CAPITOLO VIII.

La risurrezione di un eroe.

Nei fogli milanesi del 14 maggio, sotto la rubrica _Notizie del campo_,

leggevasi il seguente bollettino:

«La colonna guidata dal capitano Negri, forte di duecento volontari,

ebbe ieri uno scontro formidabile a poca distanza dal lago di Garda

con un corpo di soldati austriaci. I nemici patirono gravi perdite;

circa trecento Croati perirono sul campo, altri cinquecento rimasero

prigionieri, lasciando in potere dei nostri armi e munizioni. Ma le

vittorie costano sangue; e noi pure abbiamo perduto buon numero di

valorosi, fra i quali (ci duole annunziarlo) il sergente Teodoro Dolci

da Capizzone, l'eroe di piazza Fontana, il terribile rivoluzionario

del 2 gennaio, che, al primo assalto dell'inimico, cadde colpito da

una palla. Il nome di questo, tanto valoroso quanto modesto soldato

della indipendenza, rimarrà scritto nelle eterne pagine della istoria

italiana. Noi proponiamo che a spese della nazione si celebrino in

Milano esequie solenni all'anima del prode, aspettando epoca più

tranquilla per onorarne la memoria con pubblico monumento.»

Sebbene i bullettini del 1848 non si distinguessero per iscrupolosa

esattezza nel riferire gli avvenimenti del campo, la battaglia data

dal Negri era vera, vera la strage dei Croati, vera la vittoria,

tutto vero... tranne la morte del Dolci. Il nipote di don Dionigi,

trascinato suo malgrado alla battaglia, non s'era tampoco data la

pena di apprendere la carica del fucile. Egli temeva delle proprie non

meno che delle armi nemiche.... Metter mano alla giberna per cavarne

la cartuccia parevagli impresa arrischiata e piena di pericolo....

Che fare? i nemici si avanzano, lo scontro è inevitabile, il capitano

minaccia dietro le spalle i codardi che osassero ritirarsi. Teodoro

a mala pena si tien ritto in sulle gambe. I compagni appostano il

fucile alla spalla per fare la prima scarica. — Fuoco! — grida il

capitano, — e al tuono dell'armi... l'allievo di don Dionigi cade al

suolo tramortito dalla paura, prima che il nemico abbia risposto alla

fucilata.

Una lotta sanguinosa, micidiale si impegnò da quel momento presso il

corpo del caduto. I volontari animati dall'intrepido condottiero fanno

strage di Croati per vendicare l'amico; il combattimento si protrae

fino a notte avanzata.

Poichè i nemici furono sbandati, il capitano Negri ed i suoi, con

torce e fanali percorsero il campo in traccia del sergente caduto.

Ove sono le illustri spoglie del rivoluzionario di Capizzone? Qual

mano nemica ha trafugata la salma preziosa del martire, cui la pietà,

la venerazione dei superstiti fratelli vuol rendere con pompa gli

onori supremi? Il terreno è coperto di vittime; da ogni parte s'ode

il lamento, il singulto dei feriti. Il capitano Negri ha già raccolti

sette cadaveri dei suoi prodi; uno solo manca... il cadavere di

Teodoro Dolci.... Dopo due ore di ricerche infruttuose, gli esploratori

pietosi lasciarono il campo per aquartierarsi nel vicino villaggio. Ma

allo spuntare dell'alba, alcuni contadini, passando per caso in quei

dintorni, videro una forma umana sorgere da un fosso, e lentamente

rizzarsi in piedi... allungarsi, distendere le braccia intonacate

di fango... con passo mal fermo salire la collina e perdersi fra

le piante. I superstiziosi villani torsero lo sguardo dall'orribile

fantasima, e fuggirono via brontolando il _De profundis_.

Se la morte di Teodoro fu compianta da quanti lo conoscevano per fama,

immaginate il profondo cordoglio di don Dionigi! La tristissima novella

giunse a Capizzone verso gli ultimi di maggio. Nel leggere l'infausto

bullettino, gli occhi inariditi del sacerdote versarono ancora una

lagrima grossa come un nocciolo.

