Com'era da prevedersi, quella straordinaria effervescenza di popolo
tornò propizia alla attrice che in quella sera dava in teatro la sua
serata di benefizio. Il nuovo dramma _La partenza dei volontarii_,
ritraeva dagli avvenimenti del giorno un'interesse di attualità quale
l'autore ed i comici erano lungi dall'aspettarsi.
Allo schiudersi delle porte il teatro fu invaso dalla folla. La platea,
le gallerie, il loggione traboccarono di spettatori. L'intera città si
era travasata in quell'angusto recinto.
Eugenio Lanfranchi, l'autore della commedia, passeggiava fra le quinte
collo sgomento nell'anima. S'egli avesse preveduto quel formidabile
concorso di spettatori e di giudici, non avrebbe osato sfidarlo.
Gli pareva che in paragone degli avvenimenti reali il suo dramma
fosse una frivola e sbiadita parodia. Le forti commozioni da lui
provate al cospetto di Garibaldi, alla vista dei tre sconosciuti che
si erano slanciati nella carrozza dell'eroe per seguirlo sui campi
di battaglia, gli rinfacciavano la pochezza delle sue espansioni
drammatiche. Due giorni innanzi egli temeva di aver esagerato le
tinte; ed ora vedeva impallidire i colori e smarrirsi i contorni de'
suoi personaggi. — Quale orribile fiasco! pensava egli misurando la
scena a passo concitato — darei due anni del mio stipendio, perchè la
rappresentazione non avesse luogo!
Frattanto gli attori attraversavano il palco scenico per recarsi
ai loro camerini. Al di là del sipario la platea muggiva sordamente
siccome un oceano in tempesta.
Lo spettacolo doveva incominciare alle otto, e nondimeno alle ore sette
e mezzo il pubblico imperversava di schiamazzi. Ciò accade quasi sempre
nei teatri eccessivamente affollati. La insolita agitazione degli animi
questa volta irritava le impazienze, produceva un parossismo.
Si accendono i lumi — i professori di orchestra seggono ai loro posti
innanzi tempo, e tentano, accordando gli istrumenti, di ammansare la
belva-pubblico. — L'ispettore della questura va sul palco scenico per
ottenere si anticipi la rappresentazione. Il buttafuori fa osservare
che mancano dieci minuti all'ora convenuta — nondimeno egli dà il
segnale ai suonatori, e frattanto percorre i camerini per avvertire gli
artisti che si tengano pronti.
Ai primi suoni dell'orchestra, — parecchie voci gridano: silenzio! —
la platea si rimette in calma, non pochi sembrano disposti a prestare
attenzione alla musica.... — La sinfonia è troppo lunga... Basta!
Avanti! Fuori! urlano ad un tratto diverse voci. — L'uffiziale di
questura abbandona per la seconda volta la sua sedia e ritorna sul
palco scenico per sollecitare gli attori.
L'orchestra, o bene o male, ha finito il suo pezzo, e i professori
deponendo gli istrumenti, lanciano sotto voce mille imprecazioni sul
rispettabile pubblico. Questi, che al cessare della musica non vede
alzarsi il sipario, riprende con maggior veemenza le proteste. I piedi,
le mani, i bastoni, gli ombrelli, tutto serve a far chiasso. Gli uomini
d'ordine si provano a reprimere lo schiamazzo con dei sibili impotenti.
Ma ogni pretesto di ritardo compatibile, viene a cessare.... L'orologio
ha segnato le otto ore... la sfera non si arresta... Uno... due...
tre minuti... l'edifizio sta per crollare... Il sipario si agita...
Che vorrà dire?... Qualche accidente impreveduto? Qualche malattia?...
La curiosità, l'impazienza toccano il colmo... La benemerita arma dei
carabinieri si prepara a sedare un tumulto...
Ecco finalmente qualcuno che potrà appagare la curiosità pubblica
se non placare l'agitazione. — Un uomo di circa sessant'anni si
è presentato al proscenio come una vittima che viene spontanea
ad immolarsi. È il direttore della compagnia. I suoi capelli sono
scomposti come la sua cravatta, gli occhi stralunati, le guancie
coperte di pallore. Egli serra nella mano una lettera... si inchina a
destra e a sinistra e accenna di voler parlare. «Abbasso!... dentro!...
silenzio!» Prima che cessi il baccanale trascorrono parecchi minuti.
Ma alla fine il partito dell'ordine riesce a dominare la situazione.
L'intrepido capocomico ottiene di far intendere la propria voce e
comincia a parlare in tal guisa:
«Inclito pubblico... rispettabile guarnigione... cioè... mi inganno...
io voleva dire il contrario... ma presso a poco è la medesima cosa...
È avvenuto uno di quei fatti... uno di quei casi che fanno epoca
nella storia del teatro e della civilizzazione europea... Nella mia
lunga, e starei per dire, eterna carriera di capocomico non ricordo
un avvenimento più deplorabile, e al tempo istesso più glorioso per
l'arte... Io mi appello, o incliti abitatori di questa illustre... e
commerciale città, mi appello al vostro specchiato buon senso come al
vostro inalterabile patriotismo. Voi sapete che nel corso di queste
brevi ma fortunate rappresentazioni per parte nostra, non vennero
risparmiate spese e fatiche... onde appagare le legittime esigenze
di un pubblico intelligente e benevolo. Noi toccavamo felicemente
la riva... noi sbarcavamo gloriosamente in quel porto, donde un
capocomico, simile al naufrago dell'immortale Alighieri,
Si volge all'acqua perigliosa e guata...
