Gli abitanti di Cattaro che serbarono nella loro monetazione il nome

dell'iperpero bisantino, serbarono altresì quello di [I[follare]I],

corruzione del [Gr[fóllera]Gr], [I[follis aereus]I], detto altramente

dagli scrittori greci de' bassi tempi [Gr[fóla]Gr], [Gr[fólla]Gr],

[Gr[fóles]Gr], e da ultimo [Gr[fóllis]Gr] onde il [I[follis]I] latino,

e più tardi il [I[follaz]I] degli Spagnuoli. Queste monete che

rispondevano al quarto dell'[I[asse]I] romano, vuolsi traessero il

nome [Gr[apò tou fólleos]Gr], dal sacchetto di cuojo in cui le si

riponeva, in quella guisa che gli orientali trafficanti cogl'italiani

computavano a [I[borse]I]. Il più vecchio autore latino in cui occorra

questo vocabolo è Lampridio nella vita di Elagabalo, che al cap. 22

ricorda gli [I[aurei]I], gli [I[argentei]I] ed i [I[folles aeris]I],

del vario valore de' quali ultimi può consultarsi il Gronovio, [I[de

pecunia veterum]I] l. 4. cap. 13 e 16.

Nel privilegio che accorda a' Cattarini di continuare a valersi della

loro antica officina nummaria, datato 1423, si stabilisce che i due

zecchieri, a' quali lo statuto patrio dava in mano l'amministrazione

di quello stabilimento, v'invigilassero la fabbrica de' [I[follari]I]

di rame. Parlando superiormente di quelle monete a cui diedi, non

senza grave titubanza, il nome di [I[quattrini]I], ammisi la esistenza

di un soldo albanese inferiore al veneziano del quale avrebbe

costituito due terzi. Starebbe nelle medesime proporzioni il

[I[follare]I] in rispondenza al bagattino veneto come 2 a 3. Quanto al

peso, sappiamo che la zecca di Cattaro non si tenne soverchiamente

esatta nel taglio de' pezzi da monetare; così può spiegarsi la varietà

d'esso ne' diversi pezzi di rame che andrò enumerando, a' quali soli

può spettare quel nome o l'altro d'[I[oboli]I], pur impiegato da'

Greci ad indicare il minimo spezzato della moneta, quantunque nel

medio evo la voce [I[obolo]I] fosse usata in Francia a rappresentare

anche una moneta d'oro, onde venne il nome [I[obolus aureus]I].

Ma che avrò io a dire di quella piccola ma grossissima moneta di rame

uscita nel declinare del secolo XV dalla zecca cattarina, di cui un

solo esemplare è a mia notizia, conservato nel Museo Correr? Questa

moneta, avente il tenue diametro di m. 0,018 e l'ingente peso di

k. 20. 3, avrassi a riguardare un semplice follare, o un follare

doppio, o fors'anche un mezzo grossetto in rame? Fino a che non si

metta in miglior luce la storia di quella zecca, i cui documenti

mancano quasi affatto agli archivii veneti, siami lecito avvisare in

questo curioso pezzo un capriccio di zecca, uno di que' capricci de'

quali ci porge tanti esempii la zecca nostra; voglio dire un semplice

follare battuto s'un pezzo di rame di peso eccedente. Eccone pertanto

la descrizione.

Nel diritto è la consueta rappresentazione del santo patrono di

Cattaro, intorno a cui gira la leggenda SANTVS TRIFON, e a' cui lati

le sigle F e L. Nel rovescio intorno al leone di S. Marco in gazzetta

è la epigrafe S. MARCVS VENETI. I caratteri sono gotici. Le sigle F e

L, non accompagnate da scudo gentilizio rendono incerto se questo

pezzo spetti a quel Francesco Lippomano che fu l'ultimo governatore di

Cattaro insignito del titolo di [I[conte]I] e che vi sedette dal 1477

al 1480, del quale ho più sopra riportato il quattrino, o meglio a

Francesco Lion che vi fu rettore e provveditore dal 1485 al 1486.

