STORIA D'ITALIA
DAL 1789 AL 1814
SCRITTA
DA CARLO BOTTA
TOMO VI
CAPOLAGO
_presso Mendrisio_
Tipografia Elvetica
MDCCCXXXIII
STORIA D'ITALIA
LIBRO VIGESIMOTERZO
SOMMARIO
Guerra di Napoleone col re di Prussia; gran ruina di
quest'ultimo. Adulazioni degl'Italiani verso Napoleone.
Trattato di Fontainebleau, che toglie il Portogallo ai
Braganzesi. Toscana tolta alla stirpe di Spagna, ed unita alla
Francia sotto l'autorità di Elisa, sorella di Napoleone.
Operazioni della giunta creata in Toscana. Descrizione delle
miserie d'Italia. Opere magnifiche di Napoleone. Toglie la
Spagna ai Borboni. Giovacchino re di Napoli, Giuseppe di
Spagna. Giovacchino va ad assumere il regno, feste che gli si
fanno, principj, e natura del suo governo. Setta dei
Carbonari, come, quando, dove e perchè nata, e quali erano i
suoi riti. Napoleone si volta contro il papa, unisce le Marche
al regno Italico, occupa Roma, fa oltraggio al papa:
protestazioni fortissime di Pio settimo. Dolorose vicende
nelle Marche per motivo dei giuramenti richiesti ai magistrati
ed agli ecclesiastici.
Il re Federigo sentiva i frutti delle gratitudini Napoleoniche. Vinta
l'Austria per avere la Prussia imprudentemente tenuta la neutralità,
insorgeva Napoleone a vincere la Prussia, dopo di aver prostrato
l'Austria. Usò le insidie, le insolenze e le usurpazioni per farla vile
agli occhi del mondo; poi assalti più aperti per farla risentire, non
dubitando di vincerla. Invase l'Hannover, ed operò ch'ella l'accettasse
in proprietà, dono funesto per la riputazione, funesto per gli effetti.
Offese la Germania nel caso del duca d'Anghienna; non risentissi la
Prussia. Portò pazientemente il re l'incoronazione Italica, l'unione di
Genova, il fatto di Lucca, le non ottenute promesse al re di Sardegna:
portò pazientemente la carcerazione dei legati d'Inghilterra sui
territorj Germanici, le taglie poste sulle città anseatiche, le
violazioni delle terre d'Anspach e di Bareit. Di mezza Germania si
faceva signore Napoleone per la confederazione del Reno: consentiva il
re Federigo, ed accettava l'offerta di una confederazione a suo favore
della settentrionale Germania; ma Napoleone confortava segretamente i
principi, acciò non vi consentissero. Nè più modo alcuno serbando,
toglieva Fulda al principe d'Orangia, congiunto di parentela col re,
toglieva al re la fortezza di Vesel, e le abbazìe di Essen, Verden ed
Elten. Prometteva alla Prussia la Svedese Pomerania, ed al tempo stesso
con solenne trattato si legava colla Russia per impedire, che la Prussia
della Pomerania s'impadronisse: il dato ed accettato Hannover offeriva
al re d'Inghilterra, se pace con lui volesse. Nuovi soldati Napoleoniani
marciavano in Germania. Conobbe il re con quale amico avesse a fare, e
corse all'armi: corse altresì al ferro Napoleone. Bene il poteva usare,
posciachè il re veniva armato contro di lui; ma gl'improperj che fece
dire e stampare contro la regina, furono tali, che ogni uomo, che del
tutto non sia lontano dalla civiltà, non potrà non sentirne sdegno e
fastidio. Io vidi a questo tempo immagini di tal natura nei luoghi
pubblici in mostra, che mi pareva aggirarmi, non nell'incivilito Parigi,
ma sì piuttosto in una città rozza e selvaggia. Luisa era donna, regina,
ed amatrice della sua patria, ed all'armi gli amatori della sua patria
incitava: per questo diventò bersaglio agli oltraggi di un barbaro.
Queste gravi parole contro Napoleone appruoveranno coloro, che con sì
devoto e patrio affetto hanno alzato gli altari alla Domremese vergine;
di quelli, che fanno scherno dei difensori delle loro patrie, non è da
prender pensiero.
Vinse la fortuna di Napoleone. Fu la Prussia prostrata a Iena, fu
prostrata a Maddeburgo ed a Prenslavia. Berlino, capitale dei regno, le
fortezze tutte, dominando uno scompiglio ed un terrore estremo, vennero
in potere del vincitore. Questo fine ebbero le armi animosamente mosse
dal re Federigo per stimolo proprio, e per quelli d'Alessandro di
Russia. Arrivava Alessandro imperatore con le sue schiere in ajuto del
vinto amico; ma Napoleone sopravvanzava d'ardire, di forza e di arte. Fu
asprissima la battaglia di Eylau, e d'esito incerto. Incrudelita la
stagione, ritiraronsi i Francesi di qua della Vistola, i Russi di là
della Pregel. Intiepiditosi il tempo al nuovo anno, s'avventavano gli
uni contro gli altri Francesi e Russi: vari furono i combattimenti,
sanguinosi tutti; infine nei campi di Fridlandia conflissero con
ordinanza piena i due nemici. Quivi cadde la fortuna Russa. Napoleone
vincitore ai confini di Alessandro sovrastava: addomandava Alessandro i
patti. Narrano che i due imperatori nelle conferenze più segrete tra di
loro si spartissero il mondo: avessesi Napoleone quella parte che è
compresa da un lato tra una linea tirata dalla foce della Vistola sino
all'isola di Corfù, dall'altro tra le spiagge del Baltico, dell'Oceano,
del Mediterraneo e dell'Adriatico: avessesi Alessandro il rimanente.
Quale di questo sia la verità, convennero sulle sponde del Niemen in
trattato aperto: riconobbe Alessandro il nome e la autorità regia in
Giuseppe Napoleone, come re di Napoli, ed in Luigi Napoleone, come re
d'Olanda; consentì, che un regno di Vestfalia si creasse, ed in Girolamo
Napoleone, fratello minore di Napoleone, s'investisse, accordò che un
ducato di Varsavia si creasse, e che duca ne fosse Federigo Augusto di
Sassonia: riconobbe la Renana confederazione: stipulò per articolo
segreto, che le bocche di Cattaro si sgombrassero dai Russi, e si
consegnassero in potestà di Napoleone. Convenne in fine, che le sette
isole Ioniche cedessero in possessione del medesimo, stipulazione
enorme, perchè la independenza loro era stata accordata tra la Russia e
la Porta Ottomana, nè poteva l'opera di due parti essere disfatta da una
sola.
