La dimostrazione degli zigari.
Dopo la perquisizione, la casa dell'Obrizzi non fu più visitata dagli
agenti di polizia. Tornando a Capizzone, lo zio di Teodoro protestò
contro ai rigori del Bolza; e la mediazione autorevole del commissario
di Almenno ottenne grazia al terribile rivoluzionario di piazza
Fontana.
Ma il Dolci era predestinato alla gloria; la rivoluzione voleva farne
un eroe, trascinandolo capricciosamente dietro il suo carro.
Sul finire dell'anno, Teodoro cominciò a levarsi dal letto e a
riprender vigore. Il povero campagnuolo vagheggiava con inquieto
desiderio l'ora del ritorno alla patria. Rivedere il campanile di
Capizzone, scambiare un tenero sguardo colla figlia del sagrestano,
ricoverarsi nel nido tranquillo dell'antica cameretta, riprendere gli
studi interrotti, erano i sogni dorati del pacifico montanaro.
Il 2 gennaio, don Dionigi deve recarsi a Milano per ricondurre il
nipote al villaggio nativo. Con quanta impazienza Teodoro attende quel
giorno!... I minuti gli sembrano secoli. Carlo Obrizzi, il fanatico
patriota, interpretando a suo modo tutti gli atti e le parole di
Teodoro, ha per fermo che il villaggio di Capizzone sia un covo di
rivoluzionari, e che l'eroe di piazza Fontana sia aspettato lassù per
dirigere le operazioni di qualche comitato segreto.
È il primo dell'anno, dell'anno 1848, memorabile nei fasti della storia
italiana. I Milanesi, per ostile dimostrazione contro il governo
straniero, hanno concordemente stabilito di astenersi dallo zigaro.
Infatti nelle vie, oltre all'usato frequenti, non veggonsi fumatori.
Se qualcuno passeggia collo zigaro alla bocca, questi viene additato
quale un birro provocatore, un poliziotto travestito, una spia. Gli
ufficialetti austriaci e i pochi fautori del maleviso governo si
mescono alla folla, lanciando a destra e a sinistra densi globi di
fumo. Il dispetto, la collera, il desiderio di reagire contro l'audace
manifestazione popolare, prorompe dall'occhio briaco dei poliziotti e
dei commissari perlustratori. Una sanguinosa collisione fra popolo e
soldati sembra imminente.
Teodoro Dolci, più per istigazione dei suoi ospiti che pel desiderio
di vedere una città, dove era entrato con auspici tanto sinistri, alla
vigilia della partenza uscì di casa in compagnia dei fratelli Obrizzi,
e prese con essi la via del Corso.
— No! no! torniamo indietro! — esclamava il pacifico allievo di don
Dionigi atterrito dalla folla. — E poi... vedo attorno certi abiti...
che mi ricordano....
— Fingete di non vedere! — rispondeva l'Obrizzi. — Questi abiti già da
gran tempo fanno montare il sangue agli occhi a tutti i buoni Milanesi.
Ma per ora ci vuol pazienza. Il momento non è lontano...! E allora
spero che tornerete da Capizzone. Frattanto vedete quanta concordia nel
nostro popolo! Si è detto di non fumare, e non si fuma. Si è detto di
star calmi e dignitosi, e tutti vanno via queti queti come agnellini.
Ma a suo tempo gli agnelli si muteranno in lupi, e non dubito che
allora c'incontreremo di bel nuovo, signor Teodoro.... Ella vedrà che
anche a Milano vi sono dei _fegati sani_! —
I due fratelli Obrizzi, traendo l'allievo di don Dionigi verso porta
Renza, si effondono in parole di ammirazione per l'eccellente contegno
del popolo, lanciando sorde imprecazioni dietro le spalle dei fumatori.
Il Dolci si lascia condurre come una vittima; di tratto in tratto egli
si arresta per riprender fiato; i subiti mutamenti di colore che si
alternano sul di lui volto vengono dagli illusi operai interpretati
quali sintomi di ire segrete, di impetuosi desiderii di vendetta.
Presso lo svolto della contrada di San Pietro all'Orto, vedendo che
la folla sempre più divien grossa, Teodoro colla eloquenza della paura
insiste presso i compagni perchè lo riconducano a casa.
