d'essa con altra moneta che la uguagliava nel titolo, eccedendola nel
peso di k. 4. 1/2, il [I[ducatone]I]. Quest'ultimo correva a' giorni
del Contarini a lire 7 e soldi 5, quindi la piastra dovea correre a
lire 7. Computandosi allora lo zecchino lire 14, la piastra equivaleva
a mezzo zecchino.
La rarità singolare di questo pezzo, il vederne l'unico esemplare che
se ne conosca a fior di conio, il non incontrare in tariffe né in
memorie di zecca alcuna moneta con questo nome, né in quell'epoca né
dappoi, fanno ritenere essersi bensì progettata la piastra ed
eseguitone il conio, ma non aver mai essa avuto corso, qualunque sia
il motivo che determinasse a sospenderla.
[T5] Reali.
Raro, quanto la piastra, è il [I[reale]I] del medesimo doge, e con
essa ha comuni il titolo, il peso, il tipo ed il valore; comuni
altresì le circostanze che inducono fondata opinione esser rimasto
esso pure un progetto ineseguito per cause che ci sono del tutto
ignote. L'unica diversità che si riscontra fra questi due pezzi sta
nella leggenda del diritto, portando in mezzo allo scudo la epigrafe
in tre linee REAL = VENE = TO; e all'ingiro * FRANCIS . CONTARENO .
DVX . * L'unico esemplare ch'io ne sappia è quello che colla
collezione Pasqualigo passò alla Marciana.
Altro reale esisteva nella raccolta di Maffeo Pinelli, la cui libreria
fu sì dottamente descritta dal Morelli (Venezia, 1787) che ci conservò
memoria di questo pezzo, che non si sa ove più esista dopo la
deplorata dispersione di quel medagliere.
Accontentiamoci dunque del poco che il Morelli ne disse, e ch'io
fedelmente trascrivo: [I[Altra moneta rarissima, detta reale, v'ha di
Francesco Erizzo, della grandezza di un ducato d'argento, in cui da
una parte v'è un lione colle ale stese e con un libro nelle zampe, ed
all'intorno SANCTVS . MARCVS . VENET . e sotto REALE. Dall'altra si
vede il doge in piedi, e dietro il mare con la prora di una galea ed
una fortezza, ed all'intorno si legge FRANC . ERIZZO . DVX . VEN .]I]
(Morelli, [I[Libreria di Maffeo Pinelli]I], vol. V. p. 346,
[I[App]I].), La rappresentazione di questo secondo lato è invero assai
singolare, e meglio ricorda le [I[oselle]I] che non le comuni monete.
Lo Zon, riportando questo pezzo sulla fede del Morelli, soggiunge:
[I[È noto come l'Erizzo mori nel 1646, quando era in procinto di
partire in qualità di generalissimo sulla flotta spedita contro i
Turchi che aveano invaso il regno di Candia, a cui pare che abbia
relazione quest'ultima moneta]I] (p. 60). Non potrei non soscrivere a
questa savia opinione; infatti sappiamo urgente il bisogno di monete
per la spedizione contro i Turchi, che nel 1645 avevano presa la
Canea; ed io credo probabilissimo siasi coniato il presente reale per
gli stipendii dell'armata in que' pochi mesi che volsero dalla perdita
di quella piazza alla morte dell'Erizzo avvenuta il 3 gennajo 1646. E
forse quest'ultima circostanza originò la sospensione dello stampo,
che poi non venne ripreso dal suo successore.
Anche il favore che trovarono ne' commercii d'Oriente nel secolo XVII
le piastre e i reali importativi dai trafficanti spagnuoli, mi fa
ritenere essersi dalla Repubblica progettato pe' suoi possedimenti di
Levante lo stampo di questi tre curiosissimi pezzi.
[T5] Leoni Morosini.
