CAPITOLO IV.

Lo zio di un rivoluzionario.

Il sole volge al tramonto. Sulla piazzetta di Capizzone parecchi

individui attendono la vettura del Brunetto che deve tornare da Milano.

Il molto reverendo sacerdote don Dionigi Quaglia dirige ad ogni tratto

la punta del naso e del cappello triangolare verso la strada maestra;

la Caterina siede sovra una pietra a poca distanza dal padrone: la

figliuola del sagrestano si aggira d'intorno, e attende il crudele

fidanzato per fulminarlo d'una occhiata terribile appena sia disceso

dalla vettura.

Gli abitanti di Capizzone ignorano i tragici fatti avvenuti a Milano.

Don Dionigi ed il sindaco, i soli che nel paese leggano la Gazzetta

uffiziale, ricevono i fogli arretrati di sei giorni, che prima di

giungere a Capizzone, hanno percorse dieci o dodici case di Almenno.

Odesi in lontananza lo scoppiettio di una frusta, poi rumore di

ruote... e la vettura del Brunetto compare all'estremo della contrada

corteggiata da una nube di polvere. Don Dionigi e la Caterina

aguzzano gli occhi... — Perchè mai Teodoro non ha ripreso il posto di

_serpa_?... — Il buon prete, commosso, inquieto, interroga coi cenni

il vetturino, ma questi fa l'astratto. Le angoscie, i terrori di don

Dionigi aumentano... La carrozza è già prossima... la carrozza ha

traversato la piazza... la carrozza si arresta... e Teodoro non mette

il capo agli sportelli, Teodoro non istende una mano per salutare lo

zio...

— Ebbene? ove è desso? che è avvenuto di nostro nipote? — gridano ad un

tempo don Dionigi e la Caterina, correndo presso il Brunetto che già ha

posto piede a terra.

Il vetturino, muto. Egli cava dal portafoglio una lettera, e crollando

il capo in segno di mestizia, la presenta a don Dionigi.

«I caratteri non sono di Teodoro, il foglio è segnato di nome di

sconosciuto, non vi è più dubbio: Teodoro dev'essere morto o gravemente

ammalato.» Il terribile dilemma si affaccia alla mente del buon

sacerdote, e gli occhi di lui, già pieni di lacrime, a mala pena

distinguono le cifre. Ma le novelle contenute in quella lettera sono di

tal natura, che nell'animo di don Dionigi il dolore è paralizzato dalla

sorpresa. «Ciò non è possibile! — esclama egli — Chi scrive di tal

guisa dev'essere un matto, ovvero qualche sciagurato che vuol prendersi

spasso nel tormentarmi!»

Dal contesto della lettera, che noi riproduciamo fedelmente, a ciascuno

sarà facile argomentare quali strane sensazioni agitassero il dabben

sacerdote.

«_Molto reverendo_,

«Il primo sangue fu versato... Il nome dei protomartiri sarà scolpito

a note indelebili nelle pagine della storia... Viva l'Italia! Viva Pio

IX! Teodoro Dolci è nel novero dei pochi eletti, egli ha mietute le

prime palme nella battaglia del popolo!... Teodoro Dolci è benemerito

della patria. Perchè un popolo risorga di schiavitù, voglionsi grandi

sacrificii di sangue... Teodoro Dolci ha già versato il suo sull'altare

della patria. Assalito proditoriamente da sicari scellerati, dopo aver

combattuto da prode, riportò una gloriosa ferita... Questa notizia,

noi ne siamo sicuri, riempirà il di lei cuore di consolazione... perchè

ci son noti gli alti sensi patriottici che la distinguono, e che Ella

seppe ispirare fino dalla più tenera età nel nipote ed allievo. La

ferita non è mortale... Teodoro Dolci potrà sopravvivere e sfidare

nuovi combattimenti. Noi lo abbiamo trasportato in luogo sicuro. Io

mi tengo onorato di dargli asilo in mia casa, e di prestargli que'

soccorsi che il di lui stato richiede. La viva tranquillo, signor don

Dionigi: il di lei nipote verrà medicato ed assistito come si deve.

Siamo povera gente, ma abbiamo cuore; venderemo anche la pentola per

far danaro da soccorrere un fratello. Se ella crede venire a Milano

per accertarsi cogli occhi proprj del nostro buon volere, il signor

Teodoro sarà oltremodo consolato della sua visita. Nei deliri della

febbre il bravo giovanotto invoca ad ogni tratto il di lei nome... Egli

mi ha pregato di scriverle, e mi ha detto di consegnare la lettera

al vetturino acciò le pervenga più sicura. Noi dunque la attendiamo.

