schifo la signorìa nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea
Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli, e dai
più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed
i Francesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari a Sterchinga, a
Inspruck, a Hall, e nel convento di San Carlo, non poterono resistere, e
perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa
diecimila, in potestà dei vincitori rimettendosi. Nè miglior fortuna
incontrò un corpo di tremila Napoleoniani Francesi e Bavari, che in
soccorso degli altri arrivava, sotto le mura di Vildavia. Quindi quante
squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano
sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro, nè ora vi erano per
gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno, i
Tirolesi uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri
incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano
all'improvviso gl'incauti Napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e
spaventosa, conciossiacchè al romore delle armi si mescolava il rimbombo
delle campane, che continuamente suonavano a martello, e le grida dei
paesani sclamanti senza posa, _in nome di Dio_, _in nome della
santissima Trinità_. Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco
delle montagne ripercossi facevano un misto pieno di orrore, di terrore,
e di religione.
Quest'erano le voci di una patria santa ed offesa. Chi con le carabine
trapassava da lontano i corpi degli offenditori, chi con sassi
sparsamente lanciati gli tempestava, chi con enormi massi strabalzati
gli ammaccava. Hofer composto in volto, e torreggiante per l'alta e
forte sua persona in mezzo a' suoi, e solo da loro conosciuto per lei,
non per l'abito conforme in tutto a quello dei compagni, appariva ora
incitante contro gli armati, ora raffrenante verso gl'inermi, uccisore
ardentissimo di chi resisteva, difensore magnanimo di chi si arrendeva.
Dovunque, e quandunque andava, era una volontà sola per combattere, una
volontà sola per cessare, e più poteva l'autorità del suo nome in quegli
animi bellicosi, che in soldati ordinatissimi l'uso della disciplina, ed
il timore dei soldateschi castighi. I fanciulli fecero da adulti, i
vecchi da giovani, le femmine da uomini, gli uomini da eroi; nè mai più
onorevole e giusta causa fu difesa da più unanime e forte consenso.
Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada
di Salisburgo verso il cuore dell'Austria, gratissimo spettacolo a
Francesco. I Tirolesi vincitori sulle terre Germaniche, passate le
altezze del Brenner, vennero nelle Italiane, e mossero a romore le
regioni superiori a Trento. Propagavasi il romore da valle in valle, da
monte in monte, e la Trentina città stessa era in pericolo. Certo era,
che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la
massa Tirolese sarebbe calata a fargli spalla; il che avrebbe partorito
un caso di grandissima importanza per tutta Italia: quest'era il disegno
dei generali Austriaci. L'imperatore Francesco, sì per ajutare la
caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in
dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo
Chasteler, un generale per arte e per valore fra i primi dell'età
nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava
altresì, come abbiam notato, un corpo di regolari usi alle guerre di
montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore
del paese. Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparirono,
sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gl'imperiali
a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni d'allegrezza che i
popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria, le
artiglierìe, e le archibuserìe tiravano a festa: i vincitori popoli
applaudivano: abbracciavano, s'abbracciavano, erano pronti a ristorare i
soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni
felicissimi per l'eroico Tirolo.
Qui finirono le allegrezze dell'Austria; poichè nel colmo più alto delle
sue maggiori speranze, Napoleone fatale giunto sulle terre Germaniche, e
recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre
grossissime battaglie a Taun, a Abensberga, a Ecmul. Per questi
accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del
Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai Napoleoniani per
Vienna. Produssero anche le rotte dell'arciduca un altro importante
effetto, e questo fu, che oltrandosi Napoleone alla volta di Vienna, fu
forza all'arciduca Giovanni il tirarsi indietro dall'Italia; affinchè
non gli fosse impedita la facoltà di ritornarsene in Austria, e perciò
non solo l'Italia si perdeva per lui, ma ancora il Tirolo. Così per le
vittorie acquistate dall'imperator dei Francesi tra Augusta e Ratisbona
si cambiò la condizione della guerra. Chi aveva assaltato, era costretto
a difendersi; chi era stato assaltato, aveva acquistato facoltà di
assaltare; l'Italia si perdeva per l'Austria. Vienna pericolava, e niuna
speranza restava a chi aveva mosso la guerra, che quelle dell'Ungherìa,
della Moravia e della Boemia.
Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del
fratello, s'accorse, e n'ebbe anche comandamento da Vienna, che quello
non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero
accorrere in ajuto della parte più vitale della monarchìa. Ordinava
adunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla
ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti
per poter condurre in salvo le artiglierìe, le munizioni e le bagaglie;
opera difficile e pericolosa, con un nemico a fronte tanto svegliato e
precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo il principe. Fuvvi
qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli
Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il
passo. Erano alloggiati in sito forte, distendendosi colla destra sino
al ponte di Priuli, stato a bella posta arso dall'arciduca, e colla
sinistra a Rocca di Strada, sulla via che porta a Conegliano. Numerose
artiglierìe rinforzavano la fronte che occupava le vicine eminenze in
faccia al fiume; i luoghi bassi erano assicurati da alcune torme di
cavalli. S'apprestavano i Francesi al passo, sforzandosi di varcare a
quello di Lovadina, che è il principale. Non ostante che i Tedeschi
furiosamente tempestassero coll'artiglierìe poste nei luoghi eminenti,
Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè, sopra e sotto a
Lovadina, con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i
soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle, e cariche
continue di cavallerìa l'infestavano. Pareggiossi la battaglia, che
continuava con grandissimo furore da ambe le parti; perchè i Francesi
volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano
rituffar i Francesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè
l'arciduca, in questa terribile mischia, a fatica od a pericolo, ora
come capitani comandando, ed ora come soldati combattendo. Era il
conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte
Tedesca. Diedero dentro i Francesi, Abbé a destra, Broussier in mezzo,
Lamarque a sinistra: secondavangli Pully, Grouchy, Giflenga. Dopo
ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la
fortuna si scopriva a favor del principe. Restava a superarsi il molino
della Capanna, dove i Tedeschi ostinatamente si difendevano. Lamarque
ajutato da Durutte, superati velocemente i fossi, e caricando con le
bajonette, s'impadroniva finalmente di quel forte sito; il che fece del
tutto sopravvanzare le sorti di Francia. Si ritirarono gli Austriaci,
non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi pressando vieppiù
il nemico, cercarono salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa
battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi: tra morti, feriti e
prigionieri, i perduti sommarono circa a diecimila. Morirono fra gli
altri, o vennero in potestà del vincitore, i generali Wolskell, Risner e
Hager. Perdettero quindici cannoni, trenta cassoni, molte munizioni e
bagaglie. Dei Napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tremila.
Principal onore in questo fatto riportarono dalla parte dei Francesi,
oltre il principe, Dessaix e Pully: da quella dei Tedeschi, oltre
l'arciduca, Wolskell, che finì poco dopo per le ferite l'ultimo dì della
sua vita con molto rincrescimento de' suoi, perchè era veramente
valoroso, e perito capitano di guerra.
Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò il
Francese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento. Inondando
i Napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli, scioglievano
l'assedio d'Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i suoi in due parti,
mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio verso la Carintia, la
seconda sotto la condotta di Macdonald verso la Carniola. L'intento era
di sospingere con quella, occupando la Carintia e la Stiria, il nemico
sino ai recessi dell'Ungherìa, e di congiungersi in tal modo coi
Napoleoniani di Germania; con questa di accennare Lubiana, e di
cooperare con Marmont, che a gran passi si accostava venendo dalla
Dalmazia. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine, che il
capitano di Francia si era proposto; conciossiachè Dessaix e Seras
prendendo continuamente dei monti, e cacciandosi avanti per le valli di
Ponteba, di Pradele, della Fella, e della Dogna i Tedeschi, si
avvicinavano al sommo giogo, che disparte le acque del Mediterraneo da
quelle del mar Nero. Incontrarono un primo intoppo nei forti di
Malborghetto e di Pradele. Tentò Seras di corrompere con danari il
comandante di Malborghetto. Ricusò il Tedesco contrattazione tanto
abbominevole: anzi combattendo valorosamente, e confortando con gravi e
virili parole i compagni alla difesa del forte, ed alla salute della
patria, vi finì una onorata vita con una gloriosa morte. Duolmi di non
aver conosciuto il nome di questo virtuoso Austriaco, poichè mi sarebbe
stato caro il mandarlo ai posteri in queste mie storie. Ottenevano
finalmente i Napoleoniani i due forti: superava il vicerè il passo di
Tarvisio, ed entrava vincitore nella Carintia, alla volta di Judenburgo
di Stiria incamminandosi. Jellacich cacciato dal Tirolo per le armi del
maresciallo Lefevre, mandatovi da Napoleone dopo le vittorie di
Ratisbona, perdè quasi tutti i suoi a San Michele di Stiria. Seras,
passati i monti di Someringa, ed arrivato a Scottvien, si congiungeva
con le prime scolte dell'esercito Germanico.
