Il trionfo del martire.
Come sono lente le giornate del prigioniero! Da oltre due mesi Teodoro
languisce nel carcere di Santa Margherita; da oltre due mesi egli
si trova segregato dal mondo, ignaro del proprio avvenire, privo di
consolazioni e di speranze. La monotona visita del secondino che, senza
proferire parola, gli getta la pagnotta come a cane famelico, è l'unica
distrazione del prigioniero nelle notti interminabili, angosciose.
Ignorando l'origine della propria sciagura, Teodoro attese lunga
pezza un angelo liberatore in veste da prete, lo zio don Dionigi; e
a lui piangendo volse preghiere e rimproveri, a lui stese le braccia
desolate, nelle veglie e nei sonni. Ma l'angelo non apparve; e i
lamenti del tapino si spensero sotto le gelide pareti. A poco a poco la
rassegnazione passiva subentrò nell'animo di Teodoro; dopo due mesi di
prigionia la vita mutossi per lui in letargo affannoso.
Il sul finire di marzo, una notte il prigioniero fu scosso da insoliti
rumori... Lontano lontano gli parve udire un tuono come di temporale...
poi squilli di campane... grida nelle vie, nel cortile; un correre, un
agitarsi di persone ne' corridoi, ed altri strepiti non mai intesi. Una
pioggia dirotta spinta dal vento assaliva la inferriata dell'angusta
finestra, e, convertita in rigagnoli, a poco a poco allagava la stanza.
Il sentimento della paura ridestossi nell'anima instupidita di Teodoro.
Egli correva per la camera barcollando, e, raccomandandosi colle mani
alla parete, pareva cercasse una breccia per isfuggire a nuovi e più
crudeli disastri. «Oimè! — gridava il poveretto ravvivato dal terrore:
— Iddio rinnova dunque il miracolo del diluvio! Questa città maladetta,
ripiena di ingiustizia e di iniquità, sarà preda dell'acqua! Fra poco
tutti saremo sommersi!... Zio! mio buon zio! Caterina! Dorotea! santi
e sante del Paradiso! venite in mio soccorso! abbiate misericordia di
uno sfortunato che non ha fatto alcun male!»
Gl'insoliti rumori durarono tre giorni. Nel quarto era cessata la
pioggia, ma i tuoni imperversavano tuttavia, e nel cortile s'udivano
grida più distinte e più feroci, grida di vendetta e di morte.
Quel giorno il povero Teodoro non ricevette dal secondino la consueta
pagnotta.
Pensate qual fosse il prigioniero all'indomani!... Verso lo spuntare
dell'alba, il miserello, che non aveva gustato cibo nè sonno, giaceva
assiderato sul pavimento... le braccia appoggiate alla porta...! Non
è mestieri ch'io spieghi, quali fossero gli strani rumori uditi da
Teodoro negli ultimi giorni della sua prigionia. Erano la rivoluzione
delle cinque giornate, erano la battaglia di un popolo fatto
onnipotente dalla coscienza dei proprj diritti; erano il primo atto
di quel dramma glorioso, che noi abbiamo veduto chiudersi dopo tanta
complicazione di eventi ora prosperi ora avversi, col trionfo della
indipendenza e della libertà italiana.
Il terribile palazzo di Santa Margherita è invaso dal popolo vincitore.
I lupi della esosa polizia sono dispersi o stretti in catene. I
cortili, le scale, i corritoi suonano di liete grida... le prigioni
si disserrano... Le vittime della antica tirannide, uscendo dalle
oscure caverne, respirano la libertà, e dinanzi ai vividi colori
della bandiera italiana dimenticano le pene sofferte, risorgono a vita
novella.
Carlo Obrizzi non ha dimenticato l'antico ospite, il martire di piazza
Fontana. Il valoroso operaio, che fra i primi ha combattuto alle
barricate, profitta della vittoria per correre a liberare l'amico.
Le porte dell'orribile cameraccia, ov'è sepolto Teodoro, si spalancano
d'improvviso... L'Obrizzi, seguìto dai fratelli e dagli amici
vestiti di velluto e armati di pistole e di pugnali, si gettano sul
prigioniero, lo sollevano dal pavimento, e cercano rianimarlo coi
gridi: — Viva l'Italia! Viva la libertà!
— Presto! la tua boccetta dell'acquavite! — dice l'Obrizzi all'un dei
colleghi. — Dio sa quanto ha patito il povero ragazzo in questi ultimi
giorni! Egli non ha più forza da reggersi in piedi. —
Il collega dell'Obrizzi si affretta a versare il liquore nelle fauci
del prigioniero estenuato. Questi apre gli occhi, e vedendosi dattorno
tante persone armate dalla testa ai piedi, giunge le mani tremando, e
implora misericordia.
— Ma che? voi dunque non mi riconoscete? — esclama l'Obrizzi, —
non ravvisate il vostro amico, il vostro ospite della contrada di
Sant'Antonio! Noi siamo venuti a liberarvi! noi siam venuti a premiarvi
del vostro coraggio, dei vostri generosi sacrifici a pro della patria!
