CAPITOLO IX.

La dimostrazione repubblicana.

Teodoro Dolci era avvezzo alle sorprese della fortuna; nondimeno

l'accoglienza ricevuta nel villaggio nativo era tale da lasciargli

profonda impressione nello spirito non meno che sulle spalle. Nei

pochi giorni passati al campo, Teodoro di qualche modo aveva compresi

gli enigmi della rivoluzione; le idee dell'ingenuo montanaro si erano

alquanto schiarite col succedersi dei nuovi avvenimenti. Ma la scena

di Capizzone, il grido terribile dello zio, il suono delle campane a

stormo, l'allarme della guardia nazionale, il tumulto, le bastonate

ripiombarono il nipote di don Dionigi in un caos di dubbi e di terrori.

Come cervo inseguito, Teodoro camminò tutta notte per la campagna.

Allo spuntare dell'alba, il poveretto sedette sopra un muricciuolo,

e volgendo lo sguardo alle montagne native, proruppe in lagrime e

singhiozzi.

Per comprendere tutto il dolore di quell'anima, è mestieri conoscerne

tutti i segreti. Prima di recarsi alla casa dello zio, il povero

Teodoro, giungendo a Capizzone, aveva ricevuto una terribile

novella. La ferita, l'arresto, la lunga prigionia, i terrori della

guerra non furono sì crudeli all'anima del giovine montanaro quanto

l'ingratitudine e la perfidia di una donna! Una piaga insanabile,

profonda, lasciano i primi disinganni nei giovani cuori! Mentre l'eroe

di piazza Fontana gemeva nel carcere di Santa Margherita fra gli

spasimi del freddo, della fame e dell'amore, lo credereste? Dorotea

Melazza, la figliuola del sagrestano, obliando le gomitate affettuose e

i teneri sbadigli del nipote di don Dionigi, aveva ceduto alle lusinghe

di un nuovo adoratore! Dorotea Melazza da oltre due mesi era sposa a

Giacomo Maneggia, personaggio autorevole, recentemente elevato alla

carica di maestro comunale e beccamorto.

«Ma si può dare più nera perfidia! — esclamava Teodoro negli sfoghi

dell'anima addolorata. — Sposare un Maneggia! sposare colui che

usurpava il mio impiego!... E con qual'aria mi ha guardato la

spergiura, quando le passai dappresso per salutarla!... Come se mai

non ci fossimo veduti! Oh! mai più, mai più a Capizzone! No, Dorotea,

no femmina atroce! tu non riderai alle spalle di un povero diavolo

che ti amava di cuore. Ho già troppo sofferto nel rivederti. E dire

che io l'ho trovata più grassa del doppio!... Si vede proprio che la

notizia delle mie disgrazie l'ha commossa! Avvenga ciò che vuole, io

non tornerò più mai al mio paese. Andrò a Milano... Laggiù troverò

degli amici, dei protettori... Tutti dicono che ho resi dei grandi

servigi alla patria; tutti dicono che io sono un grand'uomo e, invero,

comincio a crederlo anch'io... Il mio capitano e l'Obrizzi mi hanno

assicurato che il tempo delle ingiustizie e delle soperchierie è

passato, che ora le leggi stanno in mano del popolo, che in fin dei

conti noi che abbiamo sofferto per la causa nazionale, noi che ci siamo

battuti, abbiamo il diritto di gridar forte più degli altri e farci

render ragione. Ebbene! dirò io a quelli che governano: se è vero che

io più d'ogni altro ho contribuito a cacciare i Tedeschi da Milano,

se è vero che io sono un martire della indipendenza e della libertà

italiana; in nome di questa indipendenza e di questa libertà, io vi

chieggo di sciogliere il matrimonio illegittimo di Dorotea Melazza e di

Giacomo Maneggia. Altro premio io non domando, altro compenso dei tanti

sacrificii che io resi alla patria!... Oh vedremo se il governo sarà

sordo alle mie parole!... Vedremo se i voti di un cittadino, che è già

morto tre volte per la causa italiana, non verranno esauditi!»

Animato dalla passione, il giovane montanaro levossi in piedi, e

riprese il cammino. L'ingratitudine di Dorotea gli fece obliare lo

strano accoglimento ricevuto dallo zio e perfino le bastonate. Il dio

della vendetta spingeva Teodoro attraverso le campagne.... Nell'impulso

quadruplicato delle gambe e delle braccia interminabili, il nipote di

don Dionigi sorvolava alle siepi ed ai promontori come ruota di mulino

in balìa del vento.

I giornali di quell'epoca, che tanto onorarono l'eroe di Capizzone, non

dicono s'egli compiesse il viaggio a piedi, o profittasse di qualche

vettura a caso trovata. Fatto è che il giorno 29 maggio, verso le

due del pomeriggio, Teodoro Dolci e Carlo Obrizzi comparvero in sulla

piazza di San Fedele in Milano per prender parte ad una manifestazione

popolare contro il governo provvisorio.

Troppo son note e troppo funeste all'Italia le sconsigliate discordie

di quell'epoca, perchè io mi compiaccia di descriverne gli episodi.

