Durante la cena.
L'invasione della famiglia Regola ha messo di cattivo umore il pedagogo
Adanulfo Schiena e il pescatore dilettante, personaggi di indole
oltremodo pacifica.
Il professore, che poco dianzi aveva dato saggio di inesauribile
facondia spiegando al suo nobile allievo ed alla famiglia dell'oste
l'etimologia di vari paesi della Brianza, stordito dalle grida dei
fanciulli e più ancora dalla marziale disinvoltura di Teobaldo e
de' suoi due colleghi, corruga la fronte, e brontolando sottovoce un
distico greco, accenna al contino di sbrigarsi nella refezione, per
ritirarsi il più presto possibile negli appartamenti superiori.
Mentre i figli del signor Augusto si contendono le ultime stille
del _torbolino_ rimasto nella bottiglia, Teobaldo onde predisporre i
circostanti ad una allocuzione democratica, si alza impetuosamente, e
levando il bicchiere ricolmo sul capo del contino Bisciolla, propone un
brindisi all'unità d'Italia!
— Viva l'Italia! rispondono in coro gli astanti.
— Viva Vittorio Emanuele, il re galantuomo! soggiunge l'impiegato regio
levandosi il cappello.
— Viva l'eroe di Varese, di S. Fermo, di Marsala, di Palermo, l'invitto
generale Garibaldi! prosegue Teobaldo con maggiore vivacità!
— Viva Garibaldi!
— Papà! papà! non ho più vino per fare il brindisi, grida un fanciullo
di circa dieci anni, stendendo il bicchiere al signor Regola, che
questa volta non ha risposto al viva di Teobaldo.
— Vieni qui, bel fanciullo; il vino te lo darò io, dice Teobaldo. — Chi
non beve alla salute di Garibaldi non può essere buon italiano.
— Se il papà mi permette...
— Poichè il signore è tanto buono da... E trattandosi anche di onorare
un illustre personaggio, che ha fatto adesione al nostro re amatissimo,
io non ho difficoltà per questa volta...
— Viva Garibaldi! grida il fanciullo dopo aver vuotato un bicchiere di
vino eccellente...
E tosto le guancie del fanciullo si fanno di porpora, e gli occhi
vibrano lampi di luce.
— Resta ancora un brindisi a farsi, mio bel figliuolo, riprende
Teobaldo... Non bisogna dimenticare nessuno degli uomini insigni, che
cooperarono alla redenzione dell'Italia... Sarebbe ingratitudine,
sarebbe viltà!... Pur troppo vi hanno taluni, che disconoscono i
servigi resi alla patria da quell'indomabile cospiratore, che parlò
quando tutti tacevano, che gettò un guanto di sfida a tutti i tiranni
di Europa, che creò colla potenza della sua parola tanti eroi e tanti
martiri... Sai tu, figliuolo mio, di chi intendo parlare?...
Il fanciullo fissa in volto a Teobaldo due occhi stralunati...
Egli vorrebbe indovinare il pensiero del suo interlocutore, onde
procacciarsi la di lui benevolenza e ottenere qualche ghiotto boccone,
in ricambio della sua perspicacia...
Dopo breve silenzio, il fanciullo batte le palme, monta sovra una
sedia, e attirando l'attenzione dell'adunanza, strilla a tutta voce:
Oh! lo so ben io... Ora mi rammento...
— Qua il bicchiere, figliuolo mio! e beviamo un altro sorsetto alla
salute del grande uomo. Dunque... viva chi?
— Viva Gyulai! grida il figlio del signor Regola alzando il bicchiere.
Questo brindisi inaspettato eccita un mormorio di riprovazione in tutti
i circostanti. Teobaldo lascia cadere il bicchiere sul piatto del conte
Bisciolla, e la moglie del regio impiegato levasi furiosa dal proprio
scanno, dirigendosi alla volta del fanciullo:
— Sei tu già ubbriaco? gli grida — e ti pare che queste sieno cose da
dirsi nemmeno per burla?... Gridare: viva Gyulai!... Ma come mai ha
potuto venirgli in mente!... Giù da quella sedia, briccone! a letto, a
letto subito!... S'è mai dato uno scandalo di tal genere?...
