CAPITOLO V.

Un processo verbale.

Il molto reverendo don Dionigi Quaglia giunge a Milano sul far

della sera. Mentre i soliti commensali stanno pranzando all'albergo

dell'Agnello, l'ingenuo sacerdote precipita nella sala.

— Mi abbisogna una camera per questa notte, — dice egli al padrone;

— ma prima di coricarmi vorrei trovare una persona fidata che mi

accompagnasse in contrada Sant'Antonio, alla casa N. 1241. Io sono don

Dionigi Quaglia di Capizzone. —

Non appena don Dionigi ha proferito il proprio nome, l'albergatore

afferra il prete pel braccio, lo trascina nel cortiletto, e spingendolo

fin presso ai gradini della cantina: — Imprudente! — gli dice; — ella

si è tradito da sè medesimo! Dopo il fatto di piazza Fontana, dopo

la famosa istoria di Teodoro Dolci, il mio albergo è continuamente

assediato dalle spie. In questo momento ce n'erano due là dentro... e

famose! Se la polizia giungesse a scoprire il nascondiglio del signor

Dolci, io son certo che lo farebbe appiccare senza chiedere il permesso

a Vienna. —

Don Dionigi, ritto ed immobile presso la muraglia, rassomiglia ad

uno sparviero inchiodato. Il naso e la punta del cappello rivolti al

firmamento esprimono la desolazione del poveretto. «Oimè! — sclama

egli, — Iddio mi ha dunque tolto il bene dell'intelletto! Io non so più

in che mondo mi sia...»

Frattanto gli zelanti patriotti, che stavano pranzando nella sala

terrena, vengono anch'essi nel cortile per istringere la mano allo zio

di Teodoro e offrirgli servigio.

— Bisogna far presto! Le due _soffie_ sono già in cammino per recare

l'ambasciata al conte Bolza. Sarà bene prevenire il signor Teodoro

e farlo trasportare in altra casa... Presto! non c'è un minuto da

perdere. —

Così parlando, due giovanotti si impadroniscono del prete e lo traggono

fuori dell'osteria, dirigendosi verso la contrada di Sant'Antonio. Don

Dionigi si lascia condurre come un automa; e mentre i due sconosciuti

gli intronano l'orecchio di complimenti e di esortazioni patriotiche,

il buon prete invoca il soccorso della Provvidenza recitando il _Veni

creator spiritus_.

Eccoci nella contrada di Sant'Antonio. Giunti alla casa N. 1241, la

piccola comitiva si arresta, e i due sconosciuti si accommiatano da

don Dionigi. — Addio, incorrotto ministro dell'Evangelo! Addio, lume e

decoro del sacerdozio! A suo tempo la patria saprà distinguere i veri

dai falsi apostoli, e come si mostrerà inesorabile nell'esterminio dei

Giuda, così saprà esaltare i veri missionari della libertà evangelica!

Don Dionigi penetra nel vestibolo della casa, cerca a tastoni la scala,

e con passo vacillante comincia a salire. Dopo aver bussato a tutte

le porte dei piani inferiori, e subìte le invettive di dieci o dodici

inquilini, finalmente al quarto piano egli trova l'abitazione di Carlo

Obrizzi, l'abitazione ove Teodoro fu ricoverato.

Lode al buono, all'onesto popolano milanese! Carlo Obrizzi appartiene

alla classe degli operai tipografi. Nelle officine del pensiero, fino

dalla prima fanciullezza, egli respirò i sentimenti di indipendenza e

di libertà, che esalano dalle lettere e dalla scienza in onta delle

compressioni tiranne. La classe degli operaj tipografi, a Milano

come a Parigi, come in tutte le città dell'universo, si distingue

pel fervore delle aspirazioni liberali. Nelle tregue del popolo, essa

medita e si agita in segreto, spargendo nelle masse meno istruite il

germe fecondo della parola; nel giorno della lotta essa fornisce gli

uomini più coraggiosi e intraprendenti; corre alle barricate, combatte,

muore per difesa e gloria della patria. Fra i martiri del 1848, fra

i volontarj che nel 1859 corsero ad ingrossare le file dell'esercito

italiano, figurano primi gli operaj tipografi. Nelle rivoluzioni e

nelle battaglie della patria essi rappresentano l'intelligenza e la

forza del popolo.

Appena don Dionigi affacciossi alla porta della modesta abitazione,

Carlo Obrizzi lo accolse con trasporto di affetto. Chiamò la moglie, i

fratelli, i figliuoli; e tutti quanti furono dattorno al buon prete, e,

baciandogli la mano e le vesti, lo introdussero nella camera da letto

ove Teodoro giaceva sopito.

