dal reame ungherese e la sua dedizione alla Repubblica Veneta,
esercitò essa questo sovrano diritto battendo monete autonome,
portanti dall'un de' lati la imagine e il nome di S. Trifone,
dall'altro un castello con all'ingiro la epigrafe CIVITAS CATARI.
Sennonché, a differenza d'altre comunità le quali, incorporate negli
stati della Repubblica, aveano perduto questo loro antico diritto,
Cattaro volle conservarlo, e veramente per secoli lo conservò. Un
privilegio veneziano del 1423 concede espressamente [I[quod in Catharo
cudatur moneta juxta suas consuetudines]I]. Né può cader dubbio che
que' cittadini non esercitassero questo diritto che i Veneziani
mediante un trattato loro aveano accordato. Se anche non avessimo le
prove che Cattaro veneta mantenne per oltre dugent'anni la sua zecca,
il tipo delle monete che indi uscirono le prova indubbiamente non
veneziane. Mentre i nummi veneti de' secoli XV e XVI si mostrano
prodotto di un'arte adulta e nelle figure maestrevolmente incise e ne'
pezzi regolarmente arrotondati e presentanti le superficie uniformi,
quelli cusi a Cattaro annunciano un'arte tuttora bambina nelle rozze
figure, ne' caratteri tendenti al gotico anche su' pezzi battuti nel
secolo XVI quando la zecca nostra delle lettere gotiche avea sbandito
ogni avanzo, nella forma de' pezzi mal rispondente al conio su cui
doveano improntarsi e nella varia grossezza delle diverse parti d'uno
e medesimo pezzo. Che se tanta sbadataggine si pose ivi ne' tipi, è
facile imaginare a quali disordini facessero luogo a loro insaputa
que' mal pratici monetarii. E vaglia il vero, l'alterazione del titolo
primitivo nei nummi di Cattaro determinò il governo veneto l'anno 1627
a decretare che delle paste da monetarsi in quella città si facesse
preventivamente l'assaggio nella zecca veneta. Ma tornò inutile anche
questa misura, perché la inesperienza degli zecchieri albanesi
continuava a battere leghe diverse dai campioni offerti all'assaggio;
talché quella legge, impossibile ad essere eseguita, perdé l'anno
seguente ogni vigore, e il danno che da queste continue ed
involontarie alterazioni de' nummi sofferiva il commercio, consigliò i
negozianti a rivolgersi alla zecca nostra per far monetare le loro
verghe. Onde nacque che la officina di Cattaro andò di mano in mano
scemando di lavoro e finì verso la metà del secento col chiudersi
affatto: non così però che quegli abitanti rinunciassero al loro
antico diritto, che gelosamente si riserbarono. Quindi nel 1787
l'autore dell'opera insigne [I[Descrizione dello Stato Veneto]I],
Vincenzo Formaleoni, che tanto si giovò degli studii del naturalista
Fortis, scriveva: [I[Ne' tempi che i Cattarini vissero sotto la
protezione de' re di Rascia ebbero il diritto di battere monete,
siccome lo hanno anche presentemente confermato loro dalla Repubblica,
e potrebbero farne uso qualora volessero]I] (T. III pag. 5).
Quanto a' nomi ed alla qualità delle monete che correvano a Cattaro
dopo la occupazione veneziana e v'ebbero corso fino a che a poco a
poco sottentrò a quelle la monetazione della metropoli, tre diverse ne
trovo ricordate dagli autori e dai documenti, gl'[I[iperperi]I], i
[I[grossi]I], i [I[follari]I].
[T5] Iperpero.