Il fanciullo, confuso e pieno di vergogna, rimane immobile in sulla
seggiola — la riprovazione dei circostanti, le invettive della madre,
gli sguardi minacciosi delle sorelle, lo commovono siffattamente,
ch'egli prorompe in lacrime dirotte, e coprendosi gli occhi, esclama
con voce mezzo dolente, e mezzo stizzosa:
— Che volete che mi sappia io?... Due anni fa il papà mi insegnava a
dire: viva Gyulai!... Ed anche la mamma... e quanti venivano in casa
nostra dicevano tutti che Gyulai era un grand'uomo... che bisognava
onorarlo...
— Zitto là, impertinente! grida la signora Regola, pigliando il
figliuolo per un braccio e tirandolo dalla seggiola, mentre tutta la
sala si leva di nuovo a rumore.
Ma questa volta non è più un mormorio di sorpresa e di indignazione —
sono parole di scherno, e risa, e motteggi, che vanno a ferire il cuore
del signor Augusto Regola e di tutta la sua rispettabile famiglia.
Teobaldo Brentoni stende la mano al fanciullo lacrimoso, e, offrendogli
quattro marroni, gli susurra all'orecchio alcune parole.
Il fanciullo terge le lagrime, e dopo avere ingozzati i marroni, sale
di nuovo sulla seggiola come un oratore sicuro del fatto suo, che ha
trovato un argomento per riabilitarsi nell'opinione del pubblico.
— Mio bel giovanetto, grida Teobaldo levandosi in piedi; le parole
che ti sono sfuggite dal labbro sono il frutto della corruzione e
della servilità, che uomini traviati e prostituiti allo straniero
hanno seminato nel tuo animo innocente. Ma tu appartieni alla nuova
generazione, alle nuove idee; tu sei in tempo a rigenerarti nel
battesimo delle dottrine liberali. Su dunque gentil giovanetto! Le
tue labbra sieno le prime a proferire stassera il nome di colui, che
i più sembrano avere dimenticato, e a cui l'Italia va debitrice delle
franchigie ottenute. Viva dunque?... Viva chi?...
— Viva Giuseppe Mazzini! esclama il fanciullo con tutta la sua voce.
— Viva Giuseppe Mazzini! rispondono il Quinetti, lo Zammarini ed altri
pochi.
Augusto Regola, che poco dianzi non avea trovato parole per riprendere
il figlio dell'imprudenza commessa, al nome di Giuseppe Mazzini balza
in piedi... si percuote la fronte, si tura colle mani gli orecchi...
muove alcuni passi verso il fanciullo, poi vacilla, e cade, gridando
con voce convulsa:
— A letto! a letto subito!... Mettetemi a letto... quel figliuolo!
Cospettone!... La repubblica! Anche questa mi toccava udire! Oh, ma,
signori miei... io non c'entro per nulla in questa faccenda! In casa
mia... vi giuro... che mai... da nessuno fu proferito un tal nome!...
E la voce del regio impiegato muore strozzata da un impeto di terrore
e di sdegno, che nessuno degli astanti avrebbero preveduto.
Oh! gli impiegati!... — Amico lettore: permetti ch'io sospenda il
mio racconto, per invitarti a versare una lagrima sugli impiegati in
genere, e sul signor Augusto Regola in ispecie!
Piangi! oh piangi, amico lettore, sugli impiegati prolifici! Quando tu
avrai un impiego governativo, e per giunta una dozzina di figliuoli,
griderai anche tu come il signor Augusto Regola: viva chi paga!
Teobaldo Brentoni dinanzi al vecchio illividito dallo spavento, ha
perduto il coraggio delle proteste. Il fanciullo ha subito la sua
condanna... Augusto Regola è fuggito dalla cucina traendo seco metà
della famiglia...
Il regio impiegato non comparirà più mai in un luogo dove fu
pronunziato il nome di Giuseppe Mazzini.
