Concedutosi dall'imperatore un premio di ducentomila franchi ai

manifattori di Roma, volle la consulta, che fossero spartiti a chi

meglio filasse o tessesse la seta o la lana, a chi meglio conducesse le

opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio

conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquarzente, a chi meglio

lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi

più, e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più

ulivi, a chi ponesse più semenzai di piante utili. Si venne anche sul

capriccio dello zucchero dell'uve, e della saggina di Caffrerìa. Ma papa

Pio, che conosceva Roma ed i Romani suoi, si stringeva nelle spalle,

quando udiva queste novelle, e dal suo carcere di Savona sclamava, che

bene e con frutto si sarebbero favoreggiate in Roma le manifatture

attinenti alla erudizione ed alle belle arti, ma che sarebbe tempo ed

opera perduta il dar favore alle altre: perciocchè la natura degli

uomini, le consuetudini, le opinioni, il cielo stesso ripugnavano.

I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i

preziosi capi d'arte, che adornavano i conventi, ed erano molti e belli,

diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro

dalla consulta una congregazione d'uomini intendenti, e giusti

estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate

Fea, e Tofanelli, conservatore del Campidoglio.

Conservando Roma odierna, si poneva mente a scoprire l'antica: almeno

così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca il poteva fare.

Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi più promettenti. Sarebbesi

anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero

guastato l'intenzione.

Discorreva Napoleone di voler visitar Roma sua. Se di fatto non voleva

andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al

trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le

parve acconcio per la campagna; il Quirinale per la città: il Quirinale

grande e magnifico per se, sano per sito, e con bell'apparenza da parte

di strada Pia: ogni cosa all'imperial costume si accomodava. Nè la

bellezza, o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar

alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla porta del

Popolo da riuscire a Trinità del Monte, di trasportar i sepolcri fuori

delle mura, di prosciugar le paludi. Le Pontine massimamente pressavano

nei consigli imperiali. Prony Francese, Fossombroni Italiano, idraulici

di gran nome, e di scienza pari al nome, le visitavano, e fra di loro

consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrari; e se le

Pontine non peggiorarono sotto il dominio Francese, certo non

migliorarono.

Così vivevasi a Roma, con un sovrano prigioniero a Savona, con un

sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze

avvenire, diventata, stravagante caso, provincia di Francia, non poteva

nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in

contrarie parti lagrimava, e si doleva, nè poteva la consulta,

quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e

racconfortarla.

Nuovi, strani e lamentevoli casi mi chiamano nel Regno. Era venuto a

noia a Carolina di Sicilia, che voleva comandare da se, il dominio

degl'Inglesi, nè sperando di riconquistare il regno di terraferma,

desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone,

che conosceva bene gli umori degli uomini, e quelli delle donne ancora,

aveva penetrato quel di Carolina, e per mezzo di sue pratiche le

persuase, ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un

negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era, che il re

aprisse i porti di Sicilia ai soldati di Napoleone, e promettesse che

gli occupassero, sì veramente che l'imperatore ajutasse il re a cacciar

gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in

Murat il desiderio di conquistar la Sicilia sperando che la durezza del

governo Caroliniano, procurandogli aderenze negli scontenti, gli

aprirebbe l'occasione di far frutto con le spalle loro. Già le truppe

Francesi si erano condotte nella Calabria ulteriore; al che aveva

consentito Napoleone per dar gelosìa agl'Inglesi, acciocchè non

potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani,

la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi

concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima

combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che per vietar

loro il passo le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano,

e sulle spiaggie di Bagnara. S'ingiungeva a tutti i comuni posti sul

littorale del Mediterraneo, che somministrassero legni armati in guerra

per l'impresa di Sicilia. Murat, che a Scilla voleva imitar Napoleone a

Bologna di mare, spesso imbarcava, e spesso anche sbarcava le genti per

addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe: i più

confidavano nella fortuna di Napoleone, affermando, che finalmente poi

lo stretto di Messina, non era più difficile a passarsi, che il Reno od

il Danubio. Ma siccome il nervo principale della spedizione consisteva

nei Francesi, così aveva Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse

che eglino cooperassero coi suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che

