parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria
spaventata, la Prussia serva, la Russia divota, la Turchìa aderente, la
terraferma Europea tutta obbediente a Napoleone o per forza, o per
condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuore d'Italia, debole per
soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà. Napoleone
spinto dall'ambizione, ed acciecato dalla prosperità aveva messo fuori
certe parole sull'imperio di Carlomagno, suo successore nei dritti e nei
fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia, che da lui
traevano gli stipendj, avessero potuto, imperatore dei Francesi
chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva possessione, non
che della Francia, di tutta l'Italia, di tutta la Spagna, di tutta la
Germania, di quanto insomma componeva l'impero d'Occidente ai tempi di
quel glorioso imperatore.
Adunque con quell'insegna di Carlomagno in fronte s'avventava contro il
papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome tant'alto
suona, non fosse ridotta in sua potestà. Gli pesava, che ancora in
Italia una piccola parte fosse, che a lui non obbedisse. Dal canto suo
il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in quella
condizione servile, nella quale erano caduti chi per debolezza e chi per
necessità quasi tutti i principi d'Europa. Così chi aveva armi cedeva,
chi non ne aveva resisteva. Pio settimo, non che resistesse, fortemente
rimostrava al signore della Francia acerbamente dolendosi, che per gli
articoli organici, e pel decreto di Melzi fossero stati i due concordati
guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche a violazione
manifesta dei decreti dei concilj, e del santo vangelo stesso. Si
lamentava che nel codice civile di Francia, introdotto anche per ordine
dell'imperatore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto
contrario alle massime della Chiesa, ed ai precetti divini.
Rimproverava, che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed
era la Francia, con legge uguale si ragguagliassero la religione
cattolica, e le dissidenti, non esclusa anche l'ebrea, nemica tanto
irreconciliabile della religione di Cristo.
Di tutte queste cose ammoniva l'imperatore, dell'esecuzione delle sue
promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone
vincitore dell'Austria, della Prussia e della Russia, non era più quel
Napoleone ancor tenero ne' suoi principj. Per la qual cosa volendo ad
ogni modo venir a capo del suo disegno del farsi padrone di Roma, o che
il papa vi fosse, o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che
essendo egli il successore di Carlomagno, gli stati pontificj, siccome
quelli che erano stati parte dell'impero di esso Carlomagno,
appartenevano all'impero Francese; che se il pontefice era il signore di
Roma, egli ne era l'imperatore; che a lui, come a successore di
Carlomagno, il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come
egli al pontefice la doveva nelle spirituali, che uno dei diritti
inerenti alla sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il
signore di Roma a far con lui, e co' suoi successori, una lega difensiva
ed offensiva per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice,
essendo soggetto all'imperio di Carlomagno, non si poteva esimere
dall'entrare in questa lega, e dall'avere per nemici tutti coloro che di
lui Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto
da lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la
donazione di Carlomagno, di spartire gli stati pontificj e di dargli a
chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe
l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore con
potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice qualità di
vescovo di Roma.
Quest'estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato a
Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta
l'autorità sua l'aveva ajutato a salire sul suo seggio imperiale,
dimostrava in chi le faceva, una risoluzione irrevocabile. Rispondeva il
pontefice, esser caso maraviglioso, che il sovrano di Roma, dopo dieci
secoli di possessione non contestata, fosse necessitato a far le sue
difese contro colui, che pocanzi aveva consecrato imperatore; sapere il
mondo, che il glorioso imperatore Carlomagno, la cui memoria sarà sempre
benedetta nella chiesa, non aveva dato alla santa Sede le province di
dominio pontificio: sapere che già dai tempi molto anteriori a
Carlomagno, erano esse state possedute dai pontefici Romani per la
dedizione libera dei popoli abbandonati dagli imperatori d'Oriente;
sapere, che nel progresso dei tempi l'esarcato di Ravenna, e della
Pentapoli, che queste medesime province comprendeva, essendo stato
invaso dai Longobardi, l'illustre e religioso Pipino, padre di
Carlomagno, lo aveva loro tolto dalle mani per un atto di donazione
solenne a papa Stefano attribuendolo; che quel grande imperatore,
l'ornamento e l'ammirazione dell'ottavo secolo, non che avesse voluto
rivocare il pietoso e generoso atto di Pipino suo padre, l'aveva anzi
confermato, ed appruovato sotto papa Adriano; che, non che avesse voluto
spogliare la Romana Sede delle sue possessioni, non altro aveva fatto,
nè voluto fare che restituirgliele ed aumentargliele; che tant'oltre era
proceduto, che aveva comandato espressamente nel suo testamento a' suoi
tre figliuoli di difenderle colle armi; che a' suoi successori nissuna
potestà, nissun diritto aveva lasciato di rivocare quanto Pipino suo
padre aveva fatto a favore della cattedra di San Pietro; che solo ed
unico suo intento era stato di tutelar i pontefici Romani contro i loro
nemici, e non obbligargli a dichiararsi contro di loro; che dieci secoli
posteriori, che mille anni di possessione pacifica rendevano inutile
ogni ricerca anteriore, ogni interpretazione posteriore; che finalmente
supponendo eziandìo che i pretesi diritti di Carlomagno non fossero
senza fondamento, non aveva l'imperator Napoleone trovato nè la santa
Sede, nè il papa in quella condizione, in cui gli aveva trovati
Carlomagno; conciossiachè avesse l'imperator Napoleone trovato la santa
Sede libera, suddita a nissuno, in piena ed intiera sovranità di tutti i
suoi stati fin da dieci secoli addietro senza interruzione alcuna, e che
inoltre le sanguinose vittorie da lui acquistate contro altri popoli non
gli davano il diritto d'invadere gli stati del pontefice, poichè sempre
il pontefice era vissuto in pace con lui.
Troppo seriamente rispondeva il pontefice alle allegazioni di Napoleone,
perchè niuno meno le stimava, che Napoleone stesso. Certamente se a quel
modo si rivangassero tutte le ragioni antiche, o vere o finte, ma
consumate dalla vecchiezza, nissuna possessione certa più vi sarebbe, ed
il mondo andrebbe tutto in un fascio. Instava adunque minacciosamente
l'imperatore col pontefice, entrasse nella confederazione Italica coi re
d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse i suoi nemici, e per amici gli
amici. Ma avendo il papa costantemente ricusato di aderire, si era
ridotto a richiedere che il pontefice facesse con lui una lega difensiva
ed offensiva, e medesimamente tenesse i suoi amici per amici, i suoi
nemici per nemici: quando no, lo stimerebbe intimazione di guerra,
avrebbe il papa per nemico, Roma conquisterebbe. La condizione proposta,
non che migliorasse, peggiorava quella del pontefice; perciocchè solo
scopo della confederazione fosse l'unirsi contro gl'infedeli, e contro
gl'Inglesi, mentre la lega difensiva ed offensiva importava, che il papa
dovesse far guerra a qualunque principe o stato, che fosse in guerra
coll'imperatore; dal che ne poteva nascere nel papa la necessità, non
solamente di far guerra ad un principe cattolico, ma ancora di unirsi ad
un principe non cattolico per far guerra ad un cattolico, condizione del
tutto insopportabile alla Sedia apostolica. A questi motivi aggiungeva
il pontefice, che se si videro papi far leghe e guerre contro principi
cattolici, non si leggeva però nelle storie, ch'eglino si fossero
obbligati perpetuamente ad incontrar nimicizia e ad aver guerra con
chiunque, a cui piacesse ad altri intimare nimicizia e guerra, senza che
dei motivi potessero giudicare, e solo perchè ad altri piacesse
assumersi nemicizie e guerre. Sclamava poscia papa Pio, sentire l'animo
suo orrore e dolore, ricordandosi essere stato richiesto dall'imperatore
di un trattato d'alleanza, pel quale avrebbe egli dovuto obbligarsi a
tener per nemici tutti i suoi nemici, e a dichiarar la guerra a quanti
l'imperatore, od i suoi successori, in perpetuo dichiarata l'avessero.
Non esser questo armare il padre contro i figliuoli? Non i figliuoli
contro il padre? Non mescolare in infinite questioni la chiesa di Dio,
in cui come in proprio santuario, seggono la carità, la pace, la
dolcezza, e tutte le virtù? Non volere, che il sommo pontefice non più
Aaron sia, ma Ismaele, uomo crudo e selvaggio? Non volere che alzi la
mano contro tutti, e che tutti l'alzino contro di lui? Non volere che
drizzi le nimichevoli insegne contro i suoi fratelli? A questo modo
forse nella chiesa di Dio introdursi la pace? A questo modo la pace che
il divino salvatore lasciò agli apostoli, ai pontefici loro successori,
ed a lui? Cercasse l'imperatore questa pace, che è la pace dei savj,
pace migliore delle armi dei guerrieri: la pace dei savj cercasse, dei
savj, che sono la salute del mondo: quella sapienza cercasse, per cui un
re prudente è il sostegno del suo popolo, che se cercare non la volesse
per se, lasciassela almeno, quale eredità propria, ai pontefici, ai
quali l'aveva data Cristo redentore. Essere il pontefice padre comune di
tutti i fedeli, a loro obbligato di tutti i sussidj spirituali, nè
potere più continuargli a coloro che fossero sudditi di un principe,
contro il quale in virtù della lega fosse stato tirato a guerra. Doppia
qualità nel Romano pontefice risplendere, sovranità temporale, e
sovranità spirituale, non potere per motivi temporali offendere la
primaria sua qualità, la spirituale, nè recar pregiudizio a quella
religione, di cui egli era capo, propagatore, e vindice.
Avendo papa Pio con sì gravi querele esposto l'animo suo a Napoleone,
andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio l'imperatore
volesse consumar le sue minacce, impossessandosi degli stati della
Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua santità a tali funesti
avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione violenta ed
iniqua. Dichiarerebbe inoltre, che non già l'opera del genio, della
politica e dei lumi (imperciocchè di queste parole appunto si era
servito Napoleone, favellando degli ordinamenti della Romana sede)
sarebbe distrutta, ma bensì l'opera dello stesso Dio, da cui ogni
sovranità procede: adorerebbe sua santità profondamente i decreti del
cielo, consolerebbesi col pensiero che Dio è il padre assoluto di tutti,
e che tutto cede al suo divino volere, quando arriva la pienezza dei
tempi da lui preordinata. Queste profetiche parole diceva Pio a
Napoleone. L'imperatore perseverò nel dire, che a questo principio mai
non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del sovrano, sotto
il dominio del quale e' sono nati, e che intenzion sua era, che tutta
l'Italia, Roma, Napoli e Milano, facessero una lega offensiva e
difensiva per allontanar dalla penisola i disordini della guerra. Questa
sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione non doveva
e non poteva essere interrotta, nè in pace, nè in guerra per uno stato
intermedio, che a lui non s'appartenesse, tra i suoi stati di Napoli e
di Milano. Inoltre voleva e comandava, che i porti dello stato
pontificio fossero, e restassero serrati agl'Inglesi. Alle quali
intimazioni aveva il pontefice risposto, oltre che se Napoleone si aveva
preso Napoli, Toscana e Milano, non era certamente colpa del papa, che
nelle guerre anteriori tra Francia, Austria e Spagna lo stato pontificio
era sempre stato intermedio senza che queste potenze se ne dolessero, e
prendessero pretesto per torre lo stato ai sovrani di Roma, e nel caso
presente la interruzione non sussisteva, essendo lo stato Romano
occupato dai soldati dell'imperatore, che con ogni libertà, e con
intollerabile aggravio della camera apostolica andavano e venivano dal
regno d'Italia al regno di Napoli, e così da questo a quello: che quanto
al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non
potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano
l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della
concordia, all'imperatore.
Napoleone, al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse manca,
se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello, che aveva
per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e d'Italia e del mondo.
Perchè poi la forza fosse ajutata dall'inganno, accompagnava le sue
risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà per la
potestà secolare. Non esser buoni i preti, diceva, per governare:
immersi nei loro studj teologici non conoscere gli uomini: avere Roma
abbastanza turbato il mondo: non comportare più il secolo le Romane
usurpazioni; avere i lumi fatto conoscere a quale stima debbano esser
messi i decreti del Vaticano: ad ognuno oggimai esser noto, quanto
assurda cosa fosse il mescolare l'imperio col sacerdozio, il temporale
con lo spirituale, la corona con la tiara, la spada con la croce: avere
Gesù Cristo detto, che il regno suo non era di questo mondo: non dover
essere di questo mondo il regno del suo vicario: pel bene della
cristianità, non perchè vi seminassero discordie e guerre, avere
Carlomagno dato ai papi la sovranità di Roma: poichè ne volevano
abusare, doversi la donazione annullare: non più sovrano, ma solamente
vescovo di Roma fosse Pio: a questo modo, e nel tempo stesso provvedersi
ai bisogni della religione ed alla quiete universale. Così Napoleone si
era servito della religione contro la filosofia per farsi imperatore,
poi si servì della filosofia contro la potenza pontificia per farsi
padrone di Roma, stimolando a vicenda, secondochè le sue ambizioni
portavano, i preti contro i filosofi, i filosofi contro i preti.
