Ecco dunque ricorrere un'altra volta quelle introvabili monete da 3 e

da 9 al soldo delle quali ci occupammo con qualche estensione allorché

cadde non ha guari il discorso sopra simili pezzi che per Vicenza

s'erano cusi. Non è però questa l'ultima memoria di monete qui battute

per la città di Verona; rilevandosi dal tenore della terminazione 31

agosto 1491, riportata allorché si trattò delle monete di Padova, che

bagattini simili a quelli che il C. X. decretava in quel giorno per

Padova, s'erano già prima coniati per Verona, quantunque io abbia

avvertito che le varie sigle ricorrenti su que' pezzi del doge

Agostino Barbarigo non corrispondono alle iniziali de' podestà che

rappresentarono la Repubblica gli ultimi anni del secolo decimoquinto

a Verona. La qual città pochi anni dopo, assalita da prepotenti forze

imperiali, veniva ceduta dal podestà veneziano Francesco Garzoni a'

cittadini il 1.° giugno 1509, che aprivano le porte a Massimiliano che

la resse fino al 1516 e v'improntò moneta col suo nome e co' suoi

stemmi. Ma ritornata alla Repubblica, perdette la seconda volta il

diritto di zecca.

BRESCIA.

Emancipata nel 936 dal grande Otone, entrò nella lega lombarda, e fu

poi straziata da' partiti, tiranneggiata da' vicarii, e subì con

pazienza impotente il giogo crudele di Enrico VII. Nel 1330 stanca

delle lunghe oppressioni degli antichi signori, invocò la protezione

di Giovanni re di Boemia e di Polonia, dal quale, per aver lui rotta

la fede giurata, si emancipò di nuovo per darsi agli Scaligeri, donde

passava con Bergamo pochi anni dopo a' Visconti. Governata sul cadere

del secolo XIV da Pandolfo Malatesta e quindi un'altra volta da'

signori di Milano, volle dedicarsi a Venezia; e il generale Francesco

Carmagnola nel 1426 ne prese possesso in nome della Repubblica, che le

mantenne i patrii statuti e fino al 1488 il [I[consiglio popolare]I].

Varii de' dominatori che successivamente ressero Brescia e il suo

territorio vi esercitarono diritto di zecca, toltole poi dalla

occupazione de' Veneti. Tuttavia nella zecca della metropoli

s'improntarono monete per quella città prima del 1443 e dopo

quell'anno, come appare dalla più volte citata terminazione del 22

febbrajo dell'anno medesimo, che qui riporto:

+ [I[YHS. 1442 (more veneto, o 1443) adi 22 Fevrer,

in Pregadi.]I]

[I[ Cunziossiaché el faza per la Signoria nostra a questo

tempo bexogno de factura de denari per ogni modo et via

honesta; et in Cecha nostra del arzento altre volte

se feva pizoli over bagatini per Bressia, Pergamo,

Verona e Vicenza soto diverse stampe secondo el chorso

di luogi; i qual bagatini tegniva marche 8 de rame

e 1 de arzento; per che i diti bagatini son manchadi,

al prexente alguna moneda del ducha di Millan chiamada

sexini (i qual di sora sono bianchizadi e tuto el resto

si e rame) a prexo corso per tuto el nostro teritorio

dal Menzo in la; e sel fosse fato de i diti bagatini

che tegnissino marche 8. 1/2 di rame e meza de arzento

el nostro Chomun ne receverave grandissima utilitade

e guadagno.]I]

[I[ L'anderà parte che i nostri masseri de la moneda

del arzento debiano far far de i diti bagatini secondo

le stampe uxade de Pergamo, Bressia, Verona, Vicenza

e Veniexia, metando marcha meza de argento in marche

8. 1/2 di rame.]I]

Non è invero agevole il discernere fra le monete del Foscari, alle

quali dee spettare il nome e il valore di bagattini, quelle coniate

fra il 1423 e il 1443 per l'una o l'altra delle città ricordate da

questa terminazione. Quanto poi alle cuse dopo quell'anno, credo aver

provato nella parte del mio lavoro sacrata alle monete di Padova,

aversi a riconoscere quei nuovi bagattini nelle monete che recano

dall'un de' lati le iniziali del nome del Foscari fra le braccia di

una croce, e dall'altro il S. Marco in soldo senza iscrizione.