I fatti di guerra di Napoleone superavano per grandezza quanti dalle
lingue o dalle penne degli uomini siano stati mandati alla memoria dei
posteri. L'avere vinto con sì grossa e presta guerra l'Austria, poi poco
dopo con sì grossa e presta guerra la Prussia, finalmente con grossa e
non lunga guerra la Russia, pareva piuttosto accidente favoloso che
vero. Volgevano gli uomini maravigliati nelle menti loro la potenza ed
il valore degli Austriaci, la gloria ancor fresca di Federigo, le
imprese mirabili di Suwarow con la sparsa fama dell'invincibilità dei
Russi, nè potevano restare capaci, come una sola nazione ed un solo
capitano avessero potuto soldati tanto valorosi, capitani tanto rinomati
quasi prima vincere che vedere. Temeva ed adorava il mondo Napoleone, i
principi i primi, anche i più potenti, i popoli i secondi. Non v'era più
luogo all'adulazione; perchè le lodi, per smisurate che fossero,
parevano minori pel vero, nè i poeti più famosi, quantunque con ogni
nervo vi si sforzassero, potevano arrivare a tanta altezza. I poeti il
chiamavano Giove, i preti braccio di Dio, i principi fratello e signore.
Un mezzo solo gli restava per accrescere la gloria acquistata; quest'era
di usarne moderatamente; che se avesse frenato le lingue dell'età
adulatrice, e precipitantesi a servitù, bene avrebbe meritato che le
adulazioni lodi si chiamassero; ma amò meglio dilettarsi pruovando
quant'oltre potesse trascorrere la viltà degli uomini, che fare generoso
se ed altrui. Lascio le adulazioni Francesi, Austriache, Prussiane,
Russe, solo parlerò dell'Italiane. A questo fine dell'adulare erano
stati chiamati a Parigi i deputati del regno Italico. Gamboni, patriarca
di Venezia, favellava, introdotto all'udienza nell'imperial sede di San
Clodoaldo, con servilissimo discorso al signore. Venire gl'Italiani a
far tributo ai suoi piedi dell'ammirazione, dei desiderj, dell'amore,
della fedeltà loro; godere per essere i primi a potere questo debito
adempire verso l'eroe, verso il principe potente ed amatissimo, nissuno
più degl'Italiani amarlo, nissuno con pari gratitudine venerarlo: avere
lui redento la Francia, ma creato l'Italia: avere gl'Italiani pregato il
cielo per la salute sua nei pericoli, ringraziarlo ora per le vittorie,
ringraziarlo per la pace: benignamente udisse le supplichevoli preghiere
dei sottomessi ed amorosi Italiani: gisse, venisse, vedesse quell'Italia
da tanto bassamento alzata, da tanta abiezione ricompra, a tanto
fortunate sorti avviata. Questo desiderare, questo instantemente
supplicare, questo sperare dalla paterna benevolenza sua, questo essere
la più compita, la più suprema felicità loro.
Rispose, gradire i sentimenti de' suoi popoli d'Italia: con piacere
avergli veduti combattere valorosamente sulla scena del mondo: sperare,
che sì fausto principio avrebbe consenziente fine. In questo luogo egli,
che aveva contaminato con ischerni una valorosa donna, solo perchè
contro di lui la sua patria aveva amato e difeso, venne in sul dire, che
le donne Italiane dovevano allontanare da se stesse gli oziosi giovani,
nè permettere che più languissero negl'interni recessi, o comparissero
al cospetto loro, se non quando portassero cicatrici onorevoli.
Soggiunse poscia, vedrebbe Venezia volentieri, sapere quanto i Veneziani
l'amassero. Sorse in corte un gran parlar di lode pel discorso di
Napoleone: tutti il predicarono per molto bello. Quella parte
massimamente che aveva toccato dell'amor dei Veneziani verso di lui, era
molto commendata.
Accarezzato dai monaci del Cenisio; festeggiato dai Torinesi testè
liberati da Menou, al quale era succeduto, come governator generale, il
buon principe Camillo Borghese, arrivava Napoleone trionfante nella
reale ed accetta Milano. Le feste furono molte; i soldati armeggiavano,
i poeti cantavano, i magistrati lusingavano, i preti benedicevano.
Trattò Melzi molto rimessamente, perchè non ne aveva più bisogno; perchè
poi fosse meglio rintanato, il creò duca di Lodi. Dolsimi in queste
storie di molte funeste cose, e di molte ancora dorrommi, ma di niuna
più mi doglio o dorrommi, che dello aver veduto contaminato dai soffi
Napoleonici un Melzi.
Ed ecco che Napoleone arriva a Venezia. Luminaria per tutta la città; di
notte il canal grande chiaro come di giorno; la piazza di San Marco più
chiara del canale; regata, balli, teatri, e quel che è peggio, plausi di
voci e di mani. Si mostrò lieto, e contento in volto. Ciò non ostante
aveva paura di essere ucciso; Duroc, gran maestro del palazzo, fu più
diligente del solito nel visitar cantine e cisterne. Alcuni Veneziani si
aggirarono intorno al signore con fronte lieta e serena. L'età portò,
che brutto e splendido servire più piacesse, che vita onorata ed oscura.
Tornato a Milano udiva i collegi, ed ai collegi parlava. Accusò gli
antenati, parlò di patria degenere dall'antica; affermò molto aver fatto
per gl'Italiani, molto più voler fare; ammonigli, stessero congiunti con
Francia; ricordò loro, che da quella ferrea corona si promettessero
l'independenza. Corsa trionfalmente la Lombardìa, nuovi Italici pensieri
gli venivano in mente, e gli mandava ad esecuzione: sotto il suo dominio
da ruina nasceva ruina. Aveva, a cagione che il principe reggente di
Portogallo si era ritirato dal voler fare contro gl'Inglesi tutto quello
ch'egli avrebbe voluto, per un trattato sottoscritto a Fontainebleau con
un ministro di Spagna, tolto il Portogallo a' suoi antichi signori, che
vi erano ancora presenti, e dato in potestà di nuovi. Per esso si
accordarono la Francia e la Spagna, che la provincia del Portogallo tra
Mino e Duero, colla città di Porto, cedessero in proprietà e sovranità
del re d'Etruria, ed egli assumesse il nome di re della Lusitania
settentrionale; che l'Algarve si desse al principe della Pace con titolo
di principe dell'Algarve, che il Beira ed il Tramonti, e l'Estremadura
di Portogallo si serbassero sequestrate sino alla pace; che il re
d'Etruria cedesse il suo reame all'imperator dei Francesi; che un
esercito Napoleonico entrasse in Ispagna, e congiuntosi con lo Spagnuolo
occupasse il Portogallo. Covava fraude contro Portogallo, fraude contro
Spagna per l'introduzione dei Napoleoniani. I Braganzesi, avuto notizia
del fatto, e non aspettata la tempesta, s'imbarcarono pel Brasile sopra
navi proprie ed Inglesi. Napoleone levò un gran romore della partenza,
ed imputò loro a delitto l'essere fuggiti, come diceva, con Inglesi,
come se in servitù di lui fossero stati obbligati a restare.
Il dì ventidue novembre i ministri di Spagna e di Francia, nelle stanze
di Maria Luisa, regina reggente di Toscana, entrando, le intimarono,
essere finito e ceduto a Napoleone il suo Toscano regno, e che in
compenso le erano assegnati altri stati da godersegli col suo figliuolo
Carlo Lodovico. Fu a questa volta taciuta la parola perpetuamente; il
che se indicasse sincerità o dimenticanza, io non lo so. Restava, che ad
un comandamento fantastico succedesse una umiltà singolare. Significava
la regina a' suoi popoli, essere la Toscana ceduta all'imperator
Napoleone; ad altri regni andarsene: ricorderebbesi con diletto del
Toscano amore, rammaricherebbesi della separazione, consolerebbesi
pensando, passare una nazione sì docile sotto il fausto dominio di un
monarca dotato di tutte le più eroiche virtù, fra le quali, per servirmi
delle stesse parole che usò la regina, dette così com'erano alla
segretariesca, fra le quali campeggiava singolarmente la premura la più
costante di promuovere ed assicurare la prosperità dei popoli ad esso
soggetti. Non seguitò la regina reggente in Toscana le vestigia
Leopoldiane, anzi era andata riducendo lo stato a governo più stretto, e
più compiacente a Roma. Arrivò il generale Reille a pigliar possesso in
nome dell'imperatore e re; i magistrati giurarono obbedienza; cassaronsi
gli stemmi di Toscana, rizzaronsi i Napoleonici: arrivava Menou Egiziaco
a scuotere le Toscane genti; Napoleone trionfatore, tornando a Parigi,
tirava dietro le sue carrozze quelle di Maria Luisa, e di Carlo
Ludovico.
L'asprezza di Napoleone, e la natura rotta e precipitosa di Menou
mitigava in Toscana una giunta creata dal nuovo sovrano, e composta di
uomini giusti e buoni, fra i quali era Degerando, che solito sempre a
sperare, a supporre, ed a voler bene, credeva che l'imperatore fosse
fatto a sua similitudine. Avevano il difficile carico di ridurre la
Toscana a forma Francese. Erano in questa bisogna alcune cose
inflessibili, alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini
giudiziali, amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova
provincia senza modificazione: degli ultimi non potevano i Toscani darsi
pace, parendo loro cosa enorme, che dovessero andar alle guerre
dell'estrema Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo
signore. S'adoperava la giunta, non senza frutto, a far che la nuova
signorìa meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria,
opinando in ciò molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che
non gettasse più del quinto, nè meno del sesto della rendita. Non
trascurava la giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio volle
tirarvi la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane diede favore
al far venir pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia
Sanese. Delle berrette di Prato, dei capelli di paglia, degli alabastri,
e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali del Toscano
commercio, con iscuole apposite, con carezze, e con premj particolar
cura aveva. Domandò a Napoleone, che permettesse le tratte delle sete
per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile per tener in
fiore le manifatture dei drappi, e la coltivazione dei gelsi nella nuova
provincia. Richiese anche dal signore, che concedesse una camera di
commercio a Livorno, a guisa di quella di Marsiglia, acciocchè i
Livornesi potessero regolare da se, e non per mezzo dei Marsigliesi, le
proprie faccende commerciali: non solo buona, ma sincera e
disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava contro
Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo il
commercio del Levante con Livorno.
I commodi di terra pressavano nei consigli della giunta, come quei di
mare. Supplicava all'imperatore, aprisse una strada da Arezzo a Rimini,
brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico; ristorasse quella
di Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze a
Bologna pel Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella, che
insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo e
Perugia. Nè gli studj si omettevano; consiglio degno del dotto e dabben
Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i sussidj loro
ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento, della Crusca, del
Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava Degerando, e la feconda
terra ancora a lui degnamente rispondeva, dolci compensi di un amaro
signore.
Arrivava gennajo intanto: cessava la giunta l'ufficio, dato da Napoleone
il governo di Toscana ad Elisa principessa, gran duchessa nominandola.
La quale Elisa o per natura, o per vezzo, simile piuttosto al fratello,
che a donna, si dilettava di soldati, gli studj e la Toscana fama assai
freddamente risguardando. A questo modo finì la Toscana patria, passata
prima da repubblica nei Medici per usurpazione, poi dai Medici negli
Austriaci per forza dei potentati, ai quali piacque quella preda per
accomodar se medesimi, dileguatasi finalmente e perdutasi del tutto
nell'immensa Francia.
Similmente, ed al tempo stesso Napoleone univa all'impero il ducato di
Parma e Piacenza, dipartimento del Taro chiamandolo. Restavano ai
Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.
