VIII.

Com'era da prevedersi, quella straordinaria effervescenza di popolo

tornò propizia alla attrice che in quella sera dava in teatro la sua

serata di benefizio. Il nuovo dramma _La partenza dei volontarii_,

ritraeva dagli avvenimenti del giorno un'interesse di attualità quale

l'autore ed i comici erano lungi dall'aspettarsi.

Allo schiudersi delle porte il teatro fu invaso dalla folla. La platea,

le gallerie, il loggione traboccarono di spettatori. L'intera città si

era travasata in quell'angusto recinto.

Eugenio Lanfranchi, l'autore della commedia, passeggiava fra le quinte

collo sgomento nell'anima. S'egli avesse preveduto quel formidabile

concorso di spettatori e di giudici, non avrebbe osato sfidarlo.

Gli pareva che in paragone degli avvenimenti reali il suo dramma

fosse una frivola e sbiadita parodia. Le forti commozioni da lui

provate al cospetto di Garibaldi, alla vista dei tre sconosciuti che

si erano slanciati nella carrozza dell'eroe per seguirlo sui campi

di battaglia, gli rinfacciavano la pochezza delle sue espansioni

drammatiche. Due giorni innanzi egli temeva di aver esagerato le

tinte; ed ora vedeva impallidire i colori e smarrirsi i contorni de'

suoi personaggi. — Quale orribile fiasco! pensava egli misurando la

scena a passo concitato — darei due anni del mio stipendio, perchè la

rappresentazione non avesse luogo!

Frattanto gli attori attraversavano il palco scenico per recarsi

ai loro camerini. Al di là del sipario la platea muggiva sordamente

siccome un oceano in tempesta.

Lo spettacolo doveva incominciare alle otto, e nondimeno alle ore sette

e mezzo il pubblico imperversava di schiamazzi. Ciò accade quasi sempre

nei teatri eccessivamente affollati. La insolita agitazione degli animi

questa volta irritava le impazienze, produceva un parossismo.

Si accendono i lumi — i professori di orchestra seggono ai loro posti

innanzi tempo, e tentano, accordando gli istrumenti, di ammansare la

belva-pubblico. — L'ispettore della questura va sul palco scenico per

ottenere si anticipi la rappresentazione. Il buttafuori fa osservare

che mancano dieci minuti all'ora convenuta — nondimeno egli dà il

segnale ai suonatori, e frattanto percorre i camerini per avvertire gli

artisti che si tengano pronti.

Ai primi suoni dell'orchestra, — parecchie voci gridano: silenzio! —

la platea si rimette in calma, non pochi sembrano disposti a prestare

attenzione alla musica.... — La sinfonia è troppo lunga... Basta!

Avanti! Fuori! urlano ad un tratto diverse voci. — L'uffiziale di

questura abbandona per la seconda volta la sua sedia e ritorna sul

palco scenico per sollecitare gli attori.

L'orchestra, o bene o male, ha finito il suo pezzo, e i professori

deponendo gli istrumenti, lanciano sotto voce mille imprecazioni sul

rispettabile pubblico. Questi, che al cessare della musica non vede

alzarsi il sipario, riprende con maggior veemenza le proteste. I piedi,

le mani, i bastoni, gli ombrelli, tutto serve a far chiasso. Gli uomini

d'ordine si provano a reprimere lo schiamazzo con dei sibili impotenti.

Ma ogni pretesto di ritardo compatibile, viene a cessare.... L'orologio

ha segnato le otto ore... la sfera non si arresta... Uno... due...

tre minuti... l'edifizio sta per crollare... Il sipario si agita...

Che vorrà dire?... Qualche accidente impreveduto? Qualche malattia?...

La curiosità, l'impazienza toccano il colmo... La benemerita arma dei

carabinieri si prepara a sedare un tumulto...

Ecco finalmente qualcuno che potrà appagare la curiosità pubblica

se non placare l'agitazione. — Un uomo di circa sessant'anni si

è presentato al proscenio come una vittima che viene spontanea

ad immolarsi. È il direttore della compagnia. I suoi capelli sono

scomposti come la sua cravatta, gli occhi stralunati, le guancie

coperte di pallore. Egli serra nella mano una lettera... si inchina a

destra e a sinistra e accenna di voler parlare. «Abbasso!... dentro!...

silenzio!» Prima che cessi il baccanale trascorrono parecchi minuti.

Ma alla fine il partito dell'ordine riesce a dominare la situazione.

L'intrepido capocomico ottiene di far intendere la propria voce e

comincia a parlare in tal guisa:

«Inclito pubblico... rispettabile guarnigione... cioè... mi inganno...

io voleva dire il contrario... ma presso a poco è la medesima cosa...

È avvenuto uno di quei fatti... uno di quei casi che fanno epoca

nella storia del teatro e della civilizzazione europea... Nella mia

lunga, e starei per dire, eterna carriera di capocomico non ricordo

un avvenimento più deplorabile, e al tempo istesso più glorioso per

l'arte... Io mi appello, o incliti abitatori di questa illustre... e

commerciale città, mi appello al vostro specchiato buon senso come al

vostro inalterabile patriotismo. Voi sapete che nel corso di queste

brevi ma fortunate rappresentazioni per parte nostra, non vennero

risparmiate spese e fatiche... onde appagare le legittime esigenze

di un pubblico intelligente e benevolo. Noi toccavamo felicemente

la riva... noi sbarcavamo gloriosamente in quel porto, donde un

capocomico, simile al naufrago dell'immortale Alighieri,

Si volge all'acqua perigliosa e guata...