La copia de' bagattini stampati in esecuzione del senatoconsulto 22

febbrajo 1443 è provata da un altro sancito il 23 novembre dell'anno

stesso, che dice come s'era fatta nella zecca nostra [I[granda

quantitade de pizoli per Bressia, Padova et altre tere]I]; e sembra

anzi che le province di Terraferma ne fossero innondate se, nel 1451,

il Senato ne sospendeva lo stampo:

[I[ 1451. adi 25 Settembre, in Pregadi.]I]

[I[ Chel sia comandado per autoritade de questo

Consejo ai oficiali nostri dela Cecha che i no

debia piu far far pizoli di Bressia.]I]

Ma i bisogni della guerra, che rendono sempre necessaria la più

operosa attività delle officine nummarie, indussero l'anno seguente il

Senato ad abrogare questa terminazione coll'altra che qui riporto:

[I[ 1452. adi 29 Dezembrio, in Pregadi.]I]

[I[ Che la Cecha possa far stampir e chuniar pizoli

dela stampa da Bressia, non ostante altri ordini

over chomandamenti nostri ordenando in chontrario.]I]

Simili a quello cui ho attribuito il nome ed il valore di bagattino

per la Terraferma, e più specialmente di [I[bagattino per Brescia]I],

non ricorrono d'alcun doge dopo del Foscari. Abbiamo bensì memoria

d'altre monete battute per quella città, conservataci dalla

terminazione del C. X. 19 ottobre 1474 che bandisce i [I[quattrini

duini da Bressa]I] e i[I[ pizolli uechi dal lion, le qual monede no se

possino in alchuna parte del mondo spender]I]; e così pure di

quattrini e sesini ivi spediti nel 1589 troveremo notizia

nell'occuparci di quelle di Bergamo, comeché le monete bandite nel

1484 o le decretate nel 1589 non sappiamo discernere fra quelle

destinate ad aver corso anche nella capitale della Repubblica.

BERGAMO.

Passata dal dominio de' re d'Italia a quello de' vescovi, Bergamo

cominciò poi a reggersi sotto l'impero del terzo Otone con forma

repubblicana. Costretta in seguito a ricevere vicarii imperiali, ed

associatasi alle città conchiudenti la lega lombarda, si emancipava

per oro nel 1286 da ogni supremazia dell'impero germanico e ritornava

all'antica autonomia. Ma nel 1330 datasi a Giovanni di Lussemburgo re

di Boemia e di Polonia, ebbe da lui leggi civili e criminali; ma poco

dopo la occuparono a vicenda Visconti e Scaligeri. Venduta da una

famiglia ottimate a Pandolfo Malatesta, fu a costui ripresa da'

Milanesi; sennonché, ardendo la guerra fra il Visconte e Venezia, i

Bergamaschi inviarono legati ad offerir la loro città alla Repubblica

che nel 1428 ne prendeva possesso, contrastato in seguito dalle armi

del duca Filippo Maria, ma inutilmente. Ne' torbidi anni in cui gli

alleati di Cambray minacciavano la esistenza della Repubblica, Bergamo

aprì le porte a' Francesi, per discacciarneli pochi anni dopo e far

ritorno al mite governo de' Veneziani.

Nel secolo XIII, imperando Federico II, mentre la città era soggetta

a' vicarii, s'improntavano a Bergamo monete col nome e colla imagine

di quell'augusto e recanti le armi della città, un castello guernito

di tre alte torri. Questi nummi argentei di Bergamo, che però stanno

fuori del nostro campo perché battuti anzi la veneta dominazione,

offrono un esempio di lega forse unico nella storia numismatica.

Conciossiaché il fino argento in cui si vollero coniati si presenti in

numerosi esemplari misto all'antimonio. Non si avendo però né della

zecca di Bergamo, né d'altre zecche del mondo memoria alcuna che

ricordi appositamente impiegato quel miscuglio stranissimo, crederei

non ingannarmi nel ritenere che la difficoltà delle operazioni

docimastiche, in un'epoca in cui poco si conosceva l'arte di appurare

i metalli, lasciasse nella massa che si credeva di fino argento alcune

porzioni di antimonio che nello stato naturale contenea l'argento

medesimo.