Non so, se chi avrà fin qui letto queste nostre storie, avrà quanto
basta, posto mente alle miserie d'Italia. Il Piemonte due volte
repubblica, due volte regno, tre volte sotto governi temporanei,
calpestato dagli agenti repubblicani sotto il re e sotto il primo
governo temporaneo, straziato dagli agenti imperiali, Russi ed Austriaci
sotto il secondo, conculcato dagli agenti consolari sotto il terzo:
sorti sempre incerte, predominio di opinioni diverse, interessi rovinati
ora di questi, ora di quelli, affezioni tormentate: quando una radice di
sanazione incominciava a spuntare in una ferita, violentemente era da
maggior ferita svelta: la dolorosa vece più volte rinnovossi; squallido
diventato un paese fioritissimo; aspettavasi la libertà; un dispotismo
disordinato e sfrenato sopravvenne; molti anni durò, finalmente in
dispotismo metodico cambiossi. Parevano più certe le sorti; pure ancora
restavano nelle menti i vestigi dei passati mali, e le non riparate
rovine attestavano le spesse e violenti mutazioni. Genova tre volte
cambiata sotto forma di repubblica, spaventata continuamente dal romore
delle presenti armi, conculcata dagl'Inglesi per mare, dai Francesi, dai
Russi e dai Tedeschi per terra, ora in nome dei diritti dell'uomo, ed
ora in nome del governo legittimo, desolata dall'assedio, desolata dalla
pestilenza, obbligata a spendere per violenza quello, che aveva
acquistato per industria, non aveva più forma alcuna di corpo sano:
dieci secoli d'independenza, dopo quindici anni di martirio si
terminarono nella dura soggezione di un capitano di guerra. Milano
ricca, prima spogliata dai repubblicani, poi dai loro nemici, prima
repubblica senza nome, poi repubblica ora con un nome ed ora con un
altro, quindi provincia Tedesca sotto nome di reggenza imperiale, poi
provincia Francese sotto nome di regno Italico, sempre conculcata,
sempre serva, cedè finalmente in potestà di colui, che credeva il più
prezioso frutto delle sue conquiste essere il poter risuscitare la
corona di ferro di Luitprando, ed il serpente dei Visconti. Di Venezia
poche cose dirò, poichè dopo tante stragi, tanti oltraggi, tante
espilazioni, o provincia Francese, o provincia Tedesca, conobbe di che
sapessero le due servitù. Perivano ogni giorno più i segni della
generosità di Dutillot nella tormentata Parma, che accarezzata sotto il
duca in parole pei fini di Spagna, taglieggiata in fatto per un'avarizia
indomabile, vessata in fine dai Napoleonici capricci sotto San Mery, e
molto più ancor sotto Junot, s'incamminava, da servitù in servitù
passando, a sperimentare quanto valessero a sanare le ricevute ferite il
concorrere ed il ricorrere al lontano Parigi. La Toscana ebbe più gran
miscuglio di correrìe e di saccheggi stranieri, di sollevazioni
intestine, di reggimenti temporanei, ora repubblicani tumultuarj, ed ora
imperiali tumultuarj, parecchie reggenze sotto vario nome, re giovani e
re bambini, ora capitani da guerra con somma autorità, ora principi
Austriaci, ora principi Borbonici, ed ora Elisa principessa: soldati
Napolitani, Francesi, Russi, Tedeschi, Italiani, incomposta e
pestilenziale illuvie: i tempi Napoleonici guastavano i Leopoldiani.
Roma rossa di sangue di legati Francesi, rossa di Romano sangue versato
a difesa delle patrie leggi, rossa d'Italiano sangue non versato a
difesa dell'Italiana patria, saccheggiata, conculcata, straziata da
tutti, non sapeva più chi amico, o chi nemico chiamar potesse. Francesi,
Tedeschi, Russi, Cisalpini, Napolitani, e, se Dio ne salvi, Turchi, con
la cupidigia e con le armi loro a vicenda l'assalirono: i tempj
profanati, i sacri arredi involati, i musei posti a ruba, le pitture di
Raffaello guaste dalle soldatesche barbare; pure e questi e quelli
dicevano volere la Romana felicità. Vide Roma un governo papale servo,
una repubblica serva, un governo papale con ingannevoli apparenze
restituito: vide un papa vinto, un papa tributario, un papa cattivo, un
papa ito all'incoronazione del suo nemico: vide preti adulatori di
Turchi, papisti adulatori d'Inglesi, repubblicani veri adulatori di
repubblicani falsi, amatori di libertà adulatori di tiranni: fuvvi
illusione da una parte, fraude dall'altra, e tra l'illusione e la fraude
nacque un inganno, una chimera, un pensare a caso tale che è pur forza
il confessare, che sia forte negli uomini l'istinto di star insieme,
perchè senza di lui la Romana gente o si sarebbe dispersa a vivere nelle
selve o vissuta insieme solo per ammazzarsi con le proprie mani. Credo
che più tormentosi sperimenti sopra le infelici nazioni non siano stati
fatti mai, come quelli che sopra i Romani furono fatti. L'aver
sopravvissuto pare miracolo. Ma se maggiori mali soffrire non potevano,
a maggiori scandali erano serbati dai cieli, siccome sarà da noi a suo
luogo con dolente e disdegnosa penna raccontato. Pareva che la monarchìa
avesse a portar più rispetto ai monarchi, ma fece peggio che la licenza.
Così se ne viveva Roma desolata: povero l'erario, poveri i particolari:
gli ornamenti perduti, gli animi divisi, ogni cosa piena di vendetta.
Non so con quali parole io mi accinga a favellar di Napoli, perchè gli
uomini simili al cielo, le benevolenze estreme che toccano la illusione,
le nimicizie estreme che toccano la ferocia: congiure, guerre civili,
guerre esterne, incendj, rovine, tradimenti, supplizj di gente virtuosa
e di gente infame, ma più di virtuosa che d'infame. A questo atti
eroici, coraggi indomiti, amicizie fedelissime anche nelle disgrazie,
temperanza cittadina anche nella povertà, pensieri dolcissimi di
fortunata umanità, desiderj purissimi del ben comune: ora regno
ottenebrato da congiure, ora repubblica contaminata da rapine ora regno
pieno di tormenti, ora regno pieno di rapine e di tormenti. Ferdinando
due volte cacciato, una volta tornato; una repubblica serva dei
Francesi, un regno servo degl'Inglesi, una repubblica stabilita a forza
da un soldato, un regno restituito a forza da un prete, quella con
immensa strage di lazzaroni, questo con immensa strage dei repubblicani:
quelli stessi che adulato avevano Championnet repubblicano, o Ferdinando
re, adulare Giuseppe re, e da un'altra parte la croce di Cristo sul
campo medesimo unita alla luna di Macometto, tutte queste cose fanno una
maraviglia tale, che quando saranno chiusi gli occhi e le orecchie di
coloro che le videro e le udirono, nissuno sarebbe più per crederle, se
non fosse la stampa, che ne moltiplica i testimonj.
