IV.

La domenica a Ponte d'Albiate.

Se mai vi prende la buona ispirazione di recarvi nei mesi di estate

a villeggiare in qualche paesello della Brianza, io vi consiglio di

arrestarvi a Ponte d'Albiate.

Giunti colà, cercate prendere alloggio all'albergo del fornaio Giuseppe

Galbiati. Avrete una buona camera, biancheria pulita, servizio pronto,

tuttochè può formare il _confortabile_ della vita — e per giunta vino

squisito e certi intingoletti solleticanti, di cui la signora Felicita

moglie dell'albergatore possiede il segreto.

Teobaldo Brentoni, procedendo nel suo viaggio, pervenne all'albergo del

signor Galbiati verso mezzanotte.

Tutti erano coricati, e dormivano del sonno più profondo.

Teobaldo, a forza di gridare, e gettar sassi alle finestre, riusci a

destare _Sciaballino_ il cane guardiano; questo svegliò i tacchini, i

tacchini svegliarono le oche, e quello _chiarivari_ di voci animalesche

riscosse in breve tutti gli abitanti del paese, l'oste compreso.

L'arrivo del terribile rivoluzionario produsse la più viva sensazione.

All'indomani — era giorno di domenica — nel cortile dell'albergo tutti

parlavano del giovane sconosciuto, che nel cuore della notte avea con

tanta insistenza disturbata la pubblica quiete.

— Chi sarà? Donde venne? Fin quando si trattiene?

— Io non gli ho chiesto nulla, risponde l'oste. L'ho condotto nella sua

camera, gli ho dato la buona notte, e finora non è ricomparso...

Frattanto il cortile sempre più va riempiendosi di curiosi. I

villeggianti, uomini e donne, vengono a chieder novelle dell'insolito

chiasso avvenuto la notte.

Ma un suono di tromba ha richiamato l'attenzione di tutti. Un contadino

di circa trent'anni, con due grossi tacchini in sulle spalle, si fa in

mezzo alla brigata, e saluta rispettosamente gli astanti.

I fanciulli battono le mani — Viva il Malo Amen! si grida da ogni parte

— Presto! in giro le cartelle!... Vediamo chi sarà il fortunato!

Il contadino depone le due vittime nel mezzo della tavola, e si prepara

a far l'estrazione di una tombola, gridando a tutta voce:

— Avanti, signori!... non vi sono che dieci cartelle disponibili!...

Chi non risica non rosica!... Da bravi!... Ma ecco un signore, che

senza dubbio vorrà favorirmi... Se non erro, è quello istesso, che ieri

a sera cenava all'albergo di Canonica, e a cui ebbi l'onore di indicare

il cammino per Albiate...

Infatto Teobaldo Brentoni, svegliato dal suono della tromba, era

balzato dal letto, e veduta tanta gente nel cortile, era disceso colla

speranza di poter sfoggiare qualche arringa rivoluzionaria.

Alla vista delle cartelle e dei tacchini, la fronte dell'apostolo

divenne crespa...

— Ecco di qual modo si educa il popolo, mormorò Teobaldo... Coi giuochi

d'azzardo!... colle lotterie!... E dire, che non si è ancora pensato

dal governo a togliere di mezzo questa immoralità legalizzata che si

chiama il giuoco del lotto!... Povera Italia!

Malo Amen, non potendo immaginare quale profonda indignazione fremesse

nell'anima del giovane repubblicano, lo salutò del più amabile sorriso,

offrendogli due delle cartelle rimaste vacanti.

— Eh! non hai capito ch'io non so che farne delle tue cartelle! disse

il Brentoni volgendo le spalle. — Abbiamo ben altro per la mente, noi

uomini d'azione, che questi inutili spassi inventati dalla malvacea

fantasia di chi vuole l'Italia eternamente schiava ed oppressa!

— Ma che s'ha dunque a fare qui in campagna per passare il tempo?

chiede una giovanetta, la quale divenne rossa come brage in udire

le parole del Brentoni. — Le giornate sono tanto lunghe.... e il

divertimento della tombola sì breve...

Malo Amen colle sue cartelle nella mano è rimasto immobile come don

Bartolo.

