DUCE), continuò a stampare quelle monete; e di lui si trovano
facilmente talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1794, 1795, 1797;
mezzi talleri degli anni 1789, 1790, 1792, 1797; quarti del 1790;
ottavi degli anni 1790, 1791, 1794 e 1796. I conii e i punzoni di
questi pezzi dell'ultimo doge, lavorati dallo Schabel, esistono ancora
nella veneta zecca.
[T3] ZECCHE DI CORON E DI MODON.
Quasi in appendice alla parte del mio lavoro che tratta delle monete
del Levante Veneto ho creduto collocare le scarse notizie che ci
rimasero di officine nummarie progettate da' Veneziani a Coron ed a
Modon, castella che proteggono la punta della Morea che guarda a
libeccio. Quanto è a mia cognizione su questo argomento è solo una
legge del Maggior Consiglio, sancita il 7 marzo 1305, legge di cui qui
trascrivo il tenore:
[I[ Millesimo trecentesimo quinto, die VII Marcii.
Cum per principem Achaiae et alios de Romania fiat
talis moneta propter quam redditus nostri Comunis
Coroni et Modoni sunt valde deteriorati, et etiam
mercatores inde recipiunt magnum praeiuditium
et sinistrum; capta fuit pars quod per nostrum Comune
debeant cudi in Corono et Modano illae monetae quae
videbuntur Domino Duci, Consiliariis, Capitibus
de XL et Provisoribus esse meliores pro nostris
negociis de inde.]I]
(Dal [I[Registro MAGNUS]I] appartenente al M. C.,
pag. 10, conservato nell'I. R. Archivio Generale di Venezia).
Parlando più sopra del [I[tornese]I], ho fatto vedere come il favore
ch'ebbe in Levante ne' secoli XIII e XIV questa moneta introdottavi
da' Francesi signori d'Acaja, movesse i Veneziani intorno alla metà
del trecento a coniarla essi pure allorché stesero nel suolo di Grecia
i loro possedimenti. Ma se anche il primo tornese battuto da' nostri
fu improntato del nome di Andrea Dandolo, vedemmo come fino dal 1287
una legge speciale regolasse le pratiche de' cambiatori di tornesi, e
come nel 1298 Marco Polo ne parlasse come di nummo avente singolar
favore ne' commercii orientali. Qual maraviglia perciò se i Veneti,
gelosi della voga di questa moneta francese, che ridondava in danno
delle proprie, pensavano nel 1305 d'imprendere lo stampo di conio che
le si avvicinasse, e d'imprenderlo in due castella del Peloponneso
acciò ne fosse più pronto lo spaccio?
Sennonché, qualora la terminazione surriferita avesse effettivamente
avuto esecuzione, sarebbe molto difficile che non si fosse conservata
fino a noi alcuna moneta di Modon o di Coron, battuta sotto Pietro
Gradenigo e sotto i costui successori fino ad Andrea Dandolo. Eppure a
nessun pezzo di Pietro Gradenigo, di Marin Zorzi, di Giovanni Soranzo,
di Francesco Dandolo e di Bartolomeo Gradenigo non puossi applicare il
nome di tornese; né dal disegno prender argomento a tenerli altrove
battuti che nella zecca di Venezia. Escludendo il ducato d'oro che si
possede di que' dogi, le monete conosciute di Pietro Gradenigo sono le
seguenti: il [I[piccolo]I] coniato la prima volta da Sebastiano Ziani
sul modello de' denari imperiali, il [I[grosso]I] cuso primamente da
Enrico Dandolo, il [I[marcuccio]I] di bassissima lega che pure avea
dato fuori il doge vincitore di Costantinopoli, il doppio[I[
quartarolo]I] e la sua unità di cui alcuni vorrebbero attribuire
l'origine alla ducea del Dandolo stesso, ma che genuino non si trova
che da Pietro Ziani in poi. Lo Zorzi e il Soranzo non hanno altra
moneta argentea che il grosso. Francesco Dandolo ha il piccolo e il
grosso, a cui aggiunse il [I[mezzanino]I] o mezzo grosso e il
[I[marchetto]I] d'argento, continuato quest'ultimo dal suo successore
Bartolomeo Gradenigo, del quale pur hassi il grosso. Queste, e non
altre, sono le monete che si conoscono nell'epoca di cui ci occupiamo,
ma nessuna di queste poteva sicuramente essersi battuta per sostenere
la concorrenza con quelle de' duchi d'Atene e di Chiarenza, come
vorrebbe la terminazione 1305.
