Acquistata tanta vittoria dell'Austria, e deponendo ogni simulazione,

non conobbe più freno Napoleone: l'antica cupidigia di Roma gli veniva

in mente. Piacquegli per maggiore scorno dell'Austria, che sul

principiar della guerra aveva favellato di liberare e restituire il

papa, decretare il dì diciassette maggio in Vienna stessa queste cose:

considerato, che quando Carlomagno imperatore dei Francesi, e suo

augusto antecessore, diede in dono ai vescovi di Roma parecchi paesi,

gliene cedè loro a titolo di feudo col solo fine di procurare sicurezza

a' suoi sudditi, e senza che per questo abbia Roma cessato di esser

parte del suo impero; considerato ancora, che da quel tempo in poi

l'unione delle due potestà spirituale e temporale era stata, ed ancora

era, fonte e principio di continue discordie, che pur troppo spesso i

sommi pontefici si erano serviti dell'una per sostenere le pretensioni

dell'altra, e per questo le faccende spirituali, che per natura propria

sono immutabili, si trovarono confuse colle temporali sempre mutabili, a

seconda dei tempi; considerato finalmente, che quanto aveva egli

proposto a conciliazione della sicurtà de' suoi soldati, della quiete e

della felicità de' suoi popoli, della dignità e della integrità del suo

impero colle pretensioni temporali dei sommi pontefici, era stato

proposto indarno, pretendeva, voleva ed ordinava, che gli stati del papa

fossero, e restassero uniti all'impero Francese; che la città di Roma

prima sede della cristianità, e tanto piena d'illustri memorie, fosse

città imperiale e libera, e che il suo reggimento avesse forme speciali;

che i segni della Romana grandezza, e che ancora in piè sussistevano, a

spesa del suo imperiale tesoro fossero conservati e mantenuti; che il

debito del pubblico fosse debito dell'impero; che le rendite del papa si

amplificassero sino a due milioni di franchi, e fossero esenti da ogni

carico e prestanza; che le proprietà e palazzi del santo padre non

fossero soggetti ad alcun aggravio di tasse, ed a nissuna giurisdizione

o visita, ed oltre a questo godessero d'immunità speciali; che

finalmente una consulta straordinaria il primo di giugno prendesse

possessione a suo nome degli stati del papa, ed operasse, che il governo

secondo gli ordini della constituzione vi fosse recato in atto il primo

giorno dell'ottocentodieci. Nè mettendo tempo in mezzo, chiamava il

giorno stesso del diciassette maggio alla consulta Miollis, creato anche

governatore generale e presidente, Saliceti, Degerando, Janet, Dalpozzo,

e per segretario un Balbo, figliuolo del conte Balbo di Torino.

