stato commerciale, e meglio necessitato a stendere le sue colonie
marittime sull'Adriatico e sul Mediterraneo che non a dominare il
continente italiano. Era bastevole una forza terrestre a proteggere i
limiti dell'estuario dagli attacchi degli stati minori, i cui confini
toccavano all'occidente quelli della Repubblica; e se Venezia fu
grande e ricca a dismisura, allora soltanto lo fu quando i suoi
possedimenti continentali si limitavano alle terre del Trevisano. La
smania di dominare in Italia, pagata a troppo caro prezzo con guerre
che per anni ed anni si rinnovarono a tutto svantaggio della potenza e
del commercio de' Veneti, li mosse a dilatare i loro confini sino
quasi alle porte di Milano, e ad occupare oltre Po varie castella
delle marche ne' secoli XV e XVI. È d'altri libri ufficio, meglio che
non del mio, il dimostrare come quella smania, fattasi ancora più
ardente quando le scoperte de' Portoghesi e degli Spagnuoli sul cadere
del quattrocento aprirono vie novelle a' commercii, e quando potenti
nemici calati dalle Alpi e collegati ad altri stati italiani le
contesero armata mano ogni palmo de' suoi territorii.
Come nelle province oltremarine, anche in quelle continentali inviava
la Repubblica a reggerle patrizii investiti della carica di
[I[podestà]I], e nelle città principali altri con titolo di
[I[capitani]I] a cui s'annetteva la giurisdizione militare, questi e
quelli mutati per solito ad anno. Ma conservava a' paesi, che le sue
armi aveano occupati, i loro proprii statuti e ne temperava il rancore
della perduta autonomia colla mitezza delle savie leggi, colla tenuità
delle imposte, coll'iscriverne le più illustri famiglie nel patriziato
dominante.
Allorché i Veneziani dilatarono le loro conquiste in Italia, sentirono
la necessità di apportare tali modificazioni alla loro monetazione da
renderla facile e gradita agli stati ove novellamente signoreggiavano.
Quindi i marcelli e le lire mocenighe e gli scudi d'oro ebbero nel
volger di pochi anni spaccio immenso nella Terraferma; ed è ben
difficile che si scopra qualche tesoretto sepolto nella pianura padana
i primi anni del secolo XVI ove non entrino in quantità considerevole
i nummi nostri. Citerò fra gli altri un tesoretto scavato l'autunno
1849 ad Abbiategrasso, che pare aver formato il peculio di un milite
di cui si rinvennero presso alle monete la spada ed un frontale di
cavallo. Vi si contenevano uno scudo d'oro di Carlo VIII di Francia,
varii [I[cavallotti]I] de' marchesi del Monferrato, di Saluzzo e di
Lavagna, due pezzi d'argento di Solothurn e di Uri, molti pezzi minori
di Francesco Sforza; e insieme ad essi 2 [I[marcelli]I] di Pietro ed 1
di Giovanni Mocenigo, altro di Andrea Vendramin, uno di Agostino
Barbarigo ed uno di Leonardo Loredan, de' quali due ultimi dogi
v'erano eziandio due [I[mocenighe]I]. È questa una prova di più al
fatto già noto del favore che godeano in Italia le monete veneziane.
Sennonché introducendosi, per le vie stesse ond'uscivano le nostre, le
monete straniere negli stati della Repubblica, il C. X. bandiva il 23
marzo 1517 le monete di ogni specie di Saluzzo, del Monferrato, di
Lucca, di Bologna e d'altri governi italiani, riputandole di pessima
qualità. Pochi stati invero tennero più d'occhio i nummi usciti dalle
zecche straniere di quello che fece la Repubblica Veneta gelosa del
credito de' suoi proprii.
Ma non solamente i maggiori pezzi d'argento e quelli d'oro erano
ricerchi nella Terraferma Veneziana, ma si faceva sentire il bisogno
altresì de' piccoli spezzati, e fu più d'una volta conceduto alle
singole città lo stampo di monete destinate al corso esclusivo in esse
e ne' lor territorii, e queste sono le ultime di cui ho ad occuparmi
nel presente lavoro.