L'iperpero, che vediamo frequenti volte citato negli [I[Statuti]I], e
il cui nome ricorre anche in quel breve capitolo che ne abbiamo
allegato, era una moneta ideale, il cui valore corrispondeva a 7
grossi veneziani. Non saprei invero decidere se quell'aureo nummo di
Urosio Milutino che primo riporta nelle sue tavole il Nani abbia a
ritenersi un iperpero o un doppio iperpero, non indicandosi
dall'autore quale ne fosse il peso. Se in alcuno de' musei nostri
avessi trovato esistere questo rarissimo pezzo, sarebbe stato agevole
lo sciogliere l'intricata questione.
[T5] Grossetto.
Esiste bensì a Venezia, nel Museo Correr, un unico esemplare del
[I[grosso]I], altramente chiamato nei documenti [I[grossetto]I].
Questo bel pezzo, di rarità esimia, è d'argento fino e del peso di
circa k. 5. Tanta n'è la somiglianza colle monete battute da'
Cattarini sudditi a' re di Rascia che lo si scambierebbe con esse se
non ne fosse diversa la leggenda del rovescio. Al Nani ed al Corner
pare sfuggisse questa singolare moneta, se non le diedero luogo nelle
loro tavole, né la ricordarono illustrando altri nummi di Cattaro.
Il diritto è il medesimo che appare sui grossi di Stefano Dusciano e
d'Urosio suo figlio; offre cioè il santo patrono della comunità, cinto
il capo di nimbo, coperto di lunga vesta, veduto di prospetto e
tenente nella destra la palma del martirio; lo chiudono due archi di
cerchio formati di perline, simili a quell'ellisse che avvolge la
figura del Redentore ne' nostri zecchini. All'ingiro è la epigrafe
. S. TRIFON. CATARES ([I[Catharensis]I]). Nel rovescio è l'imagine di
S. Marco molto somigliante all'ultima rappresentazione che de' re di
Rascia ci danno le monete di Cattaro. Siede il santo evangelista di
fronte, coperto il capo di corona reale sopra la quale gira però il
nimbo di perle; nella destra sembra tenere uno stilo od un calamo, il
libro de' Vangeli nella sinistra; in quella vece gl'[I[imperatori]I]
Stefano ed Urosio tenevano una croce nella destra, e nella manca un
globo pur sormontato da croce. D'intorno al S. Marco gira la consueta
leggenda S. MARCVS. VENETVS. Messe a calcolo le circostanze di peso,
di titolo, di tipo, riterrei questa moneta la prima battuta da'
Cattarini dopo la loro sommessione a Venezia, né crederei prender
abbaglio nell'attribuire a quest'epoca stessa, nel 1423 o poco dopo,
il men raro grossetto di Scutari, del quale ci occuperemo in appresso.
Parlando tuttavolta de' grossetti di Cattaro, e toccando
necessariamente di quelli battuti col nome e colla imagine dei re di
Rascia, troppo credo interessare la veneta numismatica il far un
cenno, sia pur di volo, de' più antichi grossi coniati da que' re a
somiglianza de' veneziani.
È noto come il primo [I[grosso veneziano]I], a cui dassi comunemente
il nome di [I[matapane]I] (nome ch'io vorrei escluso da ogni libro di
numismatica perché adottato soltanto in epoca tardissima dai numografi
ma non ricorrente mai né in documenti sincroni né in memorie di zecca)
fosse coniato sotto la ducea di Enrico Dandolo nel 1202, e si
chiamasse allora [I[ducato]I], nome che poi passò alla prima moneta
d'oro battuta nel 1283 sotto Giovanni Dandolo, e si ragguagliasse a
denari piccoli 26, o secondo il Carli a soli 24, o a 2 soldi. Maestro
Martino da Canale, storico veneziano del secolo XII, la cui
[I[Chronique des Veniciens]I] redatta in antico francese si pubblicò
nel vol. VIII dell'Archivio Storico Italiano, è il primo autore che
ricordi la origine di questa bella moneta. [I[Messire Henric Dandle,
li noble Dus de Venise, mande venir li charpentiers, et fist erraument
(1202) apariller et faire chalandres et nes et galies a plante; et
fist erraument faire mehailles d'argent por donner as maistres la
sodee]I] (soldo, salario) [I[et ce que il deservoient, que les petites
que il avoient]I] (intendi i denari o piccoli) [I[ne lor venoient enci
à eise. Et dou tens de monseignor Henric Dandle en sa fu comencie en
Venise a faire les nobles mehailles d'argent que l'en apelle ducat,
qui cort parmi le monde por sa bonte]I] (p. 320).