A questo modo veniva Roma in potestà immediata di Napoleone, ed i papi,

dopo una possessione di mille anni, furono spodestati del dominio

temporale. Ad atto così grave ed insolito sclamava Pio, e con la sua

pontificale voce a tutto il mondo gridava: «Adunque sono adempite le

tenebrose trame dei nemici della sedia apostolica? Adunque dopo la

violenta ed ingiusta invasione della più bella e più considerabil parte

dei nostri dominj, spogliati siamo, sotto indegni pretesti, e con

ingiustizia somma, della nostra sovranità temporale, con cui la

independenza spirituale nostra è strettamente congiunta! Fra questa

persecuzione barbara consolaci e confortaci il pensiero dello essere in

sì grave calamità caduti, non per offesa alcuna da noi fatta

all'imperatore dei Francesi, od alla Francia, alla Francia stata sempre

nostro amore e nostra cura prediletta, nè per alcun intrigo di mondana

politica, ma per non aver voluto tradire nè i nostri doveri, nè la

nostra coscienza. Se non lece a chiunque la religione cattolica professa

di dispiacere a Dio per piacere agli uomini, molto meno conviensi a chi

di questa medesima religione è capo, ed insegnatore supremo. Obbligati

inoltre verso Dio, obbligati verso la chiesa a trasmettere ai successori

nostri intatti ed intieri i nostri diritti, noi protestiamo contro di

questa nuova e violenta spogliazione, e nulla dichiariamo, e di niun

valore la occupazione testè fatta dei nostri dominj. Ricusiamo, e con

ferma ed assoluta risoluzione rifiutiamo ogni rendita o pensione, che

l'imperatore dei Francesi pretende fare a noi, ed ai membri del nostro

collegio. Taccia d'infame obbrobrio in cospetto della chiesa

incontreressimo, se il vitto ed il viver nostro accettassimo dalle mani

dell'usurpatore dei nostri beni. Rimettiamocene nella provvidenza,

rimettiamocene nella pietà dei fedeli, contenti al terminare per tale

guisa nella mediocrità questa vita oggimai piena di tanti dolori, e di

tanti affanni. Prosterniamci noi, e con umiltà perfetta i decreti

impenetrabili di Dio adoriamo: prosterniamci, ed a favore dei nostri

sudditi la sua divina misericordia invochiamo, dei nostri sudditi,

nostro amore e nostra gloria, i quali, fattosi da noi quanto nella

presente occorrenza dal debito nostro era richiesto, esortiamo ad amar

la religione, a conservarsi in fede, a pregare, ed instantemente con

pianti e con gemiti scongiurare, tra il vestibolo e l'altare prostrati,

il supremo padre della luce, acciocchè si degni cambiare in meglio i

consiglj perversi di coloro, da cui sono i nostri persecutori mossi».

Il giorno appresso, in cui mandava fuori dal suo pastorale petto queste

lamentazioni, fulminava papa Pio la scomunica contro l'imperator

Napoleone, e contro tutti coloro che con lui avessero cooperato

all'occupazione degli stati della chiesa, e massimamente della città di

Roma. Fulminò altresì l'interdetto contro tutti i vescovi, e prelati sì

secolari che regolari, i quali non si conformassero a quanto aveva

statuito circa i giuramenti, e le dimostrazioni pubbliche verso il nuovo

governo.

Data la sentenza, si ritirava nei penetrali del suo palazzo, attendendo

a pregare, ed aspettando quello che la nemica forza fosse per ordinare

di lui. Fe' chiudere diligentemente le porte, e murare gli aditi del

Quirinale, acciocchè non si potesse pervenire nelle interne stanze sino

alla sua persona, se non con manifesta violazione del suo domicilio.

Informarono i Napoleoniani il loro padrone dello sdegno del papa, e

della fulminata sentenza: pregarono, ordinasse ciò che avessero a farsi.