Nissun ordine buono poteva sorgere da farragine sì dolorosa: perchè ogni
fondamento civile era disordinato, ed i soldati si creavano per altri.
Narrano alcuni che almeno questo accidente buono nascesse nel regno
Italico, che lo spirito militare si risvegliasse, e che buoni soldati si
formassero a benefizio d'Italia. Certamente buoni soldati si creavano
sotto la disciplina Napoleonica; ma mandati a battaglie forestiere, come
amassero l'Italia, e come imparassero a difenderla, io non so vedere; se
forse non si voglia credere, che il rovinare i paesi d'altri, ed il
distruggere le patrie altrui siano pei soldati salutiferi esempj.
La servitù s'abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere
magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto
splendore splendeva. La mole dell'Ambrosiano tempio cresceva, il foro
Buonaparte si disegnava, e da qualche principio già si conosceva quanto
grandiosa opera avesse a riuscire, se fosse stato condotto a termine.
Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori,
degli architettori; la corte pruomovitrice di servitù, era anche
pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano, nuovi ponti
s'innalzavano, nuove strade si aprivano. Nè le rocche, nè i dirupi
ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone ogni più difficile
impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio, e per sua volontà due
opere piuttosto da anteporsi, che da pareggiarsi alle più belle ed utili
degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione, e del
Cenisio, le quali aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte
roccie d'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future,
in un colla perizia ed attività dei Francesi, la potenza di chi sul
principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva. Beato egli, se
non avesse corrotto il benefizio colla servitù!
Era arrivato il tempo, in cui i disegni Napoleonici dovevano colorirsi a
danno del re di Spagna; i mezzi pari al fine. Il mettere discordia nella
famiglia reale, il far sorgere sospetto nel padre del figliuolo,
dispetto nel figliuolo verso il padre, il seminar sospetti sopra la
conjugal fede della regina, e al tempo stesso accarezzare chi era
soggetto dei sospetti, e farne stromento alle sue macchinazioni, il
contaminar la fama di una principessa morta, l'esser del sangue di
Carolina di Napoli rinfacciandole, accusar un principe di Spagna delle
Caroliniane insidie, perchè più amava la Spagna che la Francia, fare che
a Madrid e ad Aranjuez ogni cosa fosse sospetta di fraudi e di
tradimenti, e la quieta e confidente vita del tutto sbandirne, furono
arti di Napoleone. La subitezza Spagnuola le ruppe col far re
Ferdinando, e dimetter Carlo; ma Napoleone ravviava le fila: l'accidente
stesso di Aranjuez, che pareva dovere scompigliargli la trama, gli diede
occasione di mandarla ad effetto. Trasse con le lusinghe il re Carlo in
sua potestà a Bajona: restava, che vi tirasse il re Ferdinando; e il vi
tirò. Rallegrossi allora dell'opera compita. Fe' chiamar dal padre il
figliuolo ribelle, fe' chiamar dalla madre il figliuolo bastardo, dalle
gazzette meditatore scelerato della morte del padre, costrinse il padre
ed il figliuolo a rinunziare al regno in suo favore, mandò il padre poco
libero a Marsiglia, il figliuolo prigione a Valençay; nominò, ribollendo
in lui la cupidità sfrenata dell'esaltazione de' suoi, Giuseppe re di
Spagna, Murat re di Napoli. A questo fine era stato concluso il trattato
di Fontainebleau, promessa grandezza al re di Spagna, introdotti i
Napoleoniani in Ispagna. Ma le cose sortirono effetti diversi da quelli
ch'ei si era promesso. Sorsero sdegnosamente gli Spagnuoli contro le
ordite sceleraggini, e combatterono i Napoleoniani. Napoleone e i suoi
prezzolati scrittori gli chiamarono briganti, gli chiamarono assassini:
quest'infamia mancava a tanti scandali.
Napoleone obbligato a mandar soldati contro Spagna, ed a scemargli in
Germania, temeva di qualche moto sinistro. Una nuova dimostrazione
dell'amicizia di Russia gli parve necessaria. Fatte le sue esortazioni,
otteneva, che Alessandro il venisse a trovare ad Erfurt. Quivi furono
splendide le accoglienze pubbliche, intimi i parlari segreti: stava il
mondo in aspettazione e timore nel vedere i due monarchi potenti sopra
tutti favellare insieme delle supreme sorti. Chi detestava l'imperio
dispotico di Napoleone, disperava della libertà d'Europa, perchè essendo
le due volontà preponderanti ridotte in una sola, non restava più nè
appello, nè ricorso, nè speranza. Chi temeva dell'insorgere progressivo
della potente Russia, abborriva ch'ella fosse chiamata ad aver parte in
modo tanto attivo nelle faccende d'Europa; conciossiachè le abitudini
più facilmente si contraggono, che si dismettono, ed anche l'ambizione
del dominare non si rallenta mai, anzi cresce sempre, ed è insanabile.
Rotto era e capriccioso il procedere di Napoleone, e però da non durare,
mentre l'andare considerato e metodico della Russia dava più fondata
cagione di temere. Le scene d'Erfurt erano per Napoleone più d'apparato
che d'arte, per Alessandro più d'arte che d'apparato.
Giovacchino Murat, nuovo re di Napoli, annunziava la sua assunzione ai
popoli del regno: avergli Napoleone Augusto dato il regno delle due
Sicilie; due primi e supremi pensieri nudrire, essere grato al donatore,
utile ai sudditi: volere conservar la constituzione data
dall'antecessore: venire con Carolina, sua sposa augusta, venire col
principe Achille, suo reale figliuolo, venire coi figliuoli ancor
bambini, commettergli alla fede, all'amore loro: in esso consistere la
contentezza dei popoli, in esso la sua benevolenza. Principiarono le
Napoletane adulazioni. Il consiglio di stato, il clero, la nobiltà
mandarono deputati a far riverenza ed omaggio a Giovacchino re. Il
trovarono a Gaeta; in nome suo giurarono. Napoli intanto esultava.