Gl'immensi dispendii che la Repubblica dovette sostenere per la guerra
co' Turchi, gli ultimi anni del secolo di cui ci occupiamo, resero
straordinariamente operosa in quell'epoca la zecca nostra. Ad
agevolare pertanto le transazioni commerciali co' popoli del Levante,
si determinò lo stampo di nuove monete che fossero in un medesimo
facili a conteggiarsi ne' territorii ove durava la ideale lira di
computo dalmata, e dove non si conosceano altre monete all'infuori da
quelle della dominante. Nel 1688, ducante Francesco Morosini, uscirono
dalla veneta zecca tali monete, che 2 e mezza d'esse uguagliavano uno
zecchino, e delle quali ciascuna equivaleva a lire 10 di Dalmazia o
lire 6. 16 di Venezia, perché allora nella capitale lo zecchino andava
a lire 17, nelle province a lire 25.
Questa moneta, che dal leone rampante nel suo rovescio e dal casato
del doge del cui nome primamente s'improntò fu appellata [I[leone
Morosini]I], è conosciuta d'ordinario col nome di [I[lion per
Levante]I] dalle memorie di zecca, le quali ne determinano il peso in
k. 131, ed il titolo a peggio 300 la marca, o al titolo 0,739583,
avente cioè d'argento fino per ogni pezzo k. 96. 85/96. Le stesse
memorie ci conservarono la cifra del valore monetato in [I[leoni]I] e
ne' loro spezzati, che monta alla somma di leoni 1,126,744. 1/2. Ed è
invero singolare come oggi nelle raccolte si veggano così raramente i
pezzi che appartengono a questa serie; né la si saprebbe spiegare tal
rarità che pensando come la maggior parte d'essi fosse o recata in
terre pochi anni dopo occupate da' Turchi, o messa fuori di commercio
dal sopravvenire di nuove monete che trovarono più favore, come
avvenne per esempio de' talleri battuti pel Levante, la cui comparsa
nel 1756 dové far isparire i leoni che ancora rimanevano colà in
corso.
[I[Leoni]I]. Il diritto di questa moneta, avente un diametro di
m. 0,042, offre in proporzioni maggiori la rappresentazione dello
zecchino, e reca dietro la figura stante di S. Marco la epigrafe in
lettere verticali . S . M . VENET, e dietro al genuflesso doge il suo
nome FRAN . MAVROC. Sotto la linea dell'esergo su cui posano le
figure, alcuni esemplari hanno le sigle . A . G ., iniziali di Alvise
Gritti massaro all'argento nel 1688. II rovescio offre il leone alato
e nimbato, ritto sulle zampe posteriori, verso la dritta, e piegante a
sinistra il capo, mentre tiene nella zampa anteriore destra la croce,
nella manca una palma. Oltre il cerchio di perline che lo racchiude è
la epigrafe FIDES ET VICTORIA.
Simile al leone del Morosini è quello di Silvestro Valier che gli
succedette nel ducato, e che reca quindi mutata la epigrafe del
diritto S * M * VENETV (verticale) = SILV * VALERIO, e nell'esergo le
iniziali * A * G * e in altri esemplari * F . T * ed anche
* G. A . B *. Il rovescio ne differisce alcun poco per la varia
disposizione delle zampe anteriori del sacro leone e per non esser
questo chiuso da cerchio di perline. È pezzo men raro di quello del
Morosini.
Non si conoscono leoni di Alvise Mocenigo II.° che succedette nel 1700
al Valier, bensì di Giovanni Corner II.° che dopo lui ebbe il ducato
nel 1709. I costui leoni, rari come quelli del Morosini, non hanno
altre varietà da questi nel diritto che il nome necessariamente
sostituitovi da IOAN . CORN . e le sigle dell'esergo * A . M *. Il
rovescio è simile al leone del Valier.