Rispose, rivocasse il papa la scomunica, accettasse i due milioni,

quando no, l'arrestassero, ed il conducessero in Francia. Duro comando

trovò duri esecutori. Andarono la notte dei cinque luglio sbirri,

masnadieri, galeotti, e con loro, cosa incredibile, generali, e soldati

Napoleoniani alla violazione della pontificia stanza. Gli sbirri, i

masnadieri ed i galeotti scalarono il muro alla panattiera dov'era più

basso, ed entrati aprirono la porta ai Napoleoniani, parte gente d'armi

parte di grossa ordinanza. Squassavansi le interne porte, scuotevansi i

cardini, rompevansi i muri: il notturno romore di stanza in istanza

dell'assaltato Quirinale si propagava: le facelle accese, che parte

dileguavano, parte vieppiù addensavano l'oscurità della notte,

accrescevano terrore alla cosa. Svegliati a sì grande ed improvviso

fracasso, tremavano i servitori del papa: solo Pio imperterrito si

mostrava. Stava con lui Pacca cardinale, chiamato a destino peggiore di

quello del pontefice, per avere in tanta sventura e precipizio serbato

fede al suo signore: pregavano, e vicendevolmente si confortavano. Ed

ecco arrivare i Napoleoniani, atterrate o fracassate tutte le porte,

alla stanza dell'innocente e perseguitato pontefice. Vestivasi a fretta

degli abiti pontificali: voleva che rimanesse testimonio al mondo della

violazione, non solamente della sua persona, ma ancora del suo grado e

della sua dignità. Entrò per forza nella pontificia camera il generale

di gendarmerìa Radet, cui accompagnava un certo Diana, che per poco non

aveva avuto il capo mozzo a Parigi per essersi mescolato in una congiura

contro Napoleone con lo scultore Ceracchi, ed ora si era messo, non

solamente a servir Napoleone, ma ancora a servirlo nell'atto più

condannabile, che da lungo tempo avesse commesso. Radet pensando agli

ordini dell'imperatore, venne tostamente intimando al papa, accettasse i

due milioni, rivocasse la scomunica; altrimenti sarebbe preso e condotto

in Francia. Ricusò, non superbamente, ma pacatamente, il che fu maggior

forza, il pontefice la profferta. Poi disse, perdonare a lui, esecutor

degli ordini: bene maravigliarsi, che un Diana, suo suddito, s'ardisse

di comparirgli avanti, e di fare alla dignità sua tanto oltraggio; ciò

non ostante, soggiunse, anche a lui perdonare. Fattosi dal papa il

rifiuto trapassava a protestare, dichiarando nullo, e di niun valore

essere quanto contro di lui, contro lo stato della chiesa, e contro la

Romana sede aveva il governo Francese fatto e faceva; poi disse, essere

parato: di lui facessero ciò che volessero: dessergli pure supplizio e

morte, non avere l'uomo innocente cosa di che temere si abbia. A questo

passo, preso con una mano un crocifisso, coll'altra il breviario, ciò

solo gli restava di tanta grandezza, in mezzo ai vili uomini rompitori

del suo palazzo, ed ai soldati Napoleoniani, che non avevano abborrito

dal mescolarsi con loro, s'incamminava dove condurre il volessero. Gli

offeriva Radet, desse il nome dei più fidi, cui desiderasse aver

compagni al suo viaggio. Diedelo, nissuno gli fu conceduto. Fugli per

forza svelto dal grembo Bartolomeo Pacca cardinale. Poi fu con presto

tumulto condotto, assiepandosegli d'ogn'intorno le armi Napoleoniche,

nella carrozza che a questo fine era stata apparecchiata, e con molta

celerità incamminato alla volta della Toscana. Solo era con lui Radet.

Mentre gl'indegni fatti notturnamente si commettevano nel pontificale

palazzo, Miollis sorto a vegliar l'impresa, se ne stava ad udire i

rapporti che ad ogni momento gli pervenivano, nel giardino del

contestabile, non so se a caso o a disegno, passeggiando. Certo, in tale

accidente il nome di contestabile faceva un suono spaventevole,

perciocchè ricordava Clemente settimo. Non era senza sospetto il

generale Napoleonico di qualche romore. Per questo aveva scelto la

notte, comandato prestezza, chiamato due mila Napolitani sotto colore di

mandargli nella superiore Italia.

Stupore, ed orrore occuparono Roma, quando, nato il giorno, vi si sparse

la nuova della commessa enormità. Portavano i carceratori il pontefice

molto celeremente pei cavalli delle poste per prevenir la fama. Tanto

temeva il padrone di tutte armi una religiosa opinione. Transmettevansi

l'uno all'altro i gendarmi di stazione in stazione il cattivo e potente

Pio. Quel di Genova, temendo di qualche moto in riviera di Levante,

l'imbarcava sur un debole schifo, che veniva da Toscana. Addomandò il

pontefice al carceratore, se fosse intento del governo di Francia di

annegarlo. Rispose negando. Posto piede a terra, il serrava

nell'apprestate carrozze in Genova: pena di morte, se i postiglioni non

galoppassero. Sostossi in Alessandria, come in luogo sicuro per le

soldatesche a desinare. Poi traversossi il Piemonte con velocità di

volo: a Sant'Ambrogio di Susa, il carceratore apprestava i cavalli per

partire con maggior celerità, che non era venuto. Lasso dall'età, dagli

affanni, dal viaggio, l'addomandava il pontefice, se Napoleone il voleva

vivo o morto. Vivo, rispose. Soggiunse Pio, adunque starommi questa

notte in Sant'Ambrogio. Fu forza consentire. Varcavano il Cenisio:

gl'Italiani popoli non avendo potuto per la velocità venerare il

pontefice presente, il venerarono lontano, pietosamente visitando i

luoghi dove aveva stanziato, per dove era passato: sacri gli chiamavano

per isventura, sacri per dignità, sacri per santità. Semi di distruzione

di Napoleone erano questi; già le profezie di Pio si avveravano, già la

pienezza dei tempi si avvicinava. Pacca fedele fu mandato, come se fosse

un malfattore, nel forte di Pietracastello presso a Belley, funesta

stanza d'ogni innocente, che non piaceva a Napoleone. Fu lasciato il

papa fermarsi qualche giorno in Grenoble, poi messo di nuovo in viaggio.

Come se altra strada non vi fosse, fu fatto passare a Valenza di

Delfinato, stanza di morte di Pio sesto, atto tanto più incivile, quanto

non necessario. Per Avignone, per Aix, per Nizza di Provenza il

condussero a Savona, strano viaggio da Roma per Francia a Savona. Ma

celavasi la partenza, celavasi il viaggio: salvo coloro, che presenti

vedevano il pontefice, niuno sapeva; perchè delle lettere dei privati

poche parlavano, delle gazzette niuna, dove fosse, nè dove andasse. I

Francesi colla medesima riverente osservanza l'onorarono, con cui

l'avevano onorato gl'Italiani; il trattarono i prefetti dei dipartimenti

con servimento e rispetto: così aveva comandato Napoleone.

Napoleone vincitore dell'Austria tornava in Francia nella imperial sede

di Fontainebleau. I deputati Italiani, tal era stato il concerto e

l'ordine, già l'aspettavano per le adulazioni, Moscati, Guicciardi e

Testi pel regno Italico; Zondadari cardinale, arcivescovo di Siena, e

grand'elemosiniere di Elisa principessa, Alliata, arcivescovo di Pisa,

un Chigi, un Lucci, un Mastiani, un Dupuy, un Benvenuti, un Tommaso

Corsini per la Toscana, il duca Braschi, il principe Gabrielli, il

principe Spada, il duca di Bracciano, il cavaliere Falconieri, il conte

Marescotti, il marchese Solombri, il marchese Travaglini per Roma.

Moscati orando, ringraziò delle date leggi, Zondadari della data Elisa.

Per Roma vi fu maggior magniloquenza. Braschi, oratore della città dei

sette colli, favellò dei Scipioni, dei Camilli, dei Cesari, del padre

Tevere. «Sussiste ancora, soggiunse Braschi, nipote che era di Pio sesto

perseguitato, sussiste quel Campidoglio, sul quale ascesero tanti

illustri conquistatori: sussiste, e addita a voi, sire, gloriose

vestigia, e seggio degno del vostro nome immortale. Quivi risorge, quivi

si rinverde quel serto d'alloro, che Nerva depose nel tempio di Giove.

Voi solo potete con l'ombra vostra renderlo sicuro da qualunque insulto

nemico, come l'aquila di Trajano dalle offese del Germano, del Parto,

dell'Armeno, e del Dace il preservava.»

Braschi a Napoleone signore parlò di Cesare, di Nerva, e di Trajano:

avrebbe anche potuto toccare di qualche altro, e non avrebbe spiaciuto a

Napoleone, che accusava Tacito di aver calunniato Nerone. Ma come e

perchè parlasse di Camillo e di Scipione, io non lo so; perciocchè

Napoleone era solito dire, che i tempi di Roma da Tarquinio a Cesare

erano episodio, e che i veri e legittimi tempi Romani solo erano gli

scorsi sotto i re, e sotto gl'imperatori: così non re dei Romani, ma di

Roma chiamò poscia il figliuolo, che ebbe da Maria Luisa Austriaca. A

tanto di pazzia era giunto quest'uomo, che dopo di aver distrutto le

repubbliche moderne, voleva anche distruggere le antiche. Pure i moderni

repubblicani fecero cose di fuoco, e guerre incredibili per lui. Dal

canto loro i re, per quel suo odio contro le repubbliche, il

fomentarono, e se lo tennero caro credendo, ch'ei fosse venuto loro in

concio ad un bel bisogno. Ma gliene cosse loro, e il mondo lo sa, ed

eglino i primi per modo che io spesso ne risi, e più spesso ancora ne

piansi.