Che cosa dunque è a conchiudere, s'esiste la legge e non esistono le
prove che siasi effettivamente eseguita? La risposta è facile a
indovinare; tanto più che di officine monetarie de' possedimenti
veneti non abbiamo veruna memoria, all'infuori da quella di Cattaro.
[T1] III. CANDIA.
Imprendendo a parlare delle monete che i Veneziani coniarono per
l'isola di Candia, la mente corre a que' torbidi giorni in cui una
serie di maravigliosi avvenimenti guerreschi rese immortali gli sforzi
de' nostri per conservare quel baluardo d'Europa che la prepotente
forza de' Turchi fe' suo, dopo venticinque anni di guerra accanita.
Andrea Valier senatore che visse in quell'epoca memoranda, e che in
que' fatti ebbe parte, se ne fece lo storico. La costui opera,
pubblicata nel 1679, è libro sommamente importante; è uno de' più bei
monumenti con che si onorasse la memoria di tanti generosi cittadini
che prodigarono alla patria gli averi ed il sangue. Io, ristretto
dalla cerchia limitata del mio soggetto, non posso occuparmene in
quest'opera se non in quanto alcuni di que' fatti abbiano immediato
rapporto colla materia che ho a svolgere.
La grande isola di Candia, [I[Creta]I] degli antichi, la quale, forse
perché la maggiore delle isole greche, si favoleggiò culla e reggia di
Giove, venne in mano a' Veneziani l'anno stesso della conquista di
Costantinopoli, avendola essi per oro da Bonifacio marchese del
Monferrato. Mandatevi colonie per abitarla e dissodarne gli
abbandonati terreni, si mostrò in sulle prime intollerante di giogo, e
costrinse con ribellioni frequenti la dominante a reprimervi gli
spiriti, di soverchio esaltati, colla forza dell'armi. Più che un
secolo e mezzo durò questa lotta incessante fra la Repubblica e que'
sudditi turbolenti, finché assicurata la tranquillità e agevolate le
comunicazioni colla capitale mercé le conquiste fatte da' Veneziani
sui lidi della Dalmazia, ebbe Candia giorni di pace e di prosperità.
Ma l'impeto degli Ottomani, minaccianti Europa ed invasori d'Europa,
strinse quella colonia alla lontana metropoli, questa temendo di
perdere il più agguerrito antemurale de' suoi possedimenti, quella
paventando di subire il giogo esecrato, ambedue prevedendo che le
forze turche, assicurate le loro conquiste nel continente, si
sarebbero arrovesciate, quando che fosse, su quel punto
importantissimo.
E così veramente addivenne. Quantunque fino dal 1539 temessero i
Veneziani per Candia e ne guardassero i porti e le castella, pure gli
sforzi de' Turchi si diressero durante l'intero secolo XVI contro le
isole dell'Arcipelago e contro Cipro, e la prima minaccia a Candia,
che apre questa guerra, continuata venticinque anni, si avverò solo
nel 1644.
Quali monete prima di quell'epoca correvano in Candia? quelle stesse
che pur avevano corso in tutt'i possedimenti del Levante Veneto, i
[I[tornesi]I], come abbiamo veduto parlando di questi ultimi all'anno
1476. Non si ha memoria però di nummi particolari di quell'isola prima
del 1632, in cui troviamo i
[T5] Soldini.