— E siete voi, bella giovanetta dalle guancie di rosa, siete voi

che mi chiedete come dobbiate impiegare utilmente i vostri giorni!

Aprite i sacri volumi della istoria greca e romana, e vedrete di qual

modo utilizzassero il tempo quelle fiere indomabili eroine dei tempi

vetusti, allorquando la patria era in pericolo!... Parlate colle figlie

dei Focioni e degli Epaminonda! Interrogate le spose dei Gracchi e dei

Scipioni. Le nipoti dei Leonida, dei Milziadi, dei Cocliti, dei Bruti,

dei Ligarii!...

— Tutti questi signori villeggiano forse nelle vicinanze? chiede

ingenuamente la padrona dell'albergo.

— Eh! non v'è pericolo! Sono gente di cui oggimai si è perduta la

stampa! Io vi assicuro che quelli non erano uomini che perdessero il

loro tempo a far delle tombole.

La madre della giovinetta, cui il Teobaldo ha rivolto più direttamente

la parola, vedendo che la figlia non osa rispondere, balza in piedi

come una vipera schiacciata nella coda, e lanciando all'oratore uno

sguardo iniettato di veleno:

— Signore! esclama; quanto alle nostre figlie, noi possiamo vantarci

ch'esse non mancarono mai nelle grandi occasioni ai loro doveri di

cittadine e di buone italiane... Nel 1848 la Gigietta lavorava a

preparare le bandiere tricolori e a sfilare i tovagliuoli per medicare

i feriti... La Teresina sa fare tutti gli esercizi militari come un

veterano... La Bersabea, due anni fa, quando vennero i Francesi e i

Piemontesi, passò le intere notti presso il letto dei feriti... Ella ha

guarito dieci zuavi, sette bersaglieri, ed un turcos — questo ultimo

fu tanto contento dell'assistenza ricevuta, che non ha mai cessato di

scriverle... Lettere che fan piangere i sassi!... Ella vede, mio bel

signore, che a tempo debito non siamo state colle mani alla cintola.

Se oggi siamo qui a rischiare una cartella alla tombola, domani, ove il

caso si presentasse, tanto io che le mie figliuole sapremmo maneggiare

altri strumenti!

— Brava!

— Bene!

— Viva la signora Carlotta! gridano i circostanti. Il Malo Amen,

che più degli altri si tiene offeso dalle marziali declamazioni di

Teobaldo, sendo egli l'iniziatore e il promotore della lotteria, prende

coraggio dall'esempio, e prosegue con calore:

— La signora Carlotta ha detto benissimo.... Oggi la tombola, domani

le palle di piombo!... Anche io non ho mancato al mio dovere quando

si trattava di combattere per la patria, e di cacciar via quei

maledetti tedeschi! Ho ancora in tasca la ricevuta del denaro, che

portai al Comitato di Milano per un milione di fucili richiesti dal

conte Giuseppe Garibaldi!... Due franchi, capisce, mio bel signore!

Io, povero contadino di Albiate, ho dato due franchi! E conosco tanti

conti, marchesi, baroni e cavalieri, i quali hanno avuto paura a cavar

di tasca un quattrino...

— Ed io mi sono battuto a fianco di Garibaldi, a Varese e a San

Fermo! salta su un giovinetto — e se il papà non mi avesse trattenuto,

avrei preso parte alla spedizione di Sicilia! Ma ecco qui altri due,

i quali si sono battuti!... Il Peppino ha avuto anche la fortuna di

essere fra i mille che sbarcarono a Marsala.... Il Giovacchino partì

colla seconda brigata, ed ebbe parte al combattimento di Milazzo!...

Se il signore ha fatto parte di quella spedizione, certo deve averli

conosciuti... Il Peppino fu creato sergente sul campo di battaglia...

L'altro era tamburino nella brigata Medici, ed ha riportato il tamburo

crivellato di palle!... Non si ricorda ella, di averli veduti, questi

due biricchini?