Dopo gli infausti avvenimenti del 2 gennaio, malgrado le premure del

commissario di Almenno e di altri personaggi autorevoli, i quali di

nuovo si erano interposti per ottenere la liberazione di Teodoro, don

Dionigi non aveva più riveduto il nipote. La rivoluzione di Milano

ravvivò per pochi giorni le speranze dell'ottimo prete. I giornali

riferirono il combattimento di Santa Margherita, annunziarono la

vittoria del popolo, il trionfo dei carcerati; ma Teodoro non comparve.

L'ingrato nipote, in luogo di tornare a Capizzone, scrisse allo zio una

lettera asciutta, dalla quale appariva com'egli fosse partito pel campo

col grado di sergente!

Una serie sì continuata di sorprese, di terrori, di sciagure, aveva

lentamente predisposta l'anima di don Dionigi al terribile colpo:

nondimeno egli rimase profondamente ferito dalla morte di Teodoro.

L'ingenuo religioso che, per tanti anni predicò dal pulpito il

rispetto alle autorità legittime e l'obbedienza passiva, il vecchio

amico dell'ordine, cui la paura era legge d'istinto e codice la

rassegnazione, nel leggere il bullettino funebre, proruppe in accenti

disperati:

«Oh! i nostri hanno ben ragione di ribellarsi... di prender le armi

e di esterminare que' briganti senza fede e senza misericordia! Che

aveva fatto di male quel povero figliuolo, perchè lo perseguitassero e

lo chiudessero in prigione?... Quei mostri hanno ucciso una creatura

innocente... hanno tolto ad un misero vecchio l'ultimo conforto! Ed

io... sciagurato! io ho potuto dubitare di Pio IX! ho prestato orecchio

a quei vili susurroni, che mormoravano contro il capo supremo della

Chiesa perchè s'era fatto a bandire la santa crociata! Il Signore mi

ha severamente punito della mia poca fede! Andate, figliuoli! prendete

uno schioppo, una sciabola, una ronca, un badile... Unitevi a Carlo

Alberto... che Iddio lo benedica! e combattete contro i nemici della

giustizia e della religione!»

Il giorno 28 maggio, nella chiesa di Capizzone si celebrarono le

esequie solenni all'anima di Teodoro. Sulla porta della chiesa,

addobbata di neri panneggiamenti, leggevasi una iscrizione redatta

da don Dionigi, nella quale si riepilogavano le gesta del martire

glorioso.

Dopo la cerimonia, il capitano della guardia nazionale passò in

rassegna i quattordici militi del Comune che, armati di forche e

rastrelli, eseguirono prodigiose manovre. In mancanza di schioppi e

di artiglieria, il sindaco diede fuoco a dodici _girasoli_, che l'un

dopo l'altro scoppiarono in sul sagrato fra gli _hurrà_ bellicosi della

popolazione.

Sono le nove della sera. Don Dionigi, oppresso dalle fatiche e dal

grave cordoglio, si chiude nella propria abitazione per isfogare la

piena degli affetti nell'animo della fedele Caterina.... La modesta

lucernetta effonde nella camera un pallido chiarore; dal focolare

semispento sorge una nebbia leggera leggera, che si perde con

insensibili gradazioni fra le tinte della bruna soffitta.

— È morto! — esclama don Dionigi, inginocchiandosi sul gradino del

focolare....

— È proprio morto! — risponde Caterina.

— Morto sul campo di battaglia.... senza i conforti della fede, senza

l'assoluzione di un prete!...

— Che Iddio gli usi misericordia!

— Crede ella, don Dionigi, che il nostro Dorino avrà avuto tempo di far

l'atto di contrizione?

— Purchè una palla di cannone non gli abbia portato via la testa d'un

solo colpo, nel quale caso io dubito assai che un uomo possa pensare

alla salute eterna.

— Don Dionigi!... don Dionigi!...

— Caterina!...

— Mi era sembrato di sentir scricchiolare l'armadio!