I Tedeschi non sono più a Milano... Ora i padroni siam noi!... Coraggio
adunque! Dimenticate il passato! e venite con noi a raccogliere quella
palma di gloria che si addice ai martiri... ai valorosi... vostri pari!
— Bravo! bene! ben parlato! — gridano ad un punto i circostanti. —
Venite, signor Teodoro! Tutta Milano vi attende per farvi festa! —
Così detto, i colleghi dell'Obrizzi prendono in sulle spalle Teodoro,
e al grido reiterato di: Viva il riformatore di Capizzone! viva il
martire di piazza Fontana! viva l'eroe del due gennaio! escono dalla
camera, scendono le scale, e fuori all'aria aperta.
Al passare di Teodoro, quanti sono nella via si levano il cappello,
agitano i fazzoletti; le guardie civiche presentano l'armi, le donne
gettan fiori dalle finestre... E il corteo trionfale, preceduto
dall'Obrizzi con bandiera spiegata, va sempre ingrossando fino agli
Archi di porta Nuova. L'allievo di don Dionigi cogli occhi spalancati
sembra interrogare tutto il creato per ottenere la spiegazione di
quanto gli accade; uno strano sorriso gli increspa le labbra, il
sorriso dell'uomo che è vicino ad impazzare, e vorrebbe afferrare
un concetto che ad ogni istante gli sfugge. «Perchè mi hanno ferito
in piazza Fontana? Perchè imprigionato nel mese di gennaio? Dove mi
portano costoro? Che voglion dire quelle grida di evviva? Perchè
tanta gente vestita di rosso, bianco e verde? E que' cavalieri in
abito di velluto col cappello ornato di piume? Fosse questo il famoso
carnevalone di Milano!... Quanti mobili accatastati nella via!... Forse
per abbruciarmi vivo!... C'era bisogno di dar fuoco agli armadi e ai
pianoforti per arrostire un povero diavolo qual io mi sono? Oh questa
senza dubbio è la fine del mondo!
Presso porta Nuova il corteo trionfale si arresta, e fra le
acclamazioni e gli urli della folla, il nipote di don Dionigi vien
trascinato sul poggio che domina gli Archi, ove, sotto un magnifico
padiglione, siede un uomo di circa quarant'anni, l'avvocato Antonio
Negri, capitano e comandante del quartiere.
— Signor capitano! — dice l'Obrizzi, ponendosi la mano al berretto in
attitudine militare, — ho l'onore di presentarvi un eroe, un martire
della libertà italiana, il celebre Teodoro Dolci da Capizzone, di cui
per avventura avrete inteso parlare. Il poveretto languiva prigioniero
a Santa Margherita fino dal 2 gennaio. Noi lo abbiamo disseppellito
poco dianzi, ed ora lo conduciamo dinanzi a voi, non dubitando che
avrete caro di stringergli la mano.
— Venga...! venga pure l'eroe di Capizzone! Egli farà parte del nostro
esercito di volontari che deve partire domani per Rocca d'Anfo. Ho
bisogno di uomini senza paura, e, per quanto ho inteso dire, costui
dev'essere un'anima dannata! —
Dietro un cenno dell'Obrizzi, Teodoro Dolci, che infino a quel punto è
rimasto fuori della tenda, viene introdotto e presentato al capitano,
il quale movendogli incontro e stendendogli la destra:
— Cittadino Dolci! — gli dice, — nel libro della patria il vostro nome
sta scritto a indelebili cifre. Voi molto avete sofferto... e grande
sarà la vostra ricompensa. Parlate! chiedete! I migliori impieghi
civili e militari si offrono a voi. —
Teodoro, che a stento si regge in piedi, nè osa levare lo sguardo sul
personaggio che gli dirige la parola, con voce tremante e rotta dai
singhiozzi:
— Eccellenza, — risponde, — poichè ella vuol degnarsi di accordarmi
la sua protezione, io la prego di farmi ricondurre al mio paese
nativo presso don Dionigi e Caterina che probabilmente mi attendono
da un pezzo. Le giuro che io non ho commesso verun delitto. Quando
la mia innocenza verrà riconosciuta, io spero ottenere l'impiego che
l'augusto...
— Voi mi sembrate alquanto abbattuto nello spirito, — interrompe
l'avvocato.
— Eccellenza... da due giorni non mi fu dato alcun cibo, e sento che le
gambe mi tremano sotto... Ma non importa... Io son pronto a digiunare
tutta la giornata purchè mi si riconduca a Capizzone.
— Presto! presto! — ordina il Negri ad uno dei suoi commiliti; —
portate la colezione a questo bravo ragazzo! Gli eroi non vivono
d'aria, e a stomaco digiuno talvolta vien meno anche il coraggio. —
Immantinente sotto il padiglione viene imbandita una mensa, e il Dolci
dopo molti complimenti ed inchini, cedendo agli impulsi della fame, si
getta sul pasto.
Il nipote di don Dionigi, sebbene non sia in grado di spiegare il
mistero degli ultimi avvenimenti, nondimeno si accorge che la sua
posizione è alquanto migliorata. I cibi saporiti e il vino generoso
gli infondono un po' di energia; la presenza dell'Obrizzi, la vista
dei giocondi colori che adornano il padiglione, l'allegria dipinta nel
volto de' soldati cittadini, i suoni festosi delle bande musicali che
passano nella via, tutto parla alla fantasia del timido montanaro un
linguaggio pieno di conforto e di speranza.
