Del resto Borghese principe, e Vincent soprantendente volevano e

comandavano, che il papa fosse intieramente libero della persona, il

che, se pure qualche cosa significa, a chi considera gli ordini

precedenti, vuol dire ch'ei non fosse legato con corde. A questo si

voleva, perchè si temeva di qualche concistoro segreto, che nissun

cardinale in Savona, salvo lo Spina, potesse dimorare: fosse vietato

allo Spina stesso di parlare al pontefice, se non presenti le guardie,

anzi desiderando mandargli certe delicature di cibi, non gli era

permesso, se non con licenza del governo. Un umile uomo, che Ostengo

aveva nome, ed era ai servigi del pontefice, per avere scritto un

viglietto con lettere di piombo di vetro, fu cacciato nelle segrete, nè

gli furono concessi i giudici. Esitava il papa a nominar le persone che

dovessero attendere a' suoi servigi, essendo stimolato a farlo da chi

aveva mezzo di frenare così gl'infedeli, come i fedeli. Temeva che

l'amor suo fosse ad altri cagione di disgrazie, nè in ciò s'ingannò.

Pure nominò il prelato Doria-Pamfili, maestro di camera, Soglia

cappellano, Porta medico, Ceccarini chirurgo, Moiraghi e Morelli

ajutanti di camera, un Campa giovane di florerìa, ed alcuni altri di

minor condizione. Se ne viveva il pontefice nel suo Savonese carcere con

molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnarsi, quantunque avesse tante

cagioni di sdegnarsi. Vedeva volentieri il conte Chabrol, prefetto di

Montenotte, perchè il conte usava con lui molto umanamente, temperando

con dolci modi l'acerbità degl'imperiali comandamenti; della quale

dolcezza ed umanità ne ebbe anche le male parole da Parigi. Offertogli,

se gli piacesse passeggiare a diporto per la campagna, s'intendeva con

le guardie, rispondeva, non poter divertirsi quando la chiesa piangeva.

Mandava Napoleone imperatore il conte Sarmatoris di Cherasco a metter

grandi mense, a fare addobbi, a mostrar magnificenze, a condur servidori

in livrea attorno al papa, e pel papa. Con qual nome chiamare questo

imperiale scherno contro il pontefice prigioniero, io non so. Nè so

nemmeno perchè Sarmatoris conte, che buon uomo era, accettasse un carico

tanto derisorio. Si appresentava lusingando, e con le imperiali

profferte. Toccò, sperare, poichè Sua Beatudine aveva aggradito i suoi

servigi a Parigi, sarebbe per aggradirgli anche in Savona. Rispose

pacatamente, esser cambiati i tempi: allora come a principe e sovrano

essersi convenuto l'apparato esteriore, ora come a prigioniero disdirsi:

fuori del suo seggio, in paese straniero, stretto da guardie armate,

privo de' suoi servitori e consiglieri più intimi e più fidi;

prigioniero essere, prigioniero tenersi, da prigioniero voler essere

trattato: sciogliessero prima le catene che le pontificie membra

strignevano, nella sua pontifical sede il rimettessero, i suoi cardinali

gli rendessero, ed accetterebbe i sovrani onori: del resto

provvederebbero i fedeli, provvederebbe Iddio, che mai non abbandona i

servi suoi devoti. Le medesime cose asseriva, ma con maggiore forza,

come a soldato, a Cesare Berthier, generale mandato a Savona da

Napoleone per ajutar le spie coll'armi.