Inscrizioni, trofei, statue, archi trionfali, ogni cosa in pompa. Una
statua equestre rizzata sulla piazza del Mercatello rappresentava
Napoleone Augusto. Un'altra sulla piazza del palazzo raffigurava, sotto
forma di Giunone, Carolina regina. Perignon, maresciallo di Francia,
lodato guerriero, appresentava a Giovacchino le chiavi di Napoli.
Generali, ciamberlani, scudieri, ufficiali, soldati, chi colle spade al
fianco, chi colle chiavi al tergo, ed un popolo numeroso e moltiforme,
chi portando rami d'alloro, e chi d'ulivo. Firrao cardinale col
baldacchino, e con gli arredi sacri riceveva Giovacchino sulla porta
della chiesa dello Spirito Santo: condottolo sul trono a tal uopo molto
ornatamente alzato, cantava la messa, e l'inno Ambrosiano. Terminata la
cerimonia, per la contrada di Toledo piena di popolo, a cui piaceva la
gioventù e la bellezza del nuovo re, andava Giovacchino a prender sede
nel reale palazzo. Pochi giorni dopo, incontrata dal re a San Leucio,
faceva lieto e magnifico ingresso Carolina regina: risplendeva, come lo
sposo, di tutta gioventù e bellezza. Guardavano la venustà delle forme,
miravano il portamento dolce ed altero, cercavano le fattezze di
Napoleone fratello: gridavanla felice, virtuosa, augusta.
Furono felici i primi tempi di Murat. Occupavano tuttavia gl'Inglesi
l'isola di Capri, la quale, come posta alle bocche del golfo, è freno e
chiave di Napoli dalla parte del mare. La presenza loro era stimolo a
coloro, che non si contentavano del nuovo stato, cagione di timore agli
aderenti, e ad ogni modo impediva il libero adito con manifesto
pregiudizio dei traffichi commerciali. Pareva anche vergognoso, che un
Napoleonide avesse continuamente quel fuscello negli occhi, da parte
massimamente degl'Inglesi, tanto odiati, e tanto disprezzati. Aveva
Giuseppe per la sua indolenza pazientemente tollerato quella vergogna;
ma Giovacchino, soldato vivo, se ne risentiva, e gli pareva necessario
cominciar il dominio con qualche fatto d'importanza; andava contro
Capri. Vi stava a presidio Hudson Lowe con due reggimenti accogliticci
d'ogni nazione, e che si chiamavano col nome di Reale Corso, e di Reale
Malta. Erano nell'isola parecchi siti sicuri, le eminenze di Anacapri,
ed il forte Maggiore, con quelli di San Michele e di San Costanzo.
Partiti da Napoli e da Salerno, e governati dal generale Lamarque
andavano Francesi e Napolitani alla fazione dell'isola. Posto piede a
terra per mezzo di scale uncinate, non senza grave difficoltà perchè
gl'Inglesi si difendevano risolutamente, s'impadronirono di Anacapri: vi
fecero prigioni circa ottocento soldati di Reale Malta. Conquistato
Anacapri, che è la parte superiore dell'isola, restava, che si
ricuperasse l'inferiore. Dava ostacolo la difficoltà della discesa per
una strada molto angusta a guisa di scala scavata nel macigno, dentro la
quale traevano a palla ed a scaglia i forti, specialmente quello di San
Michele. Fu forza alzar batterìe sulle sommità per battere i forti,
l'espugnazione andava in lungo. Arrivavano agli assediati soccorsi
d'uomini e di munizioni dalla Sicilia. Ma la fortuna si mostrava
prospera al Napoleonide, perciocchè i venti di terra allontanavano
gl'Inglesi dal lido. Il re, che stava sopravvedendo dalla marina di
Massa, fermatosi sopra la punta di Campanella, e veduto il tempo
propizio, spingeva in ajuto di Lamarque nuovi squadroni. Gli Inglesi,
rotti già in gran parte e smantellati i forti, si diedero al vincitore.
L'acquisto di Capri piacque ai Napolitani, e ne presero buon augurio del
nuovo governo.
Erano nel regno baroni, repubblicani, e popolo. I baroni al nuovo re
volentieri si accostavano, perchè si contentavano degli onori, nè
stavano senza speranza di avere, od a ricuperare gli antichi privilegi,
perciocchè malgrado delle dimostrazioni contrarie i Napoleonidi
tendevano a questo fine, od almeno ad acquistarne dei nuovi. I
repubblicani erano avversi a Giovacchino, non perchè fosse re, che di
ciò facilmente si accomodavano, ma perchè si ricordavano, che gli aveva
cacciati e fatti legare come malfattori in Toscana. Dava anche loro
fastidio la vanità incredibile di lui, siccome quegli che indirizzava
ogni suo studio e diligenza a vezzeggiare chi portasse un nome
feudatario. Per questo temevano, che ad un bel bisogno gli desse in
preda a chi desiderava il sangue loro; ma egli con qualche vezzo se gli
conciliava, perchè avevano gli animi domi dalle disgrazie. Il popolo,
che non meglio di Giovacchino si curava che di Giuseppe, si sarebbe
facilmente contentato del nuovo dominio, purchè restasse tutelato dalle
violenze dei magnati, ed avesse facile e quieto vivere. Ma Giovacchino
tutto intento a vezzeggiar i baroni, trascurava il popolo, il quale
vessato dai baroni e dai soldati, si alienava da lui. Era anche segno
che volesse governare con assoluto imperio, il tacere della
constituzione, che si credeva aver voluto dare Giuseppe in sul partire.
