Le ruine si moltiplicavano; la Spagna ardeva, l'Italia, e la meridional

parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria

spaventata, la Prussia serva, la Russia divota, la Turchìa aderente, la

terraferma Europea tutta obbediente a Napoleone o per forza, o per

condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuore d'Italia, debole per

soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà. Napoleone

spinto dall'ambizione, ed acciecato dalla prosperità aveva messo fuori

certe parole sull'imperio di Carlomagno, suo successore nei dritti e nei

fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia, che da lui

traevano gli stipendj, avessero potuto, imperatore dei Francesi

chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva possessione, non

che della Francia, di tutta l'Italia, di tutta la Spagna, di tutta la

Germania, di quanto insomma componeva l'impero d'Occidente ai tempi di

quel glorioso imperatore.

Adunque con quell'insegna di Carlomagno in fronte s'avventava contro il

papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome tant'alto

suona, non fosse ridotta in sua potestà. Gli pesava, che ancora in

Italia una piccola parte fosse, che a lui non obbedisse. Dal canto suo

il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in quella

condizione servile, nella quale erano caduti chi per debolezza e chi per

necessità quasi tutti i principi d'Europa. Così chi aveva armi cedeva,

chi non ne aveva resisteva. Pio settimo, non che resistesse, fortemente

rimostrava al signore della Francia acerbamente dolendosi, che per gli

articoli organici, e pel decreto di Melzi fossero stati i due concordati

guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche a violazione

manifesta dei decreti dei concilj, e del santo vangelo stesso. Si

lamentava che nel codice civile di Francia, introdotto anche per ordine

dell'imperatore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto

contrario alle massime della Chiesa, ed ai precetti divini.

Rimproverava, che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed

era la Francia, con legge uguale si ragguagliassero la religione

cattolica, e le dissidenti, non esclusa anche l'ebrea, nemica tanto

irreconciliabile della religione di Cristo.

Di tutte queste cose ammoniva l'imperatore, dell'esecuzione delle sue

promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone

vincitore dell'Austria, della Prussia e della Russia, non era più quel

Napoleone ancor tenero ne' suoi principj. Per la qual cosa volendo ad

ogni modo venir a capo del suo disegno del farsi padrone di Roma, o che

il papa vi fosse, o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che

essendo egli il successore di Carlomagno, gli stati pontificj, siccome

quelli che erano stati parte dell'impero di esso Carlomagno,

appartenevano all'impero Francese; che se il pontefice era il signore di

Roma, egli ne era l'imperatore; che a lui, come a successore di

Carlomagno, il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come

egli al pontefice la doveva nelle spirituali, che uno dei diritti

inerenti alla sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il

signore di Roma a far con lui, e co' suoi successori, una lega difensiva

ed offensiva per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice,

essendo soggetto all'imperio di Carlomagno, non si poteva esimere

dall'entrare in questa lega, e dall'avere per nemici tutti coloro che di

lui Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto

da lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la

donazione di Carlomagno, di spartire gli stati pontificj e di dargli a

chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe

l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore con

potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice qualità di

vescovo di Roma.

Quest'estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato a

Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta

l'autorità sua l'aveva ajutato a salire sul suo seggio imperiale,

dimostrava in chi le faceva, una risoluzione irrevocabile. Rispondeva il

pontefice, esser caso maraviglioso, che il sovrano di Roma, dopo dieci

secoli di possessione non contestata, fosse necessitato a far le sue

difese contro colui, che pocanzi aveva consecrato imperatore; sapere il

mondo, che il glorioso imperatore Carlomagno, la cui memoria sarà sempre

benedetta nella chiesa, non aveva dato alla santa Sede le province di

dominio pontificio: sapere che già dai tempi molto anteriori a

Carlomagno, erano esse state possedute dai pontefici Romani per la

dedizione libera dei popoli abbandonati dagli imperatori d'Oriente;

