Imprendeva a giustificare i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta,

uomo di gran sapere e di maggiore ingegno. Andò discorrendo, la legge

divina prescrivere la obbedienza ai magistrati statuiti dalle leggi

dello stato, non avere questo precetto altra limitazione, se non quella

che è sempre e di pieno diritto sottintesa, quella cioè, che non si

debbe prestare obbedienza alle cose in se stesse, ed assolutamente

illecite: non potere l'autorità ecclesiastica derogare nè in tutto nè in

parte ad un precetto divino: conseguitarne adunque evidentemente, che

debbesi al sovrano un giuramento puro e semplice d'obbedienza e di

fedeltà senza alcuna esplicita restrizione: avere l'antico sovrano di

Roma preteso proibire ogni giuramento da quello in fuori, di cui diede

egli stesso la formola: non potersi certamente questa proibizione

stimare precetto della Chiesa, e che quand'anche fosse, ella non

obbligherebbe i sudditi ad esporsi, per osservarla, allo sdegno del

sovrano, ed alle pene che il rifiuto del giuramento seguiterebbero,

perciocchè le leggi della Chiesa, secondo le regole comuni, non

obbligano mai sotto grave incomodo; ma nel fatto una tale proibizione

altro non essere, che un mezzo concetto dallo spodestato principe di

Roma con mire del tutto umane, cioè per turbare il possesso al nuovo

governo, e per ricuperare il dominio temporale: non avere in questo il

papa operato come capo della Chiesa, nè come vicario di colui, che

disse, non essere il regno suo di questo mondo, e che insegnò co' suoi

precetti e col suo esempio, che sempre si debbe obbedire ai magistrati

stabiliti: adunque, ed unicamente dalla confusione delle due potestà

temporale e spirituale in una sola mano, essere nata la opinione erronea

che oggidì importava oltre modo di distruggere, pel buon ordine e per la

quiete pubblica; le formole del giuramento prescritte agli abitatori

dello stato Romano essere quelle stesse, che erano in vigore in tutto

l'imperio Francese e nel regno Italico, e secondo le quali più di

quaranta milioni di sudditi cattolici non esitavano punto a prestar

giuramento ogni qual volta che l'occasione s'appresentava. La formola

particolare prescritta ai vescovi ed ai curati, essere stata accordata

nel concordato tra il governo Francese ed il papa Pio settimo: i dubbi

sparsi nel popolo, che giurando obbedienza alle constituzioni

dell'impero, si venisse ad appruovare il divorzio, e così ancora altre

insinuazioni di simil sorta, non avere fondamento: sotto il nome di

constituzioni dell'impero venire le leggi politiche, che constituiscono

la forma del governo, e queste leggi sempre essere distinte dalle leggi

civili: oltre a questo, non essere il divorzio comandato dalla legge

civile: solo per esse permettersi a coloro, che credevano poterlo usare

secondo i loro principj religiosi: già parecchi vescovi dello stato

Romano, già un gran numero di curati, di canonici e di altri religiosi,

tacendo dei magistrati civili, avere dato un esempio di sommessione e

d'obbedienza, ch'altri doveva seguitare: importare che tale esempio si

propagasse e dilatasse; volere il governo, ed in ciò porre grandissima

cura, che gli ecclesiastici, i quali già si erano uniformati, o

sarebbero per uniformarsi a' suoi ordini, fossero onorati con manifesti

segni di soddisfazione e di confidenza.

Sani ed irrefragabili erano i principj del Dalpozzo, quanto

all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano di giurarla

al nuovo stato, e di più di giurare di non partecipar mai in nissuna

congiura o trama qualunque contro di lui, così un governo giusto e buono

avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone esigeva il giuramento di

fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal giuramento implicasse la

riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal modo effettivamente, come

abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e gl'intimati, sì perchè

volevano fare scoprir i renitenti, per avere un pretesto di

allontanargli da Roma, dove gli credeva pericolosi. Vi era, in questo,

troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra. Perciocchè

gl'intimati potevano intendere la parola fedeltà non oltre il senso

dell'obbedienza, e Pio VI medesimo nel novantotto aveva definito, che si

potesse giurare fedeltà a quel governo, che era stato creato dagli

occupatori del suo stato, e che era incompatibile con la sua sovranità

temporale, cioè, alla repubblica. Del resto, noi non intendiamo dannar

coloro, che sinceramente credendo di non potere, senza trasgressione,

prestar il giuramento, anteposero la coscienza al carcere ed all'esilio,

la materia aveva in se molta difficoltà. La Romana consulta procedeva

cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Alcuni

giurarono, altri ricusarono. Giurarono quei di Perugia, Segni e Anagni:

