— Ho da farvi una confidenza, prese a dire Gregorio nell'atto di
versare da bere.
— Di' su.
— Una confidenza che non ho mai fatta a nessuno... nè anche alla mia
Veronica... Una sola volta... ma non qui in paese — lontano... lontano
assai — ne ho detto qualche cosa a lui... a papà Garibaldi, che Dio lo
benedica sempre!... E lui... Garibaldi — lo vedo ancora — Garibaldi ha
fatta una smorfia come se gli venissero le lacrime su per la gola... E
mi ha battuto la mano sulla spalla... come volesse dire: va là... che
hai proprio ragione di odiarli... quei cani di tedeschi!
Il vecchio vuotò un bicchiere e riprese:
— Dunque... come vi dicevo... la cosa per intero... non l'ho mai
detta a nessuno... Ed ora, metterò di essere al confessionale...
Promettetemi, don Remondo, che non si saprà mai da anima viva ciò che
sto per narrarvi...
— Gregorio... tu mi conosci!
— Sì... Ed è per questo che mi sono deciso ad aprirvi tutta l'anima
mia per chiedervi consiglio. Vi ricordate della mia povera Martina...?
L'unica nostra figlia... la nostra gioia. Ora avrebbe trentasette
anni... A trentasette anni una donna è giovane ancora!... Eppure,
quand'essa è morta, non aveva compiuti i venti!...
Il vecchio si interruppe — si versò da bere, portò il bicchiere alle
labbra, ma tosto lo ripose in sulla tavola. Il vino, in quel momento,
gli ripugnava.
— Come or diceva — riprese il vecchio — prima del quarantotto, io ne
sapeva di politica quanto l'asino del mulinaro. Mi avevano mai detto
cosa fosse la politica? Noi altri si viene su come gli alberi di
frassino — grossi di fusto e buoni da far legna. A quarant'anni, io non
ero mai uscito da Val d'Intelvi — una volta ero andato fino a Bellano,
e quando fui arrivato laggiù, ho pianto dalla paura... Mi pareva di
essere andato così lontano, così lontano, che per me non vi fosse più
speranza di poter tornare al paese! Ma veniamo a lei... a quella povera
figliuola!... Nel quarantotto aveva diecianove anni... La mia Martina
— lo dicevano tutti — era la più bella figliuola della valle. Buona,
poi! — altrettanto buona quanto io ero bestia!... Non sapeva niente di
niente... Avevamo due conigli nella stalla... Una mattina, vedendoli
uscire nel cortile con un seguito di piccoli coniglietti, la Martina mi
chiese: chi li ha portati tutti quei piccoli? Ed io, bestia: «ma sono
i figli di quei grandi.» «Eh! lo so bene anch'io, disse la Martina; ma
domandava appunto chi è che li ha portati nella stalla... da qual parte
sono venuti...» Vedete s'ella ne sapeva qualche cosa di ciò che succede
a questo mondo!... Com'io della politica!... Basta!... È venuta fuori
la guerra... Pio IX... il governo provvisorio... i piemontesi... e
tutto il resto... Un bel giorno hanno arrestato i due gendarmi — hanno
disarmato le guardie di finanza — sul campanile di Argegno s'è veduta
svolazzare una bandiera di tre colori che pareva l'arcobaleno... e i
ragazzi cantavano certe canzoni... Dio sa dove le avessero imparate!
— certe canzoni che allora mi parevano del latino come i salmi che si
cantano in chiesa. Cominciarono a passare dei giovanotti che non erano
nè uomini ne soldati... Sulle prime io non ci capiva nulla — vi ho già
detto che ero un bestione in quanto alla politica — ma quel passaggio
di gente mi portava dei guadagni — si vendeva del vino — l'osteria era
sempre piena — facevo denari. A forza di osservare, di ascoltare, di
domandare..., a poco a poco io venni a capirci qualche cosa... alla
meglio... tra chiaro e oscuro. Fra quei ragazzi che passavano dalla
mia osteria per andare allo Stelvio, ce n'erano parecchi fra i dieci e
i quindici anni. Quei biricchini sapevano già tutto... Un giorno entrò
nell'osteria una grossa comitiva di quei caporioni trascinando legato
e ammanettato un venditore di pipe. Gridavano: «morte alla spia!...
fuciliamolo!...» Quel povero diavolo era smorto come un cadavere —
tremava come un cane uscito dall'acqua — e implorava misericordia
a nome di tutti i santi e della Madonna. — Mi sentii stracciare le
viscere.... «Alto là!... alto là!... Nella mia osteria non si fanno
di queste ribalderie... non si uccide un cristiano!» gridai a quei
soldati senza uniforme. — E sentite mo questa! Un ragazzo, che forse
non toccava i quindici anni... un coso da far ballare sulla punta del
mio dito piccolo... si voltò indietro come una vipera, e guardandomi
dal basso in alto con certi suoi occhi da gatto arrabbiato, incominciò
a strillare: «chi è che difende i tedeschi?... Dunque... voi siete un
tedesco!...» «Morte ai tedeschi! morte alle spie!» gridarono tutti,
volgendosi dalla mia parte. «Tedesco io?... Ma io sono un _taliano_ di
val d'Intelvi... e dice che non si deve ammazzare un galantuomo...»
— «Ah, siete anche voi della lega!... Abbasso le spie!... Morte ai
traditori della... repubblica!...» Vi assicuro, don Remondo, che
ebbi un bel da fare perchè quella gente non mettesse il fuoco alla
casa per arrostirmi vivo in compagnia di quel povero venditore di
pipe e di tutta la mia famiglia! In quel giorno io dovetti la vita
a Veronica. — Ella tornava dalla campagna; vedutomi alle prese con
quei furibondi, si fece nel mezzo a gridare: «ma non capite che egli
è una bestia... un asino... uno zuccone, che non sa mai quello che si
dice?... Animo, via, Gregorio! (e mi diede un gran pugno per spingermi
in cucina) lascia fare a chi tocca.... e viva Pio IX! viva l'Italia!»
— Quella Veronica aveva una gran testa... allora!... — La scena mutò
di aspetto. — Cose da far piangere... Qualcuno sorse a gridare: viva
le donne italiane!... La presero in mezzo... le saltarono al collo...
le attaccarono una coccarda sulle spalle... tutti volevano baciarla...
mentre io, