A tanto oltraggio il pontefice, quantunque in potestà d'altri già fosse

ridotto, gravemente risentissi. Scrisse ai cardinali, si ricordassero

degli obblighi e dei giuramenti loro verso la santa Sede, imitassero il

suo esempio, sofferissero piuttostochè contaminarsi, non potere sua

santità permettere che partissero; proibirlo anzi a tutti ed a singoli

in virtù di quella obbedienza che a lui giurato avevano. Raccomandava, e

comandava loro, prevedendo che la forza gli avrebbe indegnamente divulsi

dal suo grembo, che se a qualche distanza di Roma fossero lasciati, non

continuassero il viaggio; vedesse il mondo che la forza altrui, non la

volontà loro, gli sveglieva da Roma.

La sovranità del papa a grado a grado dai violenti occupatori si

disfaceva. Commettevano il male, non volevano che si sapesse. Soldati

Napoleoniani furono mandati alla posta delle lettere, dove, cacciate le

guardie pontificie, ogni cosa recarono in poter loro. Postovi poscia

soprantendenti e spie, non solamente s'impadronivano degli spacci, ma

ancora, secondochè loro aggradiva, aprivano e leggevano le lettere,

enorme violazione della fede sì pubblica che privata, e del diritto

delle genti. Al medesimo fine invasero tutte le stamperie di Roma per

modo che nulla, se non quanto permettevano essi, stampare si potesse.

Quindi nasceva che nelle scritture che ogni giorno si pubblicavano,

massimamente nelle gazzette, le adulazioni verso Napoleone, e gli

scherni contro il papa erano incessabili. Il papa stesso non potè

pubblicare colle stampe una sua allocuzione ai cardinali del mese di

marzo, e fu costretto a mandarne le copie attorno scritte a penna, ed

autenticate di suo pugno.

Tolta al papa la forza civile, si faceva passo al torgli la militare.

Incominciossi dalle arti con subornare i soldati, le Napoleoniche glorie

e la felicità degl'imperiali soldati magnificando. Esortavansi

instantemente i papali ad abbandonar le insegne della chiesa, ed a porsi

sotto quelle dell'imperio. Pochi consentirono; i più resisterono.

Riuscite inutili le instigazioni, toccossi il rimedio della forza;

l'atto cattivo fu accompagnato da parole peggiori. Parlava Miollis il dì

ventisette marzo ai soldati del papa: essere l'imperatore e re contento

di loro, non esser più all'avvenire per ricever ordini nè da femmine, nè

da preti; dovere i soldati esser comandati da soldati; stessero sicuri,

che non mai più tornerebbero sotto le insegne dei preti; darebbe loro

l'imperatore e re generali degni per bravura di governargli. Questi

erano scherni molto incivili. Del rimanente, che le femmine ed i preti

abbiano comandato a soldati, in quel modo che il diceva il generale

Napoleonico, poichè nè il papa, nè i cardinali, nè alcuna donna di Roma

erano generali, o colonnelli, si è veduto (il che però io non sarò mai

per lodare) in tutti i tempi ed in tutti i paesi, anche in Francia, e

nel regno ultimo d'Italia. Miollis stesso vide peggio, poichè vide Elisa

principessa, e Carolina regina, Napoleonidi, far rassegne e mostre, e

comandar mosse d'imperiali soldati. Un Frici colonnello, mancando nella

fede, si accomodò coi nuovi signori: fu accarezzato. Un Bracci

colonnello ricusò: fu carcerato, poi bandito. Carcerati altri tre, e

mandati, per aver conservato la fede loro, nella fortezza di Mantova. A

questo modo stimavano e ricompensavano i Napoleoniani gli uomini fedeli

ai loro principi ed alle loro patrie. I soldati furono per forza

costretti alle insegne Napoleoniche, e mandati prima in Ancona, poscia

nel regno Italico per essere ordinati secondo le forme imperiali.

Restava il santo padre nel suo pontificale palazzo con poche guardie,

piuttosto ad onore che a difesa. Vollero i Napoleoniani che quest'ultimo

suo ricetto fosse turbato dalle armi forestiere, non contenti, se non

quando il sommo pontefice fosse in vero carcere ristretto. Andavano il

dì sette aprile all'impresa del prendere il pontificale palazzo;

s'appresentavano alla porta: il soldato svizzero, che vi stava a

guardia, rispose che non lascerebbe entrar gente armata, ma solamente

l'uffiziale che le comandava. Parve soddisfarsene il capitano

Napoleonico: fatto fermar i soldati, entrava solo; ma non così tosto fu

lo sportello aperto e l'ufficiale entrato, che aggiungendo la sorpresa

alla forza, fece segno a' suoi che entrassero. Entrarono: volte le

baionette contro lo svizzero, occuparono l'adito. S'impadronirono,

atterrando romorosamente le porte, delle armi delle papali guardie; i

più intimi penetrali invasero. Intimarono al capitano della guardia

Svizzera, sarebbe ai soldi e sotto le insegne di Francia: ricusò

costantemente. Le medesime intimazioni fecero alle guardie delle

finanze, e perchè ricusarono, le condussero carcerate in castello.

Intanto altri corpi di Napoleoniani giravano per la città: quante

guardie nobili incontrarono, tante arrestarono.

Di tanti eccessi querelavasi gravissimamente il pontefice con Miollis;

ma le sue querele non muovevano il generale Napoleonico; che anzi negli

eccessi moltiplicando, faceva arrestare da' suoi soldati monsignor

Guidobono Cavalchini, governator di Roma, ordinando che fosse condotto a

Fenestrelle, fortezza alle fauci dell'Alpi sopra Pinerolo, che fondata

dai re di Sardegna a difesa d'Italia, era ora per volontà di Napoleone

divenuta carcere degl'Italiani, che anteponevano la fede alla fellonìa.

Accusarono Cavalchini dello aver negato di ministrar giustizia secondo

le leggi e regole del paese; del quale fallo, se era vero, il papa solo,

non i forestieri, doveano giudicare. I napoleoniani portarono il prelato

dentro i cavi sassi dell'orrido Fenestrelle.

A questi tratti il pontefice, fatto maggiore di se medesimo, in istile

grave e profetico a Napoleone le sue parole rivolgendo: «Per le viscere,

diceva, della misericordia di Dio nostro, per quel Dio, che è cagione,

che il sole levante venne dall'alto a visitarci, esortiamo, preghiamo,

scongiuriamo te, imperatore e re Napoleone, a cambiar consiglio, a

rivestirti dei sentimenti che sul principiar del tuo regno manifestasti:

sovvengati, che Dio è re sopra di te: sovvengati, ch'ei non eccettuerà

persona; sovvengati, ch'ei non rispetterà la grandezza d'uomo che sia;

sovvengati, ed abbi sempre alla mente tua davanti, ch'ei si farà vedere,

e presto, in forma terribile, poichè quelli che comandano agli altri,

saranno da lui con estremo rigore giudicati».

Napoleone cieco, e dall'inevitabile suo destino tratto, non attendeva

alle spaventose e fatidiche voci del pontefice. Decretava il due aprile,

che, stantechè il sovrano attuale di Roma aveva costantemente ricusato

di far guerra agl'Inglesi, e di collegarsi coi re d'Italia e di Napoli a

difesa comune della penisola; stantechè l'interesse dei due reami, e

dell'esercito d'Italia e di Napoli esigevano che la comunicazione non

fosse interrotta da una potenza nemica; stantechè la donazione di

Carlomagno, suo illustre predecessore, degli stati pontificj era stata

fatta a benefizio della cristianità, non a vantaggio dei nemici della

nostra santa religione; stante finalmente che l'ambasciadore della corte

di Roma appresso a lui aveva domandato i suoi passaporti, le province

d'Urbino, Ancona, Macerata e Camerino fossero irrevocabilmente e per

sempre unite al suo regno d'Italia: il regno Italico il dì undici maggio

prendesse possessione delle quattro province, vi si pubblicasse ed

eseguisse il codice Napoleone; fossero investite nel vicerè amplissime

facoltà per esecuzione del decreto.

Già innanzi che questo decreto fosse preso, e quando ancora i negoziati

colla santa sede erano in pendente, aveva Napoleone nelle quattro

province, non solamente usato l'autorità sovrana con manifesta

violazione di quella del pontefice, ma ancora commesso atti di vera

tirannide. Vi aveva mandato con titolo ed autorità di governatore il

generale Lemarrois, il quale non così tosto vi fu giunto, che cassò

dalla porta d'Ancona le arme del papa; sostituì quelle dell'imperatore,

diede e tolse ordini ai magistrati della provincia, e tant'oltre

trascorse, che fece arrestare e condur prigione nel castello di Pesaro

monsignor Rivarola, governator di Macerata pel pontefice.

Il giorno stesso dei due aprile l'imperatore, conoscendo quanti prelati

natii delle provincie unite fossero in Roma ai servigi del pontefice, e

volendo privare il santo padre del sussidio di tanti servitori ed amici,

decretava, che tutti i cardinali, prelati, uffiziali ed impiegati

qualsivogliano appresso alla corte di Roma, nati nel regno d'Italia

fossero tenuti, passato il dì venticinque di maggio, di ridursi nel

regno; chi nol facesse, avesse i suoi beni posti al fisco: i beni già si

sequestrassero a chi non avesse obbedito il dì cinque giugno. Questa

deliberazione tanto più era da biasimarsi, quanto con lei s'impediva al

pontefice, oltre l'esercizio dell'autorità temporale, la quale sola

l'imperatore affermava voler annullare, ancora quello della spirituale,

poichè il pontefice da se, e senza consiglieri ed impiegati, non poteva

adempire nè l'uno nè l'altro ufficio. Taccio la crudeltà di voler torre

sotto pena anche di confiscazione di beni, ad antichi e vecchi servitori

sussidj di vita, dolcezza di abitudini, uso di un aere consueto. Nè so

comprendere quale nuova dottrina sia questa, che l'uomo onorato non sia

padrone di viversene dove più le pare e piace, e che chi è nato in un

luogo debba, come se fosse una pianta, dimorarvi perpetuamente.

Nè solo la violenza del voler torre i servitori al papa si usò contro

coloro, che erano nati nel regno Italico, ma ancora contro quelli che,

sebbene venuti al mondo in Roma, possedevano uffizj spirituali in quel

regno. Il dì quindici luglio soldati Napoleoniani entrarono nel

pontificale palazzo, e minacciosamente introdottisi nelle stanze del

cardinal Giulio Gabrielli, segretario di stato e vescovo di Sinigaglia

suggellarono il suo portalettere, e il diedero alla guardia di un

semplice soldato. Poscia soldatescamente comandarono al cardinale,

uscisse da Roma, termine due giorni, e se n'andasse al suo seggio di

Sinigaglia. Si opprimeva e scacciava per tal modo da coloro, che di ciò

fare niuna legittima facoltà avevano, un uomo nato in Roma, d'illustre

legnaggio, di conosciuta innocenza, un vescovo, un cardinale, un primo

ministro del papa. Accrebbe gravità al caso l'essergli stata fatta

l'intimazione nel palazzo pontificale, ed al cospetto stesso del

pontefice. Tanta violenza ed oltraggio commisero i Napoleoniani contro

il cardinale, perchè obbediendo agli ordini del suo signore, aveva dato

instruzioni per direzioni delle coscienze, a chi ne aveva bisogno.

Sclamò il papa, questi essere delitti; i Napoleoniani non vi abbadarono.

Eugenio vicerè con solenne decreto del venti maggio spartiva le quattro

provincie in tre dipartimenti, del Metauro, del Musone, e del Tronto

chiamandogli. Avesse il primo Ancona per metropoli, il secondo Macerata,

il terzo Urbino. Fosse in Ancona ad ulteriore ordinamento di questi

territorj un magistrato politico: chiamovvi Lemarrois presidente, e due

consiglieri di stato.

Si esigevano nelle province unite i giuramenti di fedeltà

all'imperatore, d'obbedienza alle leggi e constituzioni. Il pontefice,

che non aveva riconosciuto l'unione, e che anzi aveva contro la medesima

protestato, non consentiva ai giuramenti pieni. Inoltre fra le leggi a

cui si giurava obbedienza, era il codice Napoleone, nel quale, secondo

l'opinione del pontefice, si contenevano capitoli contrarj, massime pei

matrimonj, ai precetti del vangelo, ed ai decreti dei concilj,

particolarmente del Tridentino. Perciò aveva scritto ai vescovi,

decretando che fossero illeciti i giuramenti illimitati, implicando

infedeltà e fellonìa verso il governo legittimo, e che solo si potesse

promettere, e giurare di non partecipare in alcuna congiura, o trama, o

sedizione contro il governo attuale, ed altresì di essergli fedele ed

obbediente in tutto, che non fosse contrario alle leggi di Dio e della

Chiesa. Ingiungeva ancora, che questo giuramento stesso niuno prestasse,

se non astretto dall'ultima necessità, e quando il ricusarlo potesse

portare con se qualche grave pericolo o pregiudizio. Protestava, che non

intendeva per questa sua condiscendenza e permissione, dismettere o

rinunziare i suoi diritti sopra i suoi sudditi, e gli altri che gli

competevano, i quali tutti voleva conservare intieri ed illesi.

Comandava inoltre, che niuno accettasse cariche od impieghi, dai quali

ne nascesse la riconoscenza dell'usurpazione. Dichiarava finalmente, sua

volontà essere, che i vescovi ed altri pastori ecclesiastici non

cantassero i cantici spirituali, e particolarmente l'Ambrosiano, perchè

non si conveniva, che in tanta afflizione della Chiesa, e fra tante

opere violente ed ingiuste commesse contro di lei, si dessero segni di

allegrezza nei tempj santi.

La volontà del pontefice manifestata ai vescovi nella materia dei

giuramenti gli constituiva in molto difficile condizione; perchè dall'un

de' lati Napoleone non voleva rimettere della sua durezza, dall'altro i

vescovi ripugnavano a trasgredire i comandamenti del capo supremo della

Chiesa. Posti fra le pene spirituali e le temporali, non sapevano a qual

partito appigliarsi: ed era venuta la cosa tra la confiscazione e

l'esilio da una parte, e il trasgredire dall'altra. Nè non meritava

considerazione il pensare, quanto all'esilio, a quale mancanza di

sussidj e di conforti spirituali verrebbero esposti i fedeli, se i

pastori eleggessero quello, che il papa loro comandava. Napoleone

intanto fulminava, e per mezzo del suo ministro dei culti intimava, che

chi non andasse a Milano per giurare, avrebbe bando e confiscazione di

beni. Vinse nei più la volontà del pontefice: e però già il cardinal

Gabrielli, vescovo di Sinigaglia, i vescovi d'Arcolo Cappelletti, e di

Castiglione di Montalto con altri loro compagni, erano in punto d'esser

presi e trasportati in lontane regioni, con quell'aggiunta della

confiscazione. A mitigare la durezza del tempo, ed a procurare loro

qualche conforto giunse opportunamente Eugenio vicerè, mandato dal

padre, che temeva gli effetti della resistenza ecclesiastica. Videro il

giovine principe i vescovi, e con lui ristrettisi udirono da lui lodarsi

gli scrupoli e la costanza loro nel non voler far quello, a che

ripugnavano la coscienza propria e gli ordini del moderatore sovrano

della Chiesa. Gl'informava, intenzione essere dell'imperatore, che si

sospendessero per qualche giorno le esecuzioni rigorose: mandassero

intanto i loro deputati al santo padre, e procurassero d'impetrare da

lui, che i giuramenti si prestassero con alcuna modificazione. Le

modificazioni alle quali consentiva l'imperatore erano di tre sorti;

primieramente, fossero dispensati i vescovi dal viaggio di Milano ed in

cospetto dei prefetti prestassero i giuramenti; secondamente, non

sarebbe da loro richiesto altro giuramento, che quello statuito nel

concordato ed appruovato dal pontefice, nel quale non si parlava nè di

leggi, nè di costituzioni; terzamente, fosse loro lecito, innanzichè

pronunziassero la forma del giuramento, esprimere, con quanta pubblicità

volessero, che non volevano e non intendevano pronunciarla, se non nel

senso diritto e puramente cattolico; dal che si sperava, che e il

governo resterebbe appagato, e le coscienze illese. Non si lasciò il

pontefice piegare ad alcuna modificazione. Da ciò ne nacque, che alcuni

vescovi giurarono, fra gli altri l'arcivescovo d'Urbino, cosa sentita

con molto sdegno dal papa: gli altri che ricusarono, andarono soggetti

alle pene.