«Per chiudere le nostre rappresentazioni luminosamente, avevamo

allestito un grandioso dramma di circostanza, scritto, come più

volte fu ripetuto nei pubblici avvisi, da un attore troppo modesto

per rivelare il proprio nome, ma troppo famoso in questa ed in altre

città d'Italia per rimanere ignorato. — Voi siete accorsi al triplice

appello dell'autore concittadino, dell'umile attrice benefiziata, e

diremo anche del vostro illuminato patriotismo. Voi avete con urbane

ma abbastanza sensibili dimostrazioni palesata la vostra impazienza.

— Ed ora... che direte voi... nell'udire ciò che purtroppo io sono

costretto ad annunziarvi? Quale sarà la vostra sorpresa... e fors'anche

il vostro giusto risentimento allorquando mi udirete annunziare che la

rappresentazione non può aver luogo, per questa semplice e durissima

circostanza che i tre principali attori giovani della compagnia erano

quegli stessi che oggi, vestiti della gloriosa camicia garibaldina, si

sono slanciati nella carrozza del leone di Caprera per combattere con

lui le supreme battaglie della indipendenza italiana...?...»

Il pubblico, che ascoltando diffidente ed iroso la lunga tirata del

capocomico, più volte si era permesso di interromperla con grida poco

benevoli, rimase profondamente colpito dalla inaspettata conclusione.

Un silenzio solenne successe improvvisamente alla sorda agitazione. Le

parole del capocomico non solo scioglievano l'enigma della giornata,

ma proponevano un nobile esempio. I generosi istinti della moltitudine

furono scossi da quell'annunzio. Tutti obliarono lo scopo pel quale

erano venuti in teatro; tutte le aspirazioni si portarono sovra un

altro campo.

I tre attori che avevano seguito Garibaldi erano un avvenimento reale,

un avvenimento che sorpassava l'interesse di una rappresentazione

drammatica, che trascinava le menti ed i cuori in un realismo più

elevato e più poetico di qualsiasi finzione ideale.

Il capocomico indovinò immediatamente il pensiero del pubblico — e

profittando di quel silenzio solenne, riprese a parlare con maggiore

naturalezza di linguaggio.

«Per mostrarvi che non vi fu da parte nostra verun inganno o

soperchieria, io vi leggerò, o signori, la lettera che ci venne recata

pochi minuti sono — la lettera di quei disgraziati... e diciamolo

pure... generosi figli dell'arte!»

Il capocomico spiegò il foglio e proseguì leggendo:

«Cari colleghi:

«Al momento in cui riceverete questo foglio, noi saremo a Como,

sdraiati probabilmente sulla paglia della caserma. La persona a

cui affidiamo la presente è incaricata di consegnarla alle ore otto

precise, al punto in cui sarà per aver principio la rappresentazione.

Abbiamo promesso _La partenza dei volontari_, e nessuno vorrà accusarci

di aver mancato di parola. — Noi siamo partiti! — L'autore del nuovo

dramma si era proposto di spronare i suoi concittadini ad accorrere

sotto le bandiere di Garibaldi — orbene: noi crediamo che il nostro

esempio gioverà meglio allo scopo. Noi abbiamo profittato delle

camicie rosse che dovevano servire alla rappresentazione. Badate che

c'è penuria di camicie rosse: quelle che ancora vi rimangono io vi

consiglio di donarle ai giovani di buona volontà. Noi vi permettiamo

di leggere in pubblico la nostra lettera. Dessa servirà a discolparvi.

Noi conosciamo i cittadini di... Vedrete che gli spettatori, in luogo

di esigere la restituzione del biglietto, proclameranno ad una voce di

destinare l'introito della serata a benefizio della Commissione per le

camicie rosse. Salute a voi, diletti colleghi, salute ai patriottici

abitanti di.... Viva l'Italia! Viva Garibaldi! Viva la camicia rossa!

«Vostri affezionatissimi fratelli

«SIMONELLI — VISCARDINI — RIZZI.»

All'ultime parole della lettera rispose un uragano di grida che fece

impallidire il capocomico. — Gli spettatori della platea salirono

sulle panche agitando i cappelli e i bastoni — tutti i fazzoletti

sventolarono dai palchi e dalle gallerie — i professori dell'orchestra

per impulso istintivo ripresero i loro stromenti, e si diedero a

suonare con lena da invasati l'inno di Garibaldi.

Vi sono delle commozioni popolari che nessuna penna può descrivere

— e noi, per parte nostra, rinunziamo ad esprimere quell'entusiasmo

collettivo, del quale ogni singolo episodio fornirebbe un poema.

Il capocomico non trovava la via per andarsene dal proscenio. Egli si

inchinava, piangeva, rideva, e da ultimo era rimasto impietrito colle

mani in saccoccia.

Racconti politici · 第 37 / 104 题