manifattori di Roma, volle la consulta, che fossero spartiti a chi
meglio filasse o tessesse la seta o la lana, a chi meglio conducesse le
opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio
conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquarzente, a chi meglio
lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi
più, e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più
ulivi, a chi ponesse più semenzai di piante utili. Si venne anche sul
capriccio dello zucchero dell'uve, e della saggina di Caffrerìa. Ma papa
Pio, che conosceva Roma ed i Romani suoi, si stringeva nelle spalle,
quando udiva queste novelle, e dal suo carcere di Savona sclamava, che
bene e con frutto si sarebbero favoreggiate in Roma le manifatture
attinenti alla erudizione ed alle belle arti, ma che sarebbe tempo ed
opera perduta il dar favore alle altre: perciocchè la natura degli
uomini, le consuetudini, le opinioni, il cielo stesso ripugnavano.
I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i
preziosi capi d'arte, che adornavano i conventi, ed erano molti e belli,
diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro
dalla consulta una congregazione d'uomini intendenti, e giusti
estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate
Fea, e Tofanelli, conservatore del Campidoglio.
Conservando Roma odierna, si poneva mente a scoprire l'antica: almeno
così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca il poteva fare.
Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi più promettenti. Sarebbesi
anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero
guastato l'intenzione.
Discorreva Napoleone di voler visitar Roma sua. Se di fatto non voleva
andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al
trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le
parve acconcio per la campagna; il Quirinale per la città: il Quirinale
grande e magnifico per se, sano per sito, e con bell'apparenza da parte
di strada Pia: ogni cosa all'imperial costume si accomodava. Nè la
bellezza, o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar
alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla porta del
Popolo da riuscire a Trinità del Monte, di trasportar i sepolcri fuori
delle mura, di prosciugar le paludi. Le Pontine massimamente pressavano
nei consigli imperiali. Prony Francese, Fossombroni Italiano, idraulici
di gran nome, e di scienza pari al nome, le visitavano, e fra di loro
consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrari; e se le
Pontine non peggiorarono sotto il dominio Francese, certo non
migliorarono.
Così vivevasi a Roma, con un sovrano prigioniero a Savona, con un
sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze
avvenire, diventata, stravagante caso, provincia di Francia, non poteva
nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in
contrarie parti lagrimava, e si doleva, nè poteva la consulta,
quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e
racconfortarla.
Nuovi, strani e lamentevoli casi mi chiamano nel Regno. Era venuto a
noia a Carolina di Sicilia, che voleva comandare da se, il dominio
degl'Inglesi, nè sperando di riconquistare il regno di terraferma,
desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone,
che conosceva bene gli umori degli uomini, e quelli delle donne ancora,
aveva penetrato quel di Carolina, e per mezzo di sue pratiche le
persuase, ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un
negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era, che il re
aprisse i porti di Sicilia ai soldati di Napoleone, e promettesse che
gli occupassero, sì veramente che l'imperatore ajutasse il re a cacciar
gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in
Murat il desiderio di conquistar la Sicilia sperando che la durezza del
governo Caroliniano, procurandogli aderenze negli scontenti, gli
aprirebbe l'occasione di far frutto con le spalle loro. Già le truppe
Francesi si erano condotte nella Calabria ulteriore; al che aveva
consentito Napoleone per dar gelosìa agl'Inglesi, acciocchè non
potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani,
la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi
concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima
combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che per vietar
loro il passo le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano,
e sulle spiaggie di Bagnara. S'ingiungeva a tutti i comuni posti sul
littorale del Mediterraneo, che somministrassero legni armati in guerra
per l'impresa di Sicilia. Murat, che a Scilla voleva imitar Napoleone a
Bologna di mare, spesso imbarcava, e spesso anche sbarcava le genti per
addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe: i più
confidavano nella fortuna di Napoleone, affermando, che finalmente poi
lo stretto di Messina, non era più difficile a passarsi, che il Reno od
il Danubio. Ma siccome il nervo principale della spedizione consisteva
nei Francesi, così aveva Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse
che eglino cooperassero coi suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che
a questo tempo negoziava colla regina, nelle sue solite ambagi
ravviluppandosi, rispose nè appruovando nè disdicendo, contento al moto,
o che riuscisse o che solo spaventasse. Nissun ordine mandò a' suoi,
acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Giovacchino acceso per
se stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e
persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar
la fazione da se, e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i
quali era il reggimento di Reale-Corso, partivano di nottetempo dalle
vicinanze di Reggio e di Pentimela, e s'avviavano alla volta di Sicilia,
con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat,
standosene sulla reale gondola riccamente addobbata, dava opera ad
imbarcare le genti Francesi, come se anch'elleno dovessero andare alla
conquista, ancorchè sapesse, ed elle meglio di lui, che non
s'attenterebbero. Ma avevano consentito ad ajutar l'impresa con un po'
di romore, e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato
luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagniac; ma non così tosto
posero piede sulle terre Siciliane, che invece di correre uniti a
qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual
cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero coll'armi ed in
folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi
non fu morto, fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile.
Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina; ma arrivarono
quando già la vittoria era compita. Dopo questo fatto, che non fu senza
diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro
Napoleone, la speranza conceputa, ritirava Giovacchino i soldati verso
Napoli, e con pubblico scritto annunziava, essere terminata la
spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'ulteriore
Calabria miserabili vestigia del furore dei Napoleoniani. Tra il guasto
fatto per accampare, e quello dei soldati scorrazzanti per le campagne,
ne furono guastate vaste tenute d'ulivi e di viti, sole ricchezze che il
paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello
di quà desolato.
Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar
segreti, che non venissero a cognizione degl'Inglesi, ne intrapresero
anche le lettere certissime. Ciò fu cagione, che Carolina a loro, e
principalmente a lord Bentinck mandato in Sicilia a confermarvi il
dominio della Gran Bretagna, tanto venisse in odio, che per allontanarla
del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche
miglio da Palermo, e poco dopo l'obbligarono anche a partire dalla
Sicilia, accidente molto singolare e strano, che sarà da noi raccontato
a suo luogo.
Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria di nuovo uscendo dai
loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a
sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun
campo riposto erano più sicuri. Divisi in bande e sottomessi a capi, si
erano spartite le province. Carmine Antonio, e Mescio infestavano coi
loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nierello, Parafanti e
Gosia il distretto di Nicastro ed i casali di Cosenza; Boia, Giacinto
Antonio, ed il Tiriolo la Serra stretta, ed i borghi di Catanzaro;
Paonese, Massotta, e il Bizzarro le rive dei due mari, e la estremità
dell'ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzarro specialmente, e lungo
tempo, la selva di Golano, e le strade da Seminara a Scilla. Questi
erano gli effetti dell'antiche consuetudini, e delle guerre civili
presenti. Si temeva, che alla prima occasione i capi politici contrarj
al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo
prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre
nemici dei Francesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano, non
le ruberìe e gli assassinj, che anzi cercavano di frenargli, ma
l'incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella
nazione, che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte
necessario a Murat l'estirpar del tutto quella peste dei facinorosi di
Calabria, e lo spegnere, se possibil fosse, la setta tanto importuna dei
carbonari. Varj per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di
Giuseppe, varj altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non
tanto per la forza della parte contraria, e per la difficoltà dei
luoghi, quanto pei consigli spartiti, e la mollezza delle risoluzioni. A
ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi ed
un'autorità piena per punirgli. Un Manhes generale, ajutante di campo di
Murat, che già aveva con singolar energìa pacificato gli Abruzzi, parve
al re uomo capace di condur a buon fine l'opera più difficile delle
Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era
Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di
natura rigida ed inflessibile, nè stromento più conveniente di lui
poteva scegliere Giovacchino per conseguir il fine che si proponeva.
Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie
pacificasse; del modo, qualunque ci fosse, non si curava: ciò si pose in
pensiero di fare, e fecelo, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà,
insidia ad insidia opponendo; e se questi rimedj sono necessari, che
veramente erano in Calabria, per ridurre gli uomini a sanità, io
veramente dell'umana generazione mi dispero. Primieramente considerò
Manhes, che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perchè
i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello
in cui si procedeva più rimessamente: così cacciati e tornanti a vicenda
da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente andò
pensando, che i proprietarj, anche i più ricchi, ed i baroni stessi che
vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti,
quest'uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di
torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per
ispegnergli. S'aggiungeva che la gente sparsa per le campagne, per non
essere manomessa da loro, dava loro, non che ricovero, vettovaglie; e
così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare era impossibile il
sopraggiungergli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo
straordinario, giacchè gli ordinari erano stati indarno, si
assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne
cavava quest'altro frutto, che i giudizj sarebbero stati severi,
operando contro i delinquenti l'antica paura, ed i danni sopportati.
Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste,
e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine
quattro mezzi mise in opera: notizia esatta del numero dei facinorosi
comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei
buoni, giudizj inflessibili. Chi si diletta di considerare le faccende
di stato, ed i mezzi che riescono e quelli che non riescono, vedrà nelle
operazioni di questo prudente e rigido Francese, quanto i mezzi suoi
quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni,
come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de'
suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in
ischiere, fe' ritirare bestiami e contadini ai borghi più grossi, che
erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori
d'agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque, che ai corpi armati da
lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò
fuori a correrla i corpi dei proprietarj armati da lui comune per
comune, intimando loro, fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o
vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei
campi, che truppe urbane che andavano a caccia di briganti, e briganti
che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato,
rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e
forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà
fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara
degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava
lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una
fanciulla, alla quale furon trovate lettere indiritte a uomini sospetti.
Nè il sangue dei carbonari si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto
per insidia, e sotto colore d'amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato
ed un suo nipote entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno
veggente l'altro, il nipote il primo, il zio il secondo. Rifugge l'animo
a me, che già tante orrende cose raccontai, dal raccontare i modi
barbari che contro di loro si usarono. I carbonari spaventati dalle
uccisioni, perchè molti di loro perirono nella persecuzione, si
ritirarono alle più aspre montagne.
I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e
privo di vettovaglie, perivano, o nei combattimenti, che contro gli
urbani ferocemente sostenevano, morivano, o preferendo una morte pronta
alle lunghe angosce o da sè medesimi si uccidevano, o si davano
volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi,
condotti innanzi a tribunali straordinari composti d'intendenti delle
provincie, e di procuratori regj, erano partiti in varie classi; quindi
mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes.
Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni
orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè
solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi gli favoriva, o
poveri, o ricchi, o quali fossero, o con qual nome si chiamassero;
perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per
opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a pene
giuste fatti iniqui. Succedevano vendette che mi raccapriccio a
raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano
mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di
Carlopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo
governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed
implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Non è però da tacersi,
ch'ei fu condannato dalla corte di Cosenza sopra l'accusa datagli dal
procuratore del re d'aver avuto segrete intelligenze coi briganti.
Parafanti, donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso
di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro
all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila nel destinato giorno,
l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boja alla coda,
marciavano, in una processione distendendosi, ch'io non so con qual nome
chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme,
indosso vesti a guisa di San Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a
bisdosso. A questo modo s'accostarono al patibolo: quivi una morte
crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano
solamente supplizi coloro, che a ciò fare erano comandati, ma ancora i
paesani spinti da rabbia e da desiderio di vendetta infierivano contro i
malfattori: insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie
i vivi, dalle mani dei carnefici togliendogli per uccidergli. Furono i
Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei
supplizi, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o
negli abbandonati casali, od anche sugli aperti campi si vedevano
spiranti ancor minacce, ferocia e furore: la fame gli aveva morti. Dei
presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di
Castrovillari angusta e malsana, videne perire nell'insopportabile tanfo
gran moltitudine.
La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i
cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si
brancolavano per isfinimento e per angoscia sui morti, i sani sui
moribondi, e se stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano.
Infame puzza di putrefatti cadaveri diventò la Castrovillarese torre:
sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra
degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo, rendettero lungo tempo
orrenda la strada da Reggio a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati
a mucchi: biancheggiarono, e forse biancheggiano ancora le sue sponde di
abbominevoli ossa. Così un terror maggiore sopravvanzò un terror grande.
Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli
abitatori che ai viandanti: si apersero le strade al commercio,
tornarono i lavori all'agricoltura; vestì il paese sembianza di civile,
da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le
Calabrie, Manhes la fece: il suo nome saravvi e maladetto e benedetto
per sempre.
LIBRO VIGESIMOQUINTO
SOMMARIO
Papa Pio prigione in Savona, e come trattato. Sue discussioni
con Napoleone circa l'esecuzione del concordato, e
l'instituzione dei vescovi. Ragioni addotte dalle due parti
contro, ed in favore della facoltà dei pontefici Romani del
delegare l'autorità spirituale ai vescovi. Prelati Francesi
mandati a trattar col papa a Savona. Il papa non si mostra
alieno dal dar l'instituzione fra sei mesi ai vescovi
nominati, o di consentire, che fosse data in nome suo dai
metropolitani, solo astenendosi da questa concessione pei
vescovi suburbani. Concilio di Parigi. Breve del 20 settembre.