[I[Mezzi leoni]I]. Il loro peso, in rapporto all'intero, è di k. 65 e
1/2 e tiene di fino k. 48. 85/192. Simili agl'interi nel tipo e
proporzionalmente minori, li superano in rarità. Quello di Francesco
Morosini, che pur dovett'esistere, manca a tutte le collezioni da me
esaminate; quello di Silvestro Valier si trova alla Marciana ed al
Museo Correr, ma di due tipi diversi, recando l'uno nell'esergo le
iniziali * P. M *, l'altro * F. T *. Il loro diametro è m. 0,035. Del
Corner non vidi mai questa moneta benché sia da ritenere
ch'effettivamente si coniasse. Valeva lire venete 3. 8, o lire di
Dalmazia 5.
[I[Quarti di leone]I]. Del peso di k. 32. 3, aventi cioè di fino
k. 24. 85/384, e parimente rarissimi. Il quarto di leone del Morosini
non l'ho mai veduto, ma ne ritengo la esistenza dalle memorie di
zecca, e credo sia quella moneta della raccolta Gradenigo (Zanetti,
vol. II, p. 203 n. 253) che il suo possessore descrisse per mezzo
leone di questo doge, benché le desse il peso di k. 34. 2; peso, se
vuolsi, eccedente il legale, ma che induce forte sospetto non abbiasi
potuto deteriorar cotanto un pezzo da ridurlo quasi alla sua metà;
porta le sigle . A . C ., ch'io credo s'abbiano a leggere . A . G .,
attribuendone la fabbrica al 1688 quand'era massaro all'argento il già
ricordato Alvise Gritti.
La Marciana e la Raccolta Correr possedono bensì il quarto di leone di
Silvestro Valier, simile in proporzioni minori all'intero di questo
doge, con un diametro di m. 0,030 e colle iniziali * F. T *
nell'esergo dell'averso. Il Gradenigo pur ci descrive (ibid. n. 258)
simile moneta da lui conservata di Giovanni Corner II.° che portava
nell'esergo le sigle ... M. che si possono facilmente supplire A. M.
Il quarto equivaleva a lire 1. 14 di nostra moneta, o a lire 2. 1/2 di
computo nel Levante.
[I[Ottavi di leone]I]. Di molta rarità è parimente quest'ultimo
spezzato del leone, mancante alla Marciana, non però al Museo Correr,
né alla serie del Gradenigo (ibid. n. 254). Pesa k. 16. 3/8, e tiene
di fino k. 12. 85/768, ed ha un diametro di m. 0,026. Non n'è
accertata la esistenza che di quello battuto dal Morosini, simile al
suo intero, ma avente nell'esergo le iniziali . Z . R . che ricordano
Zuanne Riva massaro all'argento nel 1693, e recante il leone non
chiuso da cerchio di perline. Il valore di questa piccola moneta era
di soldi veneti 17.
[T5] Gazzette e Soldi per le Isole e per l'Armata.
Parlando delle gazzette e de' soldi di rame battuti per la Dalmazia e
per l'Albania, ho enunciato un canone che qui siamo al caso di poter
applicare, [I[riscontrarsi cioè alcune volte nelle monete venete di
puro rame l'età del loro stampo calcolandone il peso]I]. Vedemmo
infatti alle pag. 17 e 18 che verso l'anno 1700, quando lo zecchino si
ragguagliava a lire dalmate di computo 25, si cavavano da una marca di
puro rame gazzette 30. 1/3, ciascuna del peso di k. 38, ovvero soldi
60. 2/3, ognuno del peso di k. 19. Gli è effettivamente questo
medesimo peso che riscontriamo quasi costante nelle due monete di cui
tocchiamo, le quali ritengo perciò aversi ad ascrivere alla ducea del
Peloponnesiaco.
La loro leggenda le annuncia coniate per aver spaccio nelle isole
Jonie ed in quelle dell'Arcipelago, nonché pegli stipendii de' soldati
e de' marinaj ch'erano sulla flotta.
L'unico tipo della gazzetta presente ch'è a mia cognizione ha un
diametro di m. 0,027 e reca nel diritto la epigrafe chiusa fra due
rosoni ISOLE = E. T = ARMATA in tre linee. Il rovescio è il solito S.
Marco in mollecca cinto dall'iscrizione * S. MARC. VEN *, e
nell'esergo * II *.