«Per chiudere le nostre rappresentazioni luminosamente, avevamo
allestito un grandioso dramma di circostanza, scritto, come più
volte fu ripetuto nei pubblici avvisi, da un attore troppo modesto
per rivelare il proprio nome, ma troppo famoso in questa ed in altre
città d'Italia per rimanere ignorato. — Voi siete accorsi al triplice
appello dell'autore concittadino, dell'umile attrice benefiziata, e
diremo anche del vostro illuminato patriotismo. Voi avete con urbane
ma abbastanza sensibili dimostrazioni palesata la vostra impazienza.
— Ed ora... che direte voi... nell'udire ciò che purtroppo io sono
costretto ad annunziarvi? Quale sarà la vostra sorpresa... e fors'anche
il vostro giusto risentimento allorquando mi udirete annunziare che la
rappresentazione non può aver luogo, per questa semplice e durissima
circostanza che i tre principali attori giovani della compagnia erano
quegli stessi che oggi, vestiti della gloriosa camicia garibaldina, si
sono slanciati nella carrozza del leone di Caprera per combattere con
lui le supreme battaglie della indipendenza italiana...?...»
Il pubblico, che ascoltando diffidente ed iroso la lunga tirata del
capocomico, più volte si era permesso di interromperla con grida poco
benevoli, rimase profondamente colpito dalla inaspettata conclusione.
Un silenzio solenne successe improvvisamente alla sorda agitazione. Le
parole del capocomico non solo scioglievano l'enigma della giornata,
ma proponevano un nobile esempio. I generosi istinti della moltitudine
furono scossi da quell'annunzio. Tutti obliarono lo scopo pel quale
erano venuti in teatro; tutte le aspirazioni si portarono sovra un
altro campo.
I tre attori che avevano seguito Garibaldi erano un avvenimento reale,
un avvenimento che sorpassava l'interesse di una rappresentazione
drammatica, che trascinava le menti ed i cuori in un realismo più
elevato e più poetico di qualsiasi finzione ideale.
Il capocomico indovinò immediatamente il pensiero del pubblico — e
profittando di quel silenzio solenne, riprese a parlare con maggiore
naturalezza di linguaggio.
«Per mostrarvi che non vi fu da parte nostra verun inganno o
soperchieria, io vi leggerò, o signori, la lettera che ci venne recata
pochi minuti sono — la lettera di quei disgraziati... e diciamolo
pure... generosi figli dell'arte!»
Il capocomico spiegò il foglio e proseguì leggendo:
«Cari colleghi:
«Al momento in cui riceverete questo foglio, noi saremo a Como,
sdraiati probabilmente sulla paglia della caserma. La persona a
cui affidiamo la presente è incaricata di consegnarla alle ore otto
precise, al punto in cui sarà per aver principio la rappresentazione.
Abbiamo promesso _La partenza dei volontari_, e nessuno vorrà accusarci
di aver mancato di parola. — Noi siamo partiti! — L'autore del nuovo
dramma si era proposto di spronare i suoi concittadini ad accorrere
sotto le bandiere di Garibaldi — orbene: noi crediamo che il nostro
esempio gioverà meglio allo scopo. Noi abbiamo profittato delle
camicie rosse che dovevano servire alla rappresentazione. Badate che
c'è penuria di camicie rosse: quelle che ancora vi rimangono io vi
consiglio di donarle ai giovani di buona volontà. Noi vi permettiamo
di leggere in pubblico la nostra lettera. Dessa servirà a discolparvi.
Noi conosciamo i cittadini di... Vedrete che gli spettatori, in luogo
di esigere la restituzione del biglietto, proclameranno ad una voce di
destinare l'introito della serata a benefizio della Commissione per le
camicie rosse. Salute a voi, diletti colleghi, salute ai patriottici
abitanti di.... Viva l'Italia! Viva Garibaldi! Viva la camicia rossa!
«Vostri affezionatissimi fratelli
«SIMONELLI — VISCARDINI — RIZZI.»
All'ultime parole della lettera rispose un uragano di grida che fece
impallidire il capocomico. — Gli spettatori della platea salirono
sulle panche agitando i cappelli e i bastoni — tutti i fazzoletti
sventolarono dai palchi e dalle gallerie — i professori dell'orchestra
per impulso istintivo ripresero i loro stromenti, e si diedero a
suonare con lena da invasati l'inno di Garibaldi.
Vi sono delle commozioni popolari che nessuna penna può descrivere
— e noi, per parte nostra, rinunziamo ad esprimere quell'entusiasmo
collettivo, del quale ogni singolo episodio fornirebbe un poema.
Il capocomico non trovava la via per andarsene dal proscenio. Egli si
inchinava, piangeva, rideva, e da ultimo era rimasto impietrito colle
mani in saccoccia.