Inoltre ordinò che si scrivessero i soldati alla foggia di Francia. Ciò
fe' sorgere mali umori negli antichi possessori dei privilegi; nè meglio
se ne contentava il popolo, perchè gli pareva troppo insolito. Siccome
poi le provincie non quietavano, e che massimamente le Calabrie secondo
il solito imperversavano, scrisse le legioni provinciali, una per
provincia, ordine già statuito da Giuseppe, ma da lui rimessamente
eseguito. Così tutto in armi; chi non le portava come soldato pagato,
era obbligato a portarle come guardia non pagata. Veramente, quand'io
considero gli ordini d'Europa, mi maraviglio; perchè mi pare che negli
stati, in cui la metà e più della rendita pubblica va nel pagar soldati,
gli stati debbono guardar i cittadini, e che un cittadino che paga in
tasse ed in figliuoli soldati quanto lo stato gli domanda, perchè lo
guardi, debb'esser guardato dallo stato: pure veggo, che dopo avergli
dato e tasse, e figliuoli, è ancora obbligato a cingersi la sciabola per
guardarsi da se. Queste sono le libertà e le felicità europee.
Giovacchino, come soldato, comportava ogni cosa ai soldati: ne nasceva
una licenza militare insopportabile. Seguitava anche quest'effetto, che
il solo puntello che avesse alla sua potenza, erano i soldati, e che
nissuna radice aveva nell'opinione dei popoli. Le insolenze soldatesche
si moltiplicavano. Non solo ogni volontà, ma ogni capriccio di un capo
di reggimento, anzi di un ufficiale qualunque dovevano essere obbedite,
come se fossero leggi: chi anzi si lamentava, era mal concio, e per poco
dichiarato nemico del re. Molto, e con ragione si erano doluti i popoli
delle insolenze dei baroni, ma quelle dei capitani di Giovacchino erano
maggiori. Rappresentavano i popoli i loro gravami, domandando protezione
ed emenda. Ma le soldatesche erano più forti delle querele, e si notava
come gran caso, che chi si era lagnato non fosse mandato per la
peggiore. Nascevano nelle province un tacere sdegnoso, ed una
sopportazione desiderosa di vendetta. Nè in miglior condizione si
trovava Napoli capitale. La guardia reale stessa che attendeva alla
persona di Giovacchino, oltre ogni termine trascorreva. Nissuna quiete,
nissun ordine poteva esser pei cittadini, nè nel silenzio della notte,
nè nelle feste del giorno; perchè solo un ufficiale della guardia il
volesse, tosto turbava con importuni romori, minacce ed insolenze i
sonni ed i piaceri altrui. Il re comportava loro ogni cosa. I mandatarj
dei magistrati civili, che s'attentavano di frenare sì biasimevoli
eccessi, erano dai soldati svillaneggiati, scherniti e battuti; e
sonsene veduti di quelli, che arrestati per aver fatto il debito loro,
dalle sfrenate soldatesche, e condotti sotto le finestre del palazzo
reale, furono, veggente il re, segni di ogni vituperio. Quest'era lo
stato di Napoli, quest'un governar peggiore che di Turchia. Troppo era
fresco il dominio di Murat, a fare che un tal procedere non fosse non
solamente barbaro, ma ancora pericoloso.
I mali umori prodotti dalle enormità commesse dai soldati di Murat
davano speranza alla corte di Palermo, che le sue sorti potessero
risorgere nel regno di qua dal Faro. Infuriava tuttavia la guerra civile
nelle Calabrie, nè gli Abruzzi quietavano. Erano in questi moti varie
parti, e vari fini; alcuni di coloro che combattevano contro
Giovacchino, e che avevano combattuto contro Giuseppe, erano aderenti al
re Ferdinando, altri amatori della repubblica. Taccio di coloro, e non
erano pochi, che solo per amore del sacco e del sangue avevano le armi
in mano. Non sarà, credo, narrazione incresciosa a chi leggerà queste
storie, se io racconterò come, e per qual cagione la setta dei carbonari
a questi tempi nascesse. Alcuni dei repubblicani più vivi, ritiratisi
durante le persecuzioni usate contro di loro, nelle montagne più aspre,
e nei più reconditi recessi dell'Abruzzo e delle Calabrie, avevano
portato con se un odio estremo contro il re, non solamente perchè loro
persecutore era stato, ma ancora perchè era re. Nè di minore odio erano
infiammati contro i Francesi, sì perchè avevano disfatto la repubblica
propria, e quelle d'altrui, sì perchè gli avevano anche perseguitati.
Non potevano costoro pazientemente tollerare, che in cospetto loro, non
che di Ferdinando, di Giovacchino, non che di Giovacchino, di regno si
favellasse. Così tra aspri dirupi e nascoste valli vivendosi, gli odj
loro contro i re e contro i Francesi fra immense solitudini
continuamente infiammavano. Ma sulle prime isolati, ed alla spartita
vivendo, nissun comune vincolo gli congiungeva, intenti piuttosto ad
arrabbiarsi, che a vendicarsi. Gl'Inglesi, che custodivano la Sicilia,
ebbero notizia di quest'umore, ed avvisarono che fosse buono per turbare
il regno contro i Francesi. Pertanto gli animarono a collegarsi fra di
loro, affinchè con menti unite concorressero ai medesimi disegni, e
creassero nuovi seguaci. Per accendergli promettevano gl'Inglesi qualche
forma di constituzione. Sorse allora la setta dei carbonari, la quale
acquistò questo nome, perchè ebbe la sua origine, e si mostrò la prima
volta nelle montagne dell'Abruzzo e delle Calabrie, dove si fa una
grande quantità di carbone. Molti ancora fra questi settarj sapevano, ed
esercevano veramente l'arte del carbonajo. Siccome poi non ignoravano,
che a voler tirar gli uomini, niuna cosa è più efficace che le apparenze
astruse e mirabili, così statuirono pratiche e riti maravigliosi.
Principal capo ed instigatore era un uomo dotato di sorprendente facoltà
persuasiva, che per nome si chiamava Capobianco. Avevano i carbonari
quest'ordine comune coi liberi muratori, che gli ammessi passavano
successivamente per varj gradi fino al quarto; che celavano i riti loro
con grande segretezza; che a certi statuiti segni si conoscevano fra di
loro; ma in altri particolari assai erano diversi i carbonari dai liberi
muratori; conciossiachè, siccome il fine di questi è il beneficare
altrui, e di banchettar se stessi, così il fine di quelli era l'ordine
politico degli stati. Avevano i carbonari nel loro procedere assai
maggior severità dei liberi muratori, perchè non mai facevano banchetti,
nè mai fra canti e suoni si rallegravano. Il loro principal rito in ciò
consisteva, che facessero vendetta, come dicevano, dell'agnello stato
ucciso dal lupo, e per agnello intendevano Gesù Cristo, e pel lupo i re,
che con niun altro nome chiamavano, se non con quello di tiranni. Se
stessi poi nel gergo loro chiamavano col vocabolo di pecore, ed il lupo
credevano essere il monarca, sotto il quale vivevano. Opinavano altresì
che Gesù Cristo sia stato la prima e la più illustre vittima della
tirannide, e protestavano volerlo vendicare con la morte dei tiranni.