— Ebbene! poichè vi piace retrocedere, volgetevi per di là, e
tirate innanzi pian piano fino al terzo lampione. Fra due minuti vi
raggiungeremo. —
I due operai abbandonano il bravo Teodoro, e prendono la via di San
Pietro all'Orto per recarsi alla stamperia.
Destino! destino! chi può sottrarsi alla tua potenza misteriosa? I
molti che ti adorano e ti temono come una divinità, non sono forse meno
stolti di coloro che ti negano. Un povero montanaro viene a Milano
colla santa intenzione di festeggiare l'ingresso di un vescovo e, in
premio del devoto pensiero, riceve nella coscia un colpo di baionetta,
che lo obbliga a letto per quattro mesi, e gli procura una gloria che
può innalzarlo a cariche elevatissime, e più probabilmente alla forca.
Questo istesso montanaro, dopo lunga malattia, sta per tornare al
paese nativo, col pacifico desiderio di chiudere il resto della vita
in solitudine ignorata; ed ecco il destino gli si para dinanzi un'altra
volta, lo afferra pel collo, e lo trascina in una prigione!
Fra i mille che passeggiano il Corso, Teodoro è forse il più innocente
in fatto di politica: tutta Milano è in fermento di rivoluzione: il
popolo, che si agita nelle vie, freme di sdegni mal repressi, non
respira che odio e desiderio di vendetta. L'allievo di don Dionigi è
tutto assorto nella immagine polposa di Dorotea Melazza, la figliuola
del sagrestano di Capizzone, che spera fra poco rivedere. Egli
procede cautamente nella via, cedendo il passo a quanti gli vengono
incontro....
Donde sbuccarono quelle due figuracce dal muso cagnesco? Teodoro dà
indietro due passi per lo spavento. Ma i due gli si mettono alle coste
e lo inchiodano alla muraglia.
— Signor prigante! — grida l'un d'essi presentando uno zigaro al Dolci
— La prego assaggiare quanto star pono tabacco di nostro ponissimo
imperatore!
— Tante grazie... signore! — balbetta Teodoro levandosi il cappello; —
non sono avezzo a fumare! don Dionigi me l'ha proibito.
— Canaglia di Italiano! — rispondono i due aggressori, che nella
fisonomia e nel linguaggio rivelano la loro origine tedesca; — ti aver
proibito fumare perchè nostro pono imperatore chiuder bottega! —
E qui i due tedeschi briachi levano il bastone sul capo di Teodoro,
mentre dalla folla indignata prorompe un ruggito di imprecazioni.
— Ladri! assassini! carnefici! — grida il popolo furente!
— Morte alle spie!
— Morte ai sicari dell'Austria!
— Abbasso i _pollini_!
— Viva l'Italia! —
I due fratelli Obrizzi, rompendo col gomito nerboruto quella muraglia
di gente, cercano avvicinarsi a Teodoro per salvarlo dal nuovo
pericolo. Urta, pesta, sospingi... Carlo è nel mezzo della folla...
Il pugno nodoso dell'operaio già pende sulla testa degli assalitori;
quel pugno potrebbe spezzare un incudine e forse anco un cranio
tedesco! Tardo soccorso! L'ala sinistra dell'esercito popolare non
tenne fermo contro le baionette, e il commissario Siccardi potè
avventarsi a Teodoro, afferrarlo per la cravatta, e darlo in balìa dei
suoi birri.
I sicari della esosa polizia trascinavano la preda per le corsia dei
Servi, incalzati dagli anatemi del popolo. Erano fischi da serpenti,
urli da iene, ruggiti da diavoli.
Le vittime di Falaride abbrustolite nel toro di bronzo, non mandarono
più spaventevole ruggito. Prima che il Dolci toccasse la porta di
Santa Margherita, la scorta dei birri si era tanto ingrossata, che
da ultimo essa costituiva un esercito di circa dugento guerrieri...
Dugento guerrieri per condurre prigione l'allievo di don Dionigi! Tanto
apparato di forze può sembrare superfluo.... Eppure quei guerrieri
tremavano di paura e avevano il viso giallo!
Ma il pericolo dei forti è cessato. Teodoro ha varcata la orribile
soglia di Santa Margherita: le porte si chiudono, e il popolo respinto
dalle baionette si disperde.
