Rispose risolutamente il pontefice, maravigliarsi, che Caprara queste

cose proponesse: esser evidente ch'ei non poteva accomodarvi l'animo:

non mai la cancelleria apostolica avere ammesso simili instanze da parte

dei laici: del resto, a chi concederebbonsi le bolle, se alle instanze

del consiglio dei ministri si concedessero? Non esser loro l'imperatore

medesimo? Non gli organi de' suoi ordini, non gli stromenti della sua

volontà? Ora dopo tante innovazioni funeste alla religione fatte

dall'imperatore, contro le quali egli si era sì spesso e sì inutilmente

querelato, dopo tante vessazioni commesse contro tanti ecclesiastici

dello stato pontificio, dopo l'esilio dei vescovi e della maggior parte

dei cardinali, dopo la carcerazione di Pacca cardinale, dopo

l'usurpazione del patrimonio di San Pietro, dopo di essere stato

assalito lui medesimo da uomini armati nei penetrali stessi del suo

pontificale palazzo, dopo di essere stato forzatamente in terra sotto

strette guardie condotto per modo che i vescovi di parecchi luoghi non

avevano potuto avvicinarsi a lui, o parlargli senza testimonj, dopo

tanti attentati sacrileghi, tacendone anche, per amor della brevità,

altri infiniti, contro i quali i concilj generali e le constituzioni

apostoliche fulminavano l'anatema, che altro avere lui fatto, se non

uniformarsi, com'era suo dovere, ai decreti di questi concilj, se non

obbedire ai termini di queste constituzioni? Come adunque potrebbe

oggidì riconoscere nell'autore di tante violenze il diritto di nominar i

vescovi, come consentire ch'egli l'usasse? Il potrebbe forse senza farsi

reo di prevaricazione, senza contraddire a se medesimo, senza dare, con

iscandalo gravissimo, materia ai fedeli di credere, ch'egli sbattuto e

vinto dalle disgrazie, a tanto di abiezione fosse venuto, che potesse

tradire la sua coscienza, e fare quello, ch'essa con terribil voce

l'ammoniva di dannare? Pesasse bene, e queste ragioni ponderasse, non

secondo la sapienza umana, ma prostrato nel santuario il cardinale, e

vedrebbe, quanto vere, quanto inconcusse, quanto incontrastabili

fossero. Chiamare tuttavia Dio in testimonio di quanto egli in mezzo a

sì crudeli tempeste desiderasse provvedere alle sedie vacanti della

chiesa di Francia, di quella chiesa di Francia, suo primo amore, e suo

supremo diletto: con quanto piacere abbraccerebbe egli un consiglio, che

gli permettesse di soddisfare ad un tempo ed al suo pastorale uffizio,

ed a' suoi doveri sacrosanti! ma come potere, come risolversi solo e

senza soccorso in un affare di tanta importanza? Toltigli essere tutti i

consiglieri suoi, toltagli la facoltà di comunicare con loro, nissuno

restargli, da cui pigliar lume in sì spinosa discussione. Se vera

affezione avesse l'imperatore alla cattolica chiesa, incominciasse dal

riconciliarsi col suo capo: togliesse le innovazioni funeste,

rendessegli la sua libertà, la sua sede, i suoi ufficiali;

restituissegli il patrimonio, non suo ma di san Pietro; riponesse sulla

cattedra dell'apostolo il suo capo supremo, il suo capo di cui ella era

vedova e priva dopo la Savonese cattività; rimandassegli i quaranta

cardinali dal suo grembo divelti pei crudi comandamenti suoi;

richiamasse alle diocesi loro tanti esuli vescovi: pregare

incessantemente e ferventemente fra tante sue tribolazioni quel Dio, che

tiene in sua mano tutti i cuori, incessantemente e ferventemente

pregarlo per l'autore di tanti mali: esaudisselo, piacessegli spirare al

duro cuore di Napoleone più salutevoli consiglj; ma se per segreto

giudizio di chi tutto sa e tutto puote, altrimenti accadesse,

piangerebbe egli le presenti calamità, certo e sicuro che nissuno a lui

imputare le potrebbe.