Circa l'accettazione degli impieghi ed uffizi civili, ed

all'amministrazione dei sacramenti a coloro, che gli avessero accettati,

aveva il pontefice statuito, che incorressero le censure coloro, che

accettassero quegl'impieghi ed uffizi, i quali tendessero a ruina delle

leggi di Dio e della Chiesa; gli altri fosse lecito accettare per

dispensa del vescovo. Ma Napoleone, seguitando la sua volontà

inflessibile ed arbitraria, ed a lei posponendo ogni altro rispetto,

voleva che i vescovi pubblicamente dichiarassero, esser lecito per le

leggi della Chiesa servire in qualunque carica od impiego il governo, e

che a chi il servisse, amministrerebbero i sacramenti. Non obbedirono:

affermavano, che se l'imperatore diceva sue ragioni per impadronirsi

delle provincie, il papa diceva anche le sue per conservarle, e che alla

fine a loro non s'apparteneva il definire sì gran contesa: che però

senza taccia d'infamia e di prevaricazione, non potevano dichiarare

lecito indistintamente ogni ufficio ed impiego; che l'amministrazione

de' sacramenti, e nominatamente l'assoluzione dei peccati e delle

censure ecclesiastiche, intieramente dipendevano dall'autorità superiore

del pontefice; che se i subordinati oltrepassassero i termini posti da

lei, l'assoluzione sarebbe nulla e di niun valore, non solamente nel

foro esteriore, ma ancora a cospetto di Dio; che queste non erano

opinioni che potessero ancora venir in controversia, ma dogmi

inconcussi, dogmi di quella religione che dominava nel reame d'Italia

per confessione stessa dell'imperatore; che se il papa era stato

spogliato di una parte del suo dominio temporale, rimaneva intiera e

piena la sua potestà spirituale; che a lui solo spettava la facoltà di

definire in queste materie il lecito e l'illecito, e di allargare o di

restringere la giurisdizione dei prelati inferiori; che pertanto sarebbe

attentato scismatico e distruttivo dell'unità cattolica, il contraddire

pubblicamente i suoi giudizi; essere parati, attestavano, a promuovere e

mantenere con tutti i mezzi, che fossero in facoltà loro, la quiete

dello stato, ma non voler arrogarsi una giurisdizione che a loro non

competeva, e che non potrebbero, se non se sacrilegamente ed inutilmente

usare. Così era nelle quattro province un conflitto tra armi ed

opinioni, armi forti ed opinioni inflessibili: gli uomini distratti tra

la coscienza e gl'interessi non sapevano più dove volgersi: prigioni a

chi s'allontanava dalle armi, maledizioni a chi s'allontanava dalle

opinioni, discordia, dolore e miseria per tutti. Tal era la condizione

delle Marche, una volta sì prospere e sì felici, ora cadute ed infelici.

Quanto al papa bene aveva operato Pio settimo col protestare, come fece,

con tanta energia contro la usurpazione della sua sovranità: ma nel

restante avrebbe dovuto imitare la prudenza, e la paterna sopportazione

di Pio sesto, suo glorioso antecessore. L'usare inflessibilità, mentre

era inutile, contro Napoleone, esponeva i sudditi a calamità

innumerabili. Il protestare contro l'usurpatore era ufficio

indispensabile di sovrano, ed anche bastava per conservar incolumi i

suoi diritti; il sopportare con agevolezza e mansuetudine la faccenda

dei giuramenti era ufficio di padre verso i suoi figliuoli.