ricusarono quei di Terracina, Sezze, Piperno, Ostia, Velletri, Amelia,

Terni, Acquapendente, Nocera, Assisi, Alatri. Aveva il vescovo di Tivoli

giurato; ma pentitosi e condottosi a fare il pontificale nella chiesa

del Carmine il giorno di San Pietro, con molte lagrime fece, dopo il

Vangelo, la sua ritrattazione: i gendarmi se lo pigliarono, ed in Roma

carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i non giurati, suonando loro

d'intorno le armi dei gendarmi Napoleonici, chi in Francia, chi a

Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti. Fu anche

portato via da Roma, come non giurato e troppo divoto al papa, un

Baccolo Veneziano, vescovo di Famagosta, uomo molto nuovo, e di natura

facetissima. I carceratori non sapevano darsene pace, perciocchè più lo

sprofondavano nell'esilio e nella miseria, e più rideva e si burlava di

loro, tanto che per istracchezza il lasciarono andare come pazzo. Ma ei

tornava in sul dire e in sullo scrivere cose tanto singolari a Genova, a

Milano, a Venezia, che era forza ai Napoleoniani di spiare continuamente

quello che si facesse. Insomma era questo Baccolo una gran molestia agli

spiatori di Napoleone, e diè che fare a tutti dal duca di Rovigo fino

all'umile Olivetti, ch'era stato surrogato a Piranesi: solo che udissero

nominar Baccolo, tosto si scuotevano e risentivano. Spedita la faccenda

dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti i canonici. Sperava Janet, che

giurerebbero facilmente, avendo grossi benefizj e morbida vita. Molti

giurarono; molti ancora non giurarono. Dei due capitoli di San Giovanni

e di San Pietro in Roma, tutti ricusarono, salvo Vergani e Doria. Quei

di Tivoli e di Viterbo, tre soli eccettuati, giurarono. Giurarono quei

di Subiaco, ad instigazione dei Tivolesi; ma si ritrattarono. Ricusarono

quei di Canepina, ricusarono quei di Cori: i gendarmi s'affaccendavano.

Molto maggiore difficoltà avevano in se i giuramenti dei curati,

massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita, e d'evidente

vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidj spirituali, ma ancora

pei temporali. Rappresentò la consulta, che in questo opinava

saviamente, che s'indugiasse. Napoleone, che per la sua natura pertinace

amava meglio usare ogni estremo, che allentare un punto solo delle sue

deliberazioni, mandò loro dicendo, che voleva i giuramenti da tutti, ed

obbedissero. Nelle province la maggior parte ricusarono; i gendarmi se

gli portarono. Dei Romani, i più si astennero: tre giurarono, quei della

Traspontina, di Santa Maria del Carmine fuori di porta Portese, della

Madonna della Luce in Trastevere: i renitenti portati via, o se infermi

ed impotenti all'esilio, serrati in San Calisto; i consenzienti

accarezzati. Nasceva dagli esilj una condizione lagrimevole, che gli

ufficj divini per la mancanza dei pastori s'interrompevano. Napoleone,

posta la falce nella messe ecclesiastica, a suo modo vi rimediava.

Sopprimeva di propria autorità i vescovati e le parrocchie dei vescovi,

e dei parochi non giurati, e secondochè gli aggradiva, gli univa ai

vescovati e parrocchie dei giurati, turbando in tale modo di per se, la

giurisdizione spirituale come voleva, ed a chi voleva.

A questo tempo furono soppressi nello stato Romano i conventi sì di

religiosi, che di religiose; i forestieri mandati al loro paese, i

paesani sforzati a depor l'abito. Mandaronsi i soldati a far uscire le

monache, tempo ventiquattr'ore: le valide d'età e di salute mandate alle

case loro, le vecchie ed inferme in quattro conventi. L'aspetto di Roma

a questi giorni compassionevole: gendarmi, che si portavano vescovi,

canonici, parochi giovani, parochi vecchi, sani o malati, o dal contado

a Roma, o da Roma all'esilio. Piangevano gli esuli, piangevano le

famiglie degli esuli: i Romani colli risuonavano di querele e di pianti.

Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di

fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non

convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze,

alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò, che con

denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessari alla

specola del collegio Romano; condusse a fine i parafulmini della

basilica di San Pietro stati principiati da papa Pio, ebbe speciale cura

delle allumiere della Tolfa, e delle miniere di ferro di Monteleone

nell'Umbria, nelle quali si era cessato di cavare ai tempi delle ultime

guerre civili, quantunque il ferro sia assai più arrendevole e dolce di

quello dell'isola d'Elba. Gente perita, denaro a posta addomandava; due

allievi Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della

veterinaria, due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di

utili scienze nell'ecclesiastica Roma.

Temevasi che la presenza dei Francesi in Italia, massimamente in Toscana

e nello stato Romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda

per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore

dell'Italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si

potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il

quale, non so per quale strana fantasia, aveva unito Toscana e Roma alla

Francia, ed introdottovi negli atti pubblici l'uso della lingua

Francese, aveva, già fin dall'anno ultimo, decretato premi a chi meglio

avesse scritto in lingua Toscana. La consulta di Roma a fine di

cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola

Degerando, statuiva, che la lingua Italiana si potesse in un con la

Francese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in

Italia. Volle altresì, che l'accademia dagli Arcadi si ordinasse in modo

che e la letteratura Italiana promuovesse, e la lingua pura ed

incorrotta conservasse con premi a chi meglio l'avesse scritta o in

prosa o in versi, l'Arcadia sedesse sul Gianicolo nelle stanze di

Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del

cielo, alla natura degli uomini, alle Romane usanze fu quello

dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più

magnifico stato. La consulta le dava più copiosi sussidi, l'imperatore

più convenienti stanze, e dote di centomila franchi.

Parlando io dei benefizi delle lettere, non voglio passar sotto silenzio

l'amorevolezza usata dalla consulta verso il convento di San Basilio di

Grottaferrata, unico residuo dell'antico ordine di San Basilio, che

primo fra le tenebre del medio evo portò in Europa la cognizione della

lingua Greca, e con lei lo studio delle lettere. Nel coro e negli uffizi

avevano questi monaci conservato la lingua ed il canto Greco, ma

piuttosto per tradizione orale, che per lettera scritta. Ogni vestigio

del canto Greco si sarebbe spento, se il convento fosse stato soppresso,

ed i monaci dispersi. Supplicato l'imperatore dalla consulta, conservò

il convento. Ciò non ostante l'ordine si spense, perchè il secolo a

tutt'altro portava, che a farsi frate, ed a cantar greco.

Colla medesima mansuetudine opinò la consulta del convento dei

Camaldolesi di Montecorona, Benedettini riformati di san Romualdo. Mi

fia dolce raccontar qualche particolarità di Montecorona, poichè in

quella tranquilla sede riposerassi alquanto l'animo stanco ed inorridito

dalla rappresentazione di tanti tradimenti, espilazioni e morti.

Conservava Camaldoli sincera e pura, dopo tanti secoli, la regola di san

Romualdo. Tengono i Camaldolesi del cenobita e dell'eremita. Come

cenobiti, vivonsi solitari, come romiti, attendono alle opere manuali sì

agrarie che domestiche, senza differenza alcuna di padri o di fratelli,

di superiori o d'inferiori. Servonsi tra di loro a vicenda, usano la

ospitalità, esercitano la carità: la vita loro, anche ai tempi

Napoleonici, pacifica e dolce: divoti a Dio, divoti al sovrano, divoti

agli uomini, pregavano, obbedivano, soccorrevano. Siede il convento

sulla sommità di un monte, ha all'intorno folta foresta, dista da

Perugia a quattordici miglia: deserti una volta, campi fioriti adesso

per opera delle cenobitiche mani. Naturarono su per quegli aspri monti

l'abete; fecerne selva vastissima, magnifici fusti per le più grosse

navi. È il convento stimolo a virtù, fonte di proventi, ricovero

d'uomini fastiditi del mondano lezzo, ospizio di viaggiatori, largimento

di soccorsi: è vita di deserto, testimonio di pietà. Rovinavano i regni,

odiavansi gli uomini, infiammavansi gli appetiti, ammazzavansi le

generazioni: Montecorona quieto, dolce, umano e benefico perseverava; e

se la caduta del papa pose in forse la conservazione di lui, molto è da

deplorarsi che l'ambizione dei tempi sia arrivata a turbare quelle sante

solitudini. Bene meritò degli uomini infelici e pii la Romana consulta,

a ciò movendola Janet, coll'avere addomandato la conservazione di quel

pietoso secesso.