sapere, che nel progresso dei tempi l'esarcato di Ravenna, e della

Pentapoli, che queste medesime province comprendeva, essendo stato

invaso dai Longobardi, l'illustre e religioso Pipino, padre di

Carlomagno, lo aveva loro tolto dalle mani per un atto di donazione

solenne a papa Stefano attribuendolo; che quel grande imperatore,

l'ornamento e l'ammirazione dell'ottavo secolo, non che avesse voluto

rivocare il pietoso e generoso atto di Pipino suo padre, l'aveva anzi

confermato, ed appruovato sotto papa Adriano; che, non che avesse voluto

spogliare la Romana Sede delle sue possessioni, non altro aveva fatto,

nè voluto fare che restituirgliele ed aumentargliele; che tant'oltre era

proceduto, che aveva comandato espressamente nel suo testamento a' suoi

tre figliuoli di difenderle colle armi; che a' suoi successori nissuna

potestà, nissun diritto aveva lasciato di rivocare quanto Pipino suo

padre aveva fatto a favore della cattedra di San Pietro; che solo ed

unico suo intento era stato di tutelar i pontefici Romani contro i loro

nemici, e non obbligargli a dichiararsi contro di loro; che dieci secoli

posteriori, che mille anni di possessione pacifica rendevano inutile

ogni ricerca anteriore, ogni interpretazione posteriore; che finalmente

supponendo eziandìo che i pretesi diritti di Carlomagno non fossero

senza fondamento, non aveva l'imperator Napoleone trovato nè la santa

Sede, nè il papa in quella condizione, in cui gli aveva trovati

Carlomagno; conciossiachè avesse l'imperator Napoleone trovato la santa

Sede libera, suddita a nissuno, in piena ed intiera sovranità di tutti i

suoi stati fin da dieci secoli addietro senza interruzione alcuna, e che

inoltre le sanguinose vittorie da lui acquistate contro altri popoli non

gli davano il diritto d'invadere gli stati del pontefice, poichè sempre

il pontefice era vissuto in pace con lui.

Troppo seriamente rispondeva il pontefice alle allegazioni di Napoleone,

perchè niuno meno le stimava, che Napoleone stesso. Certamente se a quel

modo si rivangassero tutte le ragioni antiche, o vere o finte, ma

consumate dalla vecchiezza, nissuna possessione certa più vi sarebbe, ed

il mondo andrebbe tutto in un fascio. Instava adunque minacciosamente

l'imperatore col pontefice, entrasse nella confederazione Italica coi re

d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse i suoi nemici, e per amici gli

amici. Ma avendo il papa costantemente ricusato di aderire, si era

ridotto a richiedere che il pontefice facesse con lui una lega difensiva

ed offensiva, e medesimamente tenesse i suoi amici per amici, i suoi

nemici per nemici: quando no, lo stimerebbe intimazione di guerra,

avrebbe il papa per nemico, Roma conquisterebbe. La condizione proposta,

non che migliorasse, peggiorava quella del pontefice; perciocchè solo

scopo della confederazione fosse l'unirsi contro gl'infedeli, e contro

gl'Inglesi, mentre la lega difensiva ed offensiva importava, che il papa

dovesse far guerra a qualunque principe o stato, che fosse in guerra

coll'imperatore; dal che ne poteva nascere nel papa la necessità, non

solamente di far guerra ad un principe cattolico, ma ancora di unirsi ad

un principe non cattolico per far guerra ad un cattolico, condizione del

tutto insopportabile alla Sedia apostolica. A questi motivi aggiungeva

il pontefice, che se si videro papi far leghe e guerre contro principi

cattolici, non si leggeva però nelle storie, ch'eglino si fossero

obbligati perpetuamente ad incontrar nimicizia e ad aver guerra con

chiunque, a cui piacesse ad altri intimare nimicizia e guerra, senza che

dei motivi potessero giudicare, e solo perchè ad altri piacesse

assumersi nemicizie e guerre. Sclamava poscia papa Pio, sentire l'animo

suo orrore e dolore, ricordandosi essere stato richiesto dall'imperatore

di un trattato d'alleanza, pel quale avrebbe egli dovuto obbligarsi a

tener per nemici tutti i suoi nemici, e a dichiarar la guerra a quanti

l'imperatore, od i suoi successori, in perpetuo dichiarata l'avessero.

