Se veramente quell'anno 1646 si riferisse all'epoca dello stampo della

moneta, fatto riflesso alla moneta stessa che dagl'informi caratteri

si annuncia coniata in momenti d'estrema necessità potrebbe a taluno

venir in mente la si percuotesse in Rettimo assediata e presa

quell'anno da' Turchi. Ma non porterebbe allora il nome del Grimani,

sì però del Cappello sotto il cui generalato ebbe sì infelice esito la

resistenza di Rettimo. Chiamato il Grimani a quella suprema dignità

gli ultimi mesi di quell'anno, e incominciando la serie gloriosa delle

sue geste solo nel successivo, hassi tutto il fondamento di ritenere

che la data impressa sulla moneta non ad altro si riferisca che

all'assunzione dell'intrepido duce al generalato. Siccome poi nel 1648

perì, vittima del suo dovere, nelle acque de' Dardanelli, e i nummi

ch'esaminiamo furono senza fallo improntati anzi che gli si

sostituisse il Mocenigo, del quale in caso diverso avrebbero portati

gli stemmi e il nome; così è probabilissimo che la loro fabbrica abbia

a collocarsi nel 1648 quando i Turchi misero il primo assedio a

Candia. Quale ne fosse il valore, ce lo dice la moneta medesima,

G. 10; e siccome non abbiamo pezzo cui si possa applicare quella

iniziale fuorché la [I[gazzetta]I] così opino doversi interpretare

quella sigla G. per gazzetta, e corrispondere il pezzo ad una lira

veneta o a dieci gazzette. Nel 1652 correvano ancora in Candia

siffatti pezzi, e sotto quell'anno ci racconta il Valier come i

disordini moltiplicatisi obbligassero la Signoria a totalmente

bandirli. Riporto il passo del Valier ([I[Storia della guerra di

Candia]I], p. 289) dal quale si rileva eziandio che appunto in

quell'isola s'imprimevano questi nummi, se vollersi inviati tutt'i lor

conii a Venezia: [I[Non ommetteva il Senato applicatione alcuna per

sostenere quella città. E perché in essa s'erano formate certe monete

di rame dette ]I][SC[GRIMANI[I[]SC], le quali ogni giorno mancauano

di stima in riguardo dell'accrescimento che faceuano di numero, si

uedeva chiaramente che la continuatione delle medesime hauerebbe

affatto diuertito il commercio alla piazza, la quale una uolta

finalmente sarebbe perita per necessità; fu ordinato al generale Riua

che totalmente le prohibisse e che inuiasse a Venetia tutte le stampe,

per troncare una cosa tanto perniciosa; la quale, conforme

l'ordinario, fu incominciata con un ottimo fine in un caso di estrema

urgenza, ma fu poi continuata con fini d'ingordissima auaritia, oltre

l'inganno e la fraude d'infiniti monetarii che riceueuano incitamento

dalla facilità della fabbrica]I]. E conchiude: [I[Per questo meritò in

tutti i tempi il più attento riguardo la costruttione di nuove monete

di solo nome, perché essendo tanto soggette ad esser adulterate, la

medicina per ordinario diuenta ueleno, et il rimedio bisogna che nasca

con precipitio anche di molti innocenti]I]. Sante e generose parole

son pure queste ultime, che si vorrebbero scolpite sulle officine

monetarie dell'Europa moderna!

Prima di chiudere il mio breve discorso su questa moneta, di cui spero

aver determinato chiaramente l'epoca, il valore e la circostanza che

le diede origine, osserverò essere questo di tutt'i nummi veneziani il

solo che porti altro nome nelle sue leggende da quello del doge; il

solo altresì ove ad un generale veneziano sia dato il titolo

d'[I[imperatore]I].

[T5] Ossidionali del 1650.

Se spetta con ogni probabilità al primo assedio che Candia sostenne

nel 1648 la [I[moneta Grimani]I], appartengono al secondo due pezzi

assai più rari, improntati dell'anno 1650, in cui i Turchi, raccolte

novelle forze, la strinsero formidabilmente. Questi conii a cui noi

Italiani diamo il nome di [I[ossidionali]I], e pe' quali la lingua

alemanna ha l'espressivo vocabolo [I[Nothmünze]I], mostrano nella

grettezza del disegno e nel pessimo stampo una mano avvezza a trattare

le armi del soldato più che il martello dello zecchiere.