TREVISO.
Capitale della Marca Trivigiana sotto l'impero de' Franchi, Treviso
ebbe ne' primi anni del secolo IX [I[corte]I] o palazzo imperiale,
dove s'improntarono monete col nome e col monogramma di Carlomagno.
Smembrata successivamente la Marca in piccoli territorii, altri
signoreggiati da famiglie cospicue, altri reggentisi a repubblica,
andarono restringendosi i confini del territorio rimasto soggetto alla
città di Treviso, che di repubblica divenne feudo imperiale, e passò
dagli Ezzelini ai Caminesi e quindi agli Scaligeri, che nel 1338 lo
cedevano a Venezia in un trattato di pace. Oppressi poi i Veneziani
dall'impeto de' Genovesi, rinunciavano nel 1381 Treviso a' duchi
d'Austria che ristabilitavi l'abbandonata zecca vi batteano nuovamente
monete. Ma occupata più tardi dai Carraresi, ricadeva nel 1389 ne'
dominii della Repubblica.
La necessità in cui si trovò nel 1492 la città di minuti spezzati
della moneta per sopperire a' bisogni della popolazione, la determinò
a chiedere alla dominante la fabbrica di un bagattino pari a 1/12 di
soldo, recante, oltre il simbolo del Vangelista, la imagine del
patrono di quel comune, S. Liberale. E il Consiglio de' Dieci sanciva
la seguente terminazione:
[I[ 1492. die 24 oct. in C. X. cum add.]I]
[I[Quod auctoritate hujus Consilii mandetur fieri in Cecha
nostra duc. centum bagatinorum ad sex pro marcheto
ad requisitionem fidelissimae civitatis nostrae Tarvisii
de puro ramine ad illam stampam quam illa comunitas
requisivit. Videlicet ab uno latere cum impressione Sancti
Marci in soldo et ab alio latere cum impressione
Sancti Liberalis protectoris sui, cum ordine et mandato
quod de eis non possit expendi ultra valorem unius marcheti
pro vice; ut cum eis provideatur necessitati pauperum
et expendantur in civitate et territorio Tarvisii.]I]
II bagattino coniato per Treviso nella veneta zecca è somigliantissimo
a quelli che, intorno all'epoca stessa, si fecero per le città di
Dalmazia, e con essi ha comune il metallo ch'è puro rame, o più
frequentemente ottone. Il diametro n'è m. 0,017 e nel peso varia da
k. 8 a k. 8. 2. Il diritto offre il patrono di Treviso in piedi,
veduto di prospetto e che stringe nella destra una spada colla punta a
terra e nella manca un'asta. All'ingiro è la epigrafe S. (ovvero
SANCTVS in rari esemplari) LIBERALIS. TARVIXI, e a' suoi lati le sigle
N e M, ad eccezione di pochi esemplari in cui non ricorrono. Il
rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo chiuso da una linea
circolare ed attorniato dall'epigrafe +. S. MARCVS. VENETI.