La terminazione del Senato di Venezia 22 febbrajo 1443, riportata

quando dissi delle monete di Brescia, ci prova che dal giorno della

occupazione di Bergamo operata da' nostri fino a quello in cui fu

sancita la detta legge s'erano già battute monete per quella città, le

quali non è possibile discernere fra le altre improntate col nome del

doge Foscari. Ma ravvisammo bensì fra queste, le comandate dal

succitato senatoconsulto, allorché si toccò de' nummi cusi a Venezia

per Brescia e per Padova.

Havvi però una moneta di rarità singolare, il cui solo esemplare a me

noto si conserva nella Marciana, alla quale provenne dal Pasqualigo,

espressamente battuta per Bergamo nel secolo XVI inoltrato, e recante

il nome del doge Pasquale Cicogna. È un piccolo pezzo di biglione, del

diametro di m. 0,0185 e del peso di k. 5 o poco meno; il cui diritto

offre l'imagine stante di S. Marco che, volgendo il capo alla destra

dell'osservatore, tiene con ambe le mani il Vangelo. Lo accerchia la

epigrafe . S . M . V . PASC. CICON . DVX; e nell'esergo sotto la

figura campeggia la cifra 4 fra due rose. Il rovescio presenta il

Redentore veduto fino alle reni, di prospetto, e recante nella

sinistra il globo e colla destra benedicente. Lo attornia questa

leggenda VIA . VERITAS . ET . VITA; e nell'esergo il nome della città

per cui fu cuso questo nummo, così abbreviato BERGO . e sott'esso una

stellina.

È prezzo dell'opera soffermarci alcun poco a considerare la moneta

presente, ch'è invero fra quelle stampate pei possedimenti veneti una

delle più singolari. Quanto alla età, la determina chiaramente il nome

del doge Cicogna che governò la Repubblica dal 18 agosto 1585 al 2

aprile 1595. Non ugualmente agevole è il verificare la occasione che

ne dié motivo allo stampo, e così pure il nome, il titolo, il valore.

Ciò nullameno le osservazioni che verrò esponendo gitteranno alcuna

luce su questo punto tuttora incerto della patria numismatica.

Il coscienzioso Zon così ne scriveva a pag. 57 del suo trattato:

[I[Nel 1589 vi ha un ordine per istampo di sesini o quattrini per

Bergamo a peggio 550, siccome le gazzette, che sono forse quelli di

grani 20 per ciascuno fatti sotto il doge Cicogna, col Salvatore e col

motto: VIA VERITAS ET VITA, e BERGO, scritto nell'esergo]I].

Conoscitore della lealtà del mio illustre amico, e ammiratore della

rara diligenza ch'egli poneva ne' suoi diletti studii numografici, non

potei non andar molto maravigliato nel trovar le notizie date nel

passo surriferito non conformi al vero; né saprei indovinare come lo

Zon siasi questa volta lasciato trar in errore, forse dall'altrui

autorità. Svolsi infatti ed esaminai accuratamente le terminazioni del

Senato, a cui allora era affidata la direzione della zecca, non solo

dell'anno 1589 ma di tutto il tempo in cui ducò il Cicogna, e non mi

fu dato rinvenire quell'imaginario senatoconsulto. Vi rincontrai bensì

diversi decreti de' Pregadi riguardanti le ingenti spese sostenute

quell'anno e nel precedente per proseguire le fortificazioni di

Bergamo e di Brescia, e l'unico ove m'imbattei in memorie di

[I[quattrini]I] (non già di [I[sesini]I]) è quello di cui qui

trascrivo la porzione che più interessa le nostre ricerche:

[I[ 1589. 25 Novembre. In Pregadi.]I]

[I[ . . . Quanto poi alla moneta minuta, et particolarmente

dei quattrini, volemo che quei che si stamperanno in

questa città siano spesi a 6 alla gazetta. Et acciocché

questo ordine nostro habbia la sua debita et presta

essecutione, siano da i Proueditori nostri in Cecca

mandati in più volte a i Rettori nostri di Brescia de i

danari ultimamente applicati alle fortezze per la fabrica

di quel castello duc. tremille de quattrini, ed

altrettanti a quei di Bergamo per pagar la maistranza

alla fabrica di quella fortezza et altre persone

che farà bisogno.]I]