Esposi superiormente per qual ragione s'abbia a riconoscere nella

[I[moneta Grimani]I] un segno rappresentativo della lira veneta.

Alcune sigle ricorrenti ne' due tipi che qui verrò illustrando li

manifestano multipli di quel nummo. Infatti quello maggiore in

diametro e in peso porta nel rovescio le iniziali L. X, mentre il

minore ha invece L. V, ch'io vorrei interpretare [I[lire dieci]I] e

[I[lire cinque]I]. Il Valier, nel passo più addietro riportato,

parlando delle monete ossidionali di Candia sotto l'anno 1652 non

ricorda se non le monete Grimani e ne tace il valore. Che quel nome

abbia a dinotare il pezzo da 10 gazzette che porta l'anno 1646 è fuor

d'ogni dubbio, perché vi leggiamo impresso il nome del capitano

generale Grimani. Non credo peraltro avanzare un'ipotesi malferma nel

conghietturare che ad altre monete successivamente battute fra i

rigori dell'assedio si desse il medesimo nome che s'era dato alla

prima. Certo è che i due nummi di puro rame che in breve descriverò

dovettero subire il ritiro dalla circolazione, se sono oggi ridotti di

gran rarità.

[I[Pezzo da lire dieci]I]. = I due soli esemplari ch'io vidi di questa

moneta sono conservati nel Museo Correr, ed uno d'essi scarseggia

straordinariamente nel peso per aver tagliato il contorno, che

nell'esemplare perfetto è sì largo da corrispondere ad un sesto del

diametro della moneta, il quale tocca perciò m. 0,030 nell'uno, e

0,025 nell'altro pezzo. Quanto al peso è nel primo di k. 59, nel

secondo di k. 29. Il diritto offre in tre linee orizzontali, la

iscrizione allusiva ad una moneta nominale che non traeva d'altronde

valore che dalla fiducia del popolo per cui s'era battuta, FIDES

PVBLICA 1650. Sopra l'epigrafe è un piccolo leone, e a' suoi lati due

punti intorno a ciascuno de' quali girano altri 5 punti disposti quasi

ad indicare gli angoli di un pentagono, e sott'essa una stellina. Una

linea circolare avvolge l'epigrafe ed i suoi ornamenti, ed è alla sua

volta chiusa da giro maggiore ove alternano segmenti di circolo, punti

e stelline, così disposti *).(*). Il rovescio offre una ben disegnata

imagine di S. Marco in piedi, veduto di prospetto, che nella sinistra

tiene il Vangelo e colla destra benedice. Gli stanno a' fianchi le

sigle L e X le quali superiormente esposi che ritengo esprimere

[I[lire dieci]I].

[I[Pezzo da lire cinque]I]. = Dello stesso nummo che servì nel 1648 a

battere la moneta Grimani, cioè del pezzo da soldini 2. 1/2, si

giovarono gli assediati abitatori di Candia per improntarvi un segno

rappresentatore del quintuplo di quella più antica ossidionale. Almeno

tali si mostrano i due soli esemplari che ne ho veduti, l'uno al Museo

Correr, l'altro alla Marciana. Il diritto e il rovescio di questo

pezzo portano i tipi medesimi del precedente, sminuiti nelle loro

proporzioni, e col necessario mutamento a' lati del santo, ove

scorgonsi le sigle L e V indicanti, secondo me, il valore di [I[lire

cinque]I]. Il lavoro del conio n'è però assai scadente, il diametro di

m. 0,020 senza il contorno.

Raffrontato questo pezzo col suo duplo, troviamo nell'ultimo,

considerandone il miglior esemplare, una eccedenza del peso. Nessuna

maraviglia però mi farebbe se questa eccedenza, che non supera i 5 k.,

fosse maggiore d'assai. Prescindendo anche dall'angustiosa fretta in

cui tali nummi furono cusi sotto una pioggia di palle di cannone e di

bombe, osserverò che non occorreva certa scrupolosità nel pesare i

pezzi che monetandosi andavano ad assumere un valore affatto nominale.

[T5] Zecchino di cuojo.