Quanto al valore de' bagattini in discorso, sarebbe ozioso il ripetere
ciò che ho già detto parlando di quelli cusi per le città dalmate, e a
quella parte della mia operetta perciò rimando i lettori. Quanto poi
alle sigle N e M, confesso che mi sono inesplicabili. Lo Zon, toccando
di queste monete nel suo più volte citato trattato (p. 35), crederebbe
spettassero a Nicolò Marcello che nel 1453 sedette podestà a Treviso,
e il Gradenigo (Zanetti, vol. II p. 157 n. 6, 7, 8) è incerto se a lui
veramente attribuirle o meglio a Nicolò Morosini che vi coprì quella
carica nel 1417. Basta però confrontare queste monete colle altre che
si hanno d'epoca certa di Traù e di Lesina, da me ricordate alle
pagine 35 e 59, per convincersi della contemporaneità del loro stampo
con quello del bagattino di Treviso. Arrogi che la terminazione 1492
or ora riportata non parla di nummi antecedentemente lavorati per
quella città; arrogi il disegno e la forma delle lettere che accusa il
declinare del secolo XV o il sorgere del successivo; e sarà necessario
escludere dalle probabilità le ipotesi del Gradenigo e dello Zon. Reca
però maraviglia che nel [I[Libro Reggimenti]I] non rinveniamo né fra i
podestà né fra i capitani di Treviso, dal 1492 a tutto il secolo
successivo ed anzi fino al 1684, alcun nome che concordi con quelle
iniziali. Simili discrepanze fra le sigle impresse sulle monete e i
nomi de' reggitori che pur doveano corrispondervi, ho rimarcato più
addietro ne' bagattini di Spalato (p. 37). Né meglio saprei spiegare
questo fatto che ritenendo qualche sbaglio o qualche ommissione
ov'incorse il compilatore pazientissimo del [I[Libro Reggimenti]I].
Non è però questa la sola moneta che i nostri battessero per Treviso.
Altra ve n'ebbe, quantunque non recante il nome né il patrono di
quella città, in epoca più antica. Ad evitare pertanto inutili
ripetizioni, ne diremo parlando delle monete di
PADOVA.
Giovanni Brunacci, che nel 1744 pubblicava il suo erudito libretto
[I[de re nummaria Patavinorum]I], precorrendo al maggior lavoro che il
Verci inseriva sull'argomento medesimo nella grande collezione dello
Zanetti, riporta documenti del secolo XI da' quali appare che in
quell'epoca si conteggiava a Padova in moneta veneziana. Un istrumento
fra gli altri del 1053 ivi eretto nomina i [I[solidos de Veneciarum
moneta]I]. Anche ne' secoli successivi, quando la Repubblica Padovana,
retta da' vicarii dell'impero, esercitava il diritto di zecca, la
bontà de' nummi nostri li faceva ivi preferire a quelli d'ogni altro
paese, non esclusi i patrii; ed è perciò che in un rotolo conservato
nell'Archivio Comunale di Padova, recante la data 23 febbrajo 1287, un
Palamede Scapultro confessa di aver ricevuto [I[solidos XLIII, et XVII
denarios venetorum grossorum]I]. Ma nel secolo successivo, durante la
signoria di que' da Carrara, spinta con alacrità singolare la
operosità della zecca di Padova, vi cessò la voga delle monete venete,
a cui sottentrarono le carraresi; le quali, perché mal rispondenti nel
loro valore nominale all'intrinseco, bandivano i Veneziani da' loro
stati, ove s'erano introdotte, colla terminazione seguente che
trascrivo dal Capitolare delle [I[Broche]I], e che non è a mia
cognizione sia stata ancor pubblicata.
[I[ 1378 (more Veneto cioè 1379) die 18 Januarii, in Rogatis.]I]
[I[ Cum in Padua fiat de novo quaedam moneta nova ad
formam soldinorum nostrorum, quae moneta nova habet
ab uno latere charium, et ab alia parte crucem, quae moneta
nova est cum magna utilitate nostrorum inimicorum et
damno terrae nostrae;]I]
[I[ Vadit pars, quod praedicta moneta nova in totum sit
bannita de Venetiis, et de omnibus terris, locis, et
civitatibus Communis Venetiarum, et insuper pro bono
et commodo nostrorum civium et fidelium qui ad
praesens reperirent apud se de dictis monetis, ut ex
hoc non recipiant notabile damnum, ordinetur, quod
assignetur eis terminus per totum mensem praesentem;
videlicet cuilibet qui haberet de eis, quod possit
dictas monetas usque ad dictum terminum portare ad
