La dimostrazione repubblicana.
Teodoro Dolci era avvezzo alle sorprese della fortuna; nondimeno
l'accoglienza ricevuta nel villaggio nativo era tale da lasciargli
profonda impressione nello spirito non meno che sulle spalle. Nei
pochi giorni passati al campo, Teodoro di qualche modo aveva compresi
gli enigmi della rivoluzione; le idee dell'ingenuo montanaro si erano
alquanto schiarite col succedersi dei nuovi avvenimenti. Ma la scena
di Capizzone, il grido terribile dello zio, il suono delle campane a
stormo, l'allarme della guardia nazionale, il tumulto, le bastonate
ripiombarono il nipote di don Dionigi in un caos di dubbi e di terrori.
Come cervo inseguito, Teodoro camminò tutta notte per la campagna.
Allo spuntare dell'alba, il poveretto sedette sopra un muricciuolo,
e volgendo lo sguardo alle montagne native, proruppe in lagrime e
singhiozzi.
Per comprendere tutto il dolore di quell'anima, è mestieri conoscerne
tutti i segreti. Prima di recarsi alla casa dello zio, il povero
Teodoro, giungendo a Capizzone, aveva ricevuto una terribile
novella. La ferita, l'arresto, la lunga prigionia, i terrori della
guerra non furono sì crudeli all'anima del giovine montanaro quanto
l'ingratitudine e la perfidia di una donna! Una piaga insanabile,
profonda, lasciano i primi disinganni nei giovani cuori! Mentre l'eroe
di piazza Fontana gemeva nel carcere di Santa Margherita fra gli
spasimi del freddo, della fame e dell'amore, lo credereste? Dorotea
Melazza, la figliuola del sagrestano, obliando le gomitate affettuose e
i teneri sbadigli del nipote di don Dionigi, aveva ceduto alle lusinghe
di un nuovo adoratore! Dorotea Melazza da oltre due mesi era sposa a
Giacomo Maneggia, personaggio autorevole, recentemente elevato alla
carica di maestro comunale e beccamorto.
«Ma si può dare più nera perfidia! — esclamava Teodoro negli sfoghi
dell'anima addolorata. — Sposare un Maneggia! sposare colui che
usurpava il mio impiego!... E con qual'aria mi ha guardato la
spergiura, quando le passai dappresso per salutarla!... Come se mai
non ci fossimo veduti! Oh! mai più, mai più a Capizzone! No, Dorotea,
no femmina atroce! tu non riderai alle spalle di un povero diavolo
che ti amava di cuore. Ho già troppo sofferto nel rivederti. E dire
che io l'ho trovata più grassa del doppio!... Si vede proprio che la
notizia delle mie disgrazie l'ha commossa! Avvenga ciò che vuole, io
non tornerò più mai al mio paese. Andrò a Milano... Laggiù troverò
degli amici, dei protettori... Tutti dicono che ho resi dei grandi
servigi alla patria; tutti dicono che io sono un grand'uomo e, invero,
comincio a crederlo anch'io... Il mio capitano e l'Obrizzi mi hanno
assicurato che il tempo delle ingiustizie e delle soperchierie è
passato, che ora le leggi stanno in mano del popolo, che in fin dei
conti noi che abbiamo sofferto per la causa nazionale, noi che ci siamo
battuti, abbiamo il diritto di gridar forte più degli altri e farci
render ragione. Ebbene! dirò io a quelli che governano: se è vero che
io più d'ogni altro ho contribuito a cacciare i Tedeschi da Milano,
se è vero che io sono un martire della indipendenza e della libertà
italiana; in nome di questa indipendenza e di questa libertà, io vi
chieggo di sciogliere il matrimonio illegittimo di Dorotea Melazza e di
Giacomo Maneggia. Altro premio io non domando, altro compenso dei tanti
sacrificii che io resi alla patria!... Oh vedremo se il governo sarà
sordo alle mie parole!... Vedremo se i voti di un cittadino, che è già
morto tre volte per la causa italiana, non verranno esauditi!»
Animato dalla passione, il giovane montanaro levossi in piedi, e
riprese il cammino. L'ingratitudine di Dorotea gli fece obliare lo
strano accoglimento ricevuto dallo zio e perfino le bastonate. Il dio
della vendetta spingeva Teodoro attraverso le campagne.... Nell'impulso
quadruplicato delle gambe e delle braccia interminabili, il nipote di
don Dionigi sorvolava alle siepi ed ai promontori come ruota di mulino
in balìa del vento.
I giornali di quell'epoca, che tanto onorarono l'eroe di Capizzone, non
dicono s'egli compiesse il viaggio a piedi, o profittasse di qualche
vettura a caso trovata. Fatto è che il giorno 29 maggio, verso le
due del pomeriggio, Teodoro Dolci e Carlo Obrizzi comparvero in sulla
piazza di San Fedele in Milano per prender parte ad una manifestazione
popolare contro il governo provvisorio.
Troppo son note e troppo funeste all'Italia le sconsigliate discordie
di quell'epoca, perchè io mi compiaccia di descriverne gli episodi.