La partenza del signor Augusto Regola e della sua prole mascolina ha
prodotto qualche sensazione nella adunanza. Il professore Adanulfo
Schiena si fa recare il conto, e già muove per ritirarsi in compagnia
del suo nobile allievo, quando il Brentoni volgendosi al contino
Bisciolla, che fino a quel punto era rimasto silenzioso cogli occhi
bassi: — Che ne dite, cittadino, di questa scena? gli chiede. — Sareste
anche voi per avventura impiegato regio? Io non v'udii rispondere
all'ultimo nostro brindisi in onore del nostro grande agitatore
dell'Italia, dell'apostolo dell'Idea!...
Il contino diventa rosso come bragia, e interroga cogli occhi il
professore perchè gli suggerisca una risposta...
Il pedagogo si inchina gravemente — rialza gli occhiali sulla fronte —
e risponde col naso:
— Perdoni la signoria vostra, ma tanto io che il mio nobile allievo,
signor Conte Bisciolla, eravamo preoccupati da una discussione sulla
etimologia della parola _Lambro_, che io farei derivare dal latino
_Lambere_, come Seregno da _Serenum_....
— Come Albiate da _Album_, prosegue il contino sul tono d'un
fanciullo che reciti la lezione. — Come Besana da _Bacinum_, Sovigo da
_Subjectum_, Desio da _Decius_ proconsole romano mandato da Tiberio a
incivilire la Brianza...
Il professore e l'allievo, ricambiandosi un'occhiata di reciproca
ammirazione, uscirono dalla sala.
— Oh! vedete di che vanno ad occuparsi quest'imbecilli! sclama il
Brentoni seguendo collo sguardo i due che se ne vanno... Ecco di
qual modo si pensa a fare l'Italia da questi birboni di moderati... E
lei?... che ne dice di que' gaglioffi?... Non starebbero bene appiccati
ad un lampione come due contrappesi?...
Il nuovo interpellato è il signor Mollasca, il dilettante di
pescagione, che sta fumando presso il caminetto...
— Se non erro... il signore mi ha rivolta la parola...
— Ho chiesto il suo parere intorno a quegli animali malvacei... che
grazie a Dio si sono allontanati...
— Io non ho prestato attenzione a quanto è accaduto... Mentre que'
signori parlavano, io consultava l'oste per sapere se nelle roggie del
terzo mulino sulla strada di Albiate si peschino ancora delle anguille
e delle trote!...
— Oh! benedetti! benedetti voi, colle vostre etimologie e le vostre
anguille! E dire che abbiamo i Tedeschi a Verona! i Francesi a Roma!
gli Spagnuoli a Napoli! e i moderati a Torino... Sì! i moderati, più
fatali all'Italia che non i Tedeschi, gli Spagnuoli e i Francesi!...
Il dilettante di pesca durante le invettive del fiero demagogo
piglia un candeliere, fa un inchino alle donne, ed esce per andarsi a
coricare.
— Oh! sta bene che se ne vadano costoro!... Vera peste della società!
Obbrobrio della patria!... A voi! a voi, italiche fanciulle! a voi
figliuole predilette della creazione! a voi cherubini della terra!...
Scuotete voi questa razza codarda! Parlo a voi, creature fantastiche
e belle, che avete il fascino nello sguardo, e nella mano una potenza
vivificante!
Le figlie del regio impiegato allungano il collo... la signora Regola
sorride al fanatico oratore, ed approva col moto della testa.
— Egli vi ha chiamate cherubini! avete sentito?... dice la madre alle
figliuole... Ha detto che avete il fascino nello sguardo... Posso
ingannarmi, ma qui si combina un matrimonio.
La più anziana e la più losca delle ragazze, supponendo che il giovine
abbia indirizzato a lei questa ultima frase, gli rimanda un sospiro di
ricambio.