officium monetae, ubi habebunt de qualibet marcha
praedictarum solidos quatuordecim, existentibus ipsis
monetis bonis de argento; et si essent de falsis, illas
debeant incidere officiales nostri, et restituere illis
quorum essent, sine aliqua poena. Elapso vero dicto
termino, omnes quibus dictae monetae novae factae in Padua,
vel carrarini novi vel veteres reperti fuerint, tam falsi
quam boni, debeant perdere praedictas omnes, et tantundem
pro poena: de qua poena non possit fieri gratia,
donum, remissio, revocatio vel aliqua declaratio, aliquo
modo vel ingenio, sub poena librarum mille pro quolibet
ponente vel consentiente partem in contrarium. Et
praedicta stridentur publice in locis solitis, et
committantur omnibus officialibus nostris quibus commissa
sunt negotia argenti et monetarum, habentibus ipsis
officialibus partem suam solitam de poenis, ut habent
de aliis sui officii.]I]
Allorché i nostri occuparono armata mano nel 1405 la città di Padova,
le monete della dominante sottentrarono a quelle de' principi
Carraresi. Nel 1443, ducante Francesco Foscari, il Senato decretava lo
stampo di bagattini per Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza, di lega
avente 1/2 marca di argento fino sopra 8 1/2 di rame, cioè a peggio
1088. A questa terminazione del 22 febbrajo, che recheremo più sotto,
altra ne faceva succedere il 24 maggio dell'anno medesimo del tenore
seguente:
+ [I[YHS. 1443. die 24 Magio, in Pregadi.]I]
[I[ Conziossiaché fosse prexo in questo Consejo che in
la Cecha nostra sia fato di bagattini per Pergamo,
Bressia, Verona, Vicenza, e niente sia expresso
de Padoa, Trevixo et altre tere nostre;]I]
[I[ Vada parte che i masseri nostri de la moneda de
l'arzento mandar debiano a Padoa, Trevixo e ale altre
tere nostre da parte de tera et in la patria de
Friul de bagatinj i qual vien spexi in li diti luogi,
fati ala liga si chomo e prexo in questo Consejo.]I]
Bisogna quindi investigare quale fra le varie piccole monete che
abbiamo del Foscari sia la contemplata dalla terminazione del Senato
del 1443. Sappiamo che a quest'epoca una marca d'argento fino dava
lire venete 31, e quindi la lira vi era rappresentata da un pezzetto
d'argento del peso di grani 148. 2/3, il soldo da grani 7. 13/30 e il
bagattino da 0,65 di grano. Siccome le monete ordinate da' suddetti
decreti avevano per marca 1088 di peggio sopra 64 di fino, vi stava
cioè il peso del rame a quello dell'argento come 17 a 1, così ogni
singolo pezzo avente 0,65 di grano di argento dovea pesare nel suo
complesso grani 11,05. E questo peso e questo titolo appariscono nelle
monetine del Foscari che recano dall'un de' lati le iniziali F, F, D,
V ([I[Franciscus Foscari Dux Venetiarum]I]) fra le braccia di una
croce, e dall'altro il San Marco in gazzetta senza iscrizione.
Ma di un'altra moneta coniata per Padova trovo memorie ancor più
precise sotto l'anno 1491 in una terminazione del C. X. che ne ordina
lo stampo.
[I[ 1491. 31 Auosto, in C. X. cum Add.]I]
[I[ L'anderà parte che per autorità de questo Consejo
sia preso et deliberà che in la Zecha nostra el sia
chuniado per l'avegnir bagatini de la sorta e qualità
mostrada adesso a questo Consejo, i quali vaiano 12 al
soldo, i quali siano tuti de puro rame de eser spexi in
Padoa e per lo Padoan destretto ala raxon predita de
12 al soldo, e siano fati con la imagine de Sam Marcho
in forma de liom da uno lady e con una croxe dal altro,
si come e sta conzeso a Veronesi. E chuniadi siano mandadiù
ala camera nostra de Padoa ducati zento.]I]
La moneta di cui fa parola la presente terminazione, d'onde pare che
siasi anche per lo innanzi battuta pe' Veronesi, è un pezzo di puro
rame o di ottone, abbastanza facile a rinvenirsi, che reca il nome
dell'allora regnante doge Agostino Barbarigo, o del costui successore
Leonardo Loredan; moneta però che finora nessun numografo seppe
spettare a Padova. Porta dall'un de' lati una croce ornata le uguali
braccia di piccoli bisanti e contornata da un cerchio oltre il quale è
la epigrafe AVG . BARBADICO . DVX, ovvero LEO . LAVREDAN . DVX .