In casa nostra v'è un letto ed una zuppa anche per lei. Aggradisca i

sentimenti della mia stima... Viva Pio IX! Viva Carlo Alberto! Viva

l'Italia!

«Milano, contrada Sant'Antonio, N. 1241.

«Di Lei devotissimo servo

«CARLO OBRIZZI

«operajo tipografo.»

Don Dionigi ha letto dieci volte lo scritto senza comprenderne il

senso. La Caterina ed altri, che per avventura si trovavano sulla

piazza, vedendo lo stupore e la costernazione del prete, si fanno

intorno al Brunetto e lo assalgono di interrogazioni; ma il vetturale,

in luogo di rispondere, straluna gli occhi, agita le braccia, si

stringe la testa fra le mani, poi, appressandosi a don Dionigi che è

rimasto in disparte pietrificato, gli disse sottovoce: — Le raccomando

di aver prudenza, e di badare come ella parla... e con chi... Una

parola men cauta può farci appiccare tutti e due!... Fra pochi minuti

io sarò da lei per informarla di quanto ho potuto raccogliere a Milano

circa l'affare del signor Teodoro. —

La Caterina, sgomentata dalle parole del Brunetto, tira don Dionigi

per la falda della zimarra; e il povero prete si lascia condurre alla

propria abitazione come un tapino che d'un tratto abbia smarrita la

ragione.

Verso le nove della sera, per istrade oblique ed oscure, il Brunetto

recossi alla casa del prete. Don Dionigi era seduto sovra una vecchia

poltrona.

Non appena il vetturino mise piede nella sala, Caterina corse a

sprangare la porta e le finestre, lanciò un'occhiata sospettosa dietro

l'armadio e sotto la tavola, poi sedette sul gradino del focolare.

Il vecchio prete era afflitto profondamente, ma più rassegnato e più

calmo. Alla crisi violenta della sorpresa e del terrore succedeva

nell'anima sensibile dell'ottimo religioso quella tristezza affettuosa

che medita la sciagura per trovare il più pronto, il più efficace

rimedio.

— Dì pure, Brunetto; non nascondermi nulla di quanto è accaduto a quel

povero figliuolo!... Io ho riletto venti volte questo foglio, nè altro

ho potuto comprendere se non ch'egli dev'essere ferito... e in pericolo

della vita.

— Dunque... poichè qui si può parlare liberamente... le dirò come

è andata la faccenda. Noi siamo giunti a Milano nel punto in cui il

signor arcivescovo entrava pel corso di porta Renza... Ho scaricato

il signor Teodoro all'albergo dell'Agnello, poi ho condotto le bestie

al Ponte Vetero al solito stallazzo. Sul far della sera io doveva

tornare all'Agnello per accompagnare il signor Teodoro a vedere

l'illuminazione. Giunto sulla piazza della Scala, tiro innanzi verso

la contrada del Marino, ma la folla è tanto spessa, che mi riesce

impossibile di proseguire pel mio cammino. A forza di spintoni e

gomitate mi provo a rompere quel muro di gente... Ed ecco, presso

allo sbocco di Santa Radegonda vien via una ondata di popolo, che mi

sospinge contro le invetriate d'una osteria.. Al rumore dei vetri che

cadono in pezzi, sbucan fuori il padrone ed i guatteri, i quali, senza

chieder permesso, chiudono la porta all'improvviso, gridando a tutta

voce: «o fuori o dentro!» Io fui tanto sfortunato da rimanere dentro!

Parola d'onore, don Dionigi: il vino non mi dispiace, ma avrei data

la mia cavalla grigia per rimaner di fuori, e per poter servire il

signor Teodoro della mia compagnia! Vedendomi forzato a rimanere nella

bettola, che si fa? _per non sfigurare_, ordino un boccale da dodici...

Ed ecco, mentre sto per sedere ad una tavola, mi trovo in faccia il

Ciccino, il cavallante di Sarnico. «Tò! chi veggo! il Brunetto!» E

subito il sozio mi offre il bicchiere, e le ciarle cominciano. «Le

persone di giudizio s'incontrano all'osteria — dice l'amico; — tu non

sei di que' matti che vanno a farsi schiacciare per veder quattro

lumi. E tanto più in una serata come questa; una serata pericolosa

che non potrà finire senza sangue...» «Sangue!» esclamo io, e (parola

d'onore, don Dionigi...) mi venne subito in mente il signor Teodoro.