Prevedendo che un gran numero di fedeli in Francia, abbracciando la
giustizia della causa del pontefice, avrebbero sentito mal volentieri le
sue risoluzioni contro di lui, e che le avrebbero chiamate persecuzione,
parola di molta efficacia fra i cristiani, si voltava a lusingare
secondo l'arti sue, i Francesi, con pruovarsi di accrescere la dignità e
l'autorità della nazione nelle faccende religiose. Pensava che i
Francesi, avendo il predominio temporale, avrebbero anche amato lo
spirituale. Perciò instantemente richiedeva, anche colla solita minaccia
di privarlo della potenza temporale, se non consentisse, il papa, che
riconoscesse in lui il diritto d'indicare alla santa Sede tanti
cardinali, quanti bastassero, perchè il terzo almeno del sacro collegio
si componesse di cardinali Francesi. Se il papa consentiva, acquistava
Napoleone preponderante autorità nelle deliberazioni, e massimamente
nelle nomine dei papi: se ricusava, avrebbe paruto alla nazione Francese
che egli le negasse ciò, che per la sua grandezza credeva meritarsi. Non
potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda, che vulnerava
la libertà della Chiesa, ed offendeva la sua più intima constituzione: a
chi non era noto, essere i cardinali la più principale, e la più
essenzial parte del clero Romano? Il primo dover loro essere il
consigliare il sommo pontefice. A chi appartenersi, a chi doversi
appartenere la elezione degli uomini atti a tanta dignità, atti a tanto
carico, se non a colui che da loro debb'essere consigliato? Hanno i
principi della terra i loro consiglieri, da loro eletti; alla sola
Romana Chiesa, al solo Romano pontefice fia questa facoltà negata?
Essere i cardinali non solamente consiglieri, ma ancora elettori del
papa. Ora quale libertà poter essere nella elezione, se un principe
secolare un numero sì grande d'elettori potesse nominare? Se a Napoleone
si consente, gli altri principi non la pretenderanno eglino? Non sarebbe
allora il pontefice Romano posto del tutto in balìa dei principi del
secolo? Convenirsi certamente, che di ogni cattolica nazione siano
eletti cardinali, ma la convenienza non esser obbligo: sola norma, sola
legge dover essere al papa il chiamar cardinali coloro, che più per
virtù, per dottrina, per pietà risplendono, di qualunque nazione siano,
qual lingua parlino. Sapere il pontefice, che il suo rifiuto sarebbe
volto dai malevoli a calunnia, come se il santo padre non avesse nella
debita stima il clero di Francia; ma chiamare Dio e gli uomini in
testimonio de' suoi affetti diversi: conoscergli il clero stesso,
conoscergli l'imperatore, conoscergli il mondo, che già vedeva sedere
nel sacro collegio, oltre due Genovesi ed un Alessandrino, sei cardinali
Francesi; un altro dotto e virtuoso prelato volervi chiamare; di ciò
contenterebbesi chi contentabil fosse; ma non poter il santo padre
contentar altri di quello, di cui non si contenterebbe egli stesso.
Non si rimoveva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovo
dicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali, o si piglierebbe
Roma. Tentato di render Pio odioso ai Francesi, il volle fare
disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse
da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli
non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di
Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per
consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro, che a Roma
il rappresentavano.
L'appetita Roma veniva in mano di colui, che ogni cosa appetiva. Se vi
fu ingiustizia nei motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. S'avvicinavano
i Napoleoniani all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare
contro di lei. Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli:
erano seimila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per
opprimere un papa; Alquier, ambasciadore di Napoleone presso la santa
Sede, anch'ei vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato,
e ritraeva di vantaggio del suo signore. Era giunto il mese di gennajo
al suo fine, quando Alquier mandava dicendo a Filippo Casoni cardinale,
segretario di stato, che seimila Napoleoniani erano per traversare,
senza arrestarvisi, lo stato Romano; che Miollis prometteva, che
passerebbero senza offesa del paese, e che il generale era uomo di tal
fama, che la sua promessa doveva stimarsi certezza. Mandava Alquier con
queste lettere l'itinerario dei soldati, dal quale appariva, che
veramente indirizzavano verso il regno di Napoli il loro cammino, e non
dovevano passare per la città. Di tanta mole era l'ingannare un papa!
Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi, che andassero a
Napoli, quelli, che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava
formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e
dichiarasse apertamente, e senza simulazione alcuna, il motivo del
marciare di questi soldati, acciocchè sua santità potesse fare quelle
risoluzioni, che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, avere
mandato la norma del viaggio dei soldati, e sperare, che ciò basterebbe
per soddisfare i ministri di sua santità. Il tempo stringeva: i
comandanti Napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui
preti, sul papa, e sui soldati del papa, minacciavano, che entrerebbero
in Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle
mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe per
caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto vicini
erano i Napoleoniani, che vedevano le mura della Romana città. Alquier
tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre, affermando con
asseverazione grandissima, che erano solamente di passo, e non avevano
nissuna intenzione ostile. I Napoleoniani intanto, arrivati più presso,
assaltarono a armata mano il dì due febbrajo la porta del popolo, per
essa entrarono violentemente, s'impadronirono del castel Sant'Angelo,
recarono in poter loro tutti i posti militari, e tant'oltre
nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierìe loro con le
bocche volte contro il Quirinale, abitazione quieta del pontefice. La
posterità metterà al medesimo ragguaglio le promesse di Alquier, ed il
suo invocar la fede di un generale da una parte, dall'altra quello
sdegnarsi di Ginguenè, ambasciatore del direttorio a Torino, al solo
pensare, che il governo Piemontese potesse sospettare, che i Francesi
fossero per abusare contro il re della possessione della cittadella.
Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi schifosi accidenti,
Miollis domandava per mezzo di Alquier, udienza al santo padre; ed
avendola ottenuta, si scusò con dire, che non per suo comandamento le
bocche dei cannoni erano state volte contro il Quirinale palazzo, come
se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma, ed al capo della cristianità
consistesse in questa sola violenza, che certamente era molto grave.
Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, che era pure
l'importanza del fatto, non fece parola.
Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusava Napoleone dello aver
dato asilo ne' suoi stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori
contro lo stato di Murat; per questo affermava, aver occupato Roma: il
papa stesso accagionava di connivenza. Alquier gliene fece querele,
quasichè non sapesse, che i soldati di Napoleone già da lungo tempo
erano padroni dello stato ecclesiastico, che di propria autorità, e
contro il diritto delle genti vi avevano arrestato e carcerato uomini
sospetti, o non sospetti, e che il governo pontificio stesso, ogni qual
volta che ne era stato richiesto, aveva ordinato arresti, e carcerazioni
d'uomini sospetti a Francia. Del rimanente voleva Alquier, non so se per
pazzìa, o per ischerno, che il papa avesse, e trattasse ancora, come
amiche, le truppe, che violentemente avevano occupato la sua capitale, e
la sede del suo governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo
palazzo quello, che contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol
fare. A questo tratto non potè più contenere se medesimo il pontefice:
sdegnosamente scrisse all'ambasciadore Napoleonico, non terrebbe più per
amici quei soldati, che rompendo le più solenni promesse, erano entrati
in Roma, avevano violato la sua propria residenza, offeso la sua
libertà, occupato la città ed il castello, voltato i cannoni contro la
propria abitazione, e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano
sopra il suo erario, e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva, che
essendo privato della sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato,
non intendeva più, nè voleva negoziare, e che solo allora si
risolverebbe a trattare delle faccende pubbliche con Francia, che
sarebbe restituito alla sua piena e sicura libertà.
Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante
Napoleonico intimava ai cardinali Napolitani Ruffo-Scilla, Pignatelli,
Saluzzo, Caracciolo, Caraffa, Trajetto, e Firrao nel termine di
ventiquatt'ore partissero da Roma, e tornassero a Napoli. Se nol
facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima,
termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali
nati nel regno Italico, che furono quest'essi: Valenti, Caradini,
Casoni, Crivelli, Giuseppe Doria, Della-Somaglia, Roverella, Scotti,
Dugnani, Braschi-Onesti, Litta, Galeffi, Antonio Doria, e Locatelli.
Risposero, stare ai comandamenti del pontefice; farebbero quanto
ordinasse.