Dal tenore di questo decreto chiaramente appare che si mandarono a

Brescia ed a Bergamo somme considerevoli in piccoli pezzi da 6 alla

gazzetta, cioè del valore di 4 bagattini ciascuno per gli stipendii

degli operai impiegati nell'erezione di quelle fortezze. Perché dunque

non potrebbesi ammettere che in tal circostanza una qualità

particolare di quattrini, destinati ad inviarsi a Bergamo,

s'improntasse col nome di quella città? Vi corrisponde l'epoca,

semplicemente espressa col nome del doge allora regnante, vi

corrisponde la cifra 4 indicante il valore del [I[quattrino]I], o 4

piccoli, pari ad un 1/6 di gazzetta, come vuole il decreto.

A determinare pertanto il titolo del metallo in cui la moneta di

Bergamo si volle coniata, mi varrò di un computo da me altre volte

adottato per precisare la quantità di fino che dev'esistere in un dato

pezzo. E nel caso presente, prenderò a punto di partenza il notissimo

[I[ducatone]I], detto oggi altramente [I[Giustina minore]I], il quale

all'epoca del Cicogna si mantenne al prezzo di lire 6 e soldi 4, o

soldi 124, cifra che reca nell'esergo del suo rovescio. Questo pezzo

del peso di k. 134. 1/2 a peggio 60 conteneva perciò d'argento fino

k. 127. 95/192; e v'era quindi il soldo rappresentato

approssimativamente da un pezzetto d'argento del peso di k. 1. 1/35, e

perciò il quattrino, pari ad 1/3 di soldo, dovea tenere di fino

gr. 1. 12/35, o press'a poco gr. 1. 1/3. Sicché pesando il quattrino

di Bergamo grani 20, avrebbe a contenere circa gr. 18. 2/3 di lega,

andrebbe cioè al peggio approssimativo di k. 1075. Qual differenza fra

questa cifra e quella di k. 550 che avea data lo Zon!

RAVENNA.

Dall'anno 1390, allorché Ravenna era sotto il dominio di que' da

Polenta, fino al 1440 fu sede di un Veneto podestà, le cui

attribuzioni non erano peraltro maggiori di quelle di un semplice

console, comeché il nome della carica suonasse una più lata

giurisdizione. Quando nel 1440 la vecchia capitale dell'Esarcato si

dedicò alla Repubblica, mandovvi questa un patrizio rivestito di ben

più ampii poteri, insignito del doppio titolo di [I[podestà e

capitano]I], mutantesi d'uno in altro anno. Circa settant'anni ne

rimasero padroni i nostri, fino a che cioè, dopo un inutile assedio

messole dalle truppe papali che fu valorosamente respinto da'

difensori, ricadde nelle mani del Pontefice per trattato, dopo la

rotta dell'Alviano a Ghiaradadda.

Due anni dopo la veneta occupazione, nel 1442, tolto a Ravenna il

privilegio di zecca, che da dieci secoli esercitava, il Senato venne

alla terminazione che qui trascrivo, per sopperire a' bisogni del

minuto commercio di quella città:

+[I[ YHS. 1442, adj XVIII Luio. In Pregadi.]I]

[I[ Conziossiaché el sia prexo in questo Consejo

ch'el sia fato dj bagatinj ala liga nuoua per letere

nostre, e bona chossa sia etiamdio proueder ch'el

sia fato dj quatrinj e mezj quatrini per Rauena

ala liga e segondo la mostra dj dictj quatrinj

fata per i masserj nostri dela moneda del arzento

e mandada al proveditor nostro da Ravena, el qual

l'alda che el sia facto dj dictj quatrini perché i

piaxeno molto a i citadinj di Ravena;]I]

[I[ Vada parte che i masserj nostrj de la moneda

del arzento debiano far far di quatrini e mezi

quatrinj predicti ala liga e segondo la mostra

per i predicti masseri facta.]I]

Avvegnaché la presente terminazione ricordi due diverse monete battute

per Ravenna, cioè il [I[quattrino]I] o terza parte del soldo, e il

[I[mezzo quattrino]I] o il sesto di soldo, una sola ne incontriamo

nelle nostre raccolte, il cui peso e il cui titolo ci consigliano a

tenerla il [I[quattrino]I]. Parlando sotto l'anno 1443 delle monete

cuse per Padova, feci vedere come il soldo a quell'epoca fosse

rappresentato da un pezzetto d'argento fino del peso approssimativo di

grani 7. 1/2. Ora, risultando dall'assaggio la lega del nummolo

ravennate al titolo 0,333, ed essendone il peso di grani 7. 1/2, esso

equivale veramente ad 1/3 del soldo, cioè al quattrino.