— Ohi sì... io so bene ciò che voi desiderate... o creature
fantastiche, prosegue il Brentoni sempre più animandosi. — La società
infino ad ora vi ha tenute schiave, avvilite, conculcate... La
religione vi ha incatenate buono o malgrado ad un solo individuo,
che divenne il vostro tiranno... Le sante e pure aspirazioni delle
anime ardenti furono soffocate, annientate da quell'incubo fatale
che si chiama il matrimonio! — Ebbene! noi le distruggeremo queste
leggi abborrite! Voi sarete libere! emancipate.... Non più la
prostituzione delle nozze! Non più la servitù del matrimonio! Abbasso
il matrimonio! Non è forse questo, o fanciulle, il grido dell'anima
vostra contristata.... Voi tacete?.... Voi comprimete i singulti?
Voi dissimulate i vostri più ardenti affetti dinanzi ad una società
codarda, pronta sempre a condannarvi!...
Madama Regola è visibilmente sconcertata da sì inattese conclusioni.
A un tratto ella balza in piedi, e con un gesto da Lucrezia romana:
figliuole, dice, è ora d'andarcene a letto!... Questo signore ha certe
idee...
— Peccato! mormora la Geltrude... Un bel giovinotto!...
— Voi partite, signorine belle? chiede il Brentoni, vedendo che il
suo discorso ha prodotto un effetto contrario alle sue speranze. — Vi
ho forse offeso con qualche parola?... Vi spiacerebbero forse le mie
teorie?
— Poichè volete saperlo, dice madama Regola... io credo che queste mie
figliuole, in fatto di matrimonio, abbiano delle idee affatto diverse
da quelle che voi avete espresse...
— Possibile! esclama il Brentoni con quella ingenua sorpresa, che è
propria di tutti gli esaltati, quando il caso li richiami sul terreno
della realtà... Possibile che queste signorine... non dividano con
me l'orrore di questa schiavitù legalizzata... che si chiama il
matrimonio?
— Pur troppo... non possiamo dividerla!
E tutte le ragazze se ne andarono come uno stormo di oche, modulando in
diversi toni: _pur troppo!_
La cucina era quasi deserta... Lo Zammarini e il Quinetti, che dapprima
parean prendere il più vivo interesse alla animata eloquenza di
Teobaldo, s'erano addormentati ai lati dell'apostolo. L'albergatore e
l'ostessa coi loro sbadigli accennavano il desiderio di ritirarsi.
— No! io non dormirò in questo albergo! disse il Brentoni! C'è troppa
malva! Non vorrei che le esalazioni mi avvelenassero... Ehi di là!
c'è qualche buon figlio del popolo che voglia rendermi il servigio di
accompagnarmi a Ponte d'Albiate?
Un contadino, che in tutta la serata era rimasto silenzioso in un
angolo della cucina, facendosi innanzi al Brentoni, e levandosi il
cappello: signore, gli disse: s'ella non sdegna la compiacenza d'un
povero contadino, ma onesto... e italiano di cuore... io la condurrò
a Ponte d'Albiate.... come ella desidera!... Viva l'Italia! Viva
Garibaldi!...
— Ecco un uomo che mi va a genio! sclama il Brentoni. — Fratello!...
trinchiamo insieme un bicchiere! Si paghi il conto... e si parta!
— _Amen!_ risponde il contadino portando la mano al cappello come un
vecchio militare.
Il Brentoni saldò il conto senza far repliche. — Il contadino si prese
sotto braccio la borsa del _forastiero_; e tutti e due uscirono fuori
in sulla piazza.
— Oh, vedi che bella notte stellata!... Che azzurro sereno!... E
dire che sotto questa vôlta sì pura, sotto questo padiglione gemmato,
nascono e crescono tanti cretini, tanti animali da capestro!... Oh! ma
io non posso... non debbo maledire all'Italia.... E non è forse questa
la terra di Dante, di Machiavelli e di Galileo?...
— Signor no! rispose il contadino, che a bocca aperta avea ascoltate le
inspirate parole del fiero patriota. — Signor no! Queste terre... sono
in parte del conte Taverna, in parte del signor Tinelli...
— Al diavolo i cretini! grida il Brentoni, strappando la borsa dalle
mani del contadino. Lasciami andare... che troverò da me solo la via!
Possibile che in questi paesi non incontri un essere che mi comprenda!