In vedere le guance pallide e sformate del povero malato, don Dionigi

sentì per la prima volta la certezza di una sciagura, di cui infino

a quel punto avea sempre dubitato. Il buon vecchio giunse le mani al

petto, levò al cielo lo sguardo, indi proruppe in lagrime.

Teodoro aprì gli occhi, riconobbe lo zio, e fece uno sforzo per

levarsi a baciargli la mano. — Chi mi avrebbe detto, quando partisti da

Capizzone, che io doveva rivederti in tale stato! ma la colpa è tutta

mia!... Oh perchè non ti ho accompagnato io stesso a Milano!...

— Signor zio, — mormora Teodoro con fioca voce, io spero che voi

rimarrete presso di me, ovvero mi farete ricondurre a Capizzone...

Desidero morire nel mio paese!...

— Povero giovane! — esclama l'Obrizzi. — Io non credo ch'egli possa

partire sì presto da Milano. —

Don Dionigi prende una seggiola, si avvicina al letto di Teodoro,

e lo esorta ad essere paziente, a soffrire i tormenti per l'amor di

Dio. Poi, vedendo che la voce del malato si fa sempre più fioca, si

volge agli astanti per sapere da essi tutte le circostanze del fatto

doloroso.

Il buon operaio dà principio al racconto... e coll'enfasi

dell'entusiasmo esalta il coraggio, la fede, l'eroismo di Teodoro. Don

Dionigi, udendo ripetere le gesta sanguinose del nipote, comincia a

dubitare che egli abbia veramente provocata la reazione dei gendarmi.

— Che razza di rumore è questo?... Chi ha picchiato alla porta con

tanta violenza? La moglie dell'Obrizzi si affretta ad aprire... Un uomo

di statura mezzana, dal volto ingrugnito, dall'occhio sinistro, entra

nella camera, seguíto da due poliziotti armati, i quali si piantano in

sentinella a' piedi del letto.

Don Dionigi balza dalla seggiola atterrito... L'Obrizzi e gli altri,

che stanno d'intorno al letto, sembrano pietrificati dalla subita

apparizione del sinistro personaggio, in cui riconoscono il conte

Bolza, il feroce inquisitore della polizia austriaca.

— Ebbene?... siamo noi sordi? ovvero si vuol provocarci a qualche atto

di violenza?... Chi è di loro... il signor Teodoro Dolci? In nome della

legge io vi intimo di rispondere!

— Signor commissario, — risponde l'operaio reprimendo il dispetto e

la collera. — Il signor Teodoro Dolci, come ella vede, è in quel letto

malato...

— Egli non è in grado di poter rispondere — osserva timidamente don

Dionigi...

— Zitto lei! signor _rompi-torta_!

— Nella mia qualità di zio credeva aver diritto...

— Ah! lei è lo zio di questo bel mobile!... lei resti pure... E loro

signori prendano subito la porta. —

Carlo Obrizzi, seguíto dalla moglie e dai fratelli, si ritira nella

anticamera. Il conte Bolza cava di tasca uno scartafaccio, si avvicina

al letto del ferito, e dà principio alla inquisizione:

— Dunque lei è quel carne di collo che si chiama Teodoro Dolci? —

Alla vista dei poliziotti armati e del feroce commissario che gli

stava addosso col grugno, quasi volesse divorarlo, Teodoro si leva sui

guanciali, e risponde con cenno affermativo del capo.

— Ha ella, nella sera di lunedì scorso, assalito proditoriamente un

picchetto di gendarmi?...

— Signor commissario, — interrompe don Dionigi. Io le giuro che mio

nipote non è capace di commettere... sì orribili eccessi...

— Zitto! le ripeto, signor _menadubbi_!... I rapporti che noi abbiamo

ricevuti da zelanti impiegati ci assicurano che il signor Teodoro ha

ammazzato in piazza Fontana non meno di ventiquattro gendarmi, e feriti

cinquanta dragoni dell'imperiale esercito... È ben vero che, dietro

altri rapporti pervenutici in appresso, abbiamo constatato che nessun

gendarme e nessun soldato delle nostre imperiali regie truppe rimase

morto o ferito; ma ciò non toglie che il signor Teodoro siasi recato in

sulla piazza con micidiali disegni. Risponda adunque, signor pendolo da

forca: quante vittime s'era ella proposto di fare la sera dello scorso

lunedì?...

— Stimatissimo signor commissario, — risponde di nuovo il prete, —

ella vede che il mio povero nipote è tanto aggravato dal male, che

per ora non è in grado di discolparsi; ma io, che conosco l'indole

di questo povero figliuolo, io, che l'ho allevato coi santi principii

della obbedienza e della religione, posso attestare che loro signori si

ingannano.