Emmi caro lo spaziare alquanto sull'ordine della propaganda. Napoleone

imperatore, al quale piacevano le cose che potevano muovere il mondo,

volle, mettendola in sua mano, conservare la propaganda: Degerando,

siccome quegli che si dilettava di erudizione letteraria e di gentilezza

di costumi, con l'autorità sua la favoreggiava. Dalla narrazione delle

cose appartenenti a quest'ordine chiaramente si verrà a conoscere, ch'ei

non meritava nè le lodi dei fanatici, nè gli scherni dei filosofi.

Ancora vedrassi quanta sia la grandezza degli Italiani concetti. Era

principal fine di questo instituto la propagazione della fede cattolica

in tutte le parti del mondo; ma l'opera sua non era talmente ristretta a

questa parte, che non mirasse a diffondere le lettere, le scienze, e la

civiltà fra genti ignare, barbare e selvagge; che anzi una cosa ajutava

l'altra, poichè la fede serviva d'introduzione alla civiltà, e questa a

quella. Poteva anche mirabilmente ajutare la diplomazia e la politica:

ciò massimamente aveva piaciuto a Napoleone; perciocchè un capo solo

reggeva, e muoveva infiniti subalterni posti in tutte le parti del

mondo. Il trovato parve bello a Napoleone, nè era uomo da non volersene

prevalere, e siccome aveva usato la religione per acquistare la signoria

di Francia, così voleva servirsi della propaganda per acquistar quella

del mondo. Seppeselo Degerando, il quale scriveva, che per quanto alla

politica s'apparteneva, la propaganda, recando in quelle lontane regioni

coi semi del nostro culto i nostri costumi, le nostre opinioni, le

radici delle idee d'Europa, la narrazione del regno il più glorioso,

qualche cognizione delle nostre leggi e delle nostre instituzioni,

preparando gli spiriti a certi avvenimenti, che solo s'apparteneva alla

vastità dell'imperial mente a concepire, procacciando amici tanto più

fidati, quanto più stretti da vincoli morali, e così ancora offerendo

tanti, e così variati mezzi di corrispondenza in contrade, in cui il

governo manteneva nissun agente, procurandoci notizie esatte sulla

natura dei paesi, nei quali i missionarj soli potevano penetrare,

aprendo finalmente una via, e quasi un condotto a farvi scorrer dentro

coi lumi civili le influenze di un sistema la cui grandezza doveva

abbracciare tutto il mondo, era un edifizio piuttosto di unica che di

somma importanza. Queste cose erano di per se stesse molto chiare, e se

alcuni filosofi, massimamente Francesi, tanto hanno lacerato Roma per

avere, come dicevano, fatto servire la religione alla politica, si vede

ch'essi non furono alieni dall'imitarla; poichè, divenuta Francia

padrona di Roma, indirizzarono i loro pensieri al medesimo fine. Certo è

bene, che Napoleone di nissuna cosa più si compiacque, che di questa

propaganda: ora per dire qual fosse, ella fu creata dal papa Gregorio

decimoquinto; e da lui commessa al governo di una congregazione di

quattro cardinali, e di un segretario. Suo ufficio era mandar missionarj

in tutte le parti del mondo. Gregorio la dotò di rendite del proprio, e

d'assegnamenti considerabili sulla camera apostolica; le conferì

immunità e privilegi; volle che ciascun cardinale nella sua esaltazione

le pagasse un censo. Ma Urbano ottavo, considerato, che se era utile il

mandare missionarj Europei a propagar la fede, maggiormente utile

sarebbe il mandarvi uomini del paese convertiti ed ammaestrati nelle

pratiche Romane, aggiunse il collegio della propaganda, in cui a spese

pubbliche erano ricoverati ed ammaestrati giovani forestieri, massime di

origine orientale, acciocchè fatti grandi e addottrinati, ritornassero

nei propri paesi a secondare i missionarj apostolici.