Mentre queste cose accadevano sulla sinistra del vicerè, Macdonald sulla
destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino, Trieste. Da
questo luogo si era incamminato verso la Carniola per impadronirsi di
Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, e quindi per la strada
maestra che da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col
fine di essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca
Carlo teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un
duro intoppo in Prevaldo; ma parte di fronte assaltandolo, e parte
girando ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte di accennare ai
fianchi ed alle spalle costringeva alla dedizione quattromila Austriaci,
che difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata così nobile
vittoria, se ne giva, lasciati in Carniola presidii sufficienti, a
Gratz. Quivi fermossi aspettando, che Marmont lo venisse a trovare dalla
Dalmazia. Come prima il generale dei Dalmatici ebbe avviso, che
l'arciduca Giovanni, costretto dalla necessità della guerra d'Alemagna,
si era mosso dal Vicentino per ritirarsi dall'Italia, si era messo in
cammino per andar a congiungersi a cose maggiori col grosso dei
Napoleoniani. Partitosi adunque da Zara, e superati i Tedeschi, che gli
vollero contendere il passo al monte di Chitta ed a Gracazzo, si
approssimava alla terra di Gospizza, forte di sito per le molte acque
che la circondano, e per esservisi il nemico molto ingrossato. Erano, la
più parte, Croati. Fuvvi un combattere molto fiero sì in una battaglia
stabile, e sì alla campagna sparsa. Vinse, dopo molto sangue, la fortuna
dei Napoleoniani. S'apersero, per la vittoria di Gospizza, facili le
strade al capitano di Francia, perchè da un incontro in fuori, ch'egli
ebbe col retroguardo nemico ad Ottossa, non gli fu più oltre contrastato
il passo. Occupò successivamente Segra e Fiume, e trovati i compagni in
Istria, s'incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto
l'antico Illirico venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte
le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più
opportuni, passava i monti di Someringa, e per la valle dell'Arabone, o
Giavarino, che i moderni chiamano Raab, verso il Danubio calandosi,
andava a farsi partecipe delle imprese del padre. L'enfasi Napoleonica
quivi si spiegava: «O bene v'avvenga, diceva in uno scritto mandato
fuori a posta, e siate ben venuti, o soldati miei dell'esercito Italico:
sorpresi da un nemico perfido prima che le vostre colonne fossero unite,
fino all'Adige ritraeste i passi; ma quando ordinaivi di marciare
avanti, e quelli essere i campi d'Arcole ricordaivi, voi vinceste venti
battaglie, voi conquistaste venticinque mila prigioni, voi seicento
cannoni, voi dieci bandiere: nè la Sava, nè la Drava, nè la Mura, nè le
strette di Tarvisio, nè gli aspri gioghi della Someringa vi arrestarono:
quel Jellacich, primo autore dell'uccisione dei nostri nel Tirolo,
pruovò di che sapessero le baionette vostre: voi feste pronta giustizia
di quelli avanzi fuggiti dallo sdegno del grande esercito: o bene
v'avvenga, e siate ben venuti, o voi soldati, che operaste, che quegli
Austriaci d'Italia, che per poco d'ora ebbero contaminato con la loro
presenza le mie provincie, vinti, dispersi ed annientati, servissero
d'esempio della verità di questa divisa. _Dio me la diede, guai a chi la
tocca_; sono, o soldati, contento di voi». A queste intonazioni di
Napoleone si stringevano nelle spalle gli uomini savi e temperati, i
quali, per amore anche della grandezza di lui, avrebbero desiderato
maggior moderazione; ma Napoleone non conobbe la grandezza della
modestia.