In questo mezzo tempo Napoleone per intimorire il papa, e farlo

consentire a quanto egli desiderava, con dargli sospetto che se non

consentisse, ei farebbe da se, aveva convocato un consiglio

ecclesiastico a Parigi chiamandovi i cardinali Fesch e Maury,

l'arcivescovo di Tours, i vescovi di Nantes, di Treveri, d'Evreux, di

Vercelli, ed un Emery, prete superiore del seminario di San Sulpizio a

Parigi. L'imperatore, per mezzo del ministro dei culti Bigot di

Préameneu, personaggio di buona e posata natura, ma che ciò non ostante

procedeva con molto calore in questa faccenda contro il papa, propose

loro certi quesiti, acciocchè gli dichiarassero. Erano questi prelati, o

tutti o la maggior parte, nemici dei seguaci di Porto Reale; ma la

fortuna, e la Napoleonica ambizione gli avevano condotti a questo duro

passo, o di opinare, circa la potestà della sedia apostolica, conforme

alle dottrine di quella famosa scuola, o di dispiacer a Napoleone. Una

sola risposta dovevano e potevano dare, ed era quest'essa: che si

rimettesse il pontefice nella condizione in cui era quando concluse il

concordato, ed allora se ricusasse le bolle, opinerebbero; ma non la

diedero, perchè quelli non erano tempi da Ambrogi. Certamente se il papa

debbe essere assicurato contro i principi in materia religiosa e

spirituale, i principi debbono essere assicurati contro il papa in

materia politica e temporale. A quest'ultimo fine mirava la necessità

nel papa nel dar le bolle in un dato tempo, salvo i casi d'impedimenti

canonici nei nominati; ma la prigionìa del pontefice rendeva impossibile

ogni negoziato, e Napoleone voleva non solamente la independenza per se,

ma ancora la servitù negli altri. Il governo della chiesa, portavano i

quesiti, è egli arbitrario? Può il papa per cagioni temporali ricusare

il suo intervento negli affari spirituali? Conviensi, che solamente

prelati e teologi trascelti nei piccoli luoghi del territorio Romano

giudichino degl'interessi della chiesa universale? Conviensi, che il

concistoro, consiglio particolare del papa, sia composto di prelati di

tutte le nazioni? Quando no, l'imperatore non ha in se raccolti tutti i

diritti, che ai re di Francia, ai duchi del Brabante, e ad altri sovrani

dei Paesi Bassi, ai re di Sardegna, ai duchi di Toscana, e simili

s'appartenevano? Ancora, ha Napoleone imperatore, o i suoi ministri

violato il concordato? Essi migliorata, o peggiorata la condizione del

clero di Francia dopo il concordato? Se il sovrano di Francia non ha

violato il concordato, può il papa di suo proprio arbitrio, ricusare

l'instituzione agli arcivescovi e vescovi nominati, e perdere la

religione in Francia, come l'ha perduta nell'Alemagna senza vescovi da

dieci anni? Non avendo il governo di Francia violato il concordato, se

dal canto suo il papa ricusa di eseguirlo, intenzione di sua maestà è,

ch'esso si abbia e si tenga per abrogato: ma in tale caso, che conviensi

fare pel bene della religione?

A questi quesiti, che risguardavano specialmente la Francia e l'Italia,

se ne aggiunse un altro per l'Alemagna, desiderando l'imperator

Napoleone sapere, quale cosa gl'incombesse di fare per la salute della

religione in questa parte d'Europa, a lui, che era il cristiano il più

potente di tutti, signore dell'Alemagna, erede di Carlomagno, vero

imperatore d'Occidente, figliuolo primogenito della chiesa. Ancora ha

bisogno la Toscana di nuove circoscrizioni di diocesi, e se il papa non

vuol cooperare, che farà sua maestà?

Ancora, e finalmente éssi questa bolla di scomunica stampata e sparsa

per tutta Europa: che farà Napoleone imperatore per impedire, che in

tempi di turbazioni e di calamità, non diano i papi in questi eccessi di

potenza tanto contrari alla carità cristiana, quanto all'independenza,

ed all'onore del trono?