Allorché, occupandomi nel capitolo precedente delle monete del Levante
Veneziano, parlai de' tornesi, dissi come ciascuno d'essi
corrispondesse in origine alla dodicesima parte del grosso nostro,
vale a dire a quattro bagattini, valore che in seguito andò scemando
fino a che ne' primi anni del secolo XVII tanto era deteriorato che il
tornese si ragguagliava a que' giorni alla quindicesima parte del
soldo, era cioè calato ad un 1/5 del primitivo valore. Le sigle che
incontriamo ne' [I[soldini]I] di Candia, così appellati per la loro
piccolezza in confronto de' nostri che si chiamarono allora
[I[soldoni]I], ci provano che il soldino equivaleva a 4 tornesi, cioè
a 4/15 del soldo veneziano.
L'anno 1632 decretava la Repubblica si battesse per Candia, e tosto
s'inviasse a quell'isola, una somma di tredicimila ducati in soldini
di rame. Ad agevolare pertanto il computo nei soldini dell'isola e nei
tornesi comuni a' possedimenti di Levante, si fecero due monete di
differente valore, l'una cioè di un soldino o 4 tornesi, l'altra di 10
tornesi o due soldi e mezzo. Sono queste le prime monete [I[certe]I]
che i nostri abbiano coniato per la sola Candia, e di queste passo
senz'altro alla descrizione.
[I[Pezzo da soldini 2 e 1/2]I]. = Varia nel peso da k. 22 a k. 27,
quantunque lo Zon lo fissi (p. 74) a k. 25, per modo che gr. 10 di
peso rispondano ad un tornese di valore. Il suo diametro è m. 0,025, e
la materia n'è puro rame. Il diritto offre in mezzo ad un leggiadro
contorno, che non molto si discosta da quello descritto nella
[I[piastra]I] e nel [I[reale]I] di Francesco Contarini, la epigrafe in
tre linee = SOL = DINI = * 2 * 1/2 * (in alcuni esemplari mancano le
stelline). Il rovescio ha il S. Marco in gazzetta a' cui fianchi due
piccole rose e nell'esergo . T. 10 . ovvero T . 10. ed anche T . 10,
[I[tornesi dieci]I]. Il Museo Correr ne ha pure esemplari con due
incusioni, delle quali non sono in grado di spiegare il significato,
SP sopra B negli uni, GM negli altri.
[I[Soldino]I]. = Parimente di rame, ma del diametro 0,019, e del peso
variante da k. 9 a k. 10. 3. Simili discrepanze nel peso da me
avvertite in esemplari della più bella conservazione, m'indurrebbero a
credere che anche per queste piccole frazioni della moneta non si
avesse riguardo che al valor nominale, benché sia probabile che ne
fosse stabilito l'intrinseco nella misura più sopra notata di k. 2. 2
per tornese. Il diritto offre in due linee la parola SOL = DINO. Sovra
la prima è una stellina; altra stellina maggiore, talvolta una rosa
fra due minori, sotto la seconda. Il rovescio è simile al pezzo da 10
tornesi, ma nell'esergo ha variamente espresso il valore T . 4,
. T . 4 ., * T 4 *, . T 4 . [I[tornesi quattro]I].
Equivalendo pertanto il soldino di Candia a 4/15 del veneziano, il
pezzo da soldini 2 e 1/2 va ragguagliato a 2/3 del marchetto. E
siccome il soldo è costantemente la 20.ª parte della lira, così è a
ritenere che a quell'epoca v'era in Candia una lira del valore di 80
tornesi cioè rispondente a soldi veneti 5. p. 4. Ma non conosco di
questo pezzo la effettiva esistenza, e fors'era, come la lira di
Dalmazia, una semplice moneta ideale di computo.
Il soldino e il suo multiplo non portano, è vero, il nome della
colonia per cui furon battuti; ma il loro valore doppiamente espresso
in soldini e tornesi, la rispondenza esatta di una moneta peculiare di
Candia a quel nome ed a quel valore, il sapersi per quell'isola
ordinato nel 1632 lo stampo di monete analoghe, il disegno delle
figure e i caratteri de' pezzi in questione proprii di quell'età, sono
tutte ragioni colle quali io credo di giustificare pienamente
l'averli, collo Zon, attribuiti a quella colonia e a quell'epoca.
