«Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro e

manifesto, che per forza di un attentato enorme i diritti della Romana

Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e che una

ferita ancora più profonda è stata a noi ed alla santa sede fatta,

acciocchè tacendo non paja ai posteri, che noi l'iniquissimo delitto

commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e

dell'onore, quanto pure merita non abbiamo (il che sarebbe perpetua

vergogna nostra) a sdegno ed abborrimento avuto, di nostro proprio moto,

di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e

solennemente, ed in ogni miglior modo protestiamo, l'occupazione delle

terre, che sono nella Marca d'Ancona, e la unione loro al reame

d'Italia, senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto

dell'imperator Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle:

dichiariamo altresì, e protestiamo, nullo essere, e di niun valore

quanto sino al giorno d'oggi si è fatto per esecuzione del detto

decreto, e quanto potrà essere d'ora in poi sulle terre medesime da

qualunque persona fatto e commesso: vogliamo inoltre e dichiariamo, che

anche dopo mille anni, e tanto quanto il mondo durerà, quanto vi si è

fatto, e quanto sarà per farvisi, a patto niuno possa portar pregiudizio

o nocumento ai diritti sì di dominio, che di possessione sulle medesime

terre; perchè sono, e debbono essere di tutta proprietà della nostra

santa Sedia apostolica».

Così Pio venuto in forza altrui parlava a Napoleone, e contro di lui

protestava. Così ancora Napoleone, dopo di avere carcerato i reali di

Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna,

usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto

lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene a

visitarlo in Erfurt, Francesco d'Austria vi mandava il general San

Vincenzo per accarezzarlo.

LIBRO VIGESIMOQUARTO

SOMMARIO

Nuova guerra coll'Austria. L'arciduca Giovanni generalissimo

degli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè, generalissimo

dei Francesi in Italia. Loro manifesti agl'Italiani.

L'arciduca vince a Sacile, e s'avanza verso Verona. Mossa

generale dei Tirolesi contro i Francesi e i Bavari; qualità di

Andrea Hofer. Natura singolare della Tirolese guerra.

L'Austria perisce, prima nei campi tra Ratisbona e Augusta,

poi in quei di Vagria. L'arciduca si ritira dall'Italia. Pace

tra la Francia e l'Austria. Matrimonio dell'arciduchessa Maria

Luisa con Napoleone. Fine della guerra del Tirolo; morte di

Hofer. Napoleone unisce Roma alla Francia e manda il papa

carcerato a Savona. Il papa lo scomunica. Descrizione di Roma

Francese, e quello che vi si fa. Che cosa fosse la propaganda.

Pratiche di Carolina di Sicilia con Napoleone. Infelice

spedizione di Giovacchino in Sicilia. Manhes generale mandato

a pacificar le Calabrie, le pacifica, e con quali mezzi.

Era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità. L'Austria

depressa dal vincitore aspettava occasione di risorgere, alleggerendo le

disgrazie presenti per la speranza del futuro. Nè solo la spaventavano i

patti di Presburgo, pei quali tanta potenza le era stata scemata, ma

ancora i cambiamenti introdotti da Napoleone, non che in altre parti

d'Europa, nel cuore della Germania, e sulle frontiere stesse

dell'Austria. La spaventavano gli attentati palesi, la spaventavano le

profferte segrete, poichè Napoleone le esibiva ingrandimento nella

distruzione di uno stato vicino ed amico, il che le dava cagione di

temere, che se i tempi od i capricci cambiassero, avrebbe esibito

ingrandimento ad altri nella distruzione dell'Austria. Ma la potenza

tanto preponderante di Napoleone per la soggiogazione della Prussia e

per l'amicizia della Russia, non lasciava speranza all'Austria di

riscuotersi; però risolutasi al tirarsi avanti col tempo, ed

all'anteporre il silenzio alla distruzione, aspettava, che il rotto

procedere di Napoleone fosse per aprirle qualche via di raffrenare la

sua cupidità, e di procurare a se medesima salvamento. Le iniquità

commesse contro i reali di Spagna, che a tanto sdegno avevano commosso

gli Spagnuoli, e che obbligavano il padrone della Francia a mandar forti

eserciti per domargli, le parvero occasione da non doversi

pretermettere. Per la qual cosa, non abborrendo dall'entrare in nuovi

travagli, e dall'abbracciar sola questa guerra, si mise in sull'armare,

con fare che le compagnìe d'ordinanza non solo avessero i numeri interi,

ma la gente fiorita e bene in ordine; inoltre ordinava, e squadronava

tutta quella parte delle popolazioni, che era atta a portar le armi. Si

doleva Napoleone di sì romorosi apparecchj, affermando, non pretendere

coll'imperator d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco essere

a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli Austriaci ministri, e non

so quale Viennese setta, bramosa di guerra, come la chiamava, e

prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a Francesco,

l'avere conservato la monarchìa Austriaca, quando la poteva distruggere;

gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dall'armi. Ma l'Austria

non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui, che aveva incarcerato

per fraude i reali di Spagna. La confederazione Renana, la distruzione

dell'impero Germanico, Vienna senza propugnacolo per la servitù della

Baviera, Ferdinando cacciato da Napoli, il suo trono dato ad un

Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta, la Toscana

congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata cagione

all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno esser

capace, che a lei altro partito restasse che armi, o servitù. Solo le

mancava l'occasione; la offerse la guerra di Spagna, all'impresa della

quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che quello

era l'ultimo cimento per lei faceva apparati potentissimi. Un esercito

grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca Carlo in Germania.

Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale perseverava

nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse favorevole a

questo primo conato, si aveva in animo di attraversare la Selva Nera, e

di andare a tentare le Renane cose. Per ajutare questo sforzo, ch'era il

principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo, stanziava con un

corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccare nella Franconia,

tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima speranza poi

aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei Tirolesi, sempre

affezionati al suo nome, e desiderosi di riscuotersi dalla signoria dei

Bavari. Era questo moto di grave momento sì per la natura bellicosa

della nazione, e sì per tener aperte le strade tra i due eserciti di

Germania e d'Italia. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di questo

vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con un'oste

assai numerosa, massimamente di cavalli, l'arciduca Giovanni, giovane di

natura temperata, e di buon nome presso agl'Italiani. Stava Giovanni

accampato ai passi della Carniola e della Carintia, in atto di sboccare

per quei di Tarvisio e della Ponteba sulle terre Veneziane. Concorreva

sull'estrema fronte a tanto moto con soldati ordinati, o con cerne del

paese Giulay dalla Croazia e dalla Carniola, province, in cui egli aveva

molta dipendenza. Questo nervo di guerra parve anche necessario per

frenare Marmont, che con qualche forza di Napoleoniani governava la

Dalmazia. Stante poi che nelle guerre principale fondamento è sempre

l'opinione dei popoli, aveva Francesco con ogni sorta di esortazioni

confortato i suoi, della patria, dell'independenza, dell'antica gloria,

delle dure condizioni presenti, del futuro giogo più duro ancora

ammonendogli: il nome Austriaco risorgeva; concorrevano volentieri i

popoli alla difesa comune. Bande paesane armate stavano preste in ogni

luogo ai bisogni dello stato; maravigliosa fu la concitazione, nè mai

più promettenti sorti per l'Austria aveva veduto il mondo, come non mai

ella aveva fatto sì formidabile preparazione.

A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore.

Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà della

quiete. Ma da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non ingannandosi

punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato della mala

disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si preparava alla

guerra con mandar in Germania ed in Italia quanti soldati poteva

risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò non di meno

Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva, stava

meglio armato, e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar egli

medesimo alla guerra Germanica, perchè vedeva che sulle sponde del

Danubio erano per volgersi le definitive sorti e che nissun altro nome,

fuorchè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo. Quanto

all'Italia, diede il governo della guerra, in questa parte importante,

al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald. Si riposava

l'esercito Italico di Napoleone nelle stanze del Friuli, occupando la

fronte a destra verso la spiaggia marittima Palmanova, Cividale ed

Udine, a sinistra verso i monti San Daniele, Osopo, Gemona, Ospedaletto

e la Ponteba Veneta sin oltre alla strada per Tarvisio. Le altre schiere

alloggiavano a foggia di retroguardo a Pordenone, Sacile, Conegliano

sulle sponde della Livenza. Un altro corpo, che in due alloggiamenti si

poteva congiungere col primo, ed era in gran parte composto di soldati

Italiani agli stipendi del regno Italico, stanziava nel Padovano, nel

Trevisano, nel Bassanese e nel Feltrino. Accorrevano a presti passi dal

Bresciano e dalla Toscana nuove squadre ad ingrossare l'esercito

principale: l'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino.