Sommava il numero degli allievi per l'ordinario a settanta; i Cinesi,

essendo loro riuscito contrario l'aere di Roma, furono trasportati in un

seminario e collegio fondati per questo fine a Napoli. Innocenzo

duodecimo, ed altri pontefici furono liberali verso la propaganda di

nuovi benificj: uomini privati altresì con donazioni, e legati

l'arricchirono. Le diede monsignor Vires il bellissimo palazzo in Roma:

il cardinale Borgia, morto a Lione nell'ottocent'uno, le lasciò una

parte de' suoi beni. Quattro erano gli ordini della propaganda,

destinati alla propagazione della parola del Vangelo: occupavano il

primo i vicarj apostolici, o arcivescovi, o vescovi, o prefetti delle

missioni, il cui carico era lo scrivere le lettere, e la direzione delle

fatiche apostoliche. Subordinati ai vicarj collocavansi nei secondi i

semplici missionarj. Venivano in terzo luogo i collegi, le scuole, i

monasteri. Cadevano nel quarto i semplici agenti amministrativi ed

economici. La propaganda diede principio alla sua opera col fondare

arcivescovi e vescovi nelle antiche chiese, due patriarchi, l'uno pe'

Caldei, l'altro pei Siriaci, vescovi e vicarj apostolici nelle isole

dell'Arcipelago, nell'Albanìa, nella Servia, nella Bosnia, nella

Macedonia, nella Bulgaria, nella Mesopotamia, nell'Egitto, a Smirne, ad

Antiochia, ad Anticira. Mandava due vescovi, vicarj apostolici, a

Constantinopoli, uno pel rito Latino, l'altro per l'Armeno. Un gran

numero ne destinava in Persia, nel Mogol, nel Malabar, nell'India oltre

e qua del Gange, nei regni di Siam, di Java, di Pegù, in Cochinchina,

nel Tonchino, nelle diverse province della China. Nè ometteva, parendole

che fosse messe d'importanza, gli stati uniti d'America. Vicarj

apostolici, e vescovi mandati dalla propaganda, seminavano le dottrine

del Vangelo in quelle regioni d'Europa, che dalla chiesa Romana

dissentivano. Questi tentativi e questi sforzi della comunanza

cattolica, stimolavano le dissidenti a pruovarsi ancor esse a propagare

la religione e la civiltà fra le nazioni ancor barbare e selvagge.

Mandarono pertanto, gl'Inglesi massimamente, agenti loro nell'Indie

Orientali, e nelle isole del mare Pacifico, dalla quale pietosa opera

molte nazioni furono dirozzate, e ridotte alla condizione civile. E se i

papi mescolarono la politica, come fu scritto, in questi conati

religiosi, resterà a vedere, se la Russia e l'Inghilterra siano esenti

da questa pecca. Per ajutare i vescovi ed i vicarj apostolici, s'erano

instituiti a luogo a luogo, e più numerosi là dove i Cattolici vivevano

in più gran numero, i prefetti ed i parrochi: questi avevano sede fissa

e gregge permanente: i missionarj, che erano il secondo grado,

comprendevano nel mandato loro vaste province, conducendosi ora in

questo luogo ed ora in quello, ma sempre nella provincia destinato a

ciascun di loro, secondochè i bisogni della fede da loro richiedevano.

La elezione dei missionarj si faceva ordinariamente fra i sacerdoti del

clero secolare. Era a loro raccomandato, e specialmente comandato dalla

propaganda, che a niun modo nè sotto pretesto qualsivoglia si

mescolassero o s'intromettessero negli affari temporali, meno ancora nei

politici dei paesi, cui erano destinati ad indagare e ad ammaestrare.

Solamente era solita la propaganda ad insegnarvi le scienze profane e le

arti utili, affinchè con esse potesse volgere a se gli animi, e

cattivarsi l'attenzione, e la benevolenza degli uomini ignari di quelle

incolte regioni. Dipendevano i missionarj del tutto da lei, ed ella gli

spesava con le sue rendite. Aveva creato sei scuole, o collegi in

Egitto, quattro nell'Illirio, due in Albania, due in Transilvania, uno a

Constantinopoli, parecchi in diverse contrade non cattoliche d'Europa.