[T5] Gazzetta doppia di F. Erizzo.
Gli ultimi anni del governo di Francesco Erizzo, che sedette sul trono
ducale dal 1631 al 1646, furono funestati dall'incominciamento della
guerra di Candia, e dalla perdita di una delle piazze più importanti
dell'isola, la Canea, presa nel 1645 da' Turchi dopo un'eroica
resistenza. Il pericolo nel quale si trovava l'intera colonia, di cui
era minacciata la medesima capitale, determinò il Senato ad imprendere
con enorme dispendio una nuova spedizione per assicurare il restante
dell'isola e ripigliare agli Ottomani la piazza dalle loro armi
occupata. Il doge Erizzo, comeché ottuagenario, fu proclamato
generalissimo, ma anziché salpasse mori. Gli è appunto in quel breve
tempo che scorse dalla presa della Canea alla morte dell'Erizzo che ho
collocato lo stampo del [I[reale]I] per il Levante, come qui vi
colloco quello della [I[doppia gazzetta]I] per Candia. La somiglianza
di questo rarissimo pezzo con quelli battuti per l'isola stessa dal
suo successore Francesco Molin, e la necessità in cui si trovava
l'esercito veneziano a Candia di monete piccole, necessità che indusse
a coniare le doppie gazzette, le gazzette semplici e i soldi per
quell'isola un anno dopo, mi determinano ad assegnare a Candia questo
cimelio della numismatica veneziana, anziché al Levante, dove
facilmente avrebbe potuto trovar posto presso il non men raro
[I[reale]I].
Della doppia gazzetta di Francesco Erizzo non conosco che un solo
esemplare, conservato nella Marciana. Quanto al metallo, è biglione
bassissimo, a peggio k. 1098 per marca, del peso di k. 20 all'incirca
e di diametro indeterminabile per la irregolarità del contorno. Questo
pezzo subì due volte il martello monetario, ed il secondo colpo fu
aggiustato al nummo dapprima impresso, per modo che il diritto
s'improntasse dello stampo del rovescio e viceversa. Ebbi così ad
impiegare la maggior pazienza per dicifrarne sotto la doppia
impressione le rappresentazioni e le leggende; giunsi nullameno a
discernere faticosamente le une e le altre. Il diritto porge la figura
del doge genuflesso e rivolto di profilo alla sinistra del
riguardante, chiuso in un cerchio di perline oltre cui è l'iscrizione
FRANC . ERIZZO . D . Nell'esergo hannovi iniziali di monetario delle
quali non è riconoscibile che una A in mezzo a due altre sigle, di cui
quella a destra pare una B. È quindi agevole il riscontrare nelle
sigle medesime le iniziali di Zuan Alvise Battagia che fu massaro
all'argento nella zecca nostra gli anni 1646 e 1647, sigle che
rafforzano la opinione che più sopra esposi sull'epoca e quindi sulla
destinazione di questa moneta. Il suo rovescio presenta il leone alato
e nimbato, rampante verso sinistra, pur avvolto in cerchio di perline
oltre cui gira la epigrafe SANCT . MARC . VENET . Nell'esergo la cifra
* IIII * indica il valore di [I[quattro soldi]I], o due gazzette.
Per quanto io mi sappia, questo pezzo è totalmente sconosciuto agli
amatori della nostra numografia. Tale circostanza è appieno
giustificata dalla qualità dell'unico esemplare che forse n'esiste
nelle raccolte. Non puossi nemmeno asserire che abbia avuto mai corso;
né d'esso, né del reale dell'Erizzo, non abbiamo fondamento alcuno per
ritenerli più che semplici prove di zecca.
[T5] Gazzette doppie e semplici, e Soldi di Francesco Molin.