L'immenso spaccio ch'ebbe nel volger di pochi anni questa nuova moneta
mosse i re di Rascia ad imitarne il tipo; ond'ebbero origine i grossi,
simili a' nostri, di Stefano e del primo Urosio. Di quest'ultimo i
primi serbavano il peso e il titolo de' veneziani, quelli coniati più
tardi ne serbavano il peso ma n'era molto scemato il titolo. Questa
adulterazione, fatta con tanta malafede da quel re di cui disse Dante
[I[Che male aggiustò il conio di Vinegia]I] (Par. XIX, 441)
determinò la Repubblica a riguardare come falsi i grossi rasciani, ed
a decretarne formalmente il bando colla seguente terminazione del
1282:
[I[ MCCLXXXII. III Martii in Majori Consilio.]I]
[I[ Capta fuit pars quod addatur in Capitulari Camerariorum
Communis et aliorum offitialium qui recipiunt
pecuniam pro Communi, quod teneantur diligenter inquirere
denarios Regis Raxiae contrafactos nostris venetis Grossis,
si ad eorum manus pervenerint, et si pervenerint
teneantur eos incidere et ponantur omnes campsores et
omnes illi qui tenent stationem in Rivoalto et eorum pueri
a XII annis supra ad Sacramentum, quod inquirant diligenter
bona fide praedictos denarios, et si pervenerint ad eorum
manus teneantur eos incidere. Et si alicui personae
inventi fuerint de praedictis denariis a XII supra,
quod illa persona cui inventi fuerint perdat decem pro
centenario de omnibus, quod eis inventi fuerint illi
denarii, et debeant incidi. Et hoc stridetur publice illa
die, vel altera, qua captum fuerit in M. C. quod a XV
diebus in antea quilibet cui inventi fuerint, incurrat
poenam praedictam, et medietas poenae sit invenientis et
medietas Communis, et deveniat in Cameram Communis. Et
mittantur litterae de praecepto per Sacramentum omnibus
Rectoribus praeter Comitem Ragugii, et addatur in
commissionibus illorum Rectorum, qui de caetero ibunt
propter Dominium, praeter dictum Comitem Ragugii, quod
omnes denarios praedictos qui ad eorum manus pervenerint
vel eorum offitialium teneantur incidere vel incidi
facere, et quod ipsi constringant gentem suam per
illos modos quibus eis melius videbitur quod praedicti
denarii non currant per suos districtus, et
incidantur si invenientur.]I]
Fallita a re Urosio la turpe impresa e scoperta da' Veneziani la
frode, i re di Rascia mutarono il tipo de' grossi loro, staccandolo da
quello de' veneziani.
Fatta questa breve digressione che si lega intimamente colla
numismatica albanese, e che illustra un passo di Dante con una
terminazione del Maggior Consiglio di Venezia, riconduciamoci a
parlare de' grossetti di Cattaro. Dopo il pezzo che ho più sopra
descritto e che dal tipo e dalla forma de' caratteri, non men che
dalla bontà dell'argento, tenni battuto ne' primi anni della veneta
dominazione in quella città, volsero due secoli prima che un nuovo
grossetto ivi s'improntasse; o almeno non so che alcuno ve n'abbia
anteriore a quello che riportò il Nani alla tav. I n. XVII, e sul
disegno del Nani diede ricopiato il Corner. Questo pezzo, comeché
moderno, coniato cioè fra il 1624 e il 1627 dev'esser di gran rarità
se manca a tutte le ricche collezioni ch'ebbi agio di esaminare,
talché mi fu tolto l'averlo sott'occhi e formarne oggetto d'indagini
più minuziose. L'esemplare che vediamo inciso nell'operetta del Nani
era conservato nel museo dello stesso autore.