Non esser questo armare il padre contro i figliuoli? Non i figliuoli

contro il padre? Non mescolare in infinite questioni la chiesa di Dio,

in cui come in proprio santuario, seggono la carità, la pace, la

dolcezza, e tutte le virtù? Non volere, che il sommo pontefice non più

Aaron sia, ma Ismaele, uomo crudo e selvaggio? Non volere che alzi la

mano contro tutti, e che tutti l'alzino contro di lui? Non volere che

drizzi le nimichevoli insegne contro i suoi fratelli? A questo modo

forse nella chiesa di Dio introdursi la pace? A questo modo la pace che

il divino salvatore lasciò agli apostoli, ai pontefici loro successori,

ed a lui? Cercasse l'imperatore questa pace, che è la pace dei savj,

pace migliore delle armi dei guerrieri: la pace dei savj cercasse, dei

savj, che sono la salute del mondo: quella sapienza cercasse, per cui un

re prudente è il sostegno del suo popolo, che se cercare non la volesse

per se, lasciassela almeno, quale eredità propria, ai pontefici, ai

quali l'aveva data Cristo redentore. Essere il pontefice padre comune di

tutti i fedeli, a loro obbligato di tutti i sussidj spirituali, nè

potere più continuargli a coloro che fossero sudditi di un principe,

contro il quale in virtù della lega fosse stato tirato a guerra. Doppia

qualità nel Romano pontefice risplendere, sovranità temporale, e

sovranità spirituale, non potere per motivi temporali offendere la

primaria sua qualità, la spirituale, nè recar pregiudizio a quella

religione, di cui egli era capo, propagatore, e vindice.

Avendo papa Pio con sì gravi querele esposto l'animo suo a Napoleone,

andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio l'imperatore

volesse consumar le sue minacce, impossessandosi degli stati della

Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua santità a tali funesti

avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione violenta ed

iniqua. Dichiarerebbe inoltre, che non già l'opera del genio, della

politica e dei lumi (imperciocchè di queste parole appunto si era

servito Napoleone, favellando degli ordinamenti della Romana sede)

sarebbe distrutta, ma bensì l'opera dello stesso Dio, da cui ogni

sovranità procede: adorerebbe sua santità profondamente i decreti del

cielo, consolerebbesi col pensiero che Dio è il padre assoluto di tutti,

e che tutto cede al suo divino volere, quando arriva la pienezza dei

tempi da lui preordinata. Queste profetiche parole diceva Pio a

Napoleone. L'imperatore perseverò nel dire, che a questo principio mai

non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del sovrano, sotto

il dominio del quale e' sono nati, e che intenzion sua era, che tutta

l'Italia, Roma, Napoli e Milano, facessero una lega offensiva e

difensiva per allontanar dalla penisola i disordini della guerra. Questa

sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione non doveva

e non poteva essere interrotta, nè in pace, nè in guerra per uno stato

intermedio, che a lui non s'appartenesse, tra i suoi stati di Napoli e

di Milano. Inoltre voleva e comandava, che i porti dello stato

pontificio fossero, e restassero serrati agl'Inglesi. Alle quali

intimazioni aveva il pontefice risposto, oltre che se Napoleone si aveva

preso Napoli, Toscana e Milano, non era certamente colpa del papa, che

nelle guerre anteriori tra Francia, Austria e Spagna lo stato pontificio

era sempre stato intermedio senza che queste potenze se ne dolessero, e

prendessero pretesto per torre lo stato ai sovrani di Roma, e nel caso

presente la interruzione non sussisteva, essendo lo stato Romano

occupato dai soldati dell'imperatore, che con ogni libertà, e con

intollerabile aggravio della camera apostolica andavano e venivano dal

regno d'Italia al regno di Napoli, e così da questo a quello: che quanto

al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non

potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano

l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della

concordia, all'imperatore.

Napoleone, al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse manca,

se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello, che aveva

per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e d'Italia e del mondo.

Perchè poi la forza fosse ajutata dall'inganno, accompagnava le sue

risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà per la

potestà secolare. Non esser buoni i preti, diceva, per governare:

immersi nei loro studj teologici non conoscere gli uomini: avere Roma

abbastanza turbato il mondo: non comportare più il secolo le Romane

usurpazioni; avere i lumi fatto conoscere a quale stima debbano esser

messi i decreti del Vaticano: ad ognuno oggimai esser noto, quanto

assurda cosa fosse il mescolare l'imperio col sacerdozio, il temporale

con lo spirituale, la corona con la tiara, la spada con la croce: avere

Gesù Cristo detto, che il regno suo non era di questo mondo: non dover

essere di questo mondo il regno del suo vicario: pel bene della

cristianità, non perchè vi seminassero discordie e guerre, avere

Carlomagno dato ai papi la sovranità di Roma: poichè ne volevano

abusare, doversi la donazione annullare: non più sovrano, ma solamente

vescovo di Roma fosse Pio: a questo modo, e nel tempo stesso provvedersi

ai bisogni della religione ed alla quiete universale. Così Napoleone si

era servito della religione contro la filosofia per farsi imperatore,

poi si servì della filosofia contro la potenza pontificia per farsi

padrone di Roma, stimolando a vicenda, secondochè le sue ambizioni

portavano, i preti contro i filosofi, i filosofi contro i preti.