Appartengono peraltro fuor d'ogni dubbio alla classe dei follari di

rame quelle piccole monete aventi un diametro medio di m. 0,015 che

recano dall'un de' lati il solito tipo di S. Trifone colla leggenda

all'ingiro S. TRIFO (o TRIFON) CATARI e a' fianchi del Santo varie

iniziali de' rettori; dall'altro il S. Marco in soldo rinserrato da un

contorno quadrangolare con quattro stelline agli angoli, e

negl'interstizii fra il quadrato stesso e il contorno della moneta le

sigle S, M, V ([I[Sanctus Marcus Venetiarum]I]) e in quello inferiore

uno scudo gentilizio. Vario è il peso degli esemplari, cioè da k. 2. 3

a k. 6. Riporto in ordine cronologico i rappresentanti della

Repubblica a Cattaro sotto il cui reggimento si coniarono

successivamente i [I[follari]I], esistenti quasi tutti nel Museo

Correr, avvertendo che gli stemmi corrispondono appieno con quelli dei

loro casati.

* sopra Z (ovvero Z), e S = Zaccaria Salamon, 1569 a 1570.

Costui sostenne eroicamente la piazza contro il corsaro

Barbarossa che ne avea intimata la resa, e la conservò

incolume a Venezia.

* sopra V, e C = Vincenzo Canal, 1581 a 1583.

* sopra A, e G = Andrea (secondo il Corner, Antonio

secondo il [I[Libro Reggimenti]I]) Gabriel, 1586 a 1588.

Z sopra F, e B = Zuan Francesco Bragadin, 1604 a 1606.

T e C = Tommaso Contarini, 1606 a 1608.

. . . . . . = Girolamo Molin, 1634 a 1636 secondo il Corner,

ovvero Antonio Molin, 1637, secondo il [I[Libro Reggimenti]I].

Ne' quattro esemplari che di quest'ultimo tipo possede

il Museo Correr è impossibile riconoscere le sigle del

diritto, laddove è evidentissimo lo stemma dei Molin. Anzi qui

giova aggiungere che tutti e quattro gli esemplari sono recusi

su que' piccoli pezzi di rame che si battevano a Venezia ne'

primi anni del secolo XVII e che portavano dall'un de' lati il

busto della Vergine attorniato dalle iniziali

* R * C * L * A * ([I[Regina Coeli Laetare Alleluja]I]),

e che furono fabbricati in gran quantità dalla zecca

nostra specialmente negli anni 1626 e 1632.

Riassumendo pertanto, prima di dipartirci delle monete di Cattaro, la

enumerazione de' singoli conti e rettori che vi improntarono il loro

nome o i loro stemmi, li registriamo nell'ordine cronologico,

apponendo a ciascuno il numero che occupa nella serie, quale ce la

lasciò Flaminio Corner, l'anno della elezione, e la qualità della

moneta.