Teobaldo Brentoni — avrei dovuto prevenirne il lettore — avea molta

energia di carattere, era un'anima ardente di patriotismo e di

liberali aspirazioni, ma fatalmente aveva sortito dalla natura una

istintiva ripugnanza per le armi da fuoco e da taglio. Adoratore

fino all'esagerazione dell'altrui eroismo, invano egli avea lottato

contro la propria natura per diventare un eroe. La vista di un fucile

gli paralizzava la favella — il suono di un tamburo gli metteva il

capogiro — il bagliore di una baionetta lo arrestava istupidito come

occhiata di basilisco. Questo orrore istintivo per gli istrumenti

di distruzione più volte lo avea compromesso nell'opinione de' suoi

correligionarii politici. Nel 1859, quando il fiore della gioventù

lombarda varcava furtivamente il Ticino per ripassarlo coll'esercito

trionfatore, Teobaldo si adoperò ne' circoli segreti ad infiammare

l'ardore dei giovani, a favorirne l'emigrazione. Ma giunse l'ora fatale

del combattimento... Teobaldo avrebbe dovuto emigrare.... seguire la

sorte degli amici... arruolarsi... prender le armi. A quell'epoca il

giovane rivoluzionario scomparve... Lo si cercò a Torino, lo si cercò a

Milano... Nessuno ebbe nuova di lui fino dopo la battaglia di Magenta.

A quell'epoca ricomparve sul corso di porta Renza con cappello alla

calabrese e camicia rossa... e pochi giorni dopo instituì in Milano

la _Società della morte_ eleggendosi egli stesso a presidente. In

breve tempo, a forza di predicare, gridare, inveire contro il ministro

Cavour; a forza di redarguire la politica _piemontese_ e le iniquità

del governo, a forza di compiangere il povero popolo, promettendo

agli operai un beato avvenire d'ozio, di vagabondaggio e di ricchezza,

Teobaldo era riuscito a guadagnarsi la simpatia di tutti i malcontenti.

La spedizione di Sicilia venne in mal punto a creargli nuovi imbarazzi.

La gioventù animosa, i veri uomini di azione di nuovo correvano alle

armi... Garibaldi era già partito e sbarcato a Marsala coi Mille...

Medici lo avea raggiunto a Milazzo.... La parte più eletta della

_Società della morte_ aveva disertato dal _club_ per correre sul teatro

della guerra. Il presidente nell'enfasi delle sue arringhe più volte

avea dichiarato vili e traditori della patria tutti coloro, che essendo

in grado di maneggiare un fucile, non correvano ad ingrossare le file

dell'esercito rivoluzionario. Ma anche sta volta l'orrore delle armi da

fuoco e da taglio esercitò sull'anima di Teobaldo un influsso fatale.

Il presidente della _Società della morte_ un bel giorno disparve da

Milano, e mentre buona parte de' suoi conoscenti ed amici spendevano

generosi la vita per redimere dalla tirannia borbonica le più belle

provincie d'Italia, egli rifugiossi a Tartavalle per far la cura delle

acque ferruginose. — Queste istorie eran note a Milano — molti le

ripetevano sommessamente — i più arditi si erano anche permessi di fare

dinanzi a lui delle allusioni poco favorevoli... Fatto è che Teobaldo,

sebbene avesse riconquistato dopo la guerra il suo posto di presidente,

sebbene fosse riuscito a giustificare la sua condotta mostrando le

migliori disposizioni di prender parte a tutte le guerre avvenire,

ogni qualvolta gli accadeva di trovarsi in mezzo ai veri soldati

dell'indipendenza e della libertà, smarriva il coraggio, si turbava,

perdeva la parola, e stava nell'attitudine di un reo convinto.

Tal rimase appunto il nostro apostolo rivoluzionario quando si accorse

che buona parte dei giuocatori di tombola avevano contribuito assai

meglio di lui alla indipendenza ed alla libertà d'Italia.

E poichè il Malo Amen esitava a cominciare l'estrazione dei numeri,

come chi attenda; e dall'altra parte il Brentoni, da quel sincero

cittadino che egli era, non osava mentire innanzi alla numerosa

brigata; questi prese il partito di chiedere il conto all'oste e di

uscire dall'albergo gesticolando come un invasato. Egli marciava a gran

passi imprecando contro la natura matrigna, che donandogli tante belle

disposizioni per divenire un eccellente patriota, gli avea messo nel

sangue quel maledetto istinto di ripugnanza per le armi da fuoco e da

taglio.

Racconti politici · 第 93 / 104 题