imminenti della Chiesa, le perdite
irreparabili delle prerogative della santa sede, le calamità di tanti
suoi aderenti. Rispondeva Pio, alzando gli occhi al cielo, e sclamando,
pazienza: nol permettere la coscienza, non avere con chi consigliarsi,
il capo della Chiesa essere in vincoli. Per far novella pruova di
vincere gli scrupoli e la costanza del pontefice, i deputati pregarono
il vescovo di Nantes, siccome quegli che aveva maggior dottrina e
fermezza in queste materie, che gli altri, distendesse uno scritto da
presentarsi al papa. Il fece in lingua Francese, il tradusse in Italiano
il vescovo di Faenza. Era la sostanza, che, poichè Napoleone non voleva
cedere, il papa doveva di necessità cedere egli. Insomma i deputati in
questo loro scritto ammonivano, e fortemente richiedevano il papa della
clausola dei metropolitani: pretendevano che non era necessaria una
lunga discussione, nè bisogno di consiglieri per decidere, se la santa
sede conserverebbe o perderebbe per sempre, rispetto ai vescovi di
Francia, il diritto d'instituzione. Intendevano per vescovi di Francia,
non solamente quei di Francia, ma ancora quelli del regno d'Italia, del
Piemonte, di Parma, di Toscana, e dello stato Romano stesso. Offerivano
finalmente, vedesse Sua Beatitudine, se nei luoghi vicini fosse qualche
prelato, in cui avesse fede: specificavano dello Spina, come se in quei
tempi e nel carcere di Savona qualcheduno potesse libero essere, e
liberamente consigliare.
Mossero oltre la cattività e la segregazione, i ragionamenti dei
deputati l'animo del pontefice per l'aspetto dei mali avvenire, e
sebbene sempre fosse titubante, ed ora si ritraesse, ed ora tornasse,
cominciava a non mostrarsi alieno dall'accordar con loro la clausola
domandata: solo voleva allargare il tempo dell'instituzione da darsi dai
metropolitani sino a sei mesi, che l'imperatore avesse un termine
necessario per le nomine, siccome egli l'aveva, parendogli, che se
questa necessità s'imponesse a lui, non al principe, l'equalità fra le
due parti fosse rotta; nel che aveva ragione, anche secondo i deputati;
conciossiachè se l'interruzione dell'episcopato non debbe essere in
potestà del papa, non debb'esser nemmeno in potestà dei principi.
Restava l'impedimento della scomunica, per la quale l'imperatore era
stato separato dal consorzio della Chiesa. A questo passo i deputati,
che già vedevano incerto e vacillante il pontefice, siccome quelli che
bene avevano imparato alla scuola Napoleonica i tempi morbidi per
incalzare, e temendo di dare causa d'indegnazione a Napoleone, se non
riuscissero a fare la sua volontà a Savona, si gettarono tutti addosso a
Pio, e il pressarono, e l'aggirarono, e gli diedero di mano da tutte
parti. Che cosa essere, dicevano, questa scomunica? Non autentica in
Francia, non accettata nè da accettarsi mai; non mai la Francia si
scosterebbe dalle massime gallicane: pessimi effetti avere lei prodotti
fra i popoli, anche fra le persone più aderenti, e divote alla sedia
apostolica: a tutti esserne doluto, come di cosa molto pregiudiciale al
papa ed alla Chiesa; i cardinali, non solo i rossi, ma ancora i neri
(con questo nome chiamavano i cardinali o esiliati o carcerati) non
avere mai cessato di comunicare _in divinis_ con Sua Maestà, aver loro
cantato in memoria delle imperiali vittorie, avere cantato ogni festa
nell'imperiale cappella. Già il pontefice titubava: per espugnarlo del
tutto, i deputati se gli pararono innanzi, ammonendolo, che partivano:
badasse bene ai mali soprastanti: solo, sarebbene tenuto verso Dio e
verso gli uomini: per lui essere stato, che le piaghe della Chiesa non
si sanassero: partivano; farebbe il concilio; avrebbe nuove da Parigi.
Insomma il papa tentato da ogni parte, e separato dal consorzio del
mondo, promise di venire ad un accordo, il cui importare fosse questo,
che Sua Santità, considerato i bisogni, ed i voti delle chiese di
Francia e d'Italia a lui rappresentati dai deputati, e deliberatosi a
mostrare con un nuovo atto la sua paterna affezione verso le chiese
medesime, darebbe l'instituzione canonica ai soggetti nominati da Sua
Maestà con le forme convenute nei concordati di Francia e del regno
d'Italia; che si piegherebbe ad estendere con un nuovo concordato le
medesime disposizioni alle chiese di Toscana, di Parma e di Piacenza;
che consentirebbe che s'inserisse nei concordati una clausola, per la
quale prometterebbe di spedir le bolle d'instituzione ai vescovi
nominati da Sua Maestà in un certo determinato tempo, ch'egli stimava
non poter essere minore di sei mesi; e caso ch'ella differisse più di
sei mesi, per altri motivi che per quelli dell'indegnità personale dei
soggetti, investirebbe, spirati i sei mesi, della facoltà di dar in suo
nome le bolle, il metropolitano della chiesa vacante, o, mancando lui,
il vescovo più anziano della provincia ecclesiastica. Aggiunse, che Sua
Santità a queste concessioni aveva inclinato l'animo per la speranza
concetta nei colloquj avuti coi vescovi deputati, ch'elleno fossero per
appianar la strada ad accordi, che ristorerebbero l'ordine e la pace
della Chiesa, e restituirebbero alla santa sede la libertà,
l'independenza, e la dignità che le si convenivano. Fu aggiunto allo
scritto contenente queste promesse del pontefice, i deputati affermarono
per consenso di lui, il papa per sorpresa, un capitolo concepito in
questi termini, che i diversi aggiustamenti relativi al governo della
Chiesa, ed all'esercizio dell'autorità pontificia, sarebbero materia di
un trattato particolare, che Sua Santità era disposta a negoziare,
tostochè a lei fossero restituiti i suoi consiglieri, e la sua libertà.