1. Antonio Boccole, 1420. [I[Grossetto senza sigle]I]. (?)

16. Lodovico Baffo, 1454. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].

21. Alvise Bon, 1464. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].

26. Francesco Lippomano, 1477. [I[Quattrino, 1.° tipo]I].

29. Francesco Lion, 1485. [I[Follare di peso eccedente]I]. (?)

31. Priamo Tron, 1488. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

34. Girolamo Orio, 1492. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

44. Sebastiano Contarini, 1501. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].

58. Domenico Gritti, 1526. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

89. Marco Barbo, 1527. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

64. Benedetto Valier, 1530. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

63. Francesco Sanudo, 1533. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

67. Matteo Bembo, 1538. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

72. Battista Barbaro, 1546. [I[Quattrino, 2°. tipo]I].

73. Francesco Pisani, 1548. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].

75. Zuan Francesco Canal, 1551. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].

76. Paolo Donà, 1552. [I[Mezzo grossetto, 1.° tipo]I].

82. Francesco Priuli, 1562. [I[Quattrino, 2.° tipo]I].

85. Alvise Minotto, 1567. [I[Mezzo grossetto, 2.° tipo]I].

86. Zaccaria Salamon, 1569. [I[Follare]I].

93. Vincenzo Canai, 1584. [I[Follare]I].

95. Andrea Gabriel, 1586. [I[Follare]I].

97. Zuanne Loredan, 1590, ovvero

98. Zuanne Lippomano, 1592. [I[Messo grossetto, 2.° tipo]I].

101. Zuanne Magno, 1598. [I[Mezzo grossetto, 3.° tipo]I].

104. Zuan Francesco Bragadin, 1604. [I[Follare]I].

105. Tommaso Contarini, 1606. [I[Follare]I].

114. Pietro Morosini, 1624. [I[Grossetto citato dal Nani]I].

119. Girolamo Molin, 1634. [I[Follare]I].

124. Zorzi Morosini, 1638. [I[Quattrino colla imagine

di S. Marco]I].

[T4] SCUTARI.

Ceduta nel 1404 dal suo signore Giorgio Balischio alla Repubblica

Veneta, questa vi tenne un [I[conte e capitano]I], a cui più tardi si

aggiunse il titolo di [I[provveditore in Albania]I]. Stretta da

formidabile assedio dagli Ottomani nel 1474, mentre Antonio Loredan in

nome di Venezia la reggeva, Scutari fu difesa con eroico coraggio da'

nostri; sappiamo infatti del Loredan che alla popolazione, per manca

vettovaglia affamata, offeriva a cibo le proprie carni purché

all'impeto degli infedeli non si cedesse. E infatti brevi dì erano da

quest'atto generoso trascorsi, quando Pietro Mocenigo sbloccava la

minacciata città. Non è di questi cenni il parlare di quella memoranda

difesa, né come il Governo Veneziano rimeritasse il capitano che

l'avea sostenuta. In que' preziosi [I[Annali Veneti]I] dal 1457 al

1500, scritti da Domenico Malipiero e compendiati da Francesco Longo,

che il conte Agostino Sagredo donava all'Italia nel 1843 inserendoli

nell'[I[Archivio Storico Italiano]I] che il Vieusseux dirige e

pubblica a Firenze, sono a vedersi le lettere colle quali la

Repubblica ringraziava il Loredan del suo generoso operare, lettere

che non saprei se più onorano quell'eroe o la Repubblica che sì

degnamente ricompensava le magnanime azioni de' suoi prodi figliuoli.

Ma pur troppo! il sangue versato a Scutari nella sua difesa poco le

valse, perché nel 1477 i nostri furono da invincibili circostanze

costretti a cedere ai Turchi quella piazza, molti de' cui abitanti

cercarono asilo nella dominante.

Che Scutari nel sec. XIV, anziché passasse dal governo de' re di

Rascia a quello del Balischio, avesse propria zecca, non oserei

asserire. È bensì vero che abbiamo grossi del re Costantino recanti da

un lato la imagine di questo monarca, dall'altro quella di S. Stefano

patrono di essa città; de' quali grossi uno fu pubblicato dal Nani

nella più volta citata operetta, alla tav. I n. II. Che più tardi vi

si battesse moneta, quando cioè cadde in potere de' Veneziani, si

hanno fondamenti abbastanza validi per negarlo. Nessun cronista

ricorda che zecca vi esistesse nel secolo XV, non ne parlano documenti

di sorte; e le monete stesse improntate col nome di quel comune si

mostrano ne' loro tipi barbarici fattura della officina monetaria di

Cattaro. Basta confrontare un grossetto di Cattaro, come sarebbe

quello rarissimo del Museo Correr che ho descritto, con altro

grossetto di Scutari per convincersi dell'identità della fabbrica di

quelle due monete che pajono uscite dalla stessa mano. Quanto poi al

loro peso ed al titolo, sono perfettamente uniformi. Talché io credo

poter francamente asserire che Scutari per la propria monetazione si

valesse sempre della zecca di Cattaro; e che in ambedue queste piazze

corresse l'uguale moneta, o il grossetto ragguagliato a 2/3 del grosso

veneziano.