— La imperiale regia polizia non può ingannarsi! Crederebbe ella

di abbindolarmi colle sue ciarle? Non sa ella che nelle provincie

dell'augustissimo nostro impero nessuno proferisce una parola, nessuno

muove un sospiro che noi non ne siamo informati? Noi conosciamo anche

lei, signor don Dionigi Quaglia! Ella è nel novero di quei preti

briganti che in nome di Pio IX, con promesse di costituzioni e di

franchigie, cercano sollevare il cervello dei pacifici cittadini. Ma

l'Austria non ha paura nè di preti, nè di vescovi, nè di papi, nè di

tutta l'altra canaglia che pretende muoverle guerra. E se, loro signori

reverendissimi, non metteranno giudizio, noi pianteremo delle buone

forche nelle sagrestie... anche per loro comodo. —

Don Dionigi esterrefatto ricade sulla seggiola, e passa la mano entro

il collare che gli stringe la gola come un capestro. Frattanto, per

cenno del conte Bolza, i due poliziotti depongono l'armi, e s'aggirano

per la camera, mettendo sossopra i mobili e frugandone gli anditi più

riposti.

Il conte commissario si getta sugli abiti di Teodoro, che stanno

ripiegati sovra un tavolo e, cercando nella saccoccia, ne trae il

portafoglio fatale, dove l'ingenuo campagnuolo ha abbozzate le memorie

del suo viaggio.

— Ma bene! ma bravo!... E questi sono i bei principi di moralità e

di religione, che il reverendo don Dionigi Quaglia ha instillati nel

nipote! — ripiglia il commissario, ridendo d'un ghigno infernale. — Si

compiaccia di leggere, signor collarone da galera! —

Alla vista dello scritto, il prete si smarrisce; le fiamme della

vergogna gli salgono al viso, quasicchè la coscienza gli rinfacciasse

un delitto.

Infatti nel portafoglio di Teodoro si leggono parole criminose, parole

da rivoluzionario consumato: _Viva Pio IX! Viva l'Italia! morte ai

Tedeschi!_

Don Dionigi non sapendo di qual modo discolpare il nipote, lo guarda

con occhio di mite rimprovero quasi volesse dirgli: Possibile che il

mio buon Teodoro mi abbia ingannato?

Il conte Bolza, dopo aver visitate tutte le carte, che per avventura

si trovavano nella stanza, si pose in tasca il portafoglio di Teodoro;

indi, volgendosi al prete con aria di trionfo: — Molto reverendo, — gli

dice, — credo avervi provato che la nostra polizia non s'inganna mai.

Ora, per dimostrarvi che noi siamo clementi nel condannare non meno

che vigili nello scoprire i delitti, sospendiamo per ora il processo

contro il prevenuto signor Teodoro Dolci in causa della malattia che

gli toglie il libero uso delle sue facoltà; a voi, maestro e complice

responsabile del temerario attentato di piazza Fontana, ordiniamo di

lasciare Milano entro il termine di otto ore; e per guarentigia delle

autorità e del pubblico, terremo notte e giorno sorvegliata questa

casa da due sentinelle, che verranno mantenute a tutte spese del

proprietario signor Carlo Obrizzi. Signor don Dionigi, la riverisco! e

soprattutto le raccomando di badare attentamente ai fatti suoi, perchè

i nostri hanno l'occhio acuto e gli orecchi lunghi! —

Dopo tali parole, il conte Bolza uscì dalla camera, e la sua fronte,

poco dianzi aggrottata, divenne radiante. Il famigerato ministro

della polizia non era mai così lieto come quando si accorgeva di aver

ispirato terrore. Nella casa dell'Obrizzi egli lasciava un giovanetto

semispento, un prete pietrificato, un operaio furibondo di sdegno,

una donna piangente e due bimbi che strillavano. Quantunque avezzo

a siffatti trionfi, quella sera il conte commissario fu oltremodo

contento di sè medesimo, e cenò del migliore appetito.

Don Dionigi passò la notte in orazione presso il letto di Teodoro,

poi, verso l'alba, lo benedisse d'un paio di marenghi e, dopo averlo

raccomandato alle cure degli onesti operai, raggiunse la vettura del

Brunetto per tornare a Capizzone. Il cuore del dabben sacerdote era

strozzato. Più che la malattia del nipote, all'anima candida di don

Dionigi era crudele il sospetto ch'egli fosse colpevole.

Tutta Milano il giorno seguente seppe della perquisizione avvenuta in

casa dell'Obrizzi. Persone autorevoli pretendevano sapere _da buona

fonte_ che, nel portafogli di Teodoro Dolci, il Bolza aveva rinvenuti

due proclami incendiari, e lettere di famosi cospiratori e istigatori

della rivoluzione.

Racconti politici · 第 52 / 104 题