«Sicuramente! questa sera i Milanesi _fanno dimostrazione_.» E qui il

Ciccino, che è una testa fina... un politico, mi racconta certe storie

imbrogliate, da far rizzare i capelli!... Infine io vengo a sapere

che i Milanesi sono stufi di _stare sotto i Tedeschi_, e vorrebbero

_passare sotto i Piemontesi_; che _Pio IX_ ha promesso liberare tutti

gli Italiani e ammazzare tutti i Tedeschi... insomma che fra pochi mesi

la sarà una baldoria per tutti. Il mio collega parlava sì bene, che

io mi sarei stato tutta la notte ad udirlo; e frattanto i bicchieri

si vuotavano, e il vino colava per la gola come un balsamo... Signor

don Dionigi: ella sa che nel bere io non uso oltrepassare i limiti

dell'onesto; pure... quella sera... che vuole?... il vino misto alla

politica mi diede al cervello... Fatto è ch'io mi addormentai sul

pancaccio dell'osteria, nè mi svegliai che alle otto del mattino,

quando il guattero scese per riaprire la bottega. Il mio primo

pensiero nello svegliarmi fu pel signor Teodoro... Corro all'albergo

dell'Agnello per chieder notizie di lui, e là vengo a sapere l'orribile

caso... là trovo lo sconosciuto che mi porge la lettera...

— Povero Teodoro!... povero nipote mio! — esclama don Dionigi. —

Senza dubbio egli si sarà trovato in piazza Fontana nell'ora della

_dimostrazione_.

— Sicuramente!... Egli si è trovato in piazza nel punto in cui i

Tedeschi si gettavano sulla folla colle sciabole sguainate.

— E non potendo fuggire...

— Sicuramente!... Non potendo fuggire, egli si ribellò ai gendarmi...

— Che! mio nipote ha osato ribellarsi ai gendarmi! — grida don Dionigi

balzando dalla seggiola...

— A quanto pare, egli deve essersi ribellato, — prosegue ingenuamente

il Brunetto, — poichè, se è vero quanto ho inteso dire all'osteria

dell'Agnello, il signor Teodoro ne ha ammazzati quattordici e feriti

altrettanti.

— _Jesus Maria!_ — prorompe la Caterina; — il nostro Dorino ha

ammazzati quattordici gendarmi!.. —

Ma le ultime parole del Brunetto, che produssero sì viva impressiono

nella vecchia servente, anzichè aggravare, hanno alquanto mitigato il

cordoglio di don Dionigi. L'inverosimiglianza del racconto è troppo

evidente... L'animo del dabben sacerdote si riapre alla speranza...

Teodoro avrà corso qualche pericolo; forse nella pressa della folla

avrà riportata qualche leggera contusione; ma il fatto non può essere

tanto grave qual venne esposto nella lettera dello sconosciuto e nella

confusa narrazione del Brunetto.

Per chiarire prontamente ogni dubbio, don Dionigi risolvette di partire

all'indomani alla volta di Milano, e, dopo aver vegliato la notte in

preda alla più viva agitazione, alle quattro del mattino prese commiato

dalla servente, e uscì tutto solo di casa per raggiungere la vettura

del Brunetto.

L'assenza prolungata di Teodoro, la lettera misteriosa pervenuta a

don Dionigi, alcune frasi sfuggite al Brunetto la sera precedente,

voci vaghe e confuse di disordini avvenuti in Milano, le inevitabili

indiscrezioni della Caterina, suscitarono fra gli abitanti di Capizzone

i più strani sospetti, le più assurde dicerie. Sul far della sera, il

barbiere del villaggio, tornando da Almenno ove era stato a raccogliere

notizie, narrava a' suoi compaesani che a Milano era scoppiata la

rivolta, e che il nipote di don Dionigi avea messo in fuga un esercito

di ussari a cavallo, uccidendone parecchi a colpi di bastone.

Quest'ultimo incidente trovò degl'increduli. Troppo era nota agli

abitanti di Capizzone la fiacchezza e la timidità del nipote di don

Dionigi, perchè l'eroico bullettino venisse accolto senza discussione.

Ma il barbiere con giornalistica audacia impose silenzio alle

obbiezioni:

— Vergogna! — sclamò egli, levandosi con autorità nel mezzo del

crocchio. — Mentre tutta Italia rende giustizia ad un nostro

concittadino, voi soli osereste muover dubbio sul suo valore?...

Convengo che il nipote di don Dionigi non è il forte dei forti;

convengo che prima d'ora egli non ha dato prove di grande coraggio...

Ma il più gramo dei figli di Capizzone non val forse trenta gagliardi

d'altro paese?

— Vero! verissimo! bravo! — gridarono cento voci.

Da quel momento nessuno osò opporsi al barbiere oratore.

Racconti politici · 第 51 / 104 题