La notizia era vera. Garibaldi, partito il giorno innanzi da Caprera,
si recava nelle provincie lombarde ad ispezionare i suoi volontari e ad
assumerne il comando.
All'indomani, verso le ore due, una folla considerevole traeva alla
stazione della ferrovia. Quella popolazione scettica e letargica si era
improvvisamente scossa. Nelle fisonomie brillava la luce. I fanciulli
e le donne — questa eletta porzione della società che è la più ingenua
e la più impressionabile — rivelavano nell'incesso, nel movimento
concitato della persona, un immenso tripudio. Il popolo scamiciato,
il popolo vestito di velluto si arrampicava sulle muraglie, invadeva
i capitelli delle colonne. C'erano dei nani che parevano giganti, dei
giganti che parevano pigmei. Quella moltitudine che si era precipitata
nella sala di aspetto, che si era distesa per oltre mezzo miglio
lungo il margine della ferrovia, all'approssimarsi dell'ora desiderata
divenne immobile e muta. Quegli ultimi minuti di aspettazione parvero
secoli.
Non mai il fischio di una locomotiva parlò più eloquente alla folla.
Tutti i volti impallidirono. I fanciulli giunsero le mani — qualcuno
cadde in ginocchio e fece il segno della croce.
Al silenzio, all'immobilità successe un uragano di grida, una
agitazione indescrivibile. Il convoglio aveva rallentata la corsa, e
tutti gli sguardi si erano pasciuti di una sublime visione. Garibaldi
avea reso il saluto alla folla e ciascuno si era vivificato.
Prima ancora che il convoglio si arrestasse, i più enfatici erano
saliti sui gradini e sui tetti delle carrozze. Il vagone occupato da
Garibaldi e da' suoi intimi fu preso d'assalto con impeto formidabile.
— Silenzio! gridavano mille voci; lasciatelo parlar lui!... Sentiamo
cosa dice lui... Ma altre migliaia di voci non cessavano di urlare a
tutta possa: «viva Garibaldi! viva l'Italia! viva la guerra!»
A un tratto la fisonomia di Garibaldi da ilare e benigna divenne
radiante. I suoi occhi parevano salutare al di là della folla qualche
persona amica e desiderata.
In un lampo tutte le teste si volsero.
— Fate largo! fate largo! tuonò il generale levandosi in piedi — ecco
qualcuno che non perde il suo tempo in vane dimostrazioni... No: non è
tempo di parole codesto!... l'Italia domanda soldati e carabine!
Tre giovani in camicia rossa si apersero il varco attraverso a quella
immensa barricata di popolo, e animati dal sorriso e dalla voce del
generale che loro stendeva le braccia come a fratelli, si lanciarono
nella sua carrozza.
Quasi al medesimo punto la campanella diede il segnale della partenza
e il convoglio fra un uragano di viva uscì trionfalmente dalla stazione
ed indi a poco disparve.
Quei tre giovani, apparsi inaspettatamente a completare la solennità e
l'entusiasmo di un istante, divennero il soggetto di tutti i discorsi.
Chi erano? Nessuno li aveva riconosciuti. La camicia rossa aveva
abbagliato gli sguardi. I meglio informati sostenevano che erano tre
faccie forestiere; altri invece, affidandosi alle ipotesi, profferivano
dei nomi e inventavano delle favole assurde; ma l'episodio dei tre
garibaldini non cessava per questo di rappresentare un enigma.