a questo tempo negoziava colla regina, nelle sue solite ambagi

ravviluppandosi, rispose nè appruovando nè disdicendo, contento al moto,

o che riuscisse o che solo spaventasse. Nissun ordine mandò a' suoi,

acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Giovacchino acceso per

se stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e

persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar

la fazione da se, e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i

quali era il reggimento di Reale-Corso, partivano di nottetempo dalle

vicinanze di Reggio e di Pentimela, e s'avviavano alla volta di Sicilia,

con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat,

standosene sulla reale gondola riccamente addobbata, dava opera ad

imbarcare le genti Francesi, come se anch'elleno dovessero andare alla

conquista, ancorchè sapesse, ed elle meglio di lui, che non

s'attenterebbero. Ma avevano consentito ad ajutar l'impresa con un po'

di romore, e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato

luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagniac; ma non così tosto

posero piede sulle terre Siciliane, che invece di correre uniti a

qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual

cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero coll'armi ed in

folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi

non fu morto, fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile.

Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina; ma arrivarono

quando già la vittoria era compita. Dopo questo fatto, che non fu senza

diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro

Napoleone, la speranza conceputa, ritirava Giovacchino i soldati verso

Napoli, e con pubblico scritto annunziava, essere terminata la

spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'ulteriore

Calabria miserabili vestigia del furore dei Napoleoniani. Tra il guasto

fatto per accampare, e quello dei soldati scorrazzanti per le campagne,

ne furono guastate vaste tenute d'ulivi e di viti, sole ricchezze che il

paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello

di quà desolato.

Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar

segreti, che non venissero a cognizione degl'Inglesi, ne intrapresero

anche le lettere certissime. Ciò fu cagione, che Carolina a loro, e

principalmente a lord Bentinck mandato in Sicilia a confermarvi il

dominio della Gran Bretagna, tanto venisse in odio, che per allontanarla

del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche

miglio da Palermo, e poco dopo l'obbligarono anche a partire dalla

Sicilia, accidente molto singolare e strano, che sarà da noi raccontato

a suo luogo.

Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria di nuovo uscendo dai

loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a

sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun

campo riposto erano più sicuri. Divisi in bande e sottomessi a capi, si

erano spartite le province. Carmine Antonio, e Mescio infestavano coi

loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nierello, Parafanti e

Gosia il distretto di Nicastro ed i casali di Cosenza; Boia, Giacinto

Antonio, ed il Tiriolo la Serra stretta, ed i borghi di Catanzaro;

Paonese, Massotta, e il Bizzarro le rive dei due mari, e la estremità

dell'ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzarro specialmente, e lungo

tempo, la selva di Golano, e le strade da Seminara a Scilla. Questi

erano gli effetti dell'antiche consuetudini, e delle guerre civili

presenti. Si temeva, che alla prima occasione i capi politici contrarj

al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo

prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre

nemici dei Francesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano, non

le ruberìe e gli assassinj, che anzi cercavano di frenargli, ma

l'incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella

nazione, che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte

necessario a Murat l'estirpar del tutto quella peste dei facinorosi di

Calabria, e lo spegnere, se possibil fosse, la setta tanto importuna dei

carbonari. Varj per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di

Giuseppe, varj altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non

tanto per la forza della parte contraria, e per la difficoltà dei

luoghi, quanto pei consigli spartiti, e la mollezza delle risoluzioni. A

ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi ed

un'autorità piena per punirgli. Un Manhes generale, ajutante di campo di

Murat, che già aveva con singolar energìa pacificato gli Abruzzi, parve

al re uomo capace di condur a buon fine l'opera più difficile delle

Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era

Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di

natura rigida ed inflessibile, nè stromento più conveniente di lui

poteva scegliere Giovacchino per conseguir il fine che si proponeva.

Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie

pacificasse; del modo, qualunque ci fosse, non si curava: ciò si pose in

pensiero di fare, e fecelo, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà,

insidia ad insidia opponendo; e se questi rimedj sono necessari, che

veramente erano in Calabria, per ridurre gli uomini a sanità, io

veramente dell'umana generazione mi dispero. Primieramente considerò

Manhes, che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perchè

i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello

in cui si procedeva più rimessamente: così cacciati e tornanti a vicenda

da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente andò

pensando, che i proprietarj, anche i più ricchi, ed i baroni stessi che

vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti,

quest'uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di

torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per

ispegnergli. S'aggiungeva che la gente sparsa per le campagne, per non

essere manomessa da loro, dava loro, non che ricovero, vettovaglie; e

così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare era impossibile il

sopraggiungergli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo

straordinario, giacchè gli ordinari erano stati indarno, si

assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne

cavava quest'altro frutto, che i giudizj sarebbero stati severi,

operando contro i delinquenti l'antica paura, ed i danni sopportati.

Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste,

e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine

quattro mezzi mise in opera: notizia esatta del numero dei facinorosi

comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei

buoni, giudizj inflessibili. Chi si diletta di considerare le faccende

di stato, ed i mezzi che riescono e quelli che non riescono, vedrà nelle

operazioni di questo prudente e rigido Francese, quanto i mezzi suoi

quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni,

come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de'

suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in

ischiere, fe' ritirare bestiami e contadini ai borghi più grossi, che

erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori

d'agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque, che ai corpi armati da

lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò

fuori a correrla i corpi dei proprietarj armati da lui comune per

comune, intimando loro, fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o

vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei

campi, che truppe urbane che andavano a caccia di briganti, e briganti

che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato,

rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e

forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà

fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara

degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava

lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una

fanciulla, alla quale furon trovate lettere indiritte a uomini sospetti.

Nè il sangue dei carbonari si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto

per insidia, e sotto colore d'amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato

ed un suo nipote entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno

veggente l'altro, il nipote il primo, il zio il secondo. Rifugge l'animo

a me, che già tante orrende cose raccontai, dal raccontare i modi

barbari che contro di loro si usarono. I carbonari spaventati dalle

uccisioni, perchè molti di loro perirono nella persecuzione, si

ritirarono alle più aspre montagne.

I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e

privo di vettovaglie, perivano, o nei combattimenti, che contro gli

urbani ferocemente sostenevano, morivano, o preferendo una morte pronta

alle lunghe angosce o da sè medesimi si uccidevano, o si davano

volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi,

condotti innanzi a tribunali straordinari composti d'intendenti delle

provincie, e di procuratori regj, erano partiti in varie classi; quindi

mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes.

Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni

orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè

solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi gli favoriva, o

poveri, o ricchi, o quali fossero, o con qual nome si chiamassero;

perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per

opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a pene

giuste fatti iniqui. Succedevano vendette che mi raccapriccio a

raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano

mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di

Carlopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo

governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed

implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Non è però da tacersi,

ch'ei fu condannato dalla corte di Cosenza sopra l'accusa datagli dal

procuratore del re d'aver avuto segrete intelligenze coi briganti.

Parafanti, donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso

di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro

all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila nel destinato giorno,

l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boja alla coda,

marciavano, in una processione distendendosi, ch'io non so con qual nome

chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme,

indosso vesti a guisa di San Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a

bisdosso. A questo modo s'accostarono al patibolo: quivi una morte

crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano

solamente supplizi coloro, che a ciò fare erano comandati, ma ancora i

paesani spinti da rabbia e da desiderio di vendetta infierivano contro i

malfattori: insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie

i vivi, dalle mani dei carnefici togliendogli per uccidergli. Furono i

Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei

supplizi, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o

negli abbandonati casali, od anche sugli aperti campi si vedevano

spiranti ancor minacce, ferocia e furore: la fame gli aveva morti. Dei

presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di

Castrovillari angusta e malsana, videne perire nell'insopportabile tanfo

gran moltitudine.

La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i

cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si

brancolavano per isfinimento e per angoscia sui morti, i sani sui

moribondi, e se stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano.

Infame puzza di putrefatti cadaveri diventò la Castrovillarese torre:

sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra

degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo, rendettero lungo tempo

orrenda la strada da Reggio a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati

a mucchi: biancheggiarono, e forse biancheggiano ancora le sue sponde di

abbominevoli ossa. Così un terror maggiore sopravvanzò un terror grande.

Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli

abitatori che ai viandanti: si apersero le strade al commercio,

tornarono i lavori all'agricoltura; vestì il paese sembianza di civile,

da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le

Calabrie, Manhes la fece: il suo nome saravvi e maladetto e benedetto

per sempre.

LIBRO VIGESIMOQUINTO

SOMMARIO

Papa Pio prigione in Savona, e come trattato. Sue discussioni

con Napoleone circa l'esecuzione del concordato, e

l'instituzione dei vescovi. Ragioni addotte dalle due parti

contro, ed in favore della facoltà dei pontefici Romani del

delegare l'autorità spirituale ai vescovi. Prelati Francesi

mandati a trattar col papa a Savona. Il papa non si mostra

alieno dal dar l'instituzione fra sei mesi ai vescovi

nominati, o di consentire, che fosse data in nome suo dai

metropolitani, solo astenendosi da questa concessione pei

vescovi suburbani. Concilio di Parigi. Breve del 20 settembre.