L'arciduca Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe

avanti, e chi resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo

il dì nove aprile, al medesimo modo intimò la guerra a Broussier, che

colle prime guardie custodiva i passi della valle di Fella, per cui

superate le fauci di Tarvisio, si acquista l'adito a Villaco di

Carintia. Preparate le armi, pubblicavansi i discorsi. Sclamava Eugenio

vicerè, parlando ai popoli del regno, avere l'Austria voluto la guerra:

poco d'ora doversene star lontano da loro: girsene a combattere i nemici

del suo padre augusto, i nemici della Francia e dell'Italia: confidare

che sarebbero per conservare, lui lontano, quello spirito eccellente,

del quale avevano già dato con le opere sì vere testimonianze: confidare

che i magistrati bene e candidamente farebbero il debito loro, degni del

sovrano, degni degl'Italiani popoli mostrandosi: dovunque e quandunque

ei fosse, essere per conservar di loro e stabile ricordanza ed

indulgente affetto.

Dal canto suo l'arciduca Giovanni, prima di venire al ferro, non se ne

stava oziando con le parole, giudicando che potessero sorgere per tutta

Italia per le varie inclinazioni dei popoli, gravi e favorevoli

movimenti:

«Udite, diceva, Italiani, udite, e nei cuor vostri riponete, quanto la

verità, quanto la ragione da voi richieggono. Voi siete schiavi di

Francia, voi per lei le sostanze, voi la vita profondete. È l'Italico

regno un sogno senza realtà, un nome senza effetto. Gli scritti soldati,

le imposte gravezze, le usate oppressioni a voi bastantemente fan segno,

che niuna condizione di stato politico, che niun vestigio d'independenza

vi è rimasto. In tanta depressione voi non potete nè rispettati essere,

nè tranquilli, nè Italiani. Volete voi di nuovo Italiani essere?

Accorrete colle mani, accorrete coi cuori, ai generosi soldati di

Francesco imperatore congiungetevi. Manda egli un poderoso esercito in

Italia: non per sete di conquista il manda, ma per difendere se stesso,

ma per restituire l'independenza a tante europee nazioni, di cui la

servitù tanto è per tanti segni certa, quanto per tanti dolori dura.

Solo che Iddio secondi le virtuose opere di Francesco imperatore, e de'

suoi potenti alleati, fia novellamente Italia in se stessa felice, fia

da altri rispettata: avrà novellamente il capo della religione i suoi

stati, avrà la sua libertà. Una constituzione alla natura stessa, al

vero stato politico vostro consentanea, sarà per prosperare le italiche

contrade, e per allontanar da loro ogn'insulto di forza forestiera.

Promettevi Francesco sì fortunate sorti: sa l'Europa, essere la sua fede

tanto immutabile, quanto pura; il cielo, il cielo vi parla per bocca di

lui. Accorrete, Italiani, accorrete: chiunque voi siate, o qual nome

v'aggiate, o qual setta amiate, purchè Italiani siate, senza temenza

alcuna a noi venite. Non per ricercarvi di quanto avete fatto, ma per

soccorrervi e per liberarvi siamo in cospetto dell'Italiane terre

comparsi. Consentirete voi a restarvi, come ora siete, disonorati e

vili? Sarete voi da meno che gli Spagnuoli, eroica gente, che altamente

dissero, e che più altamente fecero che non dissero? Meno che gli

Spagnuoli amino, amate voi forse i vostri figliuoli, la vostra

religione, l'onore e il nome della vostra nazione? Abborrite voi forse

meno ch'essi, il vergognoso giogo a cui v'han posti coloro, che con

belle parole v'ingannarono, che con tristi fatti vi lacerarono?

Avvertite, Italiani, e negli animi vostri riponete ciò, che ora con

ragione e con verità vi diciam noi, che questa è la sola, questa

l'ultima occasione che a voi si scopre di vendicarvi in libertà, di

gettar via dai vostri colli il duro giogo che su tutta Italia s'aggrava:

avvertite, e negli animi vostri riponete, che se voi ora non vi

risentite, e se neghittosi ancora vi state ad osservare, voi vi mettete

a pericolo, quali dei due eserciti abbia ad aver vittoria, di non essere

altro più che un popolo conquistato, che un popolo così senza nome, come

senza diritti. Che se pel contrario con animi forti vi risolvete a

congiungere con gli sforzi dei vostri liberatori anco i vostri, e se con

loro andate a vittoria, avrà l'Italia novella vita, avrà suo grado fra

le grandi nazioni del mondo, e risalirà fors'anche al primo, come già il

primo si ebbe. Italiani, più avventurose sorti or sono nelle mani vostre

poste, in quelle mani che in alto alzando le faci indicatrici di

dottrina, di civiltà, di arti tolsero il mondo alla barbarie, e dolce, e

mansueto, e costumato il renderono. Milanesi, Toscani, Veneziani,

Piemontesi, e voi tutti popoli d'Italia, sovvengavi dei tempi andati,

sovvengavi dell'antica gloria: e tempi e gloria potranno rinstaurarsi, e

rinverdirsi più prosperi e più splendidi che mai, se fia che voi un

generoso cooperare ad un pigro aspettare anteponiate. Volere, fia

vittoria; volere, fia tornarvi più lieti e più gloriosi, che gli

antenati vostri ai tempi del maggiore splendor loro non furono».

A questo modo l'arciduca spronava gl'Italiani, acciò non avessero a

disperarsi di vedere la patria loro rimanere in altro grado che

d'ignominiosa e perpetua servitù. Ma le sue esortazioni non partorirono

effetti d'importanza, perchè coloro che avevano le armi in mano,

parteggiavano, come soldati, per Napoleone: gl'inermi odiavano bensì la

signoria Francese, ma non si fidavano di quella dell'Austria, nè che la

vittoria di lei fosse per essere la libertà d'Italia pareva lor chiaro:

tutti poi spaventava la ricordanza ancor fresca del caso di Ulma. Nè

appariva che fosse per nascere alterazione tra Napoleone ed Alessandro,

la quale sola avrebbe potuto dare speranza probabile di buon successo.

Addì dieci d'aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca,

varcata la sommità dei monti al passo di Tarvisio, e superato, non però

senza qualche difficoltà per la resistenza dei Francesi, quello della

Chiusa s'avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante

corredo di artiglierìe e di cavallerìa passava l'Isonzo, e minacciava

con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei Napoleoniani. Fuvvi un feroce

incontro al ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto

valorosamente. Ma ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli

Austriaci, che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò per ordine

del vicerè sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il

principe a piantare il suo alloggiamento in Sacile sulla Livenza,

attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì

quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal

Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze

di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli

che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si

deliberava ad assaltar l'inimico, innanzi che egli avesse col grosso

della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano. Del

quale consiglio, non che lodare, biasimare piuttosto si dovrebbe il

principe; poichè sebbene l'arciduca non avesse ancora tutte le sue genti

adunate in un sol corpo, tuttavia sopravvanzava non poco di forze, e non

che fosse dubbio il cimento, era da temersi che gli Austriaci sarebbero

rimasti superiori; che se conveniva all'arciduca, siccome fornito di

maggior forza, il dar dentro, non conveniva al principe, che l'aveva

minore: doveva Eugenio in questo caso anteporre la prudenza all'ardire.