Per fatti gloriosamente immortali, quali prosperi, quali sventurati,
va segnalata la ducea di Francesco Molin, successore all'Erizzo nel
1646, e che resse la Repubblica fino al 1655. Gli sforzi per avanzare
l'armamento di Candia, la nobiltà patrizia venduta a prezzo d'oro per
sopperire a' favolosi dispendii, le imprese arditissime sulle coste
dalmate ed albanesi, la chiusa fatta a più riprese da' nostri colle
bocche de' lor cannoni dello stretto de' Dardanelli, le cittadelle
perdute e ripigliate, le fazioni sul mare di Tommaso Morosini, del
Cappello, del Grimani, del Mocenigo e del Riva sono a leggersi nella
storia del Valier. Io non credo che alcun popolo possa vantare una
serie di avvenimenti sì gloriosi, anche se il loro esito fu infelice,
come il popolo veneziano combattente a Candia le forze smisurate de'
Turchi.
Difettava nel 1647 quell'isola di danaro pel traffico minuto,
necessario a tanti soldati che vi spediva la Repubblica, traendoli
dalle proprie terre od ingaggiandoli all'estero. Si decretò quindi
quell'anno stesso che fossero coniate monete da 2 e da 1 gazzetta e da
1 soldo per Candia, ed ivi prontamente inviate. Sembra peraltro che il
loro stampo non fosse così copioso da saziare i bisogni dell'isola
combattuta, se nel volgere di pochi anni fu necessario ricorrere a
monete ossidionali.
Volgendoci ora a descrivere le monete battute nel 1647 per Candia,
ricorderò conservarsene ne' nostri musei tre diverse.
I.° [I[Gazzetta doppia]I]. = È delle tre la più rara, mancando essa
alla raccolta Correr, né avendone io mai veduto altro esemplare da
quello in fuori della Marciana, quantunque esistesse anche nella
collezione Gradenigo descritta dal suo possessore nel secondo volume
dello Zanetti, dove però il Gradenigo ci assicura non averne lui
vedute di simili nei lunghi anni che fu sulla flotta (p. 197-198, n.
218). Il diametro n'è m. 0,028, il peso del pezzo da me esaminato è di
soli k. 28. 3, mentre dovrebb'essere di k. 39. 51/235, incolpandosi di
tal divario il cattivo stato di conservazione dell'esemplare. Il
biglione che ne costituisce la materia ha di fino k. 54 per marca, è
cioè a peggio 1098, equivalente al titolo 0,046875. Perciò il metallo
è il medesimo che quello allora impiegato a battere i [I[soldoni]I] da
12 bagattini, il cui peso dovrebbe stare esattamente alla nostra
moneta come 1 a 4. Il diritto offre una donna coronata, seduta di
prospetto, avente nella destra il corno ducale, lo scettro nella
manca; il leone di S. Marco le giace accosciato presso il piede
sinistro, e un cerchio di perline le gira intorno, lasciando spazio
alla iscrizione . FRANC . MOLINO . D . V . ([I[Dux Venetiarum]I]); e
nell'esergo le sigle . Z . A . S . indicano il nome di Zuanne Alvise
Salamon che fu massaro all'argento negli anni 1650 e 1651, sigle che
ricorrono altresì nella [I[osella]I] dell'anno settimo del Molin, e
provano come siasi seguitato più anni a battere quelle monete, la cui
rarità può facilmente spiegarsi colla occupazione turca dell'isola per
cui furono coniate. Il rovescio ha il S. Marco in soldo colla
singolare aggiunta di una spada alzata ch'ei stringe colla destra,
mentre nella manca tiene il Vangelo. Lo accerchia il solito contorno
di perline, oltre cui la leggenda SANCT. MARC. VEN fra due rosoni, e
fra due rosoni parimente nell'esergo la cifra IIII indicante il valore
del pezzo, 4 soldi.
II°. [I[Gazzetta]I] = Simile al suo duplo è pur la gazzetta semplice,
del diametro di m. 0,023, del peso di k. 19. 143/255, e di biglione al
titolo antecedentemente notato. Uguale n'è pure il tipo,
proporzionalmente minore, in cui altra differenza non si rimarca dal
doppio pezzo che la leggenda del rovescio che offre VE. invece di VEN,
e l'esergo del lato medesimo che porta di necessità la cifra . II .