L'opposto lato presenta il sacro leone volto alla dritta del
riguardante e che tiene colle zampe anteriori il vessillo. All'ingiro
è la leggenda SANCTVS . MARCVS . VENETI . e fra le zampe del leone
v'hanno varie sigle che qui riporto traendole da' varii esemplari
ch'ebbi a vederne nella Raccolta Correr.
I pezzi di Agostino Barbarigo recano le iniziali A . F, Z . F . M,
C. K, Z : R, M . B, M . L, e alcuni ne vanno senza. Di quelli del
Loredan, altri portano . A . M ., altri mancano affatto di sigle.
Delle prime non sono agevoli ad interpretarsi che le due ultime,
indicanti i nomi di Marco Bollani e di Leonardo Mocenigo, ambedue
podestà a Padova, quegli nel 1498, questi nel 1500. Quelle su' pezzi
del Loredan vanno spiegate col nome di Alvise Molin che fu rivestito
di pari carica nel 1504. Le altre del Barbarigo non si accordano col
nome d'alcun podestà di Padova né di Verona dal 1492 al 1501.
Che però in altri anni si desse mano allo stampo di queste monete da
spendersi a Padova e nel suo territorio ce lo prova una terminazione
del C. X. 19 dicembre 1498 che ordina una nuova fabbrica de' [I[soliti
parvuli]I] per Padova che devon'essere quelli recanti le sigle M . B;
come pure un'altra parte del consiglio stesso, 6 marzo 1503, decreta
si stampino altri cento zecchini in [I[oboli ad solitam stampam]I] per
quella città, che sono a mio credere i pezzi su cui leggiamo le
iniziali di Alvise Molin.
VICENZA.
II territorio vicentino è la seconda provincia che la Repubblica di
Venezia acquistava in Terraferma. Fattisene padroni nel 1259 i
Padovani, dopo la uccisione di Ezzelino da Romano, ne vennero
spossessati il secolo successivo dagli Scaligeri che vi dominarono
fino al 1387, in cui cadde in potere di Gian Galeazzo Visconti. Lo
tennero i Visconti fino al 1403 in cui i Vicentini volontariamente si
sottoposero a' nostri coll'assenso della duchessa vedova di Milano, la
quale non potendo assicurarsi il possesso di quella provincia, invasa
dai Carraresi signori di Padova e di Verona, volle piuttosto cederla
a' Veneziani che a' suoi nemici.
Fino dal secolo XIII Vicenza ebbe diritto di zecca e v'improntò grossi
col nome della città; grossi che recando l'aquila dell'impero
germanico spettano certamente al governo de' vicarii imperiali. Ma i
conquistatori che la occuparono poi le tolsero quel diritto, e la
città ebbe a vicenda i nummi degli Scaligeri e dei Visconti, non senza
che nel suo territorio abbondassero quelli de' Carraresi. Ma allorché
i Veneziani se ne resero padroni, pensarono tosto ad introdurvi le
loro monete, trovandosi nel Capitolare delle [I[Broche]I] la nota
seguente sotto il 19 settembre 1404: [I[Quod pro moneta ordinata fieri
pro Verona et Vicencia possit fieri expensa notata in cedula
praesentibus introclusa]I]. Non siamo però in grado di determinare
quale fosse questa prima moneta fatta battere per inviare alle due
città subito dopo la loro occupazione operata da' nostri.
E nel 1405 una parte, presa in Collegio il 29 settembre, ricorda
l'orafo Marco Sesto, a cui si aumenta il salario [I[pro intajando
stampas monetarum Veronae et Vicenciae quae verberantur et cuniantur
Veneciis]I].