Se i folli tentativi dell'Urbino e d'altri o fanatici, o ambiziosi
agitatori, non furono principale cagione dei disastri avvenuti,
contribuirono senza dubbio a screditare la nostra rivoluzione ed il
paese nostro nell'opinione dell'Europa. Le dissensioni dei partiti
giovarono ai nemici d'Italia, non solo per riconquistarla, ma anche per
disonorarla, e vilipenderla dappoi.
Perchè quelle grida feroci? che vuole questo popolo minaccioso e
fremente? Egli stesso lo ignora. Ha seguito una bandiera; si è lasciato
trascinare da una voce eloquente; ha gridato, ha urlato per mille
bocche una parola incompresa.
Teodoro Dolci e l'Obrizzi si cacciano nella folla urlando anch'essi.
— Venite qui, figliuoli! — grida l'Obrizzi conducendo Teodoro sui
gradini della chiesa. — Sentite mo lui...! Il bravo dei bravi! il
protomartire della rivoluzione! il campione dei volontarj... morto,
cioè ferito.... alla battaglia di Robbiatello....! Sentite di qual modo
viene premiato il valore e l'eroismo del popolo che ha combattuto!
A voi! signor Teodoro! parlate!... Da bravo! Raccontate la bella
accoglienza che quei signori vi hanno preparata a Capizzone!
— Sì... è vero — balbetta il nipote di don Dionigi; — il Governo...
dovrebbe... mettere al dovere... certe persone... che io conosco
benissimo... e non permettere certi abusi: so ben io... di chi intendo
parlare...
— Di chi intende ella parlare, di grazia? — chiese una voce ruvida
e maschia all'orecchio di Teodoro, il quale, volgendosi, si trovò
circondato da sei ufficiali di pubblica sicurezza.
Teodoro levossi il cappello, e fece un inchino.
— Vergogna! — seguitò l'ufficiale dominando colla voce taurina lo
schiamazzo della moltitudine. — Venir qui in sulla piazza a suscitare
tumulti, mentre il nemico ci minaccia alle porte...! I Tedeschi ridono
delle nostre discordie, e cercano fomentarle con arti scellerate. Pur
troppo si aggirano fra noi individui corrotti dall'oro austriaco, i
quali, fingendosi amici del popolo, cercano trascinarlo ad eccessi
fatali. Guardati, o popolo, da questi falsi amici, da questi Giuda
traditori! Che i buoni cittadini tornino alle loro case, e i prezzolati
emissari dell'Austria si mordano le labbra per dispetto!
La verità è per sè stessa eloquente. Il popolo ravveduto risponde
all'oratore con plauso concorde.
— Noi non siamo emissari dell'Austria, — risponde l'Obrizzi con calore.
— Questo giovane (e additava Teodoro) ha dato sufficienti prove di
patriotismo perchè nessuno osi sospettare di lui.
— Ebbene, — risponde l'uffiziale, — se il signore ha qualche ragione
di malcontento, purchè reclami colla debita moderazione e con mezzi
legali, il Governo gli renderà giustizia.
— Io... credeva, — balbetta Teodoro; — io credeva che in questi tempi
di repubblica....
— Bravo! bene! eccoci qui adesso colla repubblica! — interrompe
l'uffiziale a voce alta. — Abbiamo in casa i Tedeschi, e loro signori
vanno attorno parlando di repubblica, e cospirando contro il magnanimo
re che sul campo di battaglia espone la propria vita per renderci
indipendenti!
— Viva Carlo Alberto! viva il re! viva la costituzione, morte ai
repubblicani! — risponde il popolo con cento gole.
Teodoro vorrebbe scendere dai gradini e nascondersi tra la folla;
l'Obrizzi, pallido di sdegno, digrigna i denti, e sta per slanciarsi
contro il moderatore dell'ordine pubblico; quando all'improvviso
alcuni soldati della guardia nazionale circondano i due ribelli, e li
arrestano in nome della legge.
Vane le querimonie e le proteste. Condannati dall'anatema popolare,
incalzati da grida minacciose, il Dolci e l'Obrizzi vengono condotti
alle prigioni di Santa Margherita.
Il conte Bolza, il Garimberti, il Siccardi e gli altri cagnotti della
austriaca polizia erano spariti; i vividi colori nazionali rallegravano
gli ampi cortili e i portoni del temuto palazzo: nondimeno all'Obrizzi
ed al Dolci, nel varcare le soglie, corse per le ossa un brivido di
terrore.
Perchè piangi, perchè ti percuoti le tempia, o illustre cittadino di
Capizzone?
Credi tu che la patria possa in un giorno obbliare i suoi grandi?
Se la rivoluzione ti impose durissime prove, essa prepara al tuo
coraggio, alla tua costanza un premio inaspettato. Tutti i giornali
compiangono alla sventura dell'eroe di Capizzone; l'Italia protesta
contro l'illegale cattura del migliore de' suoi figli. Molti cittadini,
che volontarj accorsero al Mincio per combattere il Tedesco, giurano di
deporre le armi, ove a te, martire glorioso, non sia resa giustizia.
La rivoluzione del 1848, inesperta fanciulla, sacrificava i propri
interessi al trionfo de' suoi adoratori più ciarlieri, rischiava la
perdita di una nazione per compiacere al capriccio di un individuo.