Il papa ricusa costantemente di rinunziare alla sovranità
temporale. Minacce che gli si fanno. Come e quando condotto da
Savona a Fontainebleau.
Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza; sì
soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo coll'imperio degli
ecclesiastici in freno la parte contraria, alla quale non piaceva quella
sua immoderata cupidigia di dominare. Nè trovò in questo la materia
renitente: gli ecclesiastici non solamente accorrevano chiamati, ma
ancora si offerivano non chiamati, molti per amore della religione, e
molti ancora per ambizione, e speranza dei premj. Restava che la
religione Romana stessa domasse con depressione dell'autorità
pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che
era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo
fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di
Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi
soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la
Romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona,
retribuzione certamente indegna di tanti benefizj. S'accomodavano gli
accidenti a' suoi pensieri: perchè, allettati con le ricchezze, e colla
potenza i prelati più ragguardevoli, si accorgeva facilmente, che, se
per lo innanzi gli era venuto fatto di voltare il papa contro Porto
Reale e contro Voltaire, poteva presentemente voltare i prelati contro
il papa. Più oltre anzi mirava; e già si motivava, che a lato dell'altar
maggiore delle chiese Anconitane la sua immagine si dovesse esporre alla
divozione dei fedeli. Da un papa prigione ad un papa spento, da un papa
spento ad un autocratore in tanta forza e grandezza pareva facile il
passo. Liberato per le vittorie del Danubio da ogni timore, si accingeva
all'insolito e pericoloso tentativo. I Russi ed i Britannici modi gli
venivano in mente, e gli pareva gran fatto, che quello che Alessandro e
Giorgio erano, egli non fosse. Ma non considerava che la opinione
cattolica è inflessibile ed indomabile, e che ancor più impossibile è il
cambiarla, che lo spegnerla: gli ordini papali poi alla natura sua
stessa, e per così dire, alle viscere sue più vitali sono inerenti
secondo la credenza della maggior parte dei fedeli.
Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì quindici agosto
dell'ottocentonove, se per caso o pensatamente, perciocchè quello era
giorno festivo di Napoleone, il lettore giudicherà. Gli furono date
sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni, sindaco della città.
Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli
agenti imperiali osservavano, non senza contentezza, che o fosse timore
o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore
fanatismo, così il chiamavano, mostrava verso il sovrano pontefice, che
in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la
obbedienza verso il governo. Parlossi lungamente nei consigli imperiali,
se si dovesse permettere che il papa comparisse in cospetto del
pubblico, sì coll'uffiziare pontificalmente in chiesa, e sì col dare le
benedizioni. Si temeva lo sdegno aperto degli uomini, se vedessero il
papa prigioniero, le ire secrete ancor più pericolose, se nol vedessero.
Prevalse l'opinione che il papa si mostrasse: ma i soldati erano
numerosi nelle Savonesi terre, le spie ancor più numerose, il castello
pronto a ritorlo alle genti. Insino a che Napoleone comandasse, erano
vietate le udienze al papa, ed a nissuno si permetteva che gli
favellasse, se non presenti le guardie. Poco dopo il principe Borghese,
governatore del Piemonte e del Genovesato, avutone comandamento da
Parigi, ordinava, che il palazzo dove abitava il papa, trasferito nelle
stanze nuove del prefetto, si circondasse di guardie, avesse un solo
luogo per uscire, non si permettesse a nissuno di entrare; il papa non
desse nissuna udienza; su quanto facesse nelle interiori stanze
diligentemente si vigilasse e sopravvigilasse; fra i suoi servitori e
segretarj segretamente s'inframmettessero uomini dediti a Sua Maestà.
Ordinava oltre a ciò Napoleone per mezzo di un Vincent, soprantendente
sull'Italica polizia a Parigi, che si guardasse bene agli atti di chi
venisse a visitar il papa, e di più, che ogni lettera che gli fosse
indiritta, si copiasse e mandasse al ministro della polizia generale, e
che medesimamente tutte quelle che da Sua Santità, o da chi appresso a
lei serviva, fossero scritte, si copiassero e mandassero al ministro
medesimo.