Rispose il sire ai Romani, sempre pensare alle famose geste dei loro

antenati: passerebbe l'Alpi per dimorarsi qualche tempo con esso loro:

gli imperatori Francesi suoi predecessori avergli scorporati

dall'impero, e dati in feudo ai loro vescovi, ma il bene de' suoi popoli

non ammettere più alcuna divisione. Sotto le medesime leggi, sotto il

medesimo signore aver a vivere Francia ed Italia: del resto, aver loro

bisogno di un braccio potente, e lui avere questo braccio, e volerlo

usare a benefizio loro: ciò non ostante non intendere, che alcun

cambiamento fosse fatto nella religione dei loro padri; figliuolo

primogenito della chiesa non voler uscire dal suo grembo: non avere mai

Gesù Cristo creduto necessario dotare San Pietro di una sovranità

temporale: la Romana sede essere la prima della cristianità, essere il

vescovo di Roma capo spirituale della chiesa, lui esserne l'imperatore,

volere dar a Dio ciò che è di Dio, a Cesare ciò che è di Cesare.

Ora ho io a descrivere Roma Francese. La Romana consulta, come prima

prese il magistrato, pensò alla sicurezza del nuovo stato, sapendo

quanti mali umori, e quante avverse opinioni covassero: parvegli bene

spiare sul bel principio i pensieri più segreti degli uomini: ordinava

la polizia; creonne direttor generale Piranesi, uomo molto atto a questo

carico; direttori particolari Rotoli, il conte Gherardi, Visconti,

Delup-Verdun, Pesse, e Timetei, uomini nei quali i Francesi avevano

fede. Ciò quanto ai detti ed ai fatti segreti: quanto agli scritti,

anche segreti, fu tolta agl'impiegati del papa la posta delle lettere, e

data al direttore della posta di Francia. Nè la cosa fu solo in nome;

perchè con dannabilissima licenza si aprivano e si leggevano le lettere,

massime quelle che s'indirizzavano a Savona, dov'era il papa. Si usava

in questo un rigore eccessivo. I duchi d'Otranto e di Rovigo, e tutti

gli agenti loro fino agli ultimi erano in questa bisogna affaccendati,

che dentro alle Romane lettere spiassero. Ne lessero delle innocenti, ne

lessero delle colpevoli contro la nuova signorìa; ne lessero anche delle

ridicole, perchè i belli umori, che ve n'erano in Roma molti, malgrado

delle disgrazie, scrivevano a posta lettere indiritte a Savona piene di

beffe contro chi le spiava, e contro il maledetto modo di spiarle.

Importava che a confermazione della quiete si unisse la forza alle

notizie, nè potendo i soldati di Francia essere in ogni luogo, si

crearono le guardie, urbana in Roma, provinciali nelle province, legioni

chiamandole. Della legione di Roma fu eletto capo il conte Francesco

Marescotti, uomo dedito a Francia. Questi ordini furono buoni per

impedire i moti politici, non a frenare gli uomini di mal affare, che

infestavano l'agro Romano, e le vicinanze stesse di Roma. Trapassossi a

partire il territorio con fare i due dipartimenti, di cui chiamarono

l'uno del Tevere, l'altro del Trasimeno; nominaronsene a tempo i due

prefetti, un Gacone ed un Olivetti. Trassersi gli ufficiali municipali:

furono le elezioni di gente buona e savia: faceva la consulta presto, ma

faceva anche bene, salvo quella peste della polizia, e gli ordini

fiscali, entrambi inesorabili: in questo Napoleone non rimetteva mai

dalla sua natura. Ostava alla nuova amministrazione dei comuni l'ordine

del buon governo, il quale creato da Sisto quinto, ed attuato da

Clemente ottavo, aveva l'ufficio di amministrar i comuni, nè senza

grande umiltà loro. La consulta l'abolì; sostituivvi le forme Francesi.