Scrisse lo Zon nel suo più volte citato trattato della Zecca Veneta

(p. 72): [I[Nel numero di queste monete temporanee, o piuttosto segni,

o tessere per l'armata, potrebbe per avventura notarsi uno ]I]zecchino

di cuojo[I[ col nome di Francesco Cornaro doge di soli 20 (]I]leggi

24[I[) giorni, nel 1656, simile affatto a quello d'oro di lui, ma di

forma distinta e minore, con caratteri che, nella forma dell'E così

segnato H, vi grecizzano, ed il quale fino all'anno presente

(]I]1847[I[) si possedette dai conti Pompei di Verona colla tradizione

che sia moneta battuta pei bisogni della guerra di Candia. Il suo

tempo vorrebbe assegnarsi in vicinanza alla vittoria dei Dardanelli

del 26 giugno di detto anno, e darebbe maggior probabilità il sapersi

che in quegli anni stessi fu a quella guerra e vi sostenne cariche

distinte il generale d'artiglieria conte Tommaso Pompei]I].

Ho riportate le stessissime parole dello Zon, che primo disse di

questa strana moneta, della quale io spero sarò l'ultimo a dire.

Conciossiaché sia ormai tempo di sbandire dalla numismatica veneta

tante goffaggini alle quali non so come dessero luogo ne' lor lavori

scrittori riputatissimi. Quanto ai rapporti storici del pezzo in

questione, non sono d'accordo col mio illustre amico, perché la

battaglia dei Dardanelli ch'egli, colla consueta sua esattezza, nota

combattuta il 26 giugno 1656, avvenne dopo che al defunto doge Corner

era già succeduto Bertucci Valier. Aggiungerò che in niuno scrittore,

in nessun documento non ricorre il minimo cenno di monete di cuojo

battute per le strettezze di Candia. E il silenzio de' documenti e

degli storici è per me autorevolissimo, trattandosi d'epoca a noi

vicina e delle cui memorie abbondano le fonti nostre.

Il pezzo che vide e descrisse lo Zon ebbi anch'io tra mani più volte,

mentr'era in proprietà del sig. Giuseppe Dina intelligente ed onesto

negoziante d'oggetti numismatici in Venezia; e in quella occasione

potei a tutt'agio esaminarlo e paragonarlo ad altri zecchini di

Francesco Corner che si vedono, quantunque rari, nelle raccolte, ma

sempre in oro. Mi fu quindi agevole il convincermi che lo zecchino di

cuojo fu veramente battuto col conio dello zecchino del Corner, e la

differenza nella forma delle E che allo Zon apparvero foggiate come H

non dipendeva che dall'essersi raggrinzato il cuojo, senza che

s'avesse a supporre l'impiego di un conio particolare. Anzi a questo

medesimo ristringimento della materia improntata ascrivo, senza tema

d'errore, il diminuito diametro che rimarcava il mio amico. Il conio

dunque su cui fu cuso il controverso pezzo si trovava nella zecca

nostra ed era quello medesimo che servì allo stampo dell'oro, come lo

provano luminosamente i confronti da me istituiti. E nel 1656 niuno

lasciò memorie che la zecca di Venezia coniasse, invece d'oro, il

cuojo; ma sappiamo anzi che in quegli anni si stampò quantità

straordinaria di quel prezioso metallo appunto per sostenere l'isola

travagliata e avanzare le imprese guerresche. Solo negli assedii della

capitale di Candia s'ebbe due volte ricorso, come più sopra vedemmo, a

nummi ossidionali; ma nel 1656 Candia era sbloccata e liberamente

comunicava colla metropoli, onde traeva monete di valore intrinseco,

non avendo necessità di pezzi di valor nominale.

Alla gran serie de' capricci di zecca ascrivo lo zecchino di cuojo del

doge Francesco Corner. Durante lo stampo delle auree monete, sappiamo

che la bizzaria di taluno che si trovava nella officina nummaria della

Repubblica improntava di que' conii pezzi di rame o d'argento, non

difficili a rinvenirsi nelle pubbliche e private raccolte. Così

eseguendosi lo stampo degli zecchini del Corner, sarà saltata a taluno

in cervello la stramba idea d'improntarne un pezzo di cuojo. Ecco

ond'io credo traesse origine questo nummo singolarissimo, che non

merita che d'ora in poi uomo se n'occupi.

[T5] Gazzette e Soldi.

Ultimi nell'ordine cronologico si presentano alle nostre

considerazioni sulle monete di Candia le gazzette ed i soldi. L'epoca

del loro stampo sappiamo con precisione dalle memorie di zecca fra le

quali si legge: [I[Le gazzette e i soldi di rame per Candia furono

fabbricati l'anno 1658]I]. Non ricordandosi qui tuttavolta in qual

mese si desse mano a quel lavoro, sarei incerto se attribuirli al

ducato di Bertucci Valier o a quello di Giovanni Pesaro, il primo

morto in quell'anno, il secondo in quell'anno stesso innalzato alla

ducal dignità.