Giovami spaziare alquanto sui sentimenti del papa carcerato. Fulminava

Ugo Maret da Parigi, tentava di spaventarlo. Si facesse, comandava, bene

capire al papa ed a' suoi famigliari, che dopo la scomunica, il cui fine

evidente era di eccitar i popoli alla ribellione, e di far ammazzare con

le coltella sua maestà l'imperatore, aveva il governo pontificio fatto

l'estremo di sua possa, e consumate tutte le sue armi; se gli facesse

osservare, quanto pregno fosse quel capitolo della pace, col quale

l'imperatore d'Austria si era obbligato a riconoscere tutte le mutazioni

fatte, o da farsi in Italia, se gli facesse riflettere, che ugualmente

dai trattati d'Amiens e di Tilsit si deduceva, che l'imperatore

Napoleone poteva fare quanto gli piacesse e paresse, per impedire che il

papa s'intrommettesse negli interessi terreni, e nell'amministrazione

interna de' suoi stati: spesso facessero salire alle sue orecchie questo

suono, che le cose temporali non hanno comunanza alcuna colle

spirituali, che i sovrani da Dio acquistano la potenza loro, non dai

papi, che la chiesa gallicana aveva accettato come dottrina invariabile,

le dichiarazioni dell'assemblea del clero del 1682, e che finalmente una

scomunica era contraria a tutti i principj della chiesa gallicana: se

gli ricordasse, che Pio sesto, ancorachè al suo pontificale seggio fosse

stato tolto, ed i suoi stati invasi, ancorachè a' tempi di lui la

religione fosse sbandita di Francia, ed il sangue dei vescovi scannati

bruttasse gli altari, non era venuto a quell'estremo passo di usare

un'arma, che la religione, la carità, la politica e la ragione del pari

condannavano. Così Ugo Maret predicava in nome di Napoleone imperatore

la religione e la carità a papa Pio. Ma il prigioniero in contesa tanto

disuguale, in cui gli avversari ajutavano le ragioni loro con tutto

l'apparato delle Europee armi, non se ne stava tacendo, ed opponeva

costanza a forza. Dello aver voluto eccitare i popoli alla ribellione,

asseverantemente negava, poichè in tale forma aveva scritto l'atto della

scomunica, che la sommessione e l'obbedienza alle potestà temporali, la

salute delle persone, e la conservazione delle sostanze ne fossero

specialmente raccomandate; che non era stato badando se fulminando la

scomunica consumasse tutte le armi sue, e tutta la potenza, che solo

aveva inteso a far il debito suo, e che del resto per la salute della

chiesa si rimetteva nella provvidenza di Dio; che finalmente la politica

ecclesiastica non era punto come quella dei governi; che là si trattava

sempre secondo la verità e la giustizia, qua secondo le passioni umane.

Aggiungeva che se presto non si acconciassero le faccende e l'imperatore

colla santa sede non convenisse, vedrebbe il mondo quanto papa Pio fosse

capace di fare, nè più oltre spiegava i suoi pensieri, le quali ultime

parole tenevano in sentore continuo i palazzi delle Tuillerie e di San

Clodoaldo. Raccomandavasi di nuovo alle spie si affaccendassero.