III.° [I[Soldo]I] = I due esemplari da me veduti di questa moneta,
l'uno nella Raccolta Correr, l'altro alla Marciana m'inducono forte
sospetto non sia essa che una moneta di capriccio, seppure non
vogliasi credere che la fretta in cui si trovò la zecca veneta di
coniare e spedire a Candia quantità di monete piccole non avesse
impedito di preparare lo stampo del soldo particolare per quell'isola,
e obbligato a valersi per l'uno de' lati del conio comune de' soldoni
veneziani, per l'altro del conio della gazzetta di Candia. Ambedue
infatti quegli esemplari presentano dall'una parte il leone di S.
Marco dinanzi a cui genuflesso è il doge; gira intorno alle due figure
oltre il cerchio di perline la scritta . S. M. V. ([I[Sanctus Marcus
Venetiarum]I]) FRANC. MOL ([I[Franciscus Molino]I]) e sotto la linea
dell'esergo è fra due rosoni il numero 12 de' bagattini componenti il
soldo. Il rovescio invece è improntato col conio del diritto della
suddescritta gazzetta, ma essendo il diametro dell'ultima non poco
eccedente quello del soldone comune, non poté stamparvisi che la base
delle lettere che ne formano la leggenda. Il peso è l'ordinario de'
soldi, k. 9. 189/235, co' quali ha comune il titolo dell'argento.
Siccome queste monete doveano principalmente servire ai pagamenti
delle truppe che riceveano i loro stipendii in moneta veneziana, credo
per tal ragione essersi preferito allo stampo degli altri pezzi di
Candia da 4 e da 10 tornesi quello di monete perfettamente analoghe a
quelle della metropoli, se non nel tipo, bensì nel peso, nel titolo e
nel valore. Era poi facilissimo in quell'isola ragguagliare questo
valore alla moneta ivi corrente; il soldone era pari a 15 tornesi; la
gazzetta a 30 tornesi, la gazzetta doppia a tornesi 60.
[T5] Moneta Grimani.
Dalle monete battute per l'isola di Candia nella veneta zecca,
passiamo ora a quelle che per dolorosa necessità dovettero coniarsi
nell'isola stessa. Prima di tutte ci si presenta fra queste una moneta
ch'ebbe il nome dal capitano generale Giambattista Grimani,
sottentrato al destituito Cappello nel 1646. Gli è appunto questo anno
che leggiamo inciso sulla moneta, ma non credo che allora siasi cusa,
bensì in uno dei successivi, improntandola colla data 1646 solo perché
la nomina del Grimani era caduta in quell'anno.
La [I[moneta Grimani]I] è un pezzo da 2. 1/2 soldini recuso; la
recusione ha le forme più barbare sì ne' caratteri che nelle figure, e
fu stampata da gente inesperta nel maneggio del martello monetario,
talché sotto il secondo tipo restò non solo visibile e dicifrabile il
primo, ma il secondo è molto leggero e lascia a mala pena discernere
alcune parole. Non ci voleva quindi che il confronto simultaneo de'
sette esemplari custoditine nella Raccolta Correr per rilevare le
intere leggende di questa non comune moneta. L'uno de' lati offre lo
stemma della famiglia Grimani tutt'ornato di cartocci inelegantissimi
e sormontato dal berretto di capitano generale. Una linea circolare
gli gira intorno e lo divide dal campo della iscrizione ch'è
indubbiamente questa: IO. BAP. GRIM. GEN. IMP. VENET. Una linea serve
d'appoggio allo scudo, e nel breve esergo che s'apre fra essa e la
circolare stanno le sigle G * 10. L'altro lato ha un orrido S. Marco
in soldo che tiene lo scudo Molin, insegna del doge allora regnante.
Nello spazio fra la linea su cui posa il leone ed il cerchio che lo
attornia sono ripetute le sigle G * 10, e fuori di questo cerchio gira
l'epigrafe SANCTVS MARCVS VENETVS 1646, notandosi per esattezza che le
N da questo lato sono rovescie. Quanto al diametro e al peso di questa
moneta è inutile il dirne, perché non è, lo ripeto, che un pezzo da
2. 1/2 soldini di rame recuso.