È quel grossetto l'unica moneta scutarina ch'io sappia battuta sotto

il dominio de' nostri. Il diametro n'è di m. 0,020. Offre da un lato

il patrono della città, in piedi e veduto di prospetto, nimbato e

coperto di lunga vesta da diacono, recante nella destra l'incensiere,

un libro nella sinistra; lo attornia la epigrafe S. STEFANVS :

SCVTARENSI (ovvero SCVTARENSIS). La iscrizione esce da un cerchio di

perline che gira intorno alla figura del santo, la quale in qualche

più raro esemplare è pur serrata da due archetti di cerchio, come il

Redentore ne' nostri zecchini. A' lati del Santo v'hanno alcune

iniziali che spiegheremo frappoco. Questa rappresentazione del

protettore di Scutari è quella medesima che ci offrono le monete di

questa città coniate sotto il governo de' re di Rascia, e la

somiglianza de' due tipi ci muove a ritenere che anche i più antichi

nummi scutarini siansi battuti nella zecca di Cattaro. Il rovescio

reca il leone in gazzetta rinserrato da un cerchio di perline, oltre

il quale è la leggenda . S . MARCVS : VENETIARUM : [Gr[G]Gr] C :

(ovvero 7 C :). Le sigle del diritto, delle quali conosco tre varietà,

che incontrai ne' quattro esemplari che di questo raro grossetto serba

il Museo Correr, ci danno il nome de' conti e capitani durante il cui

reggimento furono improntati i varii pezzi. Eccone la spiegazione:

B e C = Bertucci Civran, 1436.

P e M = Paolo Morosini, 1438.

F e Q = Francesco Querini, 1442.

[T4] ANTIVARI.

Ma fuor di dubbio fu battuto a Venezia il bagattino di puro rame o

d'ottone di Antivari. Questa bella città d'Albania tennero i

Veneziani, che vi mandarono a reggerla un podestà a biennio, dal 1405

sino al 1571, nel qual anno Alessandro Donà la cedeva mediante

capitolazione a' Turchi, e reduce in patria veniva, come perpetratore

d'atto codardo, punito. Ma la pace conchiusa fra la Repubblica e la

Porta nel 1573, fissò per sempre le sorti di Antivari, incorporata

d'allora ne' possedimenti dell'impero ottomano.

Non mi venne fatto, per diligente pazienza che usassi, di rinvenire la

terminazione colla quale fu decretato lo stampo dell'unica moneta che

abbiamo d'Antivari suddita a' Veneziani. Ma non è a dubitare, dalla

semplice ispezione del suo tipo, che siasi essa pure battuta

nell'epoca medesima in cui lo furono la maggior parte de' bagattini

delle singole città dalmate, cioè gli ultimi anni del secolo XV o i

primi del successivo.

Questa moneta, non facile a trovarsi benché il Museo Correr ne posseda

tre esemplari, mi si offrì di due soli tipi, fra loro distinti da

lievi differenze. Il peso ne varia da k. 8 a k. 6. 3, e il diametro

n'è costante di m. 0,017. Presenta da un lato S. Giorgio armato a

cavallo incedente verso la sinistra del riguardante, e sotto a' suoi

piedi atterrato il dragone; all'ingiro la epigrafe . S . GEORG .

ANTIVARI. Il rovescio ha, come i bagattini dalmati, il S. Marco in

soldo stretto da un cerchio di perline, oltre il quale è la leggenda

+ . S. MARCVS . VENETI. La varietà che si rimarca in alcuni esemplari

è la mancanza di questo cerchio che avvolge il leone.

Le osservazioni fatte sui bagattini, allorché dissi di quelli coniati

per le città della Dalmazia, possono riferirsi anche a questo che ha

comune con essi l'epoca, il peso, la fabbrica; sicché ritengo inutile

il soffermarmi davvantaggio a parlarne.

[T4] DULCIGNO.