— Via! non venirmi fuori colle tue solite paure, Caterina!...

— L'altra notte ho proprio veduta l'anima del signor Teodoro aggirarsi

intorno al mio letto.

— Non dire sciocchezze... Caterina!... pensiamo piuttosto a fare un po'

di bene per quel povero figliuolo, nel caso che egli si trovasse ancora

in purgatorio.

Don Dionigi e la Caterina, che al cominciar del dialogo stavano

inginocchiati alle due estremità del focolare, a poco a poco si sono

avvicinati, ed ora si trovano nel centro, l'uno stretto all'altro come

fossero cuciti.

Ai dubbi, ai lamenti succedono le preghiere. I _Requiem_, i _De

profundis_, i _Miserere_ si alternano a voce spiegata dapprima, poi

con monotono brontolío; da ultimo con accompagnamento obbligatorio di

sbadigli. La fiamma della lucerna crepita nella agonia... Mentre il

prete col rantolo in gola si appella a tutti i santi del calendario,

Caterina ed il gatto rispondono russando l'_Ora pro eo_.

— Caterina!

— Don... Dionigi!

— Non hai udito...?

— Che... cosa?

— Qualcuno ha bussato alla porta...?

— Han bussato... a quest'ora?

— Spero d'essermi ingannato.... _De profundis clamavi ad... te

Domine...._

Don Dionigi e la Caterina mandano un grido. Tre colpi violenti hanno

scossa di bel nuovo la porta. E il gatto impaurito balzò dal fornello

rovesciando una pentola con orribile fracasso....

Il prete e la servente rimasero immobili parecchi minuti, guardandosi

in faccia senza trarre un sospiro nonchè proferire parola. Cessata

la paralisi del terrore, don Dionigi fece una smorfia col labbro

accennando di sorridere e, levandosi in piedi, mosse tre passi verso la

porta.

— Via, fammi lume, Caterina! Vieni qui... non temere di nulla.... Senza

dubbio gli è il figlio di Bortolo che viene a chiamarmi per suo padre

malato.... Non è la prima volta che si batte alla mia porta ad ora

avanzata. Chi è?

— Son io, — risponde di fuori una voce fioca e lugubre simile al

rantolo d'un moribondo. — Aprite, ch'io muojo di fame e di stanchezza.

—

Don Dionigi e la Caterina si consultano di bel nuovo con una occhiata

ripiena di terrore; poi svolta la chiave nella toppa, e levate le

spranghe, il prete apre la porta... e tosto una larva d'uomo si

precipita nella camera, e due braccia interminabili si appendono al

collo di don Dionigi.

Un grido spaventevole salì in quel punto alle stelle.

Tutto il villaggio di Capizzone ne fu desto; i cani, i gatti, le oche,

tutti gli animali bipedi e quadrupedi, piumati od implumi, risposero

in cento favelle. Caterina, lasciando il padrone ad arrabattarsi

nelle tenebre coll'anima uscita dal purgatorio, corse alla casa del

sagrestano e le campane suonarono a stormo. I militi della guardia

nazionale, in mutande e berretto da notte, uscirono in sulla piazza

armati di verghe, e, dietro ordine del capitano, circondarono la casa

di don Dionigi... Dàlli! bastona! ammazza! È un ladro! È un tedesco!

È un morto! È una spia! È un diavolo uscito dall'inferno! Per eccesso

di zelo i villici rotano le verghe nel buio, e l'un l'altro si pestano

il dorso maledicendo al capitano, che non ha pensato ad accendere una

torcia. Per circa un quarto d'ora nel villaggio di Capizzone regna la

più deplorabile anarchia.

Quando piacque alla provvidenza, il sindaco del villaggio intervenne

nella mischia con un lampione inchiodato ad una pertica. Le schiere

si ricompongono; l'ordine si ristabilisce. Il sindaco e il capitano

entrano nella casa assediata, e inciampano nelle gambe di don Dionigi,

che giace come corpo morto sul pavimento.

Racconti politici · 第 55 / 104 题