Erano questi collegi mantenuti col denaro della congregazione: mille

scudi all'anno pagava ai vescovi d'Irlanda per le scuole cattoliche di

quel regno; i collegi Irlandese, Scozzese, Greco, e Maronita di Roma da

lei medesimamente dipendevano. Finalmente ciascun ordine di religiosi

aveva un collegio separato pe' suoi missionarj, così questi stessi

missionarj avevano dipendenza dalla propaganda, in quanto spettava alla

bisogna delle missioni. Gli allievi dei collegi, ciascuno secondo il suo

merito, erano creati sul finire degli studi o vescovo, o prefetto, o

curato, o semplice missionario. Gli agenti o procuratori a niuna bisogna

religiosa attendevano, ma solamente, essendo distribuiti nei luoghi più

opportuni, al mandar le lettere e i fondi necessari per tener viva

dappertutto macchina sì vasta.

Quanto alla congregazione in Roma, aveva cinque parti, la segreterìa,

dove si scrivevano le lettere, ed a questa parte appartenevano anche

gl'interpreti; gli archivi, che comprendevano la librerìa ed il museo,

entrambi pieni di cose curiosissime; la stamperìa tanto celebre per la

varietà e la bellezza de' suoi caratteri; il collegio degli allievi; la

computisterìa: in quest'ultima si tenevano i conti, e le ragioni della

congregazione. Le rendite sommavano a trentatremila trecento novantasei

scudi romani all'anno, che sono centosettantottomila seicentosessanta

franchi. I fonti erano i luoghi de' monti, i livelli pagati da Napoli,

da Venezia, e dai corpi religiosi, e finalmente i censi dei cardinali

novellamente creati. Ma la ruina universale aveva addotto la ruina di

quest'instituzione, con avere o del tutto annientato parte delle

rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenti: s'aggiunse la

rovina del palazzo devastato nel mille ottocento. Adunque ella

sussisteva piuttosto di nome che di fatto, quando Napoleone s'impadronì

di Roma; poi, i frutti dei monti non si pagavano, la computisterìa per

comandamento imperiale sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi.

Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i

pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatus-consulto,

volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma

distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai

tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la

macchina, come era necessario, nè far sorgere quel zelo a propagazione

degl'interessi politici, che per amore della religione, per le

esortazioni dei papi, e per la lunga consuetudine era sorto nei membri

della congregazione a tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu

di alcuna utilità nè per la religione, nè per la politica: solo le sue

ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio, e la rabbia degli

uomini che l'avevano distrutto. Portati via gli archivi per arricchirne

Parigi, si voleva privar Roma anche dei tipi delle lingue orientali, che

si trovavano raccolti nella sua stamperìa: eranvi i tipi di ventitrè

lingue d'Oriente. Domandava la stamperìa imperiale di Parigi, che le si

mandassero le madri per supplire con loro ai punzoni alterati. Grave

perdita sarebbe stata questa per Roma, dove l'erudizione, e la

letteratura orientale erano, come in sede propria, coltivate. Pregò

Degerando, che o si gittassero con le madri i punzoni a Roma, o si

mandassero a Parigi, non tutte ma solamente quelle dei punzoni alterati.

Fu udito benignamente; a lui restò la città obbligata della

conservazione di opere di gran valore per la erudizione e per le

lettere.

Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni

passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese

degli smalti e degli operai. La principale manifattura, che serviva di

norma alle altre, era attinente a San Pietro, e si sostentava colle

rendite della sua fabbrica: per la necessità dei tempi, mancando la più

gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava

la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale, ma perchè

Napoleone, che non amava lo spendere a credenza, non si tirasse

indietro, fu d'uopo alla consulta l'inorpellare la cosa con dire, che il

musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad abbellire

San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi, adornerebbe il

palazzo del principe, ed i monumenti dell'imperiale Parigi. «Che bel

pensiero sarebbe, diceva la consulta, l'immortalare con opere di musaico

il quadro dell'incoronazione dipinto da David, e gli altri tre, che

dalle maestrevoli mani di questo grande artista erano per uscire?» A

questi suoni Napoleone si calava, e pagava. Restava che, poichè si era

provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavorerìa

loro addossata al colle del Vaticano, ed in parte sotterranea, e perciò

molto malsana, troppo spesso infermavano, e sovente il vedere perdevano.

Oltre a ciò gli armadi e gli scaffali, in cui si conservavano gli

smalti, infracidavano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi,

dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico

di tutti un bel quadro del pittore Camuccini. Decretò la consulta,

trasportassersi gli opificii nelle stanze del Sant'Officio.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 7 / 23 段