Occupata da' Veneti nel 1405 che la tennero fino al 1412, e più tardi

dal 1425 fino al 1471 in cui cadde in poter de' Turchi per subire due

anni dopo le sorti di Antivari, Dulcigno non avrebbe trovato posto in

quest'operetta se non mi obbligasse a toccarne un cenno che lo Zon

fece di monete battute per questa città da' nostri. Ed infatti nella

sua dissertazione sulla Zecca Veneta nell'opera [I[Venezia e le sue

lagune]I] (T. I. p. II. pag. 69), ricordando le monete coniate per le

singole comunità dalmate ed albanesi, cita fra le altre quelle di

[I[Dulcigno]I] offerenti la imagine della [I[Vergine]I]. Devo però

confessare ch'io non conosco punto la esistenza di questa moneta, che

non vidi in alcuna raccolta, né trovai in alcun libro citata. Fino a

tanto quindi che s'abbiano dati più certi per ritenere la esistenza di

questo pezzo, siami lecito il dubitarne.

[T4] ALESSIO.

Venuta per dedizione spontanea in potere de' nostri nel 1403, fu retta

da un [I[provveditore]I] che la governava in nome della Repubblica

fino al 1477 in cui per cessione la occuparono i Turchi. Ripresa nel

1503, ricadde in loro mano nel 1506. Lo Zon citò parimente, in un

colle monete di Dulcigno, quelle di Alessio. L'esemplare sulla cui

autorità credette appoggiarsi per far luogo alla menzione di questo

pezzo fra gli altri dalmati ed albanesi, è quel bagattino di Lesina

che si custodisce nella Marciana; il cui non felice stato di

conservazione gli fece scambiare la giusta lezione LESINENSIS col nome

della città d'Alessio. Se, rettificando l'abbaglio ov'incorse il mio

illustre amico, devo togliere alla serie de' nummi albanesi questa

imaginaria moneta, ho peraltro il contento di averne aggiunto una di

sconosciuta finora alla serie de' nummi dalmati.

E qui si chiude la prima delle classi in cui ho spartito la

numismatica de' possedimenti de' Veneziani, rivolgendo ora le mie

indagini alle monete da loro battute per le province che costituivano

il Levante Veneto.

[T1] II. LEVANTE VENETO.

Il nome generico di [I[Levante]I] abbracciava nel medio evo tutti que'

territorii che, situati all'oriente dell'Adriatico, formarono parte

dell'impero greco dopo il trattato conchiuso fra Niceforo e

Carlomagno. Ma i Veneziani, fattisi per armi, per comprite o per

dedizioni spontanee, padroni della maggiore e più bella parie delle

coste marittime di quelle terre nel continente europeo, e di molte

isole dell'Arcipelago, e dilatate le loro conquiste nel secolo XII

fino nella Siria, restrinsero il significato di quel nome,

coll'eccepirne le spiagge dalmate ed albanesi. Per poco che si conosca

la storia nostra, si comprenderà di leggeri come il nome di [I[Levante

Veneto]I] avesse nelle varie età più o men ampio senso. Allorché

Enrico Dandolo, successore a dogi insigniti delle dignità

d'[I[ipati]I], di [I[protosebasti]I] e di [I[protospatarii]I],

emancipava la patria da ogni vincolo di sommessione all'impero

d'oriente, e s'intitolava signore di un quarto e mezzo dell'impero di

Romania ([I[dominus quartae partis et dimidii Imperii Romaniae]I]), la

Repubblica non possedeva ancora le sette isole del mar Jonio che

aggiungeva in sul cadere del XIV secolo (1386) a' proprii stati. Alla

metà di quel secolo vi aggiungeva l'Acaja, e più tardi varii porti

della Morea, che toltile poscia da' Turchi le riconquistava sul

declinare del secento il Morosini, che dalle vittorie riportate nella

penisola di Pelope ebbe il soprannome gloriosissimo di Peloponnesiaco.

Ma dopo la pace funesta di Passarovitz, perdute le belle conquiste del

Morosini e rimasta Venezia senz'altri possedimenti nell'Arcipelago, il

nome di Levante Veneto comprendeva le otto province o [I[reggimenti]I]

di Corfù, Zante, Cefalonia, Asso, S. Maura, Cerigo, Prevesa e Vonizza,

subordinati ad un patrizio eletto dal Senato fra gl'individui del suo

corpo, e portante il titolo di [I[Provveditor General da Mar]I].