Le istorie nostre ci ricordano in quest'anno portato il flagello della

guerra sulle acque de' Dardanelli. Ecco perché vediamo cessare a

Candia le monete ossidionali e farsi luogo a quelle di giusto peso e

cuse nella veneta zecca. È fuor di dubbio che i Veneziani rifuggirono

mai sempre dai pezzi a' quali l'impronto dava un valore puramente

nominale, e quindi se talvolta ne emisero dovettero essere indotti a

farlo dalla più dura necessità, come accadde ne' due assedii del 1648

e del 1650.

Allorché ho parlato delle gazzette e de' soldi coniati per la Dalmazia

e per l'Albania, ho fatto vedere come si prescrivesse intorno al 1700

che il loro peso fosse rispettivamente di k. 38 e k. 19. Ciò non

ostante dalle succitate memorie di zecca rileviamo che si volle

fossero le gazzette per Candia di k. 34, i soldi di k. 17. La materia

n'è puro rame; il diametro delle prime di m. 0,027, de' secondi di

m. 0,022. Veniamo alla lor descrizione.

Offre la gazzetta nell'averso il nome CANDIA in una linea orizzontale,

e sopra e sott'esso un rosone fra due stelline. Nell'esergo di questo

lato ha, ne' quattro diversi tipi che ne ho veduti, le sigle . N. C.,

F. R., M. A. S. e P. M., le quali, con esempio molto raro nel rame,

sono le iniziali del massaro sotto cui furono stampati i varii pezzi.

Due sole varietà sono però in grado d'interpretare; vale a dire le

sigle N. C. che ricordano Nicolò Contarini massaro all'argento nel

1658 l'anno medesimo in cui si decretò la moneta, e quelle M. A. S.

che ricordano Marco Aurelio Soranzo il quale coprì quella carica nel

1659. Il rovescio del pezzo in discorso porge il S. Marco in gazzetta

ma alcun poco variato dalla ordinaria rappresentazione, recand'esso

nella sinistra il libro de' Vangeli, nella dritta la spada alzata;

rappresentazione che rimarcammo ricorrere in altre monete cuse per

Candia sotto il doge Molin; e veramente miglior attributo non gli si

poteva applicare in que' tempi bellicosi. Gira intorno al simbolo del

patrono della Repubblica la epigrafe consueta . SANCT . MARC . VEN .

(o VENE .), e nell'esergo di questa faccia il numero II fra due

rosoni.

Simile alla gazzetta ma in proporzioni relativamente minori di peso e

di diametro è il soldo, del quale varia di necessità l'esergo del

rovescio che offre il numero * I *, e del quale non mi venne fatto

vedere che un tipo portante nell'altro lato le sigle P e M.

Le ultime monete son queste che i Veneziani improntarono per quella

diletta colonia. Undici anni dopo, nel 1669, esauriti da' nostri

tutt'i mezzi ch'erano in loro potere per impedire i progressi delle

vittorie de' Turchi, e prolungare una resistenza ormai divenuta

inutile ed impossibile, abbandonati dall'Europa incivilita, ammirati

da' contemporanei e più da' posteri, segnarono quella capitolazione

per cui Francesco Morosini poté insuperbire quasi d'una segnalata

vittoria. Da quel giorno Candia decadde, Candia, memore dell'affetto

di Venezia, Candia mal tollerante il giogo de' barbari. E da quel

giorno sottentravano gli aspri e i parà alle gazzette e ai tornesi, il

governo dei padiscià a quello dei dogi, la luna falcata al leone di S.

Marco.

Non è però che dopo la caduta di Candia queste ultime monete che ho

descritte cessassero dall'aver corso. Anche vent'anni dopo la perdita

di quell'isola ne girava gran numero ne' possedimenti di Levante che

restarono alla Repubblica. Di ciò abbiamo prove indubitatissime in una

serie di sigle che sulle gazzette, e più raramente sui soldi, si

andavano contromarcando, delle quali offro un prospetto ove ho

raccolte le da me conosciute, quasi tutte esistenti nel Museo Correr.