Frattanto il Negri apre un enorme librone, e intingendo la penna nel
calamajo, rivolge a Teodoro le seguenti domande:
— Voi dunque vi chiamate?...
— Teodoro Dolci, per obbedirla.
— Età?
— Venti anni... sette mesi e... cinque giorni.
— Nubile o ammogliato?
— Finora non ho moglie... per obbedirla. —
In profferire tali parole il pudico allievo di don Dionigi divenne
rosso fin nel bianco dell'occhio.
— Non avete mai servito prima d'ora?...
— Ho servita la messa a mio zio don Dionigi.
— _Farceur!_... Le vostre gesta di piazza Fontana e l'eroismo che avete
dimostrato il 2 gennajo vi fanno benemerito della patria più che dieci
anni di servizio regolare... Qual è l'arme da voi favorita? Io posso
offrirvi carabine, pistole, lance, tromboni...
— Io non chieggo d'esser armato, — rispose Teodoro, — ma se vostra
eccellenza vuol farmi rendere il temperino che mi fu tolto il 2 gennaio
prima che io andassi in prigione, le saprò grado di avermi risparmiata
una spesa...
— La guerra dei coltelli e dei temperini è finita... Ora, grazie al
cielo, abbiamo dei buoni fucili anche noi, e quanto prima avremo dei
buoni cannoni. —
Ciò detto, il Negri, levandosi in piedi, ordina al tamburino di
battere a richiamo. Tutti i militi della guardia nazionale accorrono
sulla breccia, e si schierano in rango. Le cortine del padiglione sono
levate, e il capitano conducendo l'allievo di don Dionigi innanzi alle
schiere:
— Militi cittadini! — dice a voce alta, — ho l'onore di presentarvi
nel signor Teodoro Dolci, uno de' più valorosi e benemeriti patriotti
che l'Italia possa vantare. In compenso degli innumerevoli servigi
che il signor Teodoro ha già resi alla patria, io lo nomino sergente
maggiore nel corpo dei volontari, che fra poco partiranno con me per la
spedizione di Rocca d'Anfo. Presentate le armi al nuove graduato!
— Viva l'Italia! viva il capitano Negri! — prorompono le schiere, —
viva il sergente maggiore! e presto al campo! Sterminio e morte ai
Tedeschi! —
I tamburi rispondono alle grida dei soldati; la folla del popolo, che
tuttavia sta adunata sotto gli Archi, manda un ruggito di acclamazioni,
mentre il Negri, levatosi la ciarpa tricolore, la cinge a Teodoro,
quale insegna del grado.
— No... no!... Eccellenza! — grida il nipote di don Dionigi, tremante
di paura e di sospetto. — Io non ho fatto nulla, proprio nulla perchè
io meriti esser trattato di tal guisa... Altro io non domando se non di
morire oscuro ed ignorato nel mio paese...
— Che? rifiutereste il grado? preferireste servire nelle file
dei semplici soldati?... Signor Teodoro Dolci, voi siete un eroe
dell'antica Sparta!... Ma nè io nè la patria possiamo permettervi tanto
sacrificio... Io però vi faccio solenne giuramento che sul campo di
battaglia sarete tra i più esposti alle palle nemiche, e che a voi sarà
concesso l'onore del primo attacco! —
Ciò detto, il capitano Negri strinse la mano di Teodoro, e scese dalla
breccia seguìto da un picchetto di soldai, fra i viva reiterati della
folla.
Sul finire di quella memorabile giornata, l'allievo di don Dionigi,
con immensa carabina in sulle spalle, quattro pistole alla cintura ed
una baionetta pendente sul fianco a guisa di sciabola, in compagnia dei
fratelli Obrizzi, armati anch'essi di tutto punto, si recava al palazzo
della _Ville_ per prender possesso del nuovo alloggio, che il capitano
Negri gli aveva destinato.
Teodoro Dolci venne introdotto in una magnifica stanza dipinta e
fregiata con splendidezza regale. Un letto, con padiglione di seta e
coltrici di damasco trapunte in oro, doveva accogliere quella notte
il nipote di don Dionigi. La rivoluzione avea spinto il suo fantoccio
nelle sale inaccessibili, ove i fantocci del dispotismo pochi mesi
innanzi si credevano onnipotenti.
— In questo letto dormiva l'ex-augusto vicerè di Lombardia, — disse il
custode del regale palazzo all'ospite novello.
Teodoro rimasto solo nella stanza, indugiò qualche minuto a
coricarsi... Ma la stanchezza, la prostrazione dello spirito e del
corpo poterono più che il rispetto dei ricchi arredi. Deposte con
terrore le armi in un angolo della stanza, Teodoro gettossi vestito sul
letto, spense d'un soffio le candela, e ravvolgendosi tra le coltri di
seta, sia fatta, esclamò, la volontà di Dio! E il vicerè mi perdoni!