Una fortuna in prigione.
Da due giorni Teodoro era chiuso nella prigione di Santa Margherita.
Una sera, proprio nel punto in cui egli stava per coricarsi, il custode
gli reca una lettera, e al tempo istesso gli annunzia la prossima
visita del presidente del Comitato di sicurezza pubblica.
Giustizia di Dio! Se Dorotea Melazza fosse presente alla lettura di
quello scritto, rimarrebbe pietrificata!
Teodoro non volle credere ai propri occhi!... Teodoro sorride...
piange... digrigna i denti.... Quel foglio che esala profumi di rosa
e di vaniglia, versa nell'anima del prigioniero la voluttà dell'amore
e della vendetta! Dal tenore della lettera, immaginate quali strane
sensazioni agitassero lo spirito del nostro eroe:
«_Uomo ideale!_
«Una donna, che, da oltre sette mesi, prende parte in segreto alle tue
aspirazioni, a' tuoi dolori, a' tuoi trionfi; una donna che al pari
di te ama la patria, e darebbe il suo sangue pel trionfo della causa
nazionale, commossa di speranza e di terrore, osa dirigerti queste
poche righe. Io non farò pompa di quelle frasi sentimentali che a te,
uomo risoluto ed energico, potrebbero sembrare affettate, fors'anco
ridicole. Io ti amo: ecco tutto. Io ti amo senza averti veduto mai; amo
il tuo coraggio, la tua costanza, il tuo patriotismo, le tue avventure.
Per me tu rappresenti l'indipendenza e la libertà dell'Italia; tu sei
l'ideale degli eroi e dei martiri, il solo uomo che sia degno d'amore!
Mi hanno detto che tu sei povero assai, povero come tutti i grandi che
si immolarono alla causa della umanità. Ebbene, ho detto a me stessa:
ciò che la patria non ha fatto a pro del suo campione valoroso, io lo
posso e lo debbo fare. Io ti offro adunque le ricchezze che la fortuna
mi ha prodigate; a me inutili, in tua mano diverranno istrumento
dell'italiana indipendenza. Non oso offerirti la mia mano. Esser tua
sposa sarebbe l'ideale della felicità.. ed io non spero che Iddio me la
accordi... Nondimeno io saprei amarti, adorarti come una divinità! Io
ti seguirei sul campo di battaglia; con te dividerei i pericoli, saprei
morire al tuo fianco.... No... io non sono donna da porre ostacolo
all'impeto battagliero di un eroe. Se mai un giorno lo sconforto ti
sorprendesse, la mia voce, i miei consigli ti spronerebbero a nuovi
cimenti!.. Oimè!... Dove mi traggono le mie illusioni fallaci? Teodoro,
mio eroe, mio ideale, perdonami e compiangimi!
«Piazza Fontana N. 1229.
«ORTENSIA RANCATI.»
Teodoro finiva di leggere per la terza volta lo scritto inebbriante,
quando il presidente del Comitato di pubblica sicurezza entrò nella
camera.
— Toglietemi da questa prigione! — gridò Teodoro gettandosi ai piedi
dell'autorevole personaggio.
— Io venni appunto per liberarvi; a patto che cessiate una volta
dall'adoperare la vostra influenza per suscitare disordini, e
sopratutto vi guardiate dal parlare di repubblica.
— Vi giuro... che se riesco a vendicarmi...
— Vendicarvi! e di chi?
— Di quegli infami che mi hanno tradito! di Dorotea Melazza e di
Giacomo Maneggia! —
Il presidente balzò indietro quattro passi, uscì dalla camera, e
raccomandò al secondino di vigilare attentamente sul prigioniero.
«Quest'uomo è incorreggibile! — pensava il magistrato novizzo,
scendendo dalle scale. — Che mai ha voluto intendere coi nomi
di Dorotea Melazza e di Giacomo Maneggia? Ch'egli alludesse alla
costituzione ed al Governo provvisorio!... Bisogna che io chiarisca
questo nuovo imbroglio! La patria è in pericolo!»
Mentre il presidente del Comitato di pubblica sicurezza faceva i
gradini a quattro a quattro, agitato da mille terrori, una donna
di circa trentacinque anni entrava nel palazzo di Santa Margherita
accompagnata da quattro membri del governo provvisorio: questa donna
era Ortensia Rancati.