Prevedendo che un gran numero di fedeli in Francia, abbracciando la

giustizia della causa del pontefice, avrebbero sentito mal volentieri le

sue risoluzioni contro di lui, e che le avrebbero chiamate persecuzione,

parola di molta efficacia fra i cristiani, si voltava a lusingare

secondo l'arti sue, i Francesi, con pruovarsi di accrescere la dignità e

l'autorità della nazione nelle faccende religiose. Pensava che i

Francesi, avendo il predominio temporale, avrebbero anche amato lo

spirituale. Perciò instantemente richiedeva, anche colla solita minaccia

di privarlo della potenza temporale, se non consentisse, il papa, che

riconoscesse in lui il diritto d'indicare alla santa Sede tanti

cardinali, quanti bastassero, perchè il terzo almeno del sacro collegio

si componesse di cardinali Francesi. Se il papa consentiva, acquistava

Napoleone preponderante autorità nelle deliberazioni, e massimamente

nelle nomine dei papi: se ricusava, avrebbe paruto alla nazione Francese

che egli le negasse ciò, che per la sua grandezza credeva meritarsi. Non

potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda, che vulnerava

la libertà della Chiesa, ed offendeva la sua più intima constituzione: a

chi non era noto, essere i cardinali la più principale, e la più

essenzial parte del clero Romano? Il primo dover loro essere il

consigliare il sommo pontefice. A chi appartenersi, a chi doversi

appartenere la elezione degli uomini atti a tanta dignità, atti a tanto

carico, se non a colui che da loro debb'essere consigliato? Hanno i

principi della terra i loro consiglieri, da loro eletti; alla sola

Romana Chiesa, al solo Romano pontefice fia questa facoltà negata?

Essere i cardinali non solamente consiglieri, ma ancora elettori del

papa. Ora quale libertà poter essere nella elezione, se un principe

secolare un numero sì grande d'elettori potesse nominare? Se a Napoleone

si consente, gli altri principi non la pretenderanno eglino? Non sarebbe

allora il pontefice Romano posto del tutto in balìa dei principi del

secolo? Convenirsi certamente, che di ogni cattolica nazione siano

eletti cardinali, ma la convenienza non esser obbligo: sola norma, sola

legge dover essere al papa il chiamar cardinali coloro, che più per

virtù, per dottrina, per pietà risplendono, di qualunque nazione siano,

qual lingua parlino. Sapere il pontefice, che il suo rifiuto sarebbe

volto dai malevoli a calunnia, come se il santo padre non avesse nella

debita stima il clero di Francia; ma chiamare Dio e gli uomini in

testimonio de' suoi affetti diversi: conoscergli il clero stesso,

conoscergli l'imperatore, conoscergli il mondo, che già vedeva sedere

nel sacro collegio, oltre due Genovesi ed un Alessandrino, sei cardinali

Francesi; un altro dotto e virtuoso prelato volervi chiamare; di ciò

contenterebbesi chi contentabil fosse; ma non poter il santo padre

contentar altri di quello, di cui non si contenterebbe egli stesso.

Non si rimoveva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovo

dicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali, o si piglierebbe

Roma. Tentato di render Pio odioso ai Francesi, il volle fare

disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse

da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli

non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di

Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per

consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro, che a Roma

il rappresentavano.

L'appetita Roma veniva in mano di colui, che ogni cosa appetiva. Se vi

fu ingiustizia nei motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. S'avvicinavano

i Napoleoniani all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare

contro di lei. Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli:

erano seimila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per

opprimere un papa; Alquier, ambasciadore di Napoleone presso la santa

Sede, anch'ei vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato,

e ritraeva di vantaggio del suo signore. Era giunto il mese di gennajo

al suo fine, quando Alquier mandava dicendo a Filippo Casoni cardinale,

segretario di stato, che seimila Napoleoniani erano per traversare,

senza arrestarvisi, lo stato Romano; che Miollis prometteva, che

passerebbero senza offesa del paese, e che il generale era uomo di tal

fama, che la sua promessa doveva stimarsi certezza. Mandava Alquier con

queste lettere l'itinerario dei soldati, dal quale appariva, che

veramente indirizzavano verso il regno di Napoli il loro cammino, e non

dovevano passare per la città. Di tanta mole era l'ingannare un papa!

Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi, che andassero a

Napoli, quelli, che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava

formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e

dichiarasse apertamente, e senza simulazione alcuna, il motivo del

marciare di questi soldati, acciocchè sua santità potesse fare quelle

risoluzioni, che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, avere

mandato la norma del viaggio dei soldati, e sperare, che ciò basterebbe

per soddisfare i ministri di sua santità. Il tempo stringeva: i

comandanti Napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui

preti, sul papa, e sui soldati del papa, minacciavano, che entrerebbero

in Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle

mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe per

caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto vicini

erano i Napoleoniani, che vedevano le mura della Romana città. Alquier

tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre, affermando con

asseverazione grandissima, che erano solamente di passo, e non avevano

nissuna intenzione ostile. I Napoleoniani intanto, arrivati più presso,

assaltarono a armata mano il dì due febbrajo la porta del popolo, per

essa entrarono violentemente, s'impadronirono del castel Sant'Angelo,

recarono in poter loro tutti i posti militari, e tant'oltre

nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierìe loro con le

bocche volte contro il Quirinale, abitazione quieta del pontefice. La

posterità metterà al medesimo ragguaglio le promesse di Alquier, ed il

suo invocar la fede di un generale da una parte, dall'altra quello

sdegnarsi di Ginguenè, ambasciatore del direttorio a Torino, al solo

pensare, che il governo Piemontese potesse sospettare, che i Francesi

fossero per abusare contro il re della possessione della cittadella.

Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi schifosi accidenti,

Miollis domandava per mezzo di Alquier, udienza al santo padre; ed

avendola ottenuta, si scusò con dire, che non per suo comandamento le

bocche dei cannoni erano state volte contro il Quirinale palazzo, come

se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma, ed al capo della cristianità

consistesse in questa sola violenza, che certamente era molto grave.

Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, che era pure

l'importanza del fatto, non fece parola.

Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusava Napoleone dello aver

dato asilo ne' suoi stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori

contro lo stato di Murat; per questo affermava, aver occupato Roma: il

papa stesso accagionava di connivenza. Alquier gliene fece querele,

quasichè non sapesse, che i soldati di Napoleone già da lungo tempo

erano padroni dello stato ecclesiastico, che di propria autorità, e

contro il diritto delle genti vi avevano arrestato e carcerato uomini

sospetti, o non sospetti, e che il governo pontificio stesso, ogni qual

volta che ne era stato richiesto, aveva ordinato arresti, e carcerazioni

d'uomini sospetti a Francia. Del rimanente voleva Alquier, non so se per

pazzìa, o per ischerno, che il papa avesse, e trattasse ancora, come

amiche, le truppe, che violentemente avevano occupato la sua capitale, e

la sede del suo governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo

palazzo quello, che contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol

fare. A questo tratto non potè più contenere se medesimo il pontefice:

sdegnosamente scrisse all'ambasciadore Napoleonico, non terrebbe più per

amici quei soldati, che rompendo le più solenni promesse, erano entrati

in Roma, avevano violato la sua propria residenza, offeso la sua

libertà, occupato la città ed il castello, voltato i cannoni contro la

propria abitazione, e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano

sopra il suo erario, e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva, che

essendo privato della sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato,

non intendeva più, nè voleva negoziare, e che solo allora si

risolverebbe a trattare delle faccende pubbliche con Francia, che

sarebbe restituito alla sua piena e sicura libertà.

Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante

Napoleonico intimava ai cardinali Napolitani Ruffo-Scilla, Pignatelli,

Saluzzo, Caracciolo, Caraffa, Trajetto, e Firrao nel termine di

ventiquatt'ore partissero da Roma, e tornassero a Napoli. Se nol

facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima,

termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali

nati nel regno Italico, che furono quest'essi: Valenti, Caradini,

Casoni, Crivelli, Giuseppe Doria, Della-Somaglia, Roverella, Scotti,

Dugnani, Braschi-Onesti, Litta, Galeffi, Antonio Doria, e Locatelli.

Risposero, stare ai comandamenti del pontefice; farebbero quanto

ordinasse.

Storia d'Italia dal 1789 al 1814, tomo VI · 第 2 / 23 段