Erano i Francesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e

Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo,

Broussier a sinistra: le fanterìe e le cavallerìe del regno Italico

formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i

Tedeschi, correva il dì sedici aprile: destossi una gravissima contesa

nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie

volte cacciati e rincacciati: i soldati Italiani combatterono

egregiamente. Pure restò Palsi in potestà dell'arciduca: e già i

Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavallerìe,

insistevano; la destra dei Francesi molto pativa; Seras e Severoli si

trovavano pressati con urto grandissimo, ed in grave pericolo. Sarebbero

anche stati condotti a mal partito, se Barbou dal mezzo non avesse

mandato gente fresca in loro ajuto. Avuti Seras questi soldati di

soccorso, preso nuovo animo, pinse avanti con tanta gagliardìa, che

pigliando del campo scacciò il nemico, non solamente da Palsi, ma ancora

da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento. L'arciduca,

veduto che il mezzo della fronte Francese era stato debilitato pel

soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette,

che non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto

opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi, che già

manifestamente declinavano: Barbou eziandìo si difendeva con molto

spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la

battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave

e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Francesi

d'impeto e d'ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar

Porcia; ma contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne

a capo. In quest'ostinato combattimento rifulse molto egregiamente la

virtù del colonnello Giflenga, mentre guidava contro il nemico uno

squadrone di cavalli Italiani. Fuvvi gravemente ferito il generale

Teste, guerriero molto prode. Durava la battaglia già da più di sei ore,

nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più

l'arciduca con nuovi ajuti la fronte, costrinse i Napoleoniani a

piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere, e ucciso

loro di molta gente. Patì molto la cavallerìa di Francia; fu anche

danneggiata fortemente la schiera di Broussier, che servendo di

retroguardo alle altre mezzo rotte e ritirantisi, ebbe a sostenere tutto

l'impeto del nemico vincitore. Se la notte, che sopraggiunse, non avesse

posto fine al perseguitare del nemico avrebbero i Francesi e gl'Italiani

pruovato qualche pregiudizio molto notabile. Perdettero in questa

battaglia di Sacile i Napoleoniani circa due mila cinquecento soldati

tra morti, feriti e prigionieri: non mancarono dei Tedeschi più di

cinquecento. Dopo l'infelice fatto non erano più le stanze di Sacile

sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato

debolmente dai Tedeschi, sempre lenti perseguitatori dei nemici vinti, e

perciò perdenti molte buone occasioni, sulle sponde dell'Adige. Quivi

vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già

stanziavano nelle terre Veronesi, e quelli che sotto Durutte dalla

Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai

Napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra

fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare

in lui la riputazione di ogni impresa segnalata. Passò l'arciduca la

Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del

Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco

frutto: tentò con un grosso sforzo il sito fortificato di Malghera per

aprirsi la strada alle lagune di Venezia; ma non sortì effetto. Si

apprestava non ostante ad andar a trovar il nemico sulle rive

dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardìa, dominio

antico dei suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel

seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca

importanza; si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra

del Polesine; e fu per loro in mal punto; perchè Napoleone tornato

superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, gli

soggettò all'imperio militare, ed alla pena del bastone per le

trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo

di sangue; gli dessero, per essere immolati, quattro di loro. Per

intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo

dell'imperatore, fu ridotto il numero a due; questi comperarono

coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.

Intanto l'arciduca Carlo, varcato l'Oeno, aveva occupato la Baviera; e

col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa

pareva su quei primi principj dar favore allo sforzo dell'imperatore

Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.

Annidavansi negli animi di questo popolo armigero e virtuoso molte male

soddisfazioni. Assuefatti da lungo tempo al mansueto dominio della casa

d'Austria, molto mal volentieri sopportavano la signorìa dei Bavari,

come non consueta, e come, se non per antico costume, almeno per gli

esempj freschi, e fors'anche pei comandamenti Napoleonici, dura e

soldatesca. S'aggiungeva, che il re di Baviera aveva abolito l'antica

constituzione del Tirolo, riducendo la forma politica alla potestà

assoluta, anche in materia di tasse. S'accordarono parte segretamente,

parte palesemente per secondare con ogni nervo l'impresa dell'antico

loro signore. L'Austria gli aveva fomentati, mandando per le montagne di

Salisburgo nel Tirolo Jellacich con un corpo di regolari.

Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Oeno, e

l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi mossi da una sola

mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e

diedero addosso alle truppe Bavare e Francesi, che nelle terre loro

erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer,

albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna

qualità eminente, dico di quelle alle quali il secolo va preso: bensì

era uomo di retta mente, e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle

solitudini dei Tirolesi monti, ignorava il vizio e i suoi allettamenti.

I Parigini ed i Milanesi spiriti, anche i più eminenti, correvano alle

lusinghe Napoleoniche, povero albergator di montagna, perseverava Hofer

nell'innocente vita. Allignano d'ordinario in questa sorte d'uomini due

doti molto notabili, l'amore di Dio, e l'amore della patria: l'uno e

l'altro risplendevano in Andrea. Per questo la Tirolese gente aveva in

lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione;

comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai

veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contento al

servire od al principe, od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide

incendj di pacifici tuguri, vide lo strazio e la strage dei suoi; nè per

questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle

battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere

sorti avevano dato in sua potestà, fosse messo a morte: anzi i feriti

dava in cura alle Tirolesi donne, che e per se, e per rispetto di Hofer

gli accomodavano di ogni più ospitale servimento. Distruggeva Napoleone

le patrie altrui, sdegnoso anche contro gli amici: difendeva Hofer la

sua, dolce anche contro coloro, che la chiamavano a distruzione ed a

morte. Lascio io volentieri le illustri penne della vile età nostra

lodare i colpevoli fatti dei potenti; ma non mi sarà, credo, negato,

ch'io col mio basso ed oscuro stile mi diletti spaziando nel raccontare

le generose opere di coloro, ai quali più arrise la virtù che la

fortuna.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 4 / 23 段