Offre da un lato questa moneta argentea, avente un diametro di
m. 0,017, la imagine stante di S. Trifone coronato di nimbo il capo e
tenente nella dritta la palma del martirio, nella sinistra un castello
turrito e merlato; sporge questa figura nella sua parte inferiore e
nella superiore fuori d'un cerchio di perline oltre cui la leggenda
. COMTAS = CATARI. Il rovescio presenta S. Marco seduto, rivolto alcun
poco alla destra del riguardante ed in atto di scrivere il suo
Vangelo. Oltre il cerchio di perline che attornia la figura gira la
epigrafe . S . MARCVS . VENETUS. Nell'esergo ha uno scudo gentilizio
fra due iniziali . P e M . che indicano il nome di Pietro Morosini
rettore e provveditore di Cattaro dal 1624 al 1627. Le armi sono
quelle della famiglia Morosini. Se il disegno di questa moneta che ci
dà il Nani è fedele, come dobbiamo ritenere dal confronto di altri
tipi offertici nelle sue tavole colle monete effettivamente esistenti
ne' nostri musei, dobbiamo confessare che fra tutt'i nummi di Cattaro
questo è senza dubbio singolarmente bello. La figura dell'evangelista
è segnata con pochi tocchi maestri; dignitosa l'aria del volto in
dimensioni sì tenui, corrette le pieghe dell'ampio manto che lo
avvolge; è in una parola tal disegno che lo si potrebbe tenere inciso
a Venezia, se troppo forti ragioni non mi consigliassero a restituirlo
alla zecca di Cattaro.
Sappiamo infatti da scrittori e da documenti contemporanei che nel
1627, sotto la reggenza del medesimo Pietro Morosini, furono de'
grossetti ivi allora battuti recati alla zecca nostra. Chi venne
incaricato dell'assaggio di queste monete le riscontrò a peggio 238
per marca, ad un titolo cioè di molto inferiore al legale. Quale però
si fosse questo titolo legale a cui doveano attenersi gli zecchieri
albanesi, non si può agevolmente conoscere. La rarità singolare del
più antico grossetto toglie che s'istituiscano sovr'esso esami
d'assaggio, né d'una moneta di cui si reputa esistere un solo
esemplare dee il numografo valersi, quand'anche fosse sua, per
distruggerla o spezzarla. Tutti sanno quanto dubbioso sia l'assaggio
per semplice tocco, quantunque non alteri sensibilmente la moneta
esaminata; dal tocco la mi parrebbe questa in discorso, d'argento
peggio k. 50 all'incirca, di un titolo cioè che s'accosterebbe a
quello de' grossi veneziani, valutato dal co. Mulazzani a Milano a
0,952. Né mi fu pure possibile procurarmi alcuno de' mezzi grossetti,
che però occorrono più frequenti ne' pubblici e privati medaglieri,
comeché il semplice tocco accusi la bontà di questo spezzato, simile a
quella del suo intero. Vedemmo più sopra come la Signoria di Venezia,
verificata nel 1627 l'alterazione del titolo de' grossetti di Cattaro,
li richiamasse inutilmente all'assaggio alla zecca nostra, e come poi
andassero del tutto in disuso.
In che rapporto stava però il grossetto all'iperpero? Nel 1420, quando
i Veneziani occuparono il territorio di Cattaro, ducando Tommaso
Mocenigo, il grosso veneto era disceso dal peso originario di k. 11 a
quello di k. 7. 3 71/295; e il suo valore era montato da piccoli 24
ovvero 26 a soldi 4, facendosi all'epoca stessa il soldo di
k. 1. 3 239/295. Il grosso di Cattaro invece, che dal minor suo peso
in confronto del veneziano si disse [I[grossetto]I], corrispondeva a
due terzi di quello, valeva cioè ridotto in moneta veneziana denari o
piccoli 32. Ragguagliato invece all'iperpero che vedemmo valutato
grossi veneziani 7, un iperpero valeva grossetti di Cattaro 10 1/2.