Pubblicava Pio una solenne protesta:

«Il decreto pubblicato, diceva, d'ordine dell'imperatore e re Napoleone,

che subitamente ci spoglia del dominio libero ed assoluto delle province

della Marca d'Ancona, dominio, di cui per consentimento di tutti,

durante dieci secoli e più, hanno sempre i nostri predecessori goduto,

non solamente contro di noi fu fatto, contro di noi per tanti anni da

tanti dolori trafitti, da tante tempeste battuti per cagione di colui,

che con quella maggiore amorevolezza che per noi si è potuto,

abbracciato abbiamo, ma ancora contro la Chiesa Romana, contro la Sedia

apostolica, contro il patrimonio del principe degli apostoli. Nè

sappiamo, se in questo decreto sia maggiore l'oltraggio della forma, o

la iniquità del fatto. Per certo, se in così grave accidente tacessimo,

ciò fora meritamente a mancanza del nostro apostolico dovere, a

violazione dei giuramenti nostri imputato. Che se poi vogliamo por mente

ai motivi del decreto, facilmente ci persuaderemo, maggiore obbligo

legarci a rompere il silenzio, perciocchè ingiuriosi sono, e contaminano

la purità e l'integrità delle nostre deliberazioni. L'oltraggiare ed il

mentire sonsi aggiunti all'ingiustizia. Che un principe inerme e

pacifico, che non solo non dà cagione di dolersi di lui ad alcuno, ma

che ancora allo stesso imperatore dei Francesi ebbe con tanti manifesti

segni la sua affezione dimostrato, i propri interessi e quelli de' suoi

sudditi anche offendendo, sia spogliato de' suoi dominj per non aver

creduto, che gli fosse lecito di obbedire agli ordini di colui, che

gl'ingiungeva di abbandonare la sua neutralità con tanta fede e scrupolo

conservata, e di far lega di guerra contro coloro, che a modo nissuno

turbato nè offeso l'avevano, già per se sarebbe una grandissima

ingiustizia; che se poi un principe, che fosse signore di un grande

impero avesse giustissime cagioni di ricusare una lega nemica, qual cosa

si dovrebbe dire, e pensare del sommo pontefice, vicario in terra

dell'autor primo di pace, obbligato in forza del suo apostolato supremo

al ministerio di padre comune, ad un uguale amore verso tutti i fedeli

di Gesù Cristo, ad un eguale odio contro tutte le nimicizie? Passa il

decreto per dissimulazione artifiziosa sotto silenzio questi obblighi

nostri, queste voci della coscienza nostra, obblighi e voci, che tante

volte, e per lettere nostre, e per bocca dei nostri legati, candidamente

e sinceramente all'imperator Napoleone rappresentammo. Ma l'ingiustizia

sua procede anche più oltre, posciachè ci rimprovera l'esserci noi da

quest'alleanza astenuti, per non essere obbligati a volgere le armi

contro gl'Inglesi esclusi dalla comunanza cattolica. Nella quale

ingiustizia contiensi una grande ingiuria: poichè sa egli, quantunque il

taccia, quante volte gli protestammo, non poter entrare in una lega

perpetua per non essere costretti a guerra contro tanti principi

cattolici, a quanti a lui piacesse di far guerra ora e per sempre.

Dogliamoci inoltre, come di offesa grave ed odiosa, ch'ei ci accusi di

rifiutar l'alleanza, affinchè la penisola resti facilmente esposta agli

assalti dei nemici. Sallo, e chiamiamo in testimonio e giudice tutta

l'Europa, che vede da tanti anni le Italiane spiagge occupate da soldati

Francesi, sallo, e chiamiamo in testimonio e giudice l'imperatore

stesso, che tace la condizione da noi offerta, ch'ei mettesse in tutt'i

porti ed in tutti i lidi nostri i suoi presidj. Havvi in questo silenzio

più ingratitudine ancora, che menzogna, posciachè ei non ignora punto,

quanto danno ridonderebbe ai sudditi nostri dalla chiusura dei porti, e

quanto sdegno contro di noi ne prenderebbero i suoi nemici. Ma se per

onestare la sua usurpazione, offende la verità del pari che la

giustizia, incredibile da un altro canto è la maraviglia da noi

concetta, che pel fine medesimo non gli abbia ripugnato l'animo al

servirsi della donazione di Carlomagno. Noi non possiamo restar capaci,

come l'imperatore, dopo lo spazio di dieci secoli, s'attenti di

risuscitare, e di attribuirsi la successione di Carlomagno, nè come la

donazione di Carlomagno risguardi i dominj usurpati della Marca

d'Ancona.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 3 / 23 段