Portava un cappello alla calabrese ombreggiato da tre piume
interminabili coi colori italiani. Vestiva un corsetto di velluto
raccomandato ai fianchi da un cinto di pelle, dalla quale usciva
il manico di un pugnale ornato di brillanti. La gonna di broccato
rosso a grandi fiorami gialli scendeva fino alla caviglia, lasciando
apparire uno stivaletto ungherese con due enormi speroni. Lo strano
e capriccioso abbigliamento dava alle maschie abbrunite sembianze,
alla colossale persona, l'aria virile delle antiche amazzoni. Ortensia
Rancati era la personificazione di quel fanatismo, che pur troppo andò
a sprecarsi in superfluità buffonesche o ridicole farse, e abbagliando
il popolo colle fantasmagorie, lo fece immemore de' propri doveri, lo
trascinò nell'abisso per un cammino di fiori. Ortensia Rancati aveva
implorata ed ottenuta la liberazione dell'illustre prigioniero; ed ora
veniva ella stessa per ridonargli la libertà, e per compiere una scena
tragico-sentimentale, la cui conclusione doveva essere un matrimonio.
Il presidente del Comitato di pubblica sicurezza, scambiate poche
parole cogli onorevoli membri del Governo provvisorio, accompagnò egli
stesso l'amazzone fino alla prigione di Teodoro. Ordinò al secondino
di aprire la porta, e già stava per entrare, quando Ortensia, con un
gesto solenne, gli impose di arrestarsi... — Signore, — disse la donna
levando il frustino e atteggiandosi come una pitonessa, — io sola debbo
metter piede in quella stanza. Fra me e quell'uomo non può esservi
altro testimonio che Iddio!
Ortensia entrò nella camera mentre Teodoro stava rileggendo la lettera
misteriosa. Ella arrestossi presso la soglia, portò la mano allo
stiletto, lo trasse dal fodero, e proruppe con voce maschia: — Sorgi,
figliuolo della rivoluzione! vieni! io ti reco ciò che tu desideri, ciò
che gli infami ti hanno tolto: un pugnale.... e la vendetta! —
Teodoro Dolci levò gli occhi... Il volto fiammeggiante della amazzone,
lo strano abbigliamento, la voce rauca, le parole terribili, il pugnale
sguainato, tutto gli fece credere che quel singolare personaggio fosse
l'esecutore della giustizia incaricato di trucidarlo...!
— Pietà di uno sventurato! — gridò il nipote di don Dionigi
coll'accento della disperazione, gettandosi ai piedi della donna e
abbracciandone le gonnelle con tremito convulso.
Ortensia Rancati, in quel grido, in quell'impetuoso movimento, in quel
tremito credette riconoscere un trasporto di passione. Teodoro Dolci,
l'eroe del due gennaio, il martire di Robbiatello, avrebbe compreso
la sublime devozione della donna che gli offre il proprio cuore e una
rendita di venti mila franchi all'anno? Questo slancio eloquente di
riconoscenza ed affetto non è forse la miglior risposta alla lettera di
Ortensia?...
Trascorsero dieci minuti di sublime silenzio. Teodoro, più morto che
vivo, la testa sprofondata nei ricchi drappi, recitava sotto voce
l'atto di contrizione, invocando in suo soccorso tutti i santi del
paradiso.
Ortensia, ritta, immobile, collo sguardo converso alla soffitta, d'una
mano rimetteva il pugnale nella guaina, mentre coll'altra carezzava
lievemente i capelli del genuflesso. Non mai la paura e l'amore si
trovarono più strettamente abbracciati.
Ortensia fu la prima a rompere il silenzio.
— Sorgi, o figliuolo della rivoluzione! il tuo posto dovrebb'essere
sugli altari, e a me spetterebbe il prostrarmi in adorazione a te
dinanzi.
— Per pietà! non mi fate soffrire, — ripeteva Teodoro con voce
soffocata. — Non prolungatemi l'agonia... Uccidetemi d'un solo colpo...
— Povero giovane! Quanta sensibilità! quanta tenerezza! Oh! io doveva
aspettarmelo...! Tutti così, questi eroi! Sul campo di battaglia feroci
come leoni; innanzi ad una donna titubanti e paurosi come scolaretti.
Via! perchè tremi, o giovanotto? Solleva la testa, guardami in volto...