Le loro varietà si riducono alle seguenti: 1.° VICE.° VEND.N, 2.° POLO

NANI ovvero PN, 3.° S, 4.° GB, 5.° M, 6.° ZD ed anche ZD4, 7.° CCO,

8.° RB, 9.° TINO. Le agevolmente interpretabili sono, a vero dire,

soltanto le prime due; l'una ricorda Vincenzo Vendramin che nel 1688

scortò la cassa militare in Morea dove i Veneziani stringevano

Negroponte d'inutile assedio, l'altra Paolo o Polo Nani che nell'anno

stesso era colà tesoriere delle truppe della Repubblica. L'ultima,

ch'io mai non vidi, vorrebbe il Gradenigo, nel cui museo si

conservava, fosse contrassegnata per aver corso nell'isola di Tino

(Zanetti, II, p. 207, n. 280). Quanto alle altre, le lascio alla

interpretazione di numismatici di me più pazienti o più fortunati.

Prospetto delle varietà d'incusione nelle Gazzette di Candia.

[SC[SIGLE DEL MASSARO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL DIRITTO.]SC] [SC[INCUSIONE NEL ROVESCIO.]SC]

1. . N . C . S in cerchio di perline G B in cerchio di perline

2. . N . C . VICE.° = VEND..N = * e ZD CCO

3. . M . A . S . nulla RB

4. . M . A . S . VICE.° = VEND..N = * e PN POLO = NANI sotto 2 perline

5. . M . A . S . P N POLO = NANI fra 6 perline

6. . M . A . S . Z D CCO

7. . M . A . S . S fra perline GB fra perline

8. . M . A . S . nulla POLO = NANI fra 7 perline

9. . P . M . S fra perline GB fra perline

10. . P . M . POLO = NANI fra 6 perline nulla

11. . F . R . G B in cerchio di perline S fra perline

12. . F . R . VICE.° = VEND.N POLO = NANI fra 7 perline

13. . F . R . S dentro una corona (?) B dentro una corona (?)

14. . F . R . M in cerchio di perline nulla

15. . F . R . P N POLO = NANI

16. . F . R . VI = VE e Z D 4 CCO

17. . . . . . . VICE.° = VEND..N POLO = NANI e PN

18. . . . . . . VICE.° = VEND..N e TINO nulla

Del soldo due sole varietà incuse sono a mia notizia, l'una nel Museo

Correr coll'esergo P. M. avente contromarcata nel diritto una S fra

perline, nel rovescio G B; l'altra descritta dal Gradenigo (Zanetti,

II, p. 207 n. 281) recante nel diritto incuse le iniziali DM entro una

corona.

[T1] IV. CIPRO.

Quando nel 1473 morì Jacopo Lusignano re di Cipro, Catterina Corner

veneziana a lui disposata nel 1468 assunse le redini del governo

dell'isola in nome del figlio che, postumo al marito, le nacque. Pochi

mesi visse il fanciullo e, lui morto, la Corner rimase sola a

signoreggiare il reame. Vorrebbe il Pasqualigo che di questa donna si

avessero monete, battute vivente il figliuolo; ma la sola ch'ei ne

ricordi nelle sue schede non è che un mal conservato pezzo di rame

dell'imperatore Michele Duca. Escludiamo perciò dalla nostra serie

quel pezzo, che veramente non le apparterebbe s'anche fosse genuino,

perché battuto anzi la cessione fatta dalla Corner dell'isola di Cipro

a' Veneziani, avvenuta nel 1489.

Rileviamo da memorie di zecca che negli anni 1553 e 1559 si coniarono

per Cipro monete appellate

[T5] Carzie.

Questo nome, che manca ora al greco volgare, suona moneta di rame, sia

poi di semplice rame o di basso biglione, e deriva da [Gr[chalkòs]Gr],

[I[aes]I], o da [Gr[chálkeios]Gr], [I[ex aere ductus]I], o meglio

ancora da [Gr[chalkíon]Gr] preso in senso di moneta vile, come lo usò

Aristofane ([Gr[Batrachoì]Gr], Act. II. [I[Antepirrh]I]. v. 8 e 9):

... [Gr[allà toútois tois ponerois chalkíois]Gr]

[Gr[Chthès te kaì próen kopeisi to kakísto kómmati]Gr].

È facile a spiegare colle corruzioni della greca favella ne' bassi

tempi il non insolito mutamento della pronuncia della [Gr[l]Gr] in

[Gr[r]Gr]. Infatti anche oggidì il coniatore è detto dal popolo greco

indifferentemente [Gr[chalkias]Gr] e [Gr[charkias]Gr]. Né crederei

diversa la origine della medicea [I[crazia]I] toscana, che però altri

vorrebbero derivare dal [I[kreuzer]I] tedesco.