Questi presiedeva al governo supremo di tutto il Levante, e da lui

dipendevano gli altri patrizii che sosteneano le cariche militari

marittime della flotta sottile e grossa, ed era giudice in

appellazione dalle sentenze de' rappresentanti degli otto reggimenti,

il numero de' cui abitanti, quasi tutti greci di rito e di favella,

sommava a 150,000.

Venendo ora a dire delle monete che i Veneziani coniarono nelle varie

epoche perché avessero corso nel loro Levante, questa seconda

categoria avrebbe ad abbracciare quelle che si destinarono ad aver

corso in tutt'i possedimenti, ad esclusione della Dalmazia e della

Terraferma d'Italia. Ma ho creduto separarne le battute per Candia e

per Cipro, per la ragione espressa nel principio di quest'operetta

che, limitandosi queste due serie quasi puramente a monete

ossidionali, mi parvero meritare due classi a sé. I nummi de' quali ci

occuperemo in questa seconda parte furono invece cusi, niuno

eccettuato, nella metropoli.

[T5] Tornese.

Un fortuito ritrovamento di monete veneziane fatto nel 1849 in Morea,

le quali tutte passarono in proprietà del dott. Costantino Cumano di

Trieste, porse occasione a questo valente archeologo di spargere molta

luce su quella moneta che sì frequenti volte s'incontra ne' documenti

nostri e nelle memorie della zecca veneta; ma la cui rarità,

anteriormente a quello scavo, lasciava troppo libero campo a mille

supposizioni che oggi spero cedano il seggio usurpato alla verità.

Nello stendere questo brano del mio lavoro, io non potrei non

attenermi alle savie opinioni espresse dal Cumano in una sua lettera

inserita nel giornale [I[L'Istria]I], Anno V, n. 11, scritta d'Atene

nel marzo 1850. Anzi ad avvalorare le opinioni del Cumano aggiungerò

copia di notizie estratte da documenti autentici sulla fabbrica de'

tornesi e sull'epoca della loro durata.

Io so bensì che il chiaro senso della terminazione del Maggior

Consiglio 31 marzo 1394, ricordando le varie specie di monete argentee

che si battevano allora nella zecca nostra, [I[grossi]I],

[I[soldini]I], [I[parvuli]I] e [I[tornesi]I], avrebbe facilmente

condotto a riconoscere, nei pezzi che frappoco esamineremo, il

tornese, stante la necessaria esclusione da quella nomenclatura degli

altri nummi che appartengono alle tre prime classi e che troppo son

conosciuti. Ma nullameno è officio di coscienzioso scrittore

l'attribuire la priorità d'una scoperta in qualsivoglia ramo del

sapere a cui veramente essa spetta, ed io devo riconoscere ne' dotti

studii del Cumano la prima determinazione della per lo avanti incerta

moneta.

Il ritrovamento, di cui toccai più sopra, fu di una massa

considerevole di que' piccoli nummi recanti intorno al simbolo di S.

Marco la leggenda [I[Vexillifer Venetiarum]I], frammisti a tornesi di

Francia e ad altri de' principi d'Acaja e dei duchi di Atene,

somigliantissimi nel tipo ai nostri e alla loro volta imitati da'

francesi, de' quali ultimi tutt'i rinvenuti nello scavo spettano, a

quanto pare, a Lodovico IX il santo, che regnò dal 1226 fino al 1270.

Alla qual'epoca appartengono i tornesi, che vi si trovarono frammisti,

di Guglielmo II de Villehardouin duca d'Acaja e di Guido de la Roche

duca d'Atene, che co' nomi de' loro successori si continuarono a

stampare in Atene fino a verso il 1310, ed in Acaja (Chiarenza) fino a

verso il 1346 in cui il principe Roberto fu assunto alla dignità

d'Imperatore.