Intanto Napoleone costretto dalla necessità, perchè la vacanza delle

sedi episcopali turbava la coscienza dei fedeli, essendo a ciò

consigliato da coloro che appresso a lui trattavano delle faccende

ecclesiastiche, si deliberava ad usare un rimedio, che poteva dargli,

secondo che credeva, tempo ad aspettar tempo, e conclusione definitiva

delle differenze nate colla santa sede. Aveva egli udito, che dopo la

morte del vescovo la giurisdizione episcopale si trasferiva nel capitolo

della chiesa cattedrale, e che a questo s'apparteneva il nominare vicarj

generali, che governassero la diocesi durante la sede vacante. Oltre a

ciò fu fatto sapere a Napoleone, che i capitoli investiti alla morte del

vescovo della potestà episcopale, conferivano, secondo gli antichi usi

di Francia, la potestà medesima all'ecclesiastico nominato dal sovrano

alla sede vacante. Quest'ultimo pensiero gli fu suggerito dal consiglio

ecclesiastico. Ma al tempo medesimo il consiglio aveva mitigato il

concetto con dire, che lo spediente proposto non poteva essere che

transitorio, che solo per l'ultima necessità, e per non lasciar perire

l'episcopato in Francia dovevano i capitoli delegare la giurisdizione ai

nominati, che, cessata la necessità, si rendeva necessario tornare ai

metodi consueti; che sebbene i vescovi nominati e delegati avessero

potestà di reggere le diocesi, non potevano esercire tutta la pienezza

dell'autorità episcopale, perciocchè, se avevano la giurisdizione, non

avevano l'ordine; i vescovi instituiti possono fare certe funzioni, che

i vescovi delegati non possono; che pure era richiesto per la salute dei

fedeli, e pel perfetto delle diocesi, che l'autorità episcopale tutta

intiera in loro si raccogliesse; che del resto non pareva conveniente,

che lungo tempo i vescovi esercessero le facoltà loro, e governassero le

diocesi come semplici delegati dei capitoli; altro maggior decoro, altra

maggiore independenza essere richiesta ad un vescovo perchè si possano

aspettare dal suo ministerio i debiti frutti.

Certamente non piaceva neppur a Napoleone, che era d'indole assoluta,

questa condizione, che i vescovi, come delegati esercessero, perchè

voleva, che i capi fossero padroni, non servi. Ciò nondimeno il

guadagnar tempo gli pareva cosa d'importanza. Deliberossi pertanto,

insino a che da Savona migliori novelle gli pervenissero, a servirsi del

temperamento proposto dal consiglio ecclesiastico. Erano in Francia e

nell'Italia Francese diocesi vacanti da lungo tempo, in cui governavano

i vicarj capitolari. A volere che i capitoli delegassero l'autorità

vescovile ai nominati dall'imperatore, era d'uopo che i vicarj

rinunziassero: conciossiachè non vi potessero essere due delegati. A

questo fine indirizzava i pensieri il governo Napoleonico; dal che

nacquero accidenti di non poca importanza. Aveva Napoleone nominato

vescovo d'Asti in Piemonte il prelato Dejean, fratello d'un suo

ministro. Richiesti del rinunziare, i vicarj del capitolo ricusarono.

Avute le novelle, Napoleone sdegnosamente decretava: fosse il capitolo

d'Asti ridotto a sedici, i beni spettanti ai canonicati soppressi

cadessero in potestà dei fisco, i renitenti fossero arrestati e

processati, come di crimenlese. Aggiungeva Bigot di Préameneu, che sua

maestà si era risoluta ad unire al fisco i beni dei vescovati, dove

sorgessero erbe di ribellione. Aveva Napoleone nominato Osmond vescovo

di Nancy, uomo di nobile tratto e di pulitissima favella,

all'arcivescovato di Firenze. Scrisse risolutamente il pontefice al

vicario capitolare, comandando che non rinunziasse, che era Osmond

illegittimo secondo i canoni. Seguitarono effetti conformi: non ebbe mai

Osmond quieto vivere in Firenze.