Offre la rarissima moneta di cui ci occupiamo, da un lato il patrono

di Ravenna, mezza figura, con insegne di vescovo e benedicente, veduto

di prospetto, e intorno ad esso la epigrafe S . APOLI . RAVEN .

Dall'altro il S. Marco in soldo chiuso da un cerchietto, oltre cui

gira la leggenda + S . MARCVS . VENETI . N'è corretto il disegno, e il

diametro è di m. 0,012.

Nel 1451 trovo nuovamente memoria de' quattrini per la Romagna, ne'

quali non altra moneta saprei ravvisare che la or ora descritta:

[I[ 1451. adi ultimo Dezembrio. In Pregadi.]I]

[I[ I oficiali nostri dela moneda del arzento sia

tegnudj e debiano far far da mo fin per tuto el

mexe d'aprile prossimo de tempo in tempo, si chome

al Colegio aparerà, ducati mille dj quatrini, qual

se spenda in Romagna, ancora arquanto miorando ala stampa.]I]

Gli è fuor di dubbio che, se questo senatoconsulto ebbe esecuzione, si

avrebbe dovuto trovare due varietà de' quattrini ravennati; ma finora

me lo vietò la molta rarità di questi piccoli nummi, che mancano alla

Raccolta Correr; e l'esemplare che ne vidi alla Marciana e qualche

altro che trovasi in collezioni private, non mi esibirono che un solo

tipo.

ROVIGO.

Tolta da' Veneziani nel 1404 ad Alberto d'Este marchese di Ferrara

alleato de' Carraresi, Rovigo fu restituita da' nostri nel 1438 a

Nicolò d'Este, per interposizione di papa Eugenio IV. Ma nelle guerre

combattute da' Veneti contro il duca Ercole, fu da loro ripresa, e lor

ne venne confermato il possesso nella pace del 1484. Dopo il 1509,

fervendo la lotta contro gli alleati di Cambray, mutò spesso padrone,

fino a che nel 1514 restò in perpetuo dominio della Repubblica.

La moneta che sola si conosce di Rovigo è di tipo simile alla

precedente, benché migliorata nelle imagini ed accusante epoca più

moderna. Il titolo n'è alcun poco inferiore, il peso è di k. 2. 1, per

cui non temerei asserirla un [I[quattrino]I] di valore simile al

ravennate. La leggenda del diritto, invece del nome di S. Apollinare,

ha quello di S. Bellino patrono de' Rodigini, S . BELLI . RODIG .

L.I. Grotto dell'Ero nelle [I[Ricerche ed osservazioni]I] che stese

intorno a questo santo [I[vescovo di Padova e protettore del

Polesine]I] (Padova, 1843) sembra che ricordasse la moneta presente

allorché scrisse: [I[Gli statuti di Rovigo (lib. III pag. 244)

contengono una ducale di Agostino Barbarigo riportata anche

dall'Orologio, del 1487, diretta ad ampliare ed ornare la chiesa

depositaria delle terrene spoglie del martire, in onore del quale

Rovigo nella sua dedizione alla Veneta Signoria del 1484 coniò una

medaglia, ove leggeasi nella parte anteriore: S . BELL . RODIG . e

nella posteriore: S . MARCVS . VENETI ]I].

Non mi fu dato rinvenire la legge che di questa moneta decreta lo

stampo; ma il tipo si mostra degli ultimi anni del secolo XV, e prova

che fu battuta durante la seconda occupazione di quella città, cioè

dopo il 1484.