[T5] Mezzi Grossetti.
I ragguagli stessi che demmo del grossetto raffrontato al grosso
veneziano e all'iperpero valgono per la sua metà. La moneta dunque,
della quale andremo ora ad occuparci, corrispondeva a 2/6 del grosso
veneziano, cioè ridotta in moneta nostra valeva piccoli 16; e quando
l'iperpero si valutava 7 grossi veneziani ci volevano necessariamente
21 mezzi grossetti a formare un iperpero. Troviamo talvolta indicato
nelle memorie di zecca questo spezzato del grossetto col nome di
[I[gazzetta]I], nome che suonò costantemente pezzo [I[da soldi due]I].
Bisogna quindi ammettere che anche i Cattarini spartissero il loro
grossetto in quattro soldi minori, equivalenti ciascuno a 2/3 del
soldo veneziano; o che l'abitudine de' nostri di chiamar gazzetta la
metà del loro grosso, facesse applicare quel nome alla metà del
grossetto albanese. Io terrei per la prima supposizione.
Tre varietà di tipi, molto fra loro distinti, si conoscono di questa
piccola moneta d'argento, i cui esemplari mi offersero quasi
costantemente un peso di k. 2. 2, benché il loro grado di
conservazione lasci supporre che quella cifra in origine dovess'essere
alcun poco più alta.
[I[Primo tipo = Mezzo grossetto col S. Marco]I]. Il diritto presenta
l'imagine di questo Evangelista, seduto di fronte, cinto il capo di
corona reale e attorniato di nimbo, tenente nella d. lo stile, nella
s. il Vangelo; dinanzi alle sue ginocchia sorge uno scudo portante le
armi gentilizie del rettore di Cattaro; all'ingiro è la epigrafe . S .
MARCVS VENETVS. (o VENETI.). Il rovescio offre il patrono di Cattaro
in piedi, veduto di prospetto e recante nella destra la palma del
martirio, nella manca una croce; lo circonda la consueta leggenda
. S . TRIFON. = .CATARI. A' suoi fianchi si scorgono tre varietà di
sigle ne' diversi esemplari: hanno alcuni F e P, altri ZF e C, altri
finalmente P e D. Spettano le prime a Francesco Pisani rettore e
provveditore di Cattaro nel 1548, le seconde a Zuan Francesco Canal
che vi sedette nel 1551, le terze a Paolo Donà che vi coprì quella
carica nel 1552; gli stemmi sono su ciascun pezzo corrispondenti a
quelli delle famiglie dei diversi rappresentanti.
[I[Secondo tipo = Mezzo grossetto col leone]I]. Offre nel suo diritto
il leone di S. Marco in soldo chiuso da cerchio di perline, e
sott'esso nell'esergo uno scudo gentilizio; gli corre intorno, fuori
del cerchio, la scritta +. S. MARCVS. VENETVS. Il rovescio è simile a
quello del tipo precedente, ma è variato nelle sigle che fiancheggiano
il santo martire, recando altri esemplari A e M, altri Z e L. Le
iniziali e lo stemma de' primi appartengono ad Alvise Minotto che
sedette rettore e provveditore di Cattaro nel 1567; non così sono
agevoli a determinarsi quelle dei secondi, perché non potei vederne
che il disegno esibitoci dal Nani (tav. I n. XV) tratto da un
esemplare la cui mediocre conservazione non lasciava discernere bene
lo scudo; spettano però fuor di dubbio o a Zuanne Loredan che vi
sedette nel 1590, o al suo successore nel 1592 Zuanne Lippomano.