Così come adunque i liberi muratori intendono a vendicar la morte del
loro Iramo, i carbonari intendevano a vendicare la morte di Cristo. In
questa setta entravano principalmente uomini del volgo, sulla
immaginazione dei quali gagliardissimamente operavano, con vivi colori
rappresentando la passione, e la morte di Cristo, e quando nelle loro
congreghe i riti loro adempivano, avevano presente un cadavere tutto
sanguinoso, che dicevano essere il corpo di Gesù Cristo. Quale effetto
in quelle Napolitane fantasie sì terribili forme partorissero, ciascuno
sel può considerare. Erano i segni loro per conoscersi vicendevolmente,
quando s'incontravano, oltre alcuni altri, il toccarsi la mano ed in
tale atto col pollice segnavano una croce nella palma della mano l'uno
dell'altro. Quello, che i liberi muratori chiamano loggia, essi baracca
chiamavano, e le assemblee loro col nome di vendite distinguevano, ai
carbonari veri alludendo, i quali scendendo dalle montagne andavano a
vendere il carbone loro pei mercati in pianura. Sentivano, come abbiamo
detto, molto fortemente di repubblica: niun altro modo di reggimento
volevano, che il repubblicano, ed in repubblica già si erano ordinati
apertamente nelle parti di Catanzaro sotto la condotta di quel
Capobianco, che abbiamo sopra nominato. Odiavano acerbamente i Francesi,
acerbissimamente Murat per essere Francese e re, ma non per questo erano
amici di Ferdinando, perchè piuttosto non volevano re. Nati prima
nell'Abruzzo e nelle Calabrie, si erano propagati nelle altre parti del
regno, e perfino nella Romagna avevano introdotto le pratiche loro, e
creato consettarj. In Napoli stessa pullulavano: non pochi fra i
lazzaroni della secreta lega erano consapevoli e partecipi.
Vedendo Ferdinando, che la potenza dei carbonari era cosa d'importanza,
si deliberava, a ciò massimamente stimolato da Carolina sua moglie e
dagl'Inglesi, di fare qualche pratica acciocchè se possibil fosse,
concorressero co' suoi proprj aderenti al medesimo fine, che era quello
di cacciar i Francesi, e di restituirgli il regno. Principale mezzano di
queste pratiche era il principe di Moliterno, che, tornato
d'Inghilterra, dove si era condotto per proporre a quel governo, che
dichiarasse l'unione e l'independenza di tutta Italia, se vi voleva far
frutto contro i Francesi, le quali proposte non volle l'Inghilterra
udire, non fidandosi del principe, per essere stato repubblicano, si era
in Calabria fatto capo di tutti gli antichi seguaci del cardinal Ruffo,
e vi teneva le cose molto turbate contro Giovacchino. Parlava
efficacemente dell'unione e independenza dell'Italia, ed in queste
dimostrazioni era ardentemente secondato dalla regina, che si persuadeva
di potere con questo allettativo, non solamente ricuperare il regno, ma
ancora acquistare qualche altra parte importante. Pareva Moliterno
personaggio atto a questi maneggi coi carbonari, perchè ai tempi di
Championnet era stato aderente della repubblica, ed anzi per questa sua
opinione proscritto dalla corte di Napoli. I carbonari, sì perchè erano
aspramente perseguitati dai soldati di Murat, sì perchè Moliterno
sentiva di repubblica, e sì perchè finalmente molto si soddisfacevano di
quella unione e independenza d'Italia, prestavano favorevoli orecchie
alle proposte del principe e della regina. Ciò non ostante stavano di
mala voglia, e ripugnavano al venire ad un accordo con gli agenti regj.
Per vincere una tale ostinazione, il governo regio di Palermo dava
speranza ai carbonari, che avrebbe loro dato una constituzione libera a
seconda dei desiderj loro. Per questi motivi, e massimamente per questa
promessa, consentirono ad unirsi con gli aderenti del re a liberazione
del regno dai Francesi. A queste risoluzioni vennero la maggior parte
dei carbonari; ma i più austeri, siccome quelli che abborrivano da ogni
qualunque lega con coloro che stavano ad un servizio regio, continuarono
a dissentire, e questa parte discordante fu quella, che ordinò quella
repubblica di Catanzaro, che abbiamo sopra nominato.
L'unione dei carbonari coi regj diede maggior forza alla parte di
Ferdinando in Calabria; ma dal canto suo Giovacchino, in cui non era la
medesima mollezza che in Giuseppe, validamente resisteva, massime nelle
terre murate, cooperando alla difesa i soldati Francesi guidati da
Partonneaux, i soldati Napolitani, e le legioni provinciali. Ogni cosa
in iscompiglio: la Calabria non era nè del re Ferdinando nè del re
Giovacchino; le soldatesche ed i sollevati ne avevano in questa parte ed
in quella il dominio. Seguitavano tutti gli effetti della guerra
disordinata e civile, incendj, ruine, saccheggi, stupri, e non che
uccisioni, assassinj. I fatti orribili tanto più si moltiplicavano,
quanto più per l'occasione della guerra fatta nel paese, uomini di mal
affare di ogni sorta, banditi, ladri, assassini, a cui nulla importava
nè di repubblica, nè di regno, nè di Ferdinando, nè di Giovacchino, nè
di Francesi, nè d'Inglesi, nè di papa, nè di Turco, ma solo al sacco ed
al sangue intenti, dai più segreti ripostigli loro uscendo, commettevano
di quei fatti, dai quali più la umanità abborrisce, e cui la storia più
ha ribrezzo a raccontare. Così le Calabrie furono da questo momento in
poi, e per due anni continui fatte rosse da sangue disordinatamente
sparso, finchè lo spavento cagionato da sangue ordinatamente sparso le
ridusse a più tollerabile condizione.