Non ne differisce il soldo che nelle proporzioni e nell'esergo del
rovescio ch'è necessariamente * I *.
[T5] Gazzette e Soldi per l'Armata e per la Morea.
Quello che ho detto poc'anzi delle gazzette e de' soldi per le Isole e
per l'Armata, può riportarsi anche alle monete presenti, colle quali
hanno comune l'epoca siccome il peso, e che si coniarono perché
avessero spaccio nella Morea contesa a' Turchi dal valore del
Morosini.
Il diritto della gazzetta offre la iscrizione ARMATA = E. T = MOREA
chiusa da due rosoni; nel rovescio è simile alla gazzetta per le
Isole. Il diametro n'è parimente uguale.
Il soldo non varia qui pure che nelle sminuite proporzioni, e nella
cifra indicante il valore.
[T5] Gazzette e Soldi per Corfù, Cefalonia e Zante.
Minori di peso, e quindi di più moderno conio, sono le monete che
recano i nomi delle isole di Corfù, Cefalonia e Zante per le quali
vennero battute nella veneta zecca. Ricordai più addietro come intorno
al 1730, allorché lo zecchino si valutava in Levante a lire 33 di
conto, le gazzette dalmato-albanesi andassero a 39 per marca di rame,
ed avessero in conseguenza un peso di soli k. 29. 7/13 come i soldi
pesavano k. 15. 1/26. Ed invero tal peso ricorre nelle monete
ch'esaminiamo, la cui fabbrica è perciò a riportarsi agli ultimi anni
di Alvise Mocenigo III.° o al breve ducato di Carlo Ruzzini. Questa
posteriorità d'epoca mi determinò a collocarle ultime nella serie de'
sei pezzi di rame della quale ci occupiamo, serie non affatto comune,
ma che non manca alle nostre raccolte, le quali abbondano d'ordinario,
più che de' semplici soldi, de' loro dupli.
La gazzetta battuta a Venezia per le isole di Corfù, Cefalonia e Zante
ne porta nel diritto i nomi fra due rosoni e disposti in tre linee,
con ortografia variata ne' quattro tipi che ne ho veduti:
1. CORFV = CEFALONIA = ZANTE
2. CORFV = CEFAL = ZANTE
3. CORF. = CEFAL. = ZAN.
4. CORF. = CEFAL = ZANT.
Il rovescio presenta il consueto S. Marco in soldo attorniato
dall'epigrafe * S. MARCVS. VEN * (ovvero VE *) e nell'esergo * II *.
Ha un diametro di m. 0,026.
Simile, ma in proporzioni minori, è il soldo, recante due varietà
d'iscrizioni nel diritto:
1. CORF. = CEFA. = ZAN
2. CORF. = ZANT. = CEF.
Nel rovescio gira intorno al leone la epigrafe * S. MARC. V * e
nell'esergo la cifra * I *. Il diametro è m. 0,020.
Le sei monete di questa serie, come pure quelle di puro rame per la
Dalmazia e per l'Albania, continuarono ad aver corso nelle isole
Jonie, dove si battevano nel 1801 autonomi pezzi da 5 e 10 gazzette
venete, fino al 1819 in cui il governo protettore di quelle isole
decretava la loro distruzione, e se ne giovava a battere gli oboli ed
i dittoboli colla figura sedente della Britannia.
[T5] Talleri a torchio col leone rampante.
Il favore che avea trovato ne' commercii del Levante il tallero
imperiale di Germania invogliò, alla metà del secolo scorso, la
Signoria di Venezia a tentarne la fabbrica per inviarlo a' suoi
possedimenti oltremarini. Ad ottenerlo pertanto di quella leggiadra e
regolar forma che formava la bellezza estrinseca de' talleri alemanni,
e che da un secolo e più non era per la zecca veneta che un incompiuto
desiderio, statuiva il Senato il 15 marzo 1755, ducante Francesco
Loredan, la introduzione in quell'officina del torchio in luogo
dell'incommodo martello fino allora impiegato nella monetazione.