Ma i nostri numografi, ricordando le [I[carzie]I] di Cipro, e l'epoche

del loro stampo surriferite, e il loro peso di k. 2. 2, e il titolo

ragguagliato a 92 di fino, o a 1060 di peggio per marca, non si

volsero ad applicare quel nome ad alcuna moneta delle cuse in quegli

anni. Eppure, se non di Marcantonio Trevisan che regnò un solo anno,

vi sono monete di Francesco Venier che ducò dal 1554 al 1556, e di

Girolamo Priuli che montò nel 1559 il trono ducale, alle quali si può

applicare senz'esitanza il nome di [I[carzie]I], corrispondendovi,

oltre l'epoca, il titolo e il peso.

Sono queste due nummoli molto rari, i quali recano dall'un de' lati

una croce con quattro fiamme o con quattro bisanti agli angoli che

forman le braccia, e chiusa da un cerchietto, oltre cui gira

l'epigrafe + FRANC . VENERIO . DVX negli esemplari del primo, e in

quelli del secondo + HIERON . PRIOLI . DVX . Offre il rovescio il

leone di S. Marco in gazzetta e intorno ad esso la leggenda + S .

MARCVS . VENET . Degli unici esemplari che ne ho veduti, conservasi il

primo al Museo Correr, l'altro alla Marciana. Il loro diametro è

m. 0,013, il peso è il più sopra riferito di k. 2. 2, meno le piccole

differenze portate dal non perfetto grado di conservazione. Il titolo

del biglione corrisponde appunto a peggio 1060.

Non sappiamo il valore della carzia a quell'epoca, ma questo valore ci

apparirà dal confronto con altra moneta notissima, cioè col ducato

d'argento di Girolamo Priuli. Questo pezzo, il maggiore che fino

allora avessero monetato i Veneziani in quel metallo, si fece a peggio

60 e del peso di gr. 651, cioè di k. 162. 3, ed aveva quindi di fino

gr. 617. 3/32. Siccome il ducato stesso si valutava allora, per

decreto 7 gennajo 1561, lire 6 e soldi 4, cosi ogni soldo vi era

rappresentato da una particella di argento fino del peso di

k. 1. 3875/3968. Ora, essendo nel ducato il bagattino rappresentato da

circa quattro decimi di grano, e nella carzia avendosi parimente di

fino grani 0,799, valutato alcun poco in quest'ultima il molto rame,

credo poter affermare che la carzia equivaleva intorno alla metà del

secolo XVI a 2 bagattini.

[T5] Soldo col doge armato.

Si custodisce nella Marciana un soldo, del peso di k. 2 d'argento, a

peggio 550 per marca o poco meno, recante da un lato la imagine in

piedi di Pietro Loredan, doge dal 1567 al 1570, volto a sinistra,

coperto d'armatura, cinto il capo del corno ducale, e stringente colla

destra il vessillo. Intorno a lui la epigrafe PETRVS . LAVRETA .

DVX .; al rovescio il S. Marco in soldo chiuso da cerchietto, oltre il

quale la consueta leggenda + S . MARCVS . VENETVS . Di questo pezzo,

d'esimia rarità e di molta bellezza, il Museo Correr possede un

esemplare, ignorato allo Zon e agli altri numismatici, simile al

suddescritto nel peso, nel titolo, nel tipo del diritto, e totalmente

svariato nel rovescio, perché reca la figura del Cristo in piedi,

veduta di prospetto, che tiene il mondo nella sinistra, e colla dritta

sta in alto di benedire, ed è attorniato dal motto TV SOLVS SANCTVS;

tipo ricorrente in altre monete di quest'età, senza nome di doge, e

che probabilmente spettano al Loredan. Vorrebbe lo Zon che questa

monetina, da lui veduta soltanto nella Marciana, fosse allusiva alla

guerra coi Turchi principiata nel 1569, e battuta per uso della veneta

armata (ib. p. 35); e più sotto (p. 68) la novera fra le monete di

Cipro. Io non nego che il doge possa aversi effigiato nella singolare

rappresentazione di catafratto per aver egli incoata la guerra co'

Turchi a proteggere il minacciato reame; ma non posso convenire collo

Zon nell'ascrivere ch'ei fa alla serie delle monete di Cipro il soldo

presente. I due esemplari, che forse unici se ne conservano, recano

ambedue, come indicai testé, simile il diritto, diverso il rovescio; e

questo rovescio medesimo vediamo in monete affatto comuni di quella

età. Non potrebb'egli meglio spiegarsi il tipo e la rarità del

controverso pezzo, ritenendo che i due esemplari del Correr e della

Marciana, fossero semplici prove di una moneta a cui si volle poi

sostituire un diverso rovescio?