Ma a quest'amarezza serbava il cielo Napoleone imperatore, che il

prigioniero di Savona gli turbasse i suoi pensieri nella capitale stessa

del suo impero. Aveva egli nominato arcivescovo di Parigi il cardinale

Maury, surrogandolo al Fesch, che nominato ancor esso alla medesima sede

non aveva voluto accettare. Maury, parendogli un bel seggio il Parigino,

l'accettò. Seppelo il santo padre per avviso mandato dal cardinal

Dipietro, che confinato a Semur faceva una mirabile polizia a suo modo.

Scrisse un breve ai vicarj capitolari di Parigi della colpevole audacia

del cardinale, e del debito loro gravemente ammonendogli. Essere,

rammentava, il cardinale Maury un intruso, essere irremissibile la sua

temerità; calcare lui i sacri canoni, calcare le decretali dei papi,

calcare tutte le leggi dell'ecclesiastica disciplina: avessero i vicari

per nulli tutti gli atti che il cardinale facesse: niuna qualità, niuna

giurisdizione l'intruso avere, tutte a lui essere negate, tutte tolte:

essere legato Maury alla chiesa di Montefiascone; niuno poternelo

sciorre, che la santa sede: le sue risoluzioni gli comunicassero, e

dell'esecuzione l'ammonissero. Intanto Maury, che non era uomo da

sgomentarsi così alla prima, nè solito a cambiarsi in viso pei rabbuffi,

scriveva al papa informandolo della sua nomina, ed accettazione

dell'arcivescovil sede di Parigi. Rispose il pontefice, maravigliarsi

dell'audacia sua, ma maggior dolore ancora sentirne, che maraviglia:

inaspettato e deplorabile accidente, sclamava, ch'egli tanto da se

stesso disforme fosse divenuto, che ora quella causa della chiesa

abbandonasse, che sì degnamente aveva patrocinata nei calamitosi tempi

della rivoluzione. Adunque, continuava, la podestà civile questo punto

vincerà, che ella al governo delle chiese chi più le pare e piace,

instituisca? Adunque sarà cassa la libertà ecclesiastica, le elezioni

invalide, il scisma presente? Tali essere gli effetti, tali i

risultamenti dell'esempio detestabile che egli dava. Pertanto comandava

al cardinale, pregavalo, scongiuravalo, incontanente cessasse dal

governo della Parigina chiesa, si ritirasse dagl'imperiali doni: quando

no, procederebbe rigorosamente contro di lui.

Non erano le opinioni conformi nel capitolo di Parigi; chi amava meglio

l'imperio che la chiesa, e chi la chiesa meglio che l'imperio. Più erano

i primi che i secondi; quelli avevano accettato Maury, questi gli

contrastavano. Degli ultimi Paolo Dastros, canonico e vicario generale,

preso occasione del mandare al vescovo di Savona certe dispense, aveva

supplicato al papa, affinchè il consigliasse di quello che si avesse a

fare nelle congiunture presenti. Il santo padre rispondendo, tornava in

sul chiamare Maury intruso, disubbidiente, uomo di audacia

intollerabile: ordinava, ed in virtù della santa obbedienza comandava a

Dastros, incontanente mostrasse al cardinale la sua lettera, e

gl'imponesse da parte sua, che dalla temeraria impresa si ritirasse.

Seppesi Rovigo, che sapeva tutto, queste cose; le disse all'imperatore.

Sdegnossene Napoleone: prima cosa, fatto arrestare a furia Dastros, il

cacciò nelle segrete al solito: poi fece rimproveri e minacce tali a

Portalis, consigliere di stato, perchè le lettere del papa a Dastros

erano venute sotto sua coperta, che il povero giovane se ne tornò tutto

smarrito e lacrimoso a casa. Ma le Savonesi cose pressavano. Scrutaronsi

diligentemente dalla polizia Napoleonica i fogli ai servitori del papa;

a Paolo Campa, a Giovanni Soglia, a Carlo Porta, al prelato Doria, al

prelato Maggiolo, ad Andrea Morelli, a Moiraghi, a Targhini, cuochi, e

valletti. Trovarono lettere del papa per le Astigiane, Fiorentine, e

Parigine controversie; trovarono lettere di Dipietro al papa, trovarono

suppliche per dispense, modi di condursi ai Romani, descrizioni ed

attestazioni di miracoli. Le ferrate porte di Fenestrelle sorbirono

Morelli, Soglia, Moiraghi, ed un Ceccarini chirurgo, ed un Bertoni

valetto: anche un Petroncini domestico del Doria, fu cacciato nelle

segrete. Porta se la passò con una buona ammonizione, e che, se vi

tornasse, mal per lui: speravano che scoprirebbe qualche cosa degli

affari del papa. Doria fu mandato a starsene co' suoi a Napoli, e

badasse a non guardar indietro. Nè Dipietro potè fuggire lo sdegno

imperiale: preso a Semur, cambiò l'esilio in carcere.

Dispersi i minori, Rovigo e Napoleone pensavano a quello che fosse a

farsi del pontefice; perchè, se gli altri avevano fatto fallo a

Napoleone, il papa, pensavano, l'aveva fatto maggiore, e maggiore anche

da lui veniva il pericolo. Non sapevano darsi pace, come tra quelle

folte tenebre che avevano con tanta cura addensate intorno al pontefice,

avesse trovato uno spiraglio a vedere, ed a far veder lume: il prefetto

di Montenotte sentì qualche sprazzo della collera suprema. Incominciava

a fulminare con grandissimo sdegno contro il papa Bigot di Préameneu:

sapere l'imperatore, che il papa aveva scritto al capitolo di Firenze,

acciocchè non conferisse la potestà all'arcivescovo nominato; recarsi

l'imperatore quest'atto a grave offesa. Adunque vuole il papa tutto

sovvertire e mandar sossopra? Adunque non vuol nemmeno che le diocesi

siano transitoriamente amministrate dai prelati, che l'imperatore

giudica degni della sua confidenza, ed ai quali secondo l'uso i capitoli

conferiscono le potestà al tempo delle sedi vacanti? Adunque danna il

papa uno stato transitorio, che è in facoltà sua di far cessare, dando

le bolle, incontanente? Crede egli, che Sua Maestà sia subordinata ad un

capitolo, per forma che il vicario ch'esso capitolo ha eletto, non abbia

bisogno di essere riconosciuto dall'imperatore, e che, se riconosciuto

non è, o cessasse d'essere, ei conservi il diritto di far funzioni, che

sono ad un tempo stesso e temporali e spirituali? Un vescovo

canonicamente instituito non può nominare un vicario generale senza

l'intervento di un decreto imperiale: come può il capitolo avere maggior

diritto che il vescovo? I sudditi dell'imperatore, che il capitolo

compongono, non renderebbersi forse colpevoli, se un vicario altro che

quello che il loro sovrano loro indicasse, o nominassero o mantenere

volessero? Questo vicario capitolare non dovrebbe egli forse per la pace

della chiesa cessare di per se medesimo l'ufficio, o se questo motivo,

più sacro certamente dell'autorità arbitraria del pontefice, a ciò fare

nol risolvesse, la volontà del sovrano non gli torrebbe forse ogni

potenza dell'atto, o se ribelle si costituisse, non dovrebbe egli portar

la pena della sua ribellione? Avere veduto il papa i sovvertimenti

prodotti dalle instruzioni ch'ei non aveva diritto di dare sulla formola

del giuramento d'un suddito al suo sovrano; nè poter non preveder

quelli, che potrebbero nascere dalla sua lettera al capitolo di Firenze.

Nissuna violenza, nissun oltraggio del papa l'imperatore lascerebbe

impunito: essere tuttavia parato l'imperatore a venirne a giusti termini

d'accordo, solo che il papa, scrivendogli, il facesse certo della sua

volontà. Ma se al contrario da una parte perseverasse nel voler lasciar

le chiese senza capi instituiti, dall'altra nell'impedir i capitoli, e

nel mettergli in caso di ribellione contro il sovrano loro, non vedrebbe

più Sua Maestà in questi atti le funzioni del governo pontificale, che

tutte sono di pace e di carità, non vedrebbe più sotto un titolo

rispettabilissimo, che un nemico protervo; obbligo suo sarebbe di torgli

ogni mezzo di nuocere coll'interdirgli ogni comunicazione col clero del

suo impero, e con isolarlo, qual ente pericoloso: non potere il prelato

Doria aspettarsi altro destino, che quello di Pacca cardinale. Le quali

ultime parole dette, non so per qual rispetto, non di Pio, ma di Doria,

chiaramente significavano, che di Doria si dicevano, perchè Pio come

dette di se le riputasse.

Crebbero a dismisura gli sdegni, quando si scoverse l'affare di Dastros.

Sclamava il Parigino ministro, la pontificia lettera esser fonte di

ribellione; girare il papa le incendiarie faci all'intorno; parlare di

concordia, suscitare la discordia. Poi per bocca imperiale comandava al

prefetto di Montenotte, badasse bene a non lasciare trapelar lettere, nè

per dentro, nè per fuori della papale stanza, e non mancasse; parlasse

più risolutamente al papa; gl'intuonasse alle orecchie, che dopo la

fulminata scomunica, ed il procedere suo a Roma, che tuttavia continuava

a Savona, l'imperatore il tratterebbe come meritava; che tanto era

oramai il secolo oltre nei lumi, che sapeva distinguere le dottrina di

Gesù Cristo da quelle di Gregorio settimo.

I fatti seguitavano le minacce. Per dispetto, e per speranza di ottener

concessioni col terrore, ordinava l'imperatore, che ogni apparato

esteriore si sbandisse dall'abitazione pontificia: trovarono i rigidi

comandamenti diligenti esecutori. Camillo Borghese principe toglieva le

carrozze al papa, toglievagli Sarmatoris e gli altri servitori,

sopprimeva ogni segno di rispetto, gl'interdiceva penna ed inchiostro,

gl'intimava per ordine di Napoleone imperatore, che gli era fatta

inibizione di comunicare con alcuna chiesa dell'impero, nè con alcun

suddito dell'imperatore sotto le pene di disubbidienza tanto per lui,

quanto per loro; che cessava di essere l'organo della Chiesa colui che

predicava la ribellione, colui che aveva l'anima tinta di fiele; che

poichè niuna cosa il poteva far savio, se gli faceva a sapere, che sua

Maestà abbastanza era forte, perchè potesse far quello che i suoi

antecessori avevano fatto, e deporre un papa.

Si credeva a Parigi che i comandamenti ripetuti avessero maggior forza.

Per la qual cosa Bigot di Préameneu novellamente inculcava, si intimasse

a Pio, che per cagion sua i cardinali, ed i vicari generali perdevano la

libertà, i canonici le prebende; che queste occulte trame erano indegne

di un papa; ch'egli sarebbe cagione delle disgrazie di tutti coloro, che

avrebbero a far con lui; che dichiarato nemico dell'imperatore doveva

quietamente starsene, e poichè da sè si chiamava carcerato, operare come

se fosse carcerato, nè avere con nissuno pratica o corrispondenza; che

gran disgrazia era per la Cristianità lo avere un papa così ignorante di

quanto è dovuto ai sovrani: che del resto, non sarebbe la pace dello

stato turbata, e che il bene si farebbe senza di lui.

Oltre i comandamenti del ministro dei culti, e del principe governatore

del Piemonte, perciocchè tutto il governo Napoleonico era mosso contro

il prete di Savona, intuonava dalle sponde dell'investigatrice e

dispotica Senna la polizia, si guardasse bene dentro e fuori della

pontificia abitazione; si stillasse tutto, si spiasse tutto; niuna cosa,

per minima che fosse, trapelare, o, per usare le parole stesse, filtrare

potesse, senza che la polizia la sapesse; si guardasse attentamente al

grande, si guardasse colla medesima gelosìa al minuto; non si prestasse

fede di tutto a tutti, ma solo ai più fidi; se alcuno mentisse, fosse

punito; se alcuno dicesse la verità, fosse ricompensato; vigilante fosse

la investigazione, e continua, ma invisibile, fosse anche proteiforme;

fossero gli agenti di tutte le lingue, di tutte le forme, di tutti i

mestieri, varj ed infiniti i pretesti, ma sempre naturali, perchè il

lambiccato svela l'arte; si usasse ogni astuzia, ogni strattagemma, ogni

scaltrimento; superassersi in astuzia, queste parole stesse portavano le

lettere, i preti, anche i più maliziosi; si avesse l'occhio massimamente

alle strade da Savona a Torino, perchè là era il marcio; si guardasse

addosso ai pedoni molto diligentemente, e per ogni parte si

ricercassero; non mancherebbero i pretesti per non dar sospetto; ora si

motivasse di un vagabondo, ora di uno scappato di galera, qui si

cercasse un soldato fuggitivo, là un truffatore condannato, poi un po'

di scusa velerebbe il segreto: le Savonesi terre desolate dalla polizia.

Voleva ancora, essa polizia, si procurasse, che pei concorsi d'uomini o

di alta o di bassa condizione, gli autorevoli e di buona favella

intendessero alle persuasioni, dicendo, che l'imperatore aveva ragione,

il papa torto; che più amava l'imperatore la religione, che il papa

l'amasse. Insinuava altresì, che le sacristìe ed i confessionali

farebbero servizj grandi, se si facesse sentire ai curati instrutti, ed

ai preti giurati, che la loro obbedienza e sommessione erano conosciute,

e che sarebbero anche premiate; se qualche canonico, o se qualche

regolare passato a vita secolare compiangesse o titubasse, se gli

facesse tosto suonare all'orecchie l'interesse personale, la perdita

delle pensioni, e che la polizia sapeva tutto; se qualcheduno

ricalcitrasse, si mettesse in luogo dove gli passerebbe voglia;

finalmente con ogni sorta di cortesi dimostrazioni, tanto in pubblico,

quanto in privato si accarezzassero, ed al ministro dei culti si

raccomandassero gli ecclesiastici che si mostrassero più fedeli, che

usassero l'autorità loro per ridurre i compagni a fedeltà, e che

predicassero che ogni potestà temporale viene da Dio, e che il Vangelo

insegna e raccomanda l'obbedienza e la sommessione verso i principi;

ponessesi mente ad operare che tutti gli spiriti s'imbevessero di

quest'opinione, che l'imperatore non tornava mai indietro, che per la

sua munificenza infinita sempre premiava chi fedelmente e devotamente il

serviva, ma che per la sua giustizia mai non perdonava a chi denigrasse,

a chi ricalcitrasse, a chi dissidj e discordie seminasse.

Queste che abbiamo raccontate, furono le cautele poste in opera dai

Napoleonici per murare il papa, e per fare, che nissuno sapesse, o

dicesse, o facesse altro che quello che piaceva a Napoleone. Arti

veramente perfette erano queste, e da servir per esemplare a chi ama il

comandare da se. L'imperatore veduto che nè le persuasioni, nè le

minacce, nè gli spaventi, nè la strettezza del carcere non avevano

potuto piegare l'animo del pontefice, e credendo, per le opinioni dei

popoli, di non potere da se, e senza che gli estremi mezzi prima si

fossero tentati, fare questa gravissima mutazione, che i vescovi di

Francia, e di tutti i paesi sudditi a lui più non ricevessero la

instituzione canonica della sede apostolica, si era risoluto ad usare

più efficacemente il sussidio del consiglio ecclesiastico adunato in

Parigi. Opinava, che il parere di ecclesiastici di grado o di dottrina,

fosse per operare fortemente in favor suo sulla mente dei popoli, caso

che per la necessità delle cose si avesse a rompere quel legame, che

congiungeva l'episcopato Francese alla Chiesa di San Pietro.

Inoltre, a ciò consigliato, e stimolato principalmente dal consiglio

ecclesiastico, si era deliberato a convocare un concilio nazionale a

Parigi; acciocchè considerasse la necessità presente, e proponesse i

mezzi di rimediarvi. Dava favore a questo suo pensiero, oltre la maggior

autorità di un concilio, la speranza che i vescovi Italiani chiamati

all'assemblea, siccome nutriti, la maggior parte, nelle dottrine che

abbracciate in Italia da molti dotti canonisti, avevano negli ultimi

tempi trovato una principal sede in Pistoia, avrebbero deliberato in

favor d'un'opinione, che, quanto alla trasmissione dell'episcopato,

pareva conforme agli usi antichi della Chiesa primitiva.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 10 / 23 段