Abbiamo però una terminazione del C. X, 27 marzo 1500, che suona così:
[I[El singular modo et inzegno trovado cum molta sua industria et
acuità per el fedel nostro Zuane da i relogii in far et stampar soldi
cum tanta equalità, justeza et rotondità quanta alcuno ha veduto et
come ha testificado el gastaldo de la Cecha nostra, et similiter li
maistri de le stampe et altri hano visto el suo lavor et modo de
lavorar, cossa a tutj admiranda; die indur la Signoria nostra a voler
dar modo ch'el possi perseverar el bon principio dato non solum in li
soldi et mezi soldi predicti, ma ogni altra sorte monede ac etiam li
ducati (]I]zecchini[I[) como el se ha offerto de trovar modo cum ogni
pianeza rotondità perfecta et pexo; adeo che le monede nostre, quale
excelleno tutte altre monede de bontà, excellerano similiter de
beleza; cossa che certamente se die dexiderar per honor de la Signoria
nostra et per tuor ogni modo al stronzar de dicte monede le qual non
potrano per alcun modo esser toche che imediate non siano
cognossiute]I], ecc.
Da questa terminazione, che ho fedelmente trascritta dal Capitolar
delle [I[Broche]I], rilevasi, parmi, che un congegno esclusivamente
adatto allo stampo delle monete, onde risultassero belle e rotonde,
una specie quindi del torchio odierno, fosse nella zecca nostra
introdotto da questo Giovanni, che dalla prima sua professione ebbe il
nome di Orologiajo. Quale si fosse questo congegno non s'hanno
memorie. A chi tuttavia considera la rara perfezione de' nummi usciti
dalla veneta zecca gli ultimi anni del secolo XV e fino al principio
del XVII, si renderà facile a comprendere che, senza un meccanismo che
ne agevolasse il lavoro, non era possibile coll'ordinario martello
ottenere sì bei risultati. Ma nel secolo XVII, e più ancora nel
successivo, i conii veneziani andarono imbarbarendo, talché quando il
Loredan introduceva il torchio nel 1755 Venezia dava forse le monete
più informi di quelle d'ogni altro stato d'Italia.
Che la introduzione del torchio abbia a riportarsi a quest'anno, ce lo
fa sapere, oltre la terminazione de' Pregadi del 15 marzo 1755, la
iscrizione che ancora si legge in zecca:
AURO
ET ARGENTO
MELIORI FORMA FERIVNDO
EX SENATVS CONSVLTO
ANNO DOMINI
MDCCLV.
Reca però maraviglia che il torchio si destinasse esclusivamente a'
talleri fino alla caduta della Repubblica. Non abbiamo in fatti,
oltr'essi, veruna moneta altramente improntata che a martello, ad
eccezione della [I[osella]I] dell'anno IX del medesimo doge Loredan
(1760), la quale sappiamo da memorie di zecca che [I[a pochi è
piaciuta]I]. Tanta era la forza dell'abitudine che si preferivano i
vecchi pezzi bruttissimi ai nuovi leggiadri; abitudine che ci richiama
le arti tarde a sprigionarsi nel medio evo dalle tradizioni jeratiche.
[I[Francesco Loredan]I]. È indubitato che nel 1755 si diede mano, in
via soltanto d'esperimento, allo stampo dei talleri; ma nessuno ne
abbiamo che porti quell'anno, perché la fabbrica ne incominciò
veramente nel successivo 1756. Era in quell'epoca lo zecchino montato
al valore di lire di Dalmazia 48, e si manteneva dal settembre 1716 a
venete lire 22. Pensarono quindi i Veneziani util cosa sarebbe lo
stampo di uno spezzato dello zecchino che fosse in un medesimo
esattamente multiplo della lira dalmata di conto e della veneta;
quindi si volle il tallero del valore di mezzo zecchino, equivalente
cioè a venete lire 11 o dalmate 24.