Il giorno quattordici di giugno, anniversario della vittoria di Marengo,
vinceva il principe Eugenio sotto le mura di Giavarino una grossissima
battaglia contro l'arciduca Giovanni, che saliva per le sponde del
Danubio in ajuto del suo fratello Carlo. Fu questa battaglia bene, e con
arte egregia combattuta dal vicerè. Nè io voglio defraudare dalla dovuta
laude l'arciduca, che in mezzo a tanto tumulto, a tanti spaventi, a
tanto precipizio dello cose Austriache, conservò la mente immota, e le
schiere ordinate. Combattè coi retroguardi valorosamente, tenne
rannodati gli antiguardi, e dopo tante battaglie, ed una ritirata di
tanto spazio, risorse più potente di prima nei campi di Giavarino, e se
non fosse stata la prestezza del vicerè, avrebbe forse cambiato da
tristi in liete le sorti del fratello augusto. Piacemi in questo luogo
dire, di Eugenio e di Giovanni favellando, che giovani ambidue, se
furono d'età pari, furono anche di valore; ma Giovanni più modesto per
la natura della casa, Eugenio più borioso per gli sproni del padre,
degno l'uno di difendere la propria patria, non degno l'altro di
distruggere le patrie d'altrui.
Il dì sei di luglio periva la mole Austriaca nei campi di Vagria. Quivi
fu prostrato l'arciduca Carlo: Napoleone divenne padrone di quell'antica
e grande monarchìa. Si trovò facilmente forma di concordia per la
depressione d'una delle parti: consentì l'imperatore Francesco a
condizioni durissime di pace. Consentì anche, prevalendo in lui ad ogni
altro rispetto la salute dello stato, a quello che era più duro ancora
che tutte le altre condizioni, dico al congiungere la propria figliuola
Maria Luisa in matrimonio a colui, che era la ruina della sua casa, e
che principiante e durante la guerra, l'aveva chiamato coi nomi più
vituperosi. Il dì quattordici ottobre si stipulava in Vienna, per lo
stabilimento delle cose comuni, dal signor principe di Champagny per
parte di Napoleone e dal principe di Lichtenstein per parte di
Francesco, il trattato di pace. Cedeva l'imperatore Francesco
all'imperator Napoleone, oltre molti altri paesi in Germania ed in
Polonia, la contea di Gorizia, il territorio di Monfalcone, la contea e
la città di Trieste, il ducato di Carniola con le sue dipendenze nel
golfo di Trieste, il circolo di Villaco nella Carintia, con tutti i
paesi situati sulla riva destra della Sava, dal punto in cui questo
fiume esce dalla Carniola, fin dove tocca le frontiere della Bosnia,
nominatamente una parte della Croazia provinciale, sei distretti della
Croazia militare, Fiume, ed il littorale Ungherese, l'Istria Austriaca
col distretto di Castua, Picino, Buccari, Buccarizza, Portore, Segua, e
le isole dipendenti dai paesi ceduti, e tutti gli altri territorii
qualsivogliano situati sulla destra del fiume, il filo delle acque del
quale avesse a servire di limite fra i due stati: perdonasse Napoleone
ai Tirolesi, Francesco ai Polacchi: l'Austria cessasse ogni relazione
coll'Inghilterra. Napoleone sempre intento a torre la riputazione a'
suoi amici per tor loro poscia lo stato, fece inserire nel trattato un
capitolo, per cui l'Austria si obbligava a cedere all'imperatore
Alessandro di Russia, che era stato, contro ogni ragione, oziosamente
riguardando il processo di questa guerra, nella parte più orientale
dell'antica Galizia un territorio, che contenesse quattrocento mila
anime, non inclusa però la città di Brodi; il quale capitolo accettò
Alessandro, benchè fosse spoglia di un amico, che ne ricevette
grandissima molestia. Di questa stipulazione non merita riprensione
l'Austria, siccome quella che vi consentì per forza. Dello sforzatore
poi e dell'accettatore, chi abbia meritato maggior biasimo, facilmente
il giudicheranno i posteri. Questo fine sortirono la presa d'armi, ed il
poderoso apparato di guerra dell'Austria, e questa concordia fu
obbligata d'accettare. L'Europa viemaggiormente si confermava in servitù
di Napoleone.