Il papa ricusa costantemente di rinunziare alla sovranità

temporale. Minacce che gli si fanno. Come e quando condotto da

Savona a Fontainebleau.

Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza; sì

soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo coll'imperio degli

ecclesiastici in freno la parte contraria, alla quale non piaceva quella

sua immoderata cupidigia di dominare. Nè trovò in questo la materia

renitente: gli ecclesiastici non solamente accorrevano chiamati, ma

ancora si offerivano non chiamati, molti per amore della religione, e

molti ancora per ambizione, e speranza dei premj. Restava che la

religione Romana stessa domasse con depressione dell'autorità

pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che

era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo

fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di

Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi

soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la

Romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona,

retribuzione certamente indegna di tanti benefizj. S'accomodavano gli

accidenti a' suoi pensieri: perchè, allettati con le ricchezze, e colla

potenza i prelati più ragguardevoli, si accorgeva facilmente, che, se

per lo innanzi gli era venuto fatto di voltare il papa contro Porto

Reale e contro Voltaire, poteva presentemente voltare i prelati contro

il papa. Più oltre anzi mirava; e già si motivava, che a lato dell'altar

maggiore delle chiese Anconitane la sua immagine si dovesse esporre alla

divozione dei fedeli. Da un papa prigione ad un papa spento, da un papa

spento ad un autocratore in tanta forza e grandezza pareva facile il

passo. Liberato per le vittorie del Danubio da ogni timore, si accingeva

all'insolito e pericoloso tentativo. I Russi ed i Britannici modi gli

venivano in mente, e gli pareva gran fatto, che quello che Alessandro e

Giorgio erano, egli non fosse. Ma non considerava che la opinione

cattolica è inflessibile ed indomabile, e che ancor più impossibile è il

cambiarla, che lo spegnerla: gli ordini papali poi alla natura sua

stessa, e per così dire, alle viscere sue più vitali sono inerenti

secondo la credenza della maggior parte dei fedeli.

Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì quindici agosto

dell'ottocentonove, se per caso o pensatamente, perciocchè quello era

giorno festivo di Napoleone, il lettore giudicherà. Gli furono date

sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni, sindaco della città.

Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli

agenti imperiali osservavano, non senza contentezza, che o fosse timore

o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore

fanatismo, così il chiamavano, mostrava verso il sovrano pontefice, che

in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la

obbedienza verso il governo. Parlossi lungamente nei consigli imperiali,

se si dovesse permettere che il papa comparisse in cospetto del

pubblico, sì coll'uffiziare pontificalmente in chiesa, e sì col dare le

benedizioni. Si temeva lo sdegno aperto degli uomini, se vedessero il

papa prigioniero, le ire secrete ancor più pericolose, se nol vedessero.

Prevalse l'opinione che il papa si mostrasse: ma i soldati erano

numerosi nelle Savonesi terre, le spie ancor più numerose, il castello

pronto a ritorlo alle genti. Insino a che Napoleone comandasse, erano

vietate le udienze al papa, ed a nissuno si permetteva che gli

favellasse, se non presenti le guardie. Poco dopo il principe Borghese,

governatore del Piemonte e del Genovesato, avutone comandamento da

Parigi, ordinava, che il palazzo dove abitava il papa, trasferito nelle

stanze nuove del prefetto, si circondasse di guardie, avesse un solo

luogo per uscire, non si permettesse a nissuno di entrare; il papa non

desse nissuna udienza; su quanto facesse nelle interiori stanze

diligentemente si vigilasse e sopravvigilasse; fra i suoi servitori e

segretarj segretamente s'inframmettessero uomini dediti a Sua Maestà.

Ordinava oltre a ciò Napoleone per mezzo di un Vincent, soprantendente

sull'Italica polizia a Parigi, che si guardasse bene agli atti di chi

venisse a visitar il papa, e di più, che ogni lettera che gli fosse

indiritta, si copiasse e mandasse al ministro della polizia generale, e

che medesimamente tutte quelle che da Sua Santità, o da chi appresso a

lei serviva, fossero scritte, si copiassero e mandassero al ministro

medesimo.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 8 / 23 段