"Ed appunto verso quest'epoca, dice il Cumano, i commercii di

Chiarenza, città capitale del principato d'Acaja, fiorivano per modo

che le monete che vi si battevano non soltanto godevano universale

favore, ma erano adottate e riconosciute pei traffici col Levante da

tutte le città mercantili e dalla Repubblica di Venezia. Cessato

avendo verso il 1350 la zecca di Chiarenza, è verosimile che i

Veneziani, visto il favore che vi godevano i tornesi, abbiano dato

fuori pel Levante e principalmente per la Morea monetine di disegno

analogo e di valore eguale all'antico, conservando loro lo stesso nome

di [I[tornesi]I] o [I[torneselli]I]."

A determinare pertanto il valore di questa moneta ne' secoli di cui ci

occupiamo, molto opportunamente soccorre un passo di Francesco

Balducci Pegolotti, scrittore toscano che fiorì intorno al 1335, la

cui [I[Pratica della mercatura]I], opera stupenda per la storia

dell'economia nel medio evo, forma il terzo volume della raccolta di

Gianfrancesco Pagnini [I[Della Decima e delle altre gravezze del

comune di Firenze]I], Lisbona (Firenze) e Lucca, 1776. Ecco il passo

del Pegolotti:

[I[ In Chiarenza (]I]Acaja[I[) e per tutta la Morea vanno

a perpero (]I]iperpero[I[) sterlini 20. E gli sterlini

non vi si vendono né vi si veggiono (]I]cioè sono moneta

meramente ideale[I[), ma spendonvisi torneselli piccioli

che sono di liga d'once 2 e 1/2 di argento fino per

libbra ed entrano per libbra soldi 33, denari 4 a conto.

E ogni denari 4 de' detti tornesi piccioli si contano

per uno sterlino; e gli tre sterlini un grosso veneziano

di zecca di Vinegia, e gli 7 grossi un pipero (]I]iperpero[I[).

La moneta di Chiarenza chiamasi tornisella picciola.]I]

Da questo importantissimo passo del Pegolotti rileviamo agevolmente il

titolo e il valore de' tornesi. Quanto al primo, avendovi in una

libbra d'argento once 2 e 1/2 di fino cioè k. 360, avremo in una marca

di fino k. 240 e di peggio k. 912. Quanto al valore, è non meno

agevole determinarlo. Se l'iperpero equivale a 20 sterlini, e lo

sterlino a 4 tornesi, 80 tornesi formeranno l'iperpero. Lo sterlino

corrisponde altresì ad un terzo del grosso veneziano, dunque il

tornese si raggualierà ad 1/12 del detto grosso. Sappiamo che dalla

metà del secolo XIV in poi il grosso si valutò 4 soldi di nostra

moneta, cioè 48 bagattini; perciò lo sterlino uguagliava 16 bagattini,

e 4 bagattini il tornese. A questo titolo ed a questo valore

corrispondono infatti i nummi di cui ci occupiamo.

Quando ne impresero i Veneziani lo stampo? Vedemmo come il Cumano

saviamente opini che incominciassero al cessare la zecca di Chiarenza.

Gli è vero però che in più antiche memorie ne troviamo menzione. Si

cita infatti la terminazione del 1287 contenente provvedimenti qui

fatti e discipline pe' cambiatori di tornesi; si cita il viaggio di

Marco Polo, scritto da Rusticiano da Pisa nel 1298, al capitolo XV

della Parte II (p. 90-91 della mia edizione), dove parlandosi della

banca fondata da Cubilai Caan a Cambaluc (Pechino) vi si nominano gli

assegnati del valore di [I[mezzo tornesello]I], di un [I[tornesello]I]

ecc. Io però credo non per altro citarvisi questa moneta se non per la

voga grandissima ch'ebbe in Oriente nel secolo XIII messavi in corso

da' Francesi per le loro colonie. Ma il primo tornese veneziano

effettivamente esistente è quello di Andrea Dandolo. Passiamo

senz'altro alla descrizione di queste monete.

Le monete dei possedimenti veneziani di oltremare e di terraferma descritte ed illustrate da Vincenzo Lazari · 第 4 / 11 段