Nel 1443 il 22 febbrajo un senatoconsulto, citato quando parlai delle
monete di Padova, e che riporterò testualmente allorché ci occuperemo
di quelle di Brescia, decretava lo stampo dei bagattini o piccoli a
peggio 1088 anche per la città di Vicenza. Ho ivi pure determinato
quale sia la moneta contemplata da quel decreto.
Nel 1498 il C. X. sanciva la seguente terminazione:
[I[ 1498. 30 Julii, in C. X.]I]
[I[ Fidelissima comunitas nostra Vicentiae supplicari fecit
ut ei concedamus quod in Cecha nostra cudi faciamus denarios
ad novem pro marcheto et ad tres pro marcheto, sortis
et qualitatis quae videbitur Capitibus hujus Consilii. . .
Captum sit quod cudantur in Cecha nostra ducati CCC
bagattinorum pro hac civitate consuetae stampae, pro usu
hujus civitatis.]I]
Giova ora osservare se a qualcuno dei piccoli spezzati di argento o di
biglione del doge Agostino Barbarigo abbiano a riportarsi i pezzi
battuti per Vicenza, da nove al marchetto e da tre al marchetto. E a
ciò fare partiremo da un dato sicuro, dal prezzo cioè che aveva allora
l'argento ragguardato nel maggior pezzo di quell'epoca, nella lira
[I[moceniga]I], del valore di soldi 20 e del peso di k. 31. 2, a
peggio 60 per marca. Ogni [I[moceniga]I] aveva perciò di fino grani
119. 251/288, e quindi il soldo vi era rappresentato da gr. 5. 19/20
di fino argento. È precisamente questo il peso dell'argento sceverato
dalla sua lega ne' due piccoli marchetti che abbiamo di quel doge,
l'uno col leone alato, l'altro col tipo della moceniga in tenuissime
proporzioni. Quindi è che de' pezzi cusi per Vicenza il primo,
ragguagliato ad 1/9 di soldo e perciò corrispondente a bagattini
1. 1/3, avrebbe a contenere di fino 0,66 di grano; il secondo,
ragguagliato ad 1/3 del marchetto o a bagattini 4, avrebbe a contenere
di fino gr. 1. 49/50.
Una terminazione del C. X. sancita pochi anni addietro reca qualche
lume a tale intralciata questione:
[I[ 1489 (more veneto cioè 1490), 17 fevrer, in C. X. cum Add.]I]
[I[L'e deliberado per questo Consejo con la Zonta che i
bagattini da 9 al soldo diebano tegnir charati 60 per
marcha d'arzento fin; et de quatrini bianchi ala raxon
de 3 al soldo deba tegnir d'arzento charati 180 per ogni
. marcha.]I]
Rilevasi chiaramente da questa legge che ne' pezzi da 1/9 di soldo
l'argento fino deve stare al peso totale come 60 a 1152, cioè come 5 a
96; in quelli da 1/3 di soldo come 180 a 1152, ovvero come 5 a 32.
Dunque i primi che tengono di fino 0,66 di grano avrebbero a pesare
gr. 12,67, e simile dovrebb'essere il peso de' secondi, ne' quali
tuttavia l'argento sarebbe in tripla quantità, avrebbero cioè di fino
gr. 1,98 e di peggio gr. 10,69. Devo però confessare che né l'una né
l'altra di queste monete non vidi mai. Lo Zon, che tali spezzati
toccava appena di volo (p. 47), crederebbe ravvisarle in que' pezzi
del Barbarigo a cui più ragionevolmente ho applicato il nome di
[I[tornesi]I]. V'hanno bensì de' tempi del Barbarigo due piccole
monete, senza epigrafe alcuna, l'una delle quali di fino argento a
peggio 60 circa recante da un lato il S. Marco in soldo, dall'altro la
Vergine, piccolissima moneta e leggiadra, del peso di 3 soli grani,
che quindi equivale al [I[bezzo]I] o al [I[mezzo soldo]I]; la seconda,
recante da un lato lo stesso simbolo del Vangelista, e dall'altro una
croce ornata di bisanti; del peso di grani 5 e di argento a circa
peggio 300, in cui potrebbe ravvisarsi una varietà del [I[bezzo]I]. Ma
le monete battute per Vicenza non saprei discernerle né in questo che
tanto se ne scostano, né in altre dell'epoca del Barbarigo.