Questo tipo ricorre nelle raccolte più raro del precedente, e manca
anzi affatto al Museo Correr.
[I[Terzo tipo = Mezzo grossetto collo stemma]I]. Registro questa
moneta, ch'io mai non vidi, sull'autorità del diligentissimo Nani il
quale la diede nella sua tavola I al numero XVI, traendola
dall'esemplare posseduto a' suoi giorni (1752) nel museo del patrizio
Marcantonio Savorgnan. Il diritto presenta uno scudo bipartito da una
banda trasversale nel cui mezzo è il leone di S. Marco in gazzetta;
all'ingiro dello scudo corre la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Il
rovescio è simile a quello de' due tipi precedenti, sennonché il santo
patrono di Cattaro è fiancheggiato dalle iniziali Z e M. Le armi
figurate nel diritto spettano alla famiglia Magno, un individuo della
quale, Zuanne, era rettore e provveditore a Cattaro nel 1597.
Dalle memorie di zecca sembra che nel 1627 siansi battute gazzette
(che vedemmo equivalere a' mezzi grossetti) in quella città, le quali
si trovarono da' monetarii della metropoli a peggio 443 per marca. Ma
di questi pezzi non n'esiste alcuno nelle nostre raccolte, che avrebbe
dovuto recare, come il già riportato grossetto, le iniziali di Pietro
Morosini e gli stemmi della costui famiglia.
[T5] Quattrini?
La singolare scarsezza in cui ci troviamo di memorie della officina
nummaria di Cattaro non mi permette chiamare col vero suo nome la
moneta erosa alla quale, per analogia colle contemporanee della
metropoli e dell'Italia Veneta, dò il nome di [I[quattrino]I],
rispondente alla terza parte del soldo, o a quattro piccoli; non però
del soldo veneziano, ma di un minor soldo che avrebbe dovuto
ragguagliarsi alla quarta parte del grossetto albanese. La bassissima
lega che si riscontra ne' pochi esemplari che potei esaminarne, de'
quali uno solo monta al peso di k. 6. 3, laddove gli altri variano da
k. 5 a 6, il sapersi che solamente di rame fu battuto il minimo
spezzato della moneta di Cattaro, il [I[follare]I], l'uso de'
quattrini reso generale a Venezia e ne' suoi possedimenti nel secolo
XV, sono tutte ragioni per cui ho creduto di applicarvi, non senza
titubanza, quel nome. Della quale moneta di lega assai vile, due tipi
diversi, ciascuno con molte varietà m'offerì la doviziosa raccolta
Correr.
[I[Primo tipo = Senza lo stemma]I]. Al diritto l'imagine stante di S.
Trifone che stringe nella destra la palma, e a' cui lati s'osservano
tre varietà d'iniziali, ad eccezione di un esemplare che non ha sigle
di sorta; gira all'intorno la epigrafe SANTVS. TRIFON. Al rovescio il
consueto simbolo di S. Marco, il leone in gazzetta, cinto da un
cerchio di perline oltre cui la leggenda +. S. MARCVS. VENETVS. Questi
pezzi sono di una rozzezza singolare ragguardati dal lato dell'arte, e
importanti dal lato storico siccome gli unici coniati sotto il governo
de' [I[conti]I] di Cattaro, che durò dal 1420 al 1480, in cui il
rappresentante della Repubblica assunse la dignità di [I[rettore e
proveditore]I]. Le sigle che vi si riscontrano sono le seguenti:
A. B. Antonio Boccole, primo conte, dal 1420 al 1422;
o piuttosto Alvise Bon, dal 1464 al 1466.
L. B. Lodovico Baffo, 1451 a 1453.
F. L. Francesco Lippomano, 1477. Di costui dice il Corner
nel più sopra citato libretto [I[Catharus]I] etc. p. 91:
[I[Hic omnium postremus civitatem Catharensem comitis
titulo administravit, publico enim decreto statutum fuit,
anno 1480, ut Praesides Cathari deinceps Rectoris
et Provisoris titulo insignirentur]I].