Se i folli tentativi dell'Urbino e d'altri o fanatici, o ambiziosi

agitatori, non furono principale cagione dei disastri avvenuti,

contribuirono senza dubbio a screditare la nostra rivoluzione ed il

paese nostro nell'opinione dell'Europa. Le dissensioni dei partiti

giovarono ai nemici d'Italia, non solo per riconquistarla, ma anche per

disonorarla, e vilipenderla dappoi.

Perchè quelle grida feroci? che vuole questo popolo minaccioso e

fremente? Egli stesso lo ignora. Ha seguito una bandiera; si è lasciato

trascinare da una voce eloquente; ha gridato, ha urlato per mille

bocche una parola incompresa.

Teodoro Dolci e l'Obrizzi si cacciano nella folla urlando anch'essi.

— Venite qui, figliuoli! — grida l'Obrizzi conducendo Teodoro sui

gradini della chiesa. — Sentite mo lui...! Il bravo dei bravi! il

protomartire della rivoluzione! il campione dei volontarj... morto,

cioè ferito.... alla battaglia di Robbiatello....! Sentite di qual modo

viene premiato il valore e l'eroismo del popolo che ha combattuto!

A voi! signor Teodoro! parlate!... Da bravo! Raccontate la bella

accoglienza che quei signori vi hanno preparata a Capizzone!

— Sì... è vero — balbetta il nipote di don Dionigi; — il Governo...

dovrebbe... mettere al dovere... certe persone... che io conosco

benissimo... e non permettere certi abusi: so ben io... di chi intendo

parlare...

— Di chi intende ella parlare, di grazia? — chiese una voce ruvida

e maschia all'orecchio di Teodoro, il quale, volgendosi, si trovò

circondato da sei ufficiali di pubblica sicurezza.

Teodoro levossi il cappello, e fece un inchino.

— Vergogna! — seguitò l'ufficiale dominando colla voce taurina lo

schiamazzo della moltitudine. — Venir qui in sulla piazza a suscitare

tumulti, mentre il nemico ci minaccia alle porte...! I Tedeschi ridono

delle nostre discordie, e cercano fomentarle con arti scellerate. Pur

troppo si aggirano fra noi individui corrotti dall'oro austriaco, i

quali, fingendosi amici del popolo, cercano trascinarlo ad eccessi

fatali. Guardati, o popolo, da questi falsi amici, da questi Giuda

traditori! Che i buoni cittadini tornino alle loro case, e i prezzolati

emissari dell'Austria si mordano le labbra per dispetto!

La verità è per sè stessa eloquente. Il popolo ravveduto risponde

all'oratore con plauso concorde.

— Noi non siamo emissari dell'Austria, — risponde l'Obrizzi con calore.

— Questo giovane (e additava Teodoro) ha dato sufficienti prove di

patriotismo perchè nessuno osi sospettare di lui.

— Ebbene, — risponde l'uffiziale, — se il signore ha qualche ragione

di malcontento, purchè reclami colla debita moderazione e con mezzi

legali, il Governo gli renderà giustizia.

— Io... credeva, — balbetta Teodoro; — io credeva che in questi tempi

di repubblica....

— Bravo! bene! eccoci qui adesso colla repubblica! — interrompe

l'uffiziale a voce alta. — Abbiamo in casa i Tedeschi, e loro signori

vanno attorno parlando di repubblica, e cospirando contro il magnanimo

re che sul campo di battaglia espone la propria vita per renderci

indipendenti!

— Viva Carlo Alberto! viva il re! viva la costituzione, morte ai

repubblicani! — risponde il popolo con cento gole.

Teodoro vorrebbe scendere dai gradini e nascondersi tra la folla;

l'Obrizzi, pallido di sdegno, digrigna i denti, e sta per slanciarsi

contro il moderatore dell'ordine pubblico; quando all'improvviso

alcuni soldati della guardia nazionale circondano i due ribelli, e li

arrestano in nome della legge.

Vane le querimonie e le proteste. Condannati dall'anatema popolare,

incalzati da grida minacciose, il Dolci e l'Obrizzi vengono condotti

alle prigioni di Santa Margherita.

Il conte Bolza, il Garimberti, il Siccardi e gli altri cagnotti della

austriaca polizia erano spariti; i vividi colori nazionali rallegravano

gli ampi cortili e i portoni del temuto palazzo: nondimeno all'Obrizzi

ed al Dolci, nel varcare le soglie, corse per le ossa un brivido di

terrore.

Perchè piangi, perchè ti percuoti le tempia, o illustre cittadino di

Capizzone?

Credi tu che la patria possa in un giorno obbliare i suoi grandi?

Se la rivoluzione ti impose durissime prove, essa prepara al tuo

coraggio, alla tua costanza un premio inaspettato. Tutti i giornali

compiangono alla sventura dell'eroe di Capizzone; l'Italia protesta

contro l'illegale cattura del migliore de' suoi figli. Molti cittadini,

che volontarj accorsero al Mincio per combattere il Tedesco, giurano di

deporre le armi, ove a te, martire glorioso, non sia resa giustizia.

La rivoluzione del 1848, inesperta fanciulla, sacrificava i propri

interessi al trionfo de' suoi adoratori più ciarlieri, rischiava la

perdita di una nazione per compiacere al capriccio di un individuo.

Racconti politici · 第 56 / 104 题