— Che diavolo è accaduto? — domanda il conte Bolza, scendendo nel
cortile della sua reggia. — Qual delitto ha commesso codesto furfante?
Fate un po' ch'io lo vegga in grugno costui!... se non mi inganno l'ho
veduto altra volta il manigoldo! Presto! frugategli indosso... mentre
io mi sbrigo colle formalità del processo verbale. Questa non la è la
giornata da perdersi in lunghi rapporti... Ehi! bel muso da forca! come
vi chiamate? —
Il campagnuolo, istupidito dal nuovo disastro, tien l'occhio fisso
nell'inquisitore senza rispondere parola, mentre il commissario
Forconi, sbuffante di dispetto e di paura, enumera i delitti del
catturato.
— Egli è uno de' pochi riottosi che rifiutano di fumare. Egli ha
strappato lo zigaro di bocca a due uffiziali vestiti alla borghese.
Egli ha tentato resistere alla forza pubblica. Egli ha esposto il
nostro imperiale regio esercito di poliziotti ai pericoli d'una
tumultuosa reazione popolare...
— Ebbene, signor faccia tosta? — riprende il Bolza volgendosi a
Teodoro; — mi direte una volta il vostro nome?... Dovrò io farvi
appiccare senza le debite formalità?
— Signore! io sono innocente! — prorompe Teodoro colle lacrime agli
occhi. — Io sono un povero diavolo venuto dalle montagne di Capizzone
per vedere l'ingresso del signor arcivescovo Romilli, e fui ferito non
so da chi nè per quali ragioni in piazza Fontana...
— Che! sarebbe ella mai?... Mi consolo di cuore... Ma bravo! ma bene!
E il commissario di Almenno voleva persuaderci... Gran talentone quel
commissario!... E il nostro imperatore tiene al suo servizio codesti
mangiapane!... Basta! a tempo debito lo serviremo anche lui, quel caro
collega! —
Di tal guisa borbottando, il Bolza esamina gli oggetti rinvenuti nelle
saccocce di Teodoro. Fra questi è un temperino rinchiuso in un astuccio
e avvolto in parecchi fogli, un temperino che l'Obrizzi ha regalato al
suo ospite qual pegno di amicizia.
— Ditemi un po', signor galeotto; vorreste spiegarmi per quali ragioni
vi siete provveduto di questo istrumento di morte?...
— Se non m'inganno... per temperare le penne...
— E quali penne speravate di temperare...?
— Le penne che s'usano da noi a Capizzone, le penne d'oca...
— Scellerato! brigante!... io so bene di qual'oca intendete parlare!
conosco il gergo impudente della canaglia riottosa... Frattanto andate
in prigione, e ricordatevi che l'oca ha due becchi, e guai a chi
ardisce toccarla! —
Oltremodo soddisfatto del proprio epigramma, il conte chiuse il
processo, accennando ai birri di condurre il prigioniero al numero 24.
Rinchiuso nella orribile cameraccia, il povero Dolci si gettò boccone
sovra il pagliericcio.
Nel carcere e perfino sui gradini del patibolo ai martiri volontari è
conforto il pensiero della pubblica riconoscenza, la speranza di una
fama gloriosa. Ma il nipote di don Dionigi può egli forse immaginare
che tutta Milano parli di lui coll'entusiasmo dell'ammirazione; che
il nome di Teodoro Dolci si ripeta da mille labbra con quello dei
Ferruccio e dei Balilla; che cento leggiadre fanciulle sospirino per
l'eroe di Capizzone, e cento madri lo additino ai figliuoli quale
esempio di fede e di virtù cittadine?
Il 2 gennaio, colla vettura del Brunetto, don Dionigi Quaglia giunse a
Milano per ricondurre il nipote.
Immagina, lettore, qual rimanesse il buon prete all'annunzio della
nuova sciagura.
— Ma dunque me l'hanno stregato, quel povero ragazzo! Che il diavolo
gli fosse entrato nel corpo per trascinarlo alla eterna perdizione!...
— Non vi è dubbio, — rispose Carlo Obrizzi coll'enfasi consueta. — Il
signor Teodoro è un vero diavolo. La si figuri, signor don Dionigi,
che, per condurlo prigione, a mala pena bastarono dugento poliziotti
armati dai piedi alla testa!!!