Il tallero pesa k. 138 d'argento a peggio 190 per marca, o in altri
termini è al titolo 0,835. La metà d'esso, a titolo uguale, pesa
proporzionalmente k. 69.
Questa moneta ha nell'intero un diametro di m. 0,040, e reca nel suo
diritto un busto di donna coperta d'ermellino le spalle, del berretto
de' dogi il capo, e rivolta di profilo alla destra del riguardante;
all'intorno le gira la epigrafe RESPUBLICA VENETA. Nel rovescio, entro
uno scudo, ricco di cartocci nel suo ornamento esteriore, sorge il
leone alato e nimbato, rampante verso la sinistra e che tiene nelle
zampe anteriori aperto il libro de' Vangeli; gli gira intorno la
leggenda FRANC : LAUREDANO DUCE 1756 (in altri esemplari 1761). Il
contorno del pezzo è formato di linee parallele inclinate. Due tipi
diversi conosco del diritto di questa moneta, oltre la varietà più
facile a rimarcare degli anni: l'uno ha il profilo della imagine della
Repubblica molto vezzoso, l'altro non è sì vago perché la disposizione
delle labbra ad un manierato sorriso le dà un'aria alcun po' satirina.
Questo secondo è il tipo che più ordinariamente si vede nelle
raccolte.
Ma di bellezza singolare è il busto della Repubblica improntato sul
mezzo tallero, il cui diametro è m. 0,033, e il cui tipo è uguale a
quello dell'intero, sminuito necessariamente nelle proporzioni. Non
conosco di questo spezzato del Loredan altr'epoca che quella 1756.
Le memorie di zecca ci conservarono la cifra de' talleri battuti sotto
il Loredan, cioè
dall'anno 1756 all'11 aprile 1750 talleri n. 137,973. 1/2.
dal 9 novembre 1761 in appresso, talleri n. 24,255. 1/2.
[I[Marco Foscarini]I]. Il 14 luglio 1762 imprese il Foscarini per la
terza volta lo stampo de' talleri improntandoli del proprio nome.
Introdottasi col torchio l'arte de' punzoni, non hanno queste monete
altra varietà da quelle del Loredan che nel nome del principe. Sì il
tallero che la sua metà recano quindi al rovescio la leggenda MARCO
FOSCARENO DUCE, 1762. Sappiamo dalle memorie di zecca essersene da
questo doge stampati per la somma di talleri 11,682. 1/2.
[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Le stesse osservazioni cadono sul tallero
da questo doge improntato dietro il tipo de' precedenti, e della sua
metà. La iscrizione che portano al loro rovescio questi due pezzi è la
seguente ALOYSII ([I[sic]I]) MOCENICO DUCE 1766, e nel mezzo tallero
1764.
Ad eccezione del tallero del Loredan, che però non è comune, gli altri
5 pezzi di questa serie sono difficili a trovarsi, né so che alcun
medagliere tutti li posseda, ad eccezione della Raccolta Correr.
Qui mi giova soffermarmi ad un settimo pezzo che nell'agosto 1850 vidi
nelle mani del dottor Koch di Trieste, distinto naturalista e
fervoroso raccoglitore di monete veneziane. È un [I[quarto di
tallero]I], del tipo comune a' descritti col leone rampante,
improntato in argento del titolo medesimo, e di peso relativamente
minore, di leggiadro conio e di perfetta conservazione. Reca verso il
contorno del rovescio la iscrizione ALOYSII MOCENICO DUCE 1765. Al
primo vedere questo curioso cimelio della zecca nostra, mi sorse
qualche dubbio sulla genuinità d'esso; ma le assicurazioni del dotto
Koch sulla provenienza del pezzo, e maggiormente il più accurato
esame, mi fecero inclinare a ritenerlo effettivamente genuino. Quanto
alla sua rarità singolare, mancando esso a tutte le nostre collezioni,
non saprei come meglio spiegarla che ritenendolo un semplice progetto,
poi abortito. Gli è però indubitato che non ne troviamo menzione nelle
memorie di zecca; ma il loro silenzio non dee esserci sufficiente a
farne sospetta la originalità. Nelle memorie di zecca non troviamo
nemmeno ricordato l'[I[ottavo del leone Morosini]I]; ma chi mai
potrebbe sospettare, vedendola, che questa moneta, conservata al Museo
Correr, sia falsa?