[I[Secondo tipo = Collo stemma]I]. Il tipo presente è quasi simile al
primo, ma il santo martire, oltre la palma che stringe colla destra,
tiene nella sinistra un castello, simbolo della città; qui pure
v'hanno, come di consueto, sigle a' suoi fianchi. Nel rovescio ha uno
stemma sotto il leone. Questo pezzo è fra quelli di Cattaro il più
facile a trovarsi; barbaramente inciso e peggio stampato. Il peso ne
varia straordinariamente, senz'ordine alcuno, talché due esemplari
battuti a tre anni d'intervallo offrono la singolare differenza da
k. 3 a k. 7. 2; differenza che non si saprebbe altramente spiegare se
non facendo riflesso alla imperizia de' monetarii della zecca che mise
fuori questi nummi bruttissimi. Ecco pertanto nel loro ordine di
cronologia i rettori e proveditori di Cattaro, sotto i quali si
coniarono queste monete. Le iniziali rispondono esattamente a' loro
nomi, come del pari rispondono esattamente gli stemmi che vi scorgiamo
delineati, con quelli della famiglia di ciascuno di loro.
P. T. Priamo Tron, 1488 a 1489.
IE. O. Girolamo Orio, 1492 a 1494.
S. C. Sebastiano Contarini, 1501 a 1503.
P. V. Paolo Vallaresso, 1508 a 1510.
P. Z. Pietro Zen, 1514 a 1516.
D. G. Domenico Gritti, 1526 a 1527.
M. B. Marco Barbo, 1527 a 1528.
B. V. Benedetto Valier, 1530 a 1532.
F. S. Francesco Sanudo, 1533 a 1534.
M. B. Matteo Bembo, 1538 a 1540.
B. B. Battista Barbaro, 1546 a 1548.
F. P. Francesco Priuli, 1562 a 1563.
Un'altra moneta della zecca di Cattaro, anzi la più bella o, per
meglio dire, la meno brutta che vi si battesse, fra quelle da me
effettivamente vedute, credo opportuno collocarla, in via d'appendice,
nella categoria de' quattrini, non potendo essa entrare per lo scarso
suo intrinseco in quella de' mezzi grossetti, né per il peso eccedente
e per esser di lega in quella de' follari di rame. Presenta dall'uno
de' lati il martire S. Trifone, di prospetto, in lunga vesta di
diacono, recante nella destra la palma, un castello od una chiesa
nella sinistra; a' suoi lati le iniziali S e T, ed oltre il cerchio di
perline ond' è avvolta questa figura la leggenda . COMTAS. = .CATARI.
L'altro lato offre, pur di prospetto ed in piedi, S. Marco che nella
manca tiene il Vangelo, e colla dritta benedice; il consueto cerchio
gira intorno alla imagine ed oltr'esso è la epigrafe . S. MARCVS. =
. VENETVS. Le S tanto dell'una quanto dell'altra faccia della moneta
sono tutte a rovescio; nell'esergo a' piedi del S. Marco è uno scudo
bipartito da una fascia orizzontale e fiancheggiato dalle sigle Z e M.
Il diametro del pezzo è m. 0,0205, il peso varia ne' diversi esemplari
da k. 8 a k. 8. 3. È non difficile a rinvenirsi nelle pubbliche e
private raccolte; le sigle del diritto sono agevoli ad interpretare
[I[Sanctus Tryphon]I], quelle del rovescio sono le iniziali del nome
di Zorzi Morosini rettore e provveditore di Cattaro nel 1638, come
pure a questo magistrato spetta lo scudo gentilizio a' cui lati si
mostrano quelle sigle. È dunque la moneta presente l'ultima coniata in
quella zecca.
[T5] Obolo o Follare.