Nè a queste protestazioni si ristava il papa, nè all'accordo dei

potentati d'Europa. Si mostrava persuaso, che non più si trattava di

separar le cose temporali dalle spirituali, ma bensì di ruinare le une

per mezzo delle altre; che i potentati se ne pentirebbono, che già i

tentativi erano stati pregiudiziali a quelli che gli avevano fatti,

massimamente all'Austria; che del resto, ed intanto in occorrenza di tal

forma, come capo e rettor supremo di quanto allo spirito ed alla

religione s'apparteneva, non doveva e non voleva starsene ozioso; che

anzi un suo debito e volontà era di usare contro i perniziosi disegni

tutta la sua pontificale potenza, riposandosi colla speranza in Dio, che

supplirebbe a quanto la debolezza sua non poteva effettuare. Affermava

poscia, che i sovrani sono eletti dai popoli, e che dopo la loro

elezione tengono la loro potenza da Dio; che male si era interpretato

l'uso, che una volta avevano i vescovi ed i papi, di mettere nelle

cerimonie delle sagre la corona in capo ai sovrani; conciossiachè

quest'atto null'altro volesse significare, se non se che, stantechè la

potenza, dopo la elezione fatta dagli uomini, veniva da Dio medesimo,

egli stesso era quello, che per mano de' suoi ministri incoronava i

sovrani. Quest'erano le dottrine della scuola Romana spiegate

massimamente, dopo il celebre Gravina, dallo Spedalieri, siccome da noi

fu raccontato nel libro secondo delle presenti storie. Che certamente,

ed egli il sapeva, soggiungeva il pontefice, le cose di quaggiù sono

sempre solite a trascorrere oltre i termini della natura loro, e che per

questo spesso divenivano necessarie le riforme, cambiando, e mutandosi

continuamente i tempi e gli usi; che in questo Roma aveva sempre

mostrato molta agevolezza, consentendo di buon grado alle riforme

medesime; che solo si rendeva necessario di non operare a caso ed alla

spartita, ma bensì con procedere pensato e metodico; che così l'Austria,

dopo alcuni errori a lei funesti, aveva con somma sua utilità operato

sotto Pio sesto di santa memoria; che del rimanente egli biasimava, ed

altamente dannava quel desiderio sfrenato d'innovazioni, che a quei

tempi regnava, desiderio, che invece di riformare ordinando, contaminava

rovinando.