Vince questo nummo in rarità il ravennate. Il p. Basilio Terzi, goffo

geologo e più goffo erudito, in una sua [I[Dissertazione sopra alcune

monete inedite d'Italia]I], Padova, 1808 in 4.°, fu il primo a

pubblicarlo, mentre il ravennate s'era già illustrato nella grande

raccolta dell'Argelati (vol. III, pag. 123). Dice il Terzi che a' suoi

giorni di questo di Rovigo si conoscevano tre esemplari. Ma non ebbi

occasione di vederne io a' miei che un solo, quello conservato nel

Museo Correr.

[T1] CONCLUSIONE.

La illustrazione del nummo rodigino chiude in un tempo e la parte

consacrata alle monete della Veneta Terraferma e l'intera operetta che

offersi a quelli de' miei concittadini e de' forastieri che intendono

con amore coscienzioso allo studio delle antichità veneziane. Il mio

cammino è dunque fornito, e mi resta la dolce lusinga di averlo

dischiuso e percorso recandovi quella luce di critica che bastasse a

diradare molte dubbiezze che finora lo resero intralciato e posero

agli eruditi, che pur si accingevano a batterlo, ostacoli

insuperabili. Ma so bensì che le mie accurate indagini, i pazienti

miei studii su' documenti e su' monumenti, non valsero a fugare tutte

le ombre dell'incertezza. V'hanno de' punti infatti ove l'insorgere di

qualche difficoltà, a distruggere la quale non bastarono le forze mie,

mi costrinse ad indietreggiare per non gittarmi nel campo d'ipotesi

soverchiamente avventate. E solo l'ipotesi che si presentava

avvalorata da saldi puntelli fui talora obbligato ad accogliere,

pronto a nuovamente piegare i miei raziocinii a fatti la cui

esistenza, provata nell'avvenire, giovasse ad abbatterli.

Il seguente prospetto presenta nel metodo tabellare i risultati

numerici delle mie ricerche, già esposte in più particolareggiata

maniera in questo libretto. L'ordine progressivo delle monete che vi

si trovano elencate è quello stesso che tenni nel tesserne la

illustrazione. Ad ogni pezzo apposi l'epoca del suo stampo per servire

agli studii dell'economista, rintracciante il vario valore de' metalli

chiamati a fungere l'ufficio di simboli della ricchezza, nelle varie

età. I pesi conservai in carati e grani della marca nostra, che

avvertii simile alla marca di Colonia. Mi valsi, ad indicare i titoli

dell'argento, della cifra esprimente i carati di lega ch'entravano in

ciascuna marca di mistura da monetare; sicché il fino risulta ben

facilmente detraendo da' 1152 carati componenti la marca la cifra

notata nella tabella. Il valore è in lire venete, soldi e denari, a

cui si ragguaglia ogni moneta considerata nell'epoca nella quale fu

primamente improntata.

In sei differenti gradi ho stimato valutare la varia rarità delle

monete registrale nel prospetto. Espressi con una C le più

[I[comuni]I] a trovarsi, quelle di cui nessuna raccolta suol

difettare. La lettera Q dinota le [I[quasi comuni]I], quelle cioè che

s'incontrano con minor frequenza delle precedenti, non tale però da

meritare d'esser classificate fra le [I[rare]I]. A queste ultime

apposi il segno R; come indicai [I[doppiamente rare]I], R2, le

mancanti d'ordinario alle collezioni, non già a quelle colossali che

abbiamo a Venezia. Il grado di [I[somma rarità]I] è espresso dal segno

R3, e in questa categoria entrano pur le monete di cui sono a mia

notizia almeno due esemplari. I nummi invece di cui un solo esemplare

è a me noto, o quelli la cui esistenza, quantunque da me non vedute, è

constatata, assumono il segno R4. Se tuttavia io dovetti rimanermi

incerto sulla esistenza effettiva di un pezzo, vi apposi il segno del

[I[dubbio]I] (?).

[T5] Tavola sinottica delle monete de' Possedimenti Veneziani

descritte ed illustrate in quest'opera.

Colonne

1 Nome della moneta

2 Epoca

3 Peso in k.

4 Peso in gr.

5 Titolo in peggio p. marca k.

6 Valore in lire ven.

7 Valore in soldi

8 Valore in denari

9 Grado di rarità

Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari · 第 10 / 11 段