Io non appartengo alla sfera di quelle donne volgari, il cui amore
corrompe ed infiacchisce. L'amore che io ti porto raddoppierà le tue
forze, la tua energia. Io soffierò potentemente sul braciere della tua
anima ardente. Nell'ora del cimento io affilerò la tua spada; nell'ora
del pericolo ti sarò a lato, per combattere e per morire. Sarò il
tuo angelo e il tuo demonio: angelo sterminatore dei tiranni; demonio
della rivoluzione. Vieni! Da ora in poi noi non formiamo che una sola
persona. Uno solo è il cammino che ci si apre dinanzi... Questo cammino
probabilmente deve condurci al patibolo... Ebbene! Dal palco di morte,
sotto la mannaia del carnefice, noi canteremo osanna alla libertà, noi
rideremo in faccia ai nostri carnefici. Il nostro ultimo accento sarà
un cantico di gioia. —
Quando la donna ebbe finito, chinossi per sollevare da terra il nipote
di don Dionigi; ma questi soggiacendo alla violenza della paura, dopo
la crisi delle convulsioni, avea perduto i sensi e giaceva sul terreno
come corpo morto.
I cronisti dell'epoca altro non riferiscono di quella scena
interessante. Come Ortensia rianimasse la salma abbattuta, quali mezzi
ella adoperasse a dissipare i terrori e i sospetti del giovane, tutto
ciò è un segreto che la storia ha creduto bene di rispettare, e che noi
pure rispetteremo.
Mille volte avventurati coloro che nelle crisi tempestose della vita
hanno pronti gli svenimenti! Lo svenimento, benefico talvolta al pari
del sonno, è una tregua, una calma riparatrice, da cui lo spirito
attinge nuove forze. Il nipote di don Dionigi, che poco dianzi ha
chiusi gli occhi al bagliore di un pugnale minaccioso, nel riaprirli è
colpito da uno spettacolo curioso e giocondo: due spalle candide come
l'alabastro, un seno ricolmo e tornito, che gli rammenta i tesori della
perfida Dorotea, altre volte vagheggiati furtivamente. Nelle sembianze
della donna che lo abbraccia e lo colma di baci incessanti, il nipote
di don Dionigi trova una reminiscenza dolorosa... Il naso adunco,
le folte sopracciglia e i baffi di Ortensia Rancati gli ricordano
una visione tremenda, un sogno spaventoso: il boja, la mannaia, il
pugnale... Ma lo spirito riposato a poco a poco riconosce il proprio
inganno, e si ravvede. I baci, le carezze di una donna esercitano sulle
fibre del giovanetto una influenza magnetica e salutare... Signori: non
chiedete di più al romanziere; a quest'ora egli ha già oltrepassato i
limiti della riservatezza.
Quando il presidente del Comitato di pubblica sicurezza ripose il
piede nella stanza del prigioniero, Ortensia Rancati prese per mano il
nipote di don Dionigi, e facendo un inchino all'onorevole magistrato:
— Signore, — gli disse, — ho l'onore di presentarvi il mio fidanzato..
il mio sposo. In nome di quell'amore, di quel nodo indissolubile che
già ci unisce innanzi a Dio, io vi chiedo la libertà di questo eroe, di
questo martire della patria.
— Sono ben lieto di potervela accordare, — disse il magistrato
inchinandosi alla sua volta. Il Governo provvisorio ha segnata
l'amnistia per tutti i delitti di ribellione alla forza pubblica
avvenuti il giorno 29. Signor Teodoro Dolci, voi potete, quando vi
piaccia, uscire da questo luogo. — Il nipote di don Dionigi si avanzò
verso il presidente per baciargli la mano. Fortunatamente la Rancati
non si accorse di quell'atto, e prendendo con disinvoltura il braccio
dell'eroe, lo trasse fuori della camera senza lasciargli tempo di
proferire una sillaba.
Quella sera Teodoro scrisse una lettera a don Dionigi, pregandolo di
recarsi a Milano per assistere alle nozze. Verso mezzanotte, mentre il
giovane stava per coricarsi, una folla di popolo preceduta dalla banda
musicale venne a felicitarlo, obbligandolo più volte a presentarsi
al balcone fra le grida ripetute di — Viva l'eroe di piazza Fontana!
Viva il morto di Robbiatello! Viva i repubblicani! Abbasso il Governo
provvisorio!
Le stesse ovazioni, le stesse grida furono ripetute sotto le finestre
della Rancati, la quale profittò della occasione per arringare il
popolo, eccitandolo a scuotere il giogo dei nuovi tiranni, i tiranni
del palazzo Marino.