Il consiglio municipale di Roma chiamò senato: elessevi personaggi di

gran nome, i principi Doria, Albani, Chigi, Aldobrandini, Colonna,

Barberini, i duchi Altieri, Braschi, Cesarini, Fiano. Braschi docile a

quanto Napoleone volesse, fu nominato maire, o vogliam dire sindaco di

Roma. Così andavano persuadendosi, che con un maire di fatto alla

Francese, ed un senato di nome alla Romana, Roma sarebbe contenta.

Intanto si scrivevano i soldati per le guerre forestiere, anche nella

città imperiale e libera di Roma. Nè le leggi civili e criminali di

Francia si omettevano; che anzi per ordinazione della consulta si

promulgavano sì quanto alle persone, sì quanto alle cose, sì quanto ai

dritti, e sì quanto agli ordini giudiziali. Fu chiamato presidente della

corte d'appello Bartolucci, un uomo di mente vasta e profonda, di non

ordinaria letteratura, e di giudizj e di stato molto intendente.

Conosceva Napoleone, predicava la sua ruina inevitabile. Chiamato

consigliere di stato a Parigi, vi diede saggi di quell'uomo dotto e

prudente ch'egli era.

Le casse intanto più di ogni altra cosa premevano: Janet ne aveva cura.

Conservò la imposizione dativa, che doveva gettare un milione e mezzo di

franchi, la tassa del sale, il cui ritratto si supputava circa ad un

milione, ed il dazio sulla mulenda, che si estimava ad una valuta di

circa cinquecento mila franchi. Fra il lusso dei primi magistrati, la

miseria del paese, i debiti di ognuno, il frutto di queste tasse non

poteva bastare a dar vita alla macchina politica. Miollis si godeva

quindicimila franchi al mese, come governator generale, e diecimila

franchi pure al mese, come presidente della consulta. Se poi, oltre a

tutto questo, toccasse i suoi stipendi di generale di Francia con tutte

le sue giunte, io non lo so. Lemarrois, comandante della divisione,

aveva per se quindicimila franchi al mese, e per la sua polizia

quattromila, pure al mese. I membri della consulta avevano ciascuno

tremila franchi al mese. Ma Salicetti non se ne volle stare al

ragguaglio dei colleghi, ed ottenne quattromila ciascun mese. Questi

aggravi seguitavano le lunghe disgrazie di Roma. Pure buon uso faceva la

consulta di un'altra parte del denaro del pubblico. Propose a Napoleone,

e da lui impetrò anche facilmente, che si pagasse sufficiente denaro

alla duchessa di Borbone parmense, ed a Carlo Emanuele re di Sardegna,

che tuttavia se ne viveva in Roma tutto intento alle cose della

religione; nobile atto, e da non tralasciarsi nelle storie.

La parte più malagevole del Romano governo era l'ecclesiastica: aveva il

papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno Italico,

proibito i giuramenti: confermò questa proibizione per lo stato Romano

nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone del

giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una

disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare

la fedeltà, dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola di

fedeltà, perchè credevano, che importasse il riconoscere l'imperator

Napoleone come loro sovrano legittimo; al che giudicavano di non poter

consentire, non avendo il papa rinunziato. Nè si poteva pretendere, che

uomini privati, dediti solamente agli uffici religiosi, la maggior parte

senza letteratura, alcuni anche senza lettere, investigassero tutte le

antiche storie per giudicare da loro medesimi, se la donazione o di

Carlomagno o di Pipino fosse valida o no, assoluta o restrittiva, e se

fossero validi o no i motivi, con cui Napoleone l'impugnava. Solo questo

sapevano, che il papa era sovrano di Roma da più di dieci secoli, come

tale riconosciuto da tutto il mondo, e da Napoleone stesso. Ancora

sapevano che il papa, non che avesse rinunziato, aveva fortemente e nel

miglior modo possibile protestato contro la spoliazione.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 6 / 23 段