L'Austria percossa da tanto infortunio quietava per la pace: ma era
dolorosa la sua quiete. Oltre la perduta potenza, l'infestava
l'insolenza del vincitore, e l'aggravavano le grossissime imposizioni.
Soli i Tirolesi non cedevano al terrore comune, e con l'armi in mano
continuavano a difendere quel sovrano, che già deposte le sue, aveva
dato molte nobili parti del suo dominio, e loro stessi in potestà del
vincitore. Il principe Eugenio dalle sue stanze di Villaco gli esortava
a posare, ma invano. Più volte combattuti dai Francesi, dai Sassoni e
dai Bavari, più volte batterono, e più volte anco battuti, più volte
risorsero. Vinti, si ritiravano alle selve impenetrabili, ai monti
inaccessibili: vincitori, inondavano le valli, e furiosamente cacciavano
il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente dai Napoleoniani;
vincitori, trattavano i Napoleoniani umanissimamente; e siccome gente
religiosa, vinti, con segni di grandissima divozione pregavano dal cielo
miglior fortuna alla patria, vincitori, coi medesimi segni il
ringraziavano. E' furono visti, dopo di aver superato con incredibile
valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro, che si erano
arresi, scorrente ancora il sangue, e presenti i cadaveri dei
compatriotti e dei nemici, gettarsi al punto stesso, dato il segno da
Hofer, coi ginocchi a terra, ed in tale pietosa attitudine, tra
lacrimosi e lieti rendere grazie a Dio dell'acquistata vittoria.
Echeggiavano i monti intorno dei divoti ed allegri suoni mandati fuori
da religiosi e forti petti. Infine sottentrando continuamente genti
fresche a genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi tutto
il mondo combattendo contro di loro, cessarono i Tirolesi, non dal
volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricoveratisi
aspettavano occasione, in cui più potesse la virtù che la forza. Il
bavaro dominio si restituiva nel Tirolo Tedesco, cedè l'Italiano in
possessione del regno Italico.
Sul finire del presente anno Andrea Hofer si ritirava con tutta la sua
famiglia ad un povero casale fra montagne e nevi altissime, dolente per
la patria, tranquillo per se. Ma Napoleone era sitibondo del suo sangue.
Perciò, fattolo con tutta diligenza cercare e ricercare, gli riuscì di
trovarlo nel suo recondito recesso. Batterono alla porta i Napoleoniani
soldati, era la notte dei venzette gennaio dell'ottocento dieci.
L'aperse Hofer: veduto che era venuto in forza altrui, con semplicità e
serenità mirabile: «Son io, disse, Andrea Hofer, sono in poter di
Francia: fate di me ciò che v'aggrada; ma vi piaccia risparmiare la mia
donna e i miei figliuoli: son eglino innocenti, nè de' fatti miei
obbligati». Così dicendo, diessi in potestà dei Napoleoniani. Diedesi
con lui un giovinetto di fresca età, figliuolo di un medico di Gratz,
venuto, così muovendolo la virtù del Tirolese, a trovarlo, ed a
dedicarsegli o a vita o a morte. Condotto a Bolzano, l'accompagnavano la
madre, ed un figliuolo di tenera età. Ultimo destino gli soprastava. Fu
il figliuolo lasciato stare a Bolzano, la madre mandata a Passeira ad
aver cura di tre altri figliuoli ancor bambini, i quali, se ora avevano
il padre prigioniero, presto il dovevano aver morto. Pure non se
n'accorgevano per la fanciullezza; il che muoveva viemmaggiormente a
compassione. Accorrevano i popoli smarriti dovunque i Napoleoniani con
Andrea legato passavano, o nel Tirolo Tedesco o nell'Italiano che si
fosse, alzando per dolore gli occhi al cielo, e lacrimando, e sclamando,
e la memoria del diletto ed infelice loro capitano benedicendo. Le palle
soldatesche ruppero in Mantova il patrio petto d'Andrea, lui non che
intrepido, quieto in quell'estrema fine. Ostò ad Andrea l'età perversa:
fu chiamato brigante, fu chiamato assassino. Certo, se le lodi sono
stimolo a virtù, lagrimevole e disperabil cosa è il pensare al destino
di Hofer.