[T5] Talleri a torchio col leone seduto.
Che il favore sperato da' Veneziani per la nuova moneta ne'
possedimenti del Levante venisse successivamente meno, lo prova la
cifra sempre diminuita de' pezzi che si batteano per ogni [I[posta]I].
Si volle quindi tentare un nuovo stampo, e che ancor più del primo
s'accostasse a' talleri germanici. Il Senato col decreto 6 febbrajo
1768 adottava il nuovo conio, e destinava poi a presiederne la
fabbrica l'ingegnere Ferracina di Bassano.
Quanto però non riuscì inferiore di bellezza al primo tallero! Di
questo non sappiamo l'egregio artefice, mentre ci è conservato il nome
dell'incisore del nuovo, che fu certo Antonio Schabel, mediocrissimo
coniatore tedesco, che aveva la smania di segnare le proprie iniziali
sulle monete.
[I[Alvise Mocenigo IV.°]I] Approvatosi il nuovo conio colla succitata
terminazione, si conservò il titolo e il peso di prima, ma se ne variò
il valore, conguagliandolo cioè ad un ducato e un quarto d'argento, o
a lire venete 10, pari a lire 21 e soldi 10 di Dalmazia, e si permise
che a quest'ultimo prezzo lo ricevessero le casse de' possedimenti
oltremarini. Il nuovo tallero del Mocenigo serba il diametro e
necessariamente la grossezza del vecchio, ma nel diritto reca un busto
di donna rivolta a destra del riguardante, con piccolo diadema sul
capo, e coperta d'ermellino le spalle, di ricco manto il petto; brutto
e sdolcinato il disegno, povera l'esecuzione. Gira all'intorno del
busto la leggenda RESPUBLICA VENETA, preceduta da un rosone e
continuata per abbracciar più campo da un ornatino pur chiuso fra due
rosoni. Il rovescio offre il leone di S. Marco colle ali spiegate
seduto verso la dritta, e volgente alla sinistra il capo, tenendo la
zampa manca anteriore sul libro aperto, e posato sopra una mensola nel
cui orlo le iniziali . A . S . (A. Schabel); all'intorno la leggenda
ALOYSIO MOCENICO DUCE prolungata dagli ornamenti stessi che rimarcammo
in quella del diritto, e nell'esergo l'anno * 1768 * oppure * 1769 *.
Il contorno è a fogliame.
Il nuovo tallero di questo doge, del quale non abbiamo spezzati, è
rarissimo se improntato nel 1768, quasi comune se nel 1769.
[I[Paolo Renier]I]. La diminuzione decretata nel prezzo de' nuovi
talleri non portò vantaggio di sorta, ma fu accagionata di disordini,
per cui un nuovo Senatoconsulto del 29 settembre 1779 ne ritornava il
valore al primitivo di mezzo zecchino; e vi si aggiunsero, ducante il
Renier, gli spezzati, [I[mezzi]I], [I[quarti]I], [I[ottavi]I], tutti
all'ordinario titolo dell'intero, cioè a peggio 190, del peso relativo
di k. 69, 34. 1/2, 17. 1/4, e del valore di lire 5. 10, 2. 15,
1. 7. 6.
Non variano questi ovvii nummi dal secondo tallero del Mocenigo,
quanto al tipo, se non nella iscrizione del rovescio e nella data,
recando tutti intorno al leone la leggenda PAULO RAINERIO DUCE.
Talleri del Renier n'esistono cogli anni 1781, 1784, 1785, 1787, 1788;
mezzi cogli anni 1780, 1784, 1786; quarti ed ottavi cogli anni 1780,
1781, 1786; avvertendosi in questi due pezzi minori dentellato il
contorno, anziché a fogliame.