E inutile parimente è il cercarle fra' nummi improntati sotto la ducea
del Loredan, durante la quale abbiamo memorie che pur si stampassero,
perché la legge del C. X. 26 maggio 1503 decreta che si coniino altri
500 zecchini [I[bagattinorum ad 9 pro marcheto]I] da spedirsi a
Vicenza.
VERONA.
Una delle più fervorose città italiane a stringere la lega lombarda,
Verona si reggeva a comune quando venne segnata nel 1177 la pace di
Venezia. Straziata prima dalle fazioni de' guelfi e de' ghibellini,
più tardi tiranneggiata dal vicario imperiale Ezzelino da Romano,
cadde in potere della famiglia Scaligera che per 127 anni la tenne,
spogliatane poi da' Visconti di Milano che volontariamente offersero
città e territorio alla Repubblica di Venezia, perché non avessero a
cadere in mano di stranieri venuti di oltr'Alpe. Sennonché, prima che
i Veneziani ne conseguissero il possesso, fu ricuperata dagli
Scaligeri, e poco dopo occupata da' Carraresi di Padova, a' quali i
Veneziani la tolsero per sempre nel 1405.
Il diritto di zecca che Verona esercitò sotto la dominazione de'
Franchi, e poi durante il governo autonomo e quello degli Scaligeri e
de' Visconti, le venne tolto da' Veneti, nella cui officina nummaria
s'improntarono nel 1404 monete da spendere nel suo territorio
combattuto allora, ma per diritto a Venezia spettante. Le due
terminazioni 19 settembre 1404 e 29 settembre 1405, di cui ho
riportato frammenti quando testé feci parola delle monete di Vicenza,
ricordano pure le veronesi. Ma di quest'ultime ci offre nuove memorie
il Capitolare delle [I[Broche]I] sotto il mese stesso di settembre
1404, col farci sapere che nella nostra zecca [I[la spexa dela moneda
di Verona per una marcha]I] era di soldi 13; e che poscia venne cosi
modificata che [I[i quatrini per Verona per una marcha non metando el
chalo che xe m. 8. k. 4 per zentener de le marche]I], fosse di soldi 8
e denari 6, mentre [I[la spexa de' pizoli per Verona]I] non eccedesse
i 7 soldi e 10 denari per marca. Ma queste monete che Verona ebbe
comuni, almeno in una specie, con Vicenza, non abbiamo dati sicuri per
distinguerle dalle monete ordinarie della dominante; e perciò riterrei
aversi ad applicare il nome di [I[pizoli]I] al [I[denaro]I] cauceo del
doge Steno, e al costui [I[tornese]I] quello di [I[quattrino]I].
Nel 1443 il senatoconsulto più volte citato dei 22 febbrajo decretava
lo stampo di nuovi bagattini per la Terraferma Veneta, quindi eziandio
per Verona. A quali nummi del Foscari abbia attribuirsi quel nome, ho
già dimostrato parlando delle monete di Padova.
Nel 1493, ducante Agostino Barbarigo, domandavano i Veronesi alla
Repubblica nuovo stampo di piccole monete per la loro città. Qui
riporto la terminazione del C. X. che annuisce a quella ricerca:
[I[1493. 16 Martii; in C. X. cum Add.]I]
[I[ Concedendum est fidelissimae comunitati nostrae Veronae
et universo territorio petentibus quod cudantur in Cecha
nostra ducati CCCC quatrinorum ad tres pro marcheto et ducati
CC obolorum ad novem pro marcheto sortis et charatatae
alias concessa, propterea]I]
[I[ Vadit pars quod auctoritate hujus Consilii per Cecham
nostram cudantur duc. CCCC quatrinorum et ducati CC
obolorum.]I]