[T5] Bisante.

L'unica moneta che i Veneziani stampassero nell'isola di Cipro è il

[I[bisante]I], nummo ossidionale lavorato da' difensori di Famagosta

stretta da terribile assedio. Nella sua operetta [I[Historia de

Salamina capta]I], edita la prima volta a Venezia nel 1843, Antonio

Riccoboni, storico contemporaneo a quel fatto, tocca dell'origine di

questa moneta: [I[Cum autem IV. Non. Majas ]I](a. 1570)[I[ per totam

insulam Cyprum bellum inter Venetos et Turcas promulgatum esset,

ipse]I] (intendi Marcantonio Bragadin difensore della piazza, che dopo

la resa fu scorticato vivo da' fedifragi nemici) [I[pecuniis

indigens... quod totum aurum et argentum quod haberet in equestres et

pedestres copias consumpsisset, nec facile propter locorum distantiam

opportunum nummorum subsidium sperare posset... aerarium confici

quamprimum voluit nummosque diu noctuque signari aereos mandavit;

alteros duodecim assium, alteros quattuor quadrantium, atque hujusmodi

moneta peditibus italis et graecis, equitibusque et omnibus qui in

praesidio erant satisfaciebat, edicto facto ut suspendii poena illis

esset proposita quicumque talem pecuniam recusarent]I].

Il pezzo ossidionale di Famagosta, ovvio a trovarsi, è di puro rame ed

ha un diametro di m. 0,028; il peso ne' varii esemplari è tanto

incerto che sembra affatto arbitrario; il minimo da me riscontrato fu

di k. 17, il massimo di k. 46. Nel mezzo del campo del diritto è il

leone seduto e rivolto alla sinistra del riguardante, e sott'esso

l'anno 1570, e all'ingiro PRO. REGNI. CYPRI. PRESSIDIO. Nel rovescio è

in tre linee la iscrizione VENETORV = FIDES. INVI = OLABILIS, sopra la

quale un amorino, svolazzante verso la destra, allude alle tradizioni

mitologiche dell'isola cara a Venere; e nell'esergo il nome di BISANTE

colle note, varie negli esemplari, IIII, .I., . I . E ., . I . F . Ma

come discernere fra questi pezzi quelli [I[duodecim assium]I] e quelli

[I[quattuor quadrantium]I] che il Riccoboni distingue? Le sigle

stessissime occorrono in un pezzo del massimo e in uno del minimo

peso; dunque il peso non è dato regolatore. Il tipo nemmeno perché in

tutte è simile, come simile è il metallo che in tutte è semplice rame.

Se tutte avessero la cifra IIII potrebbero essere i pezzi di 4

quadranti, pezzi che d'altronde non sappiamo a che moneta

corrispondessero. Ma quello di 12 assi, nome parimente a noi

sconosciuto, parlandosi di monete coniate da' Veneziani, qual mai

sarebbe? Forse quel nummo di biglione, custodito alla Marciana, del

diametro m. 0,021 e, del peso di k. 14, che offre da un lato in

quattro linee la epigrafe ÆS = ARGE = NTI = .X., e dall'altro il leone

di S. Marco gradiente verso manca con all'esergo 1571? Lo Zon (p. 69)

non esita a dirci anche questo pezzo, di rarità straordinaria,

spettare alla guerra di Cipro; ma per uniformarsi al detto dal

Riccoboni dovrebbe portare la cifra XII anziché quella X.

Confessiamolo, ci mancano i fondamenti per basare una più plausibile

conghiettura.

[T1] V. TERRAFERMA VENETA.

Abbracciamo sotto questo nome i possedimenti della Repubblica Veneta

nella penisola d'Italia, escludendone il Dogado che comprendeva le

lagune del settentrione dell'Adriatico e i loro margini sul

continente. Più esteso però era il nome d'ITALIA VENETA, in cui

s'includeva anche la penisola d'Istria.

Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari · 第 8 / 11 段