Quanto alle quattro proposizioni del clero gallicano, affermava, che

erano opinioni ancora in pendente, e che Innocenzo undecimo, al quale si

atteneva per dritto pontificio di giudicare, era stato in un punto di

condannarle; che il clero di Francia, siccome quello, che era, non tutta

la chiesa, ma solamente una parte di lei, non aveva diritto di giudicare

da se della potestà della sedia apostolica, nè di limitarla, nè di

modificarla, che del rimanente non aveva difficoltà di ammettere la

prima, che in ciò consiste, che Dio diede alla santa sede il governo

delle cose spirituali, non delle temporali; che i re ed i principi non

sono soggetti nelle temporali alla potestà ecclesiastica, e che non si

possono per l'autorità delle chiavi di san Pietro deporre, nè dal

giuramento di fedeltà esimere i sudditi. Ma quindi passando papa Pio a

quello che era il soggetto della controversia, distingueva il diritto di

deporre i sovrani, e di dispensare i sudditi dal giuramento di fedeltà,

da quello di fulminare una scomunica contro i principi, quando eglino

secondo le leggi, ed i canoni della chiesa l'hanno incorsa; che

conseguentemente qui non cadeva la dottrina della chiesa gallicana, nè

che mai la chiesa di Francia aveva preteso, che il papa non avesse

autorità di fulminare la scomunica contro chi l'avesse meritata, che

egli aveva bensì scomunicato Napoleone, ma non deposto, nè sciolto i

sudditi dal giuramento; che se poi per effetto della scomunica alcuni

dei sudditi di lui rimettessero della divozione e fedeltà loro, ciò non

al pontefice giusto castigatore, ma al principe colpevole prevaricatore,

doveva unicamente attribuirsi; che tale dottrina, bene il sapeva, era

del tutto consentanea ai pensieri di Bossuet, quantunque non in tutto

con lui consentisse, e che bene era persuaso, che se tutto il clero di

Francia fosse assembrato, la dottrina medesima accetterebbe ed

approverebbe; che a lui non era ignoto, che ai tempi andati avevano

qualche volta i vescovi ed i papi liberato i sudditi dal giuramento, ma

solamente quando il sovrano era stato deposto dagli stati del regno e

dai grandi, per modo che la dispensa dal giuramento altro non era, se

non se la conseguenza di una deposizione fatta da coloro, ai quali

aspettava il diritto di farla. Pertanto la deposizione non proveniva

dalla dispensa, ma bensì la dispensa dalla deposizione, opera non dei

papi, ma d'altrui. Venendo poi all'esempio allegato di Pio sesto, si

spiegava con dire, che la tempesta aveva sorpreso improvvisamente quel

generoso pontefice, e quando già vecchio e paralitico non aveva più in

lui spirito, che intiero fosse; che perciò la debolezza del corpo già

più vicino a morte che a vita, aveva in lui nociuto alla prontezza

dell'animo; che se dal costume di tutta la sua vita si avesse a

giudicare, non si poteva dubitare, che alle novità introdotte da

Napoleone nelle cose ecclesiastiche, ed alle usurpazioni di lui nel

patrimonio di San Pietro si sarebbe più presto e più acerbamente

risentito ch'egli stesso non aveva fatto; che per verità Clemente

settimo era stato condotto a duro passo, ma che fu persecuzione che

presto ebbe fine, e che quelli stessi che l'avevano perseguitato e

cacciato dalla sua apostolica sede, si erano raumiliati, ed avevano da

lui chiesto perdono; come le parole avevano suonato, così essere

succeduti i fatti, poichè tantosto fu rimesso nella sua Romana cattedra,

e restituito alla pienezza dell'apostolica potestà, mentre Napoleone

nella durezza e persecuzione sua ostinatamente perseverando, non solo

faceva alcuna dimostrazion di volersi ritirare da quanto aveva fatto in

pregiudizio dell'autorità ecclesiastica, e dalle sue usurpazioni contro

il patrimonio di San Pietro, ma ancora pertinacemente affermava ed

apertamente dichiarava, volere di per se stesso e senza intervento

dell'autorità pontificia, turbare le sedi vescovili e parrocchiali, e

far violenza al pontefice sulle nomine dei vescovi, e tener Roma suddita

in sua mano.

Tornando quindi all'esempio di Pio sesto, aggiungeva, che egli non aveva

avuto a fare col direttorio, che fuori della Chiesa essendo, alle leggi

della Chiesa nè obbediva, nè si protestava obbediente, ma che egli, Pio

settimo, aveva a far con Napoleone imperatore, il quale nella sua

qualità di figliuolo primogenito della Chiesa, qualità, che

continuamente assumeva e di cui si vantava, si trovava soggetto a tutte

le sue regole e leggi; apparire, nè il taceva, che mai nissuno de' suoi

antecessori era stato ridotto a quelle ultime strette in cui era egli; e

quanto al patrimonio di San Pietro aveva giurato di difenderlo sino a

sparsione di sangue, e che così si era risoluto di fare; che i canoni

avevano decretato, che chi esso patrimonio offendesse e toccasse,

incorresse incontanente nelle censure ecclesiastiche, che ad esse

Napoleone imperatore si era confessato soggetto, poichè aveva fatto

professione di cattolico; ch'egli le censure medesime fulminando, aveva

adempito quell'obbligo al quale per le ecclesiastiche leggi consentite

da tutta la Chiesa era tenuto, che non solamente il doveva fare, ma che

non poteva non farlo, bene dolersi, e nell'interno del paternale suo

animo compiangere, che le prese deliberazioni potessero offendere la

Francia, sua figliuola prediletta, e sopra la quale con tanto amore si

era versato; ma giudicherebbe ella se fosse per amare meglio un papa

prevaricatore, o un papa osservatore de' suoi doveri, un papa innocente

ed oppresso, od un imperatore colpevole e persecutore: della elezione

non conservare dubbio alcuno; ricordarsi ancora con infinita allegrezza

le grate accoglienze, l'affezionato concorso dei popoli, quando in quel

nobile reame se n'era andato ad un ministerio, che ogni altra cosa

portendeva, piuttosto che ruine: ricordarsi come fra quell'immenso

apparato d'armi e di soldati avesse trovato luogo, per la Francese

pietà, un umile preticciuolo inerme, solamente perchè la comunanza dei

fedeli nella persona sua rappresentava; ricordarsi che dove

concorrevano, se non supplici, almeno umili i primi potentati d'Europa,

una opinione solamente fondata sul consenso dei popoli devoti a Dio,

devoti al suo vicario in terra, devoti all'apostolica sedia tanto avesse

potuto, ch'egli non potente fra mezzo ai più potenti, il principale e

più onorato seggio si vendicasse: gisse pure onorata, gisse contenta,

gisse felice la Francia; che quanto a lui, memore della pietà

dimostrata, ogni cosa fuori dell'impossibile avrebbe e consentito ed

operato, perchè ella quella pace di coscienza si godesse, che pei meriti

suoi le era giustissimamente dovuta.

Desiderava Napoleone, solito a fare prima le cose, poi a volere che gli

si consentissero, che il senatus-consulto dell'unione dello stato Romano

al suo impero sortisse il suo effetto, anche per consentimento del papa.

Non gli era nascosto, che ove il pontefice accettasse le condizioni

proposte, facendosi abitatore di Parigi e suo pensionario, avrebbe

dovuto finalmente consentire a quanto egli volesse nell'argomento della

giurisdizione ecclesiastica; perciocchè la forza del pontefice tutta era

fondata sull'opinione, e quando diventasse vile in cospetto degli

uomini, avrebbe perduto coll'opinione quell'antico suo fondamento; che

certamente avrebbe avuto parte di viltà, se in vece di viversene padrone

con isplendore a Roma, o carcerato con onore in Savona, avesse

accomodato l'animo a vivere suddito in Parigi. Per la qual cosa gli

agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di

muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i

milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva

a quei tempi la potenza di Napoleone inconquassabile: le paci di Tilsit

e di Vienna, il matrimonio coll'arciduchessa, esercito invitto,

vincitore, innumerabile, la fondavano. Niuna speranza rimaneva al

pontefice di risorgere; il sapeva, il credeva, il diceva, ma vinse la

coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte. Che sapeva ben egli,

affermava, ciò che volevano fare; che questi disegni, e se n'era

accorto, già fin d'allora covavano, quand'egli era andato a incoronar

Napoleone a Parigi; che già fin d'allora vi si racconciava il palazzo

arcivescovile per la stanza dei papi; che vedeva chiaramente che era

nato il pensiero di far i papi viaggiatori, e fors'anche primi

elemosinieri degl'imperatori: papi di Francia volersi, non papi di

Cristianità: del resto non volere, protestava, il palazzo di Parigi:

sarebbe un nuovo carcere: non la potestà temporale, ma San Pietro avere

fissa la sua sede in Roma; avere ciò dimostrato colla sua venuta in

quella veneranda città, averlo dimostrato colla sua dimora, averlo

dimostrato col suo martirio; il sangue dell'apostolo avere indicato, e

santificato il luogo dell'apostolica sedia; volere Pio successore

quella, o nissuna: non disfarebbe col consenso suo Pio ciò, che Cristo

stesso Salvatore per mezzo di Pietro aveva fatto, che nè giuramento

presterebbe, nè pensione accetterebbe; sarebbe vile agli occhi suoi,

vile al mondo, se quel prestasse, se questa accettasse: essere il

senatus-consulto la servitù della Chiesa: volersi mandar ad effetto le

macchinazioni dei filosofi, rendere il papa tanto suddito, quanto i

vescovi in Francia: che si mirava evidentemente alla distruzione della

religione; che non potendo assaltarla di fronte, perchè la impresa era

troppo difficile, la volevano assaltar di fianco: non mai i sacerdoti

del paganesimo essere stati tanto dipendenti dalla potestà temporale,

quanto i preti d'oggidì; volersi anche mettere sotto il giogo il papa:

presumere che tali disegni non provenissero dal consiglio ecclesiastico

raunato in Parigi, perchè se ciò fosse, tosto il separerebbe dalla

comunione sua: in mezzo a tante turbazioni, o tanti sovvertimenti

sperare, che Dio fosse quello che avesse a salvare la sua Chiesa: che

del resto non poteva più riconoscere, qual figliuolo primogenito,

l'usurpatore dei beni della santa sede, che già, e pur troppo aveva

sopportato, che già gli era venuta a schifo la sua pazienza; che la sede

di Roma non poteva operare come gli altri sovrani; ch'ei potevano

rinunziare secondo gli accidenti a parte dei loro diritti col pensiero

di riacquistargli, quando che fosse, ma che doveva il papa operare in

coscienza; i trattati di Roma spirituale essere santi, e di buona fede

ripieni.

Così papa Pio tormentato dai Napoleonici i suoi pensieri spiegava.

Quanto poi a quello ch'egli in quei tempi tanto per lui lagrimevoli

desiderasse fare, i ricordi dell'età non lasciano luogo a dubitazione.

L'animo suo era di addomandar sempre i beni temporali della santa sede,

ma di non mai far cosa che tendesse a volergli riacquistare per forza:

solo questo chiedeva e richiedeva, che libero fosse, e libero lasciato

tornare a far il papa nella sua Roma; che farebbe anche il papa in una

grotta, che farebbelo nelle catacombe; che se alla parsimonia ed ai

pericoli della primitiva Chiesa gli fosse duopo tornare, con piena

rassegnazione vi tornerebbe, nè ciò fora anco grave a chi non mai tanto

felice era stato, quanto, quando semplice fraticello essendo, in un

umile chiostro le dottrine teologiche insegnava.

In cotal modo si raffermava, quanto alle sue particolari sorti, l'animo

del pontefice; ma bene piangeva, ed amaramente deplorava le novelle

discordie. Deploravale principalmente perchè laceravano le viscere più

intime e più vitali della cristianità cattolica: deploravale perchè

impedivano l'unione, della quale aveva allora speranza delle parti

dissenzienti; imperciocchè aveva concetto il pensiero, che alcuni paesi

addetti alle dottrine di Lutero avessero presto a ritornare nel grembo

della chiesa. Solo disperava dei Calvinisti, siccome quelli ch'egli

riputava più induriti, e che avevano voluto introdurre nel governo

ecclesiastico gli ordini democratici.

Quest'erano le tribolazioni di Pio settimo. Ma ecco oggimai avvicinarsi

il tempo, in cui la sua virtù doveva esser messa a più duri cimenti.

Posciachè si era tentato di spaventarlo coi soldati, di osservarlo colle

spie, di sgomentarlo colla segregazione, di scuoterlo con le minacce, si

faceva passaggio ad assalirlo con le dottrine, e con le persuasioni di

coloro, che o per antica amicizia, o pel carattere di cui erano vestiti,

si credeva potessero avere molta autorità nelle sue deliberazioni. La

mancanza dell'ufficio pontificale, che il papa ricusava di compire già

da parecchj anni, principiava a farsi sentire fortemente nella

cristianità cattolica, la condizione peggiorava ogni giorno. Molte sedi

vescovili, ricusando il papa le bolle d'investitura, erano vacanti tanto

in Francia, quanto in Italia ed in Germania. Altre vacanze si scoprivano

alla giornata, ed era per estinguersi l'episcopato. L'imperatore, avendo

dato favore col concordato all'opinione cattolica, vedeva non potersi

esimere dal ricorrere all'autorità pontificia. Pensò sulle prime di usar

l'autorità del cardinal Caprara, arcivescovo di Milano, e legato della

santa sede a Parigi, di cui conosceva la condiscendenza. Scrisse il

cardinale supplicando al papa, desse le bolle per le sedi vacanti ai

vescovi nominati dal consiglio dei ministri dell'imperatore. Aggiunse

che Napoleone consentiva, che in esse il pontefice non facesse menzione

delle nomine imperiali, purchè egli non v'inserisse la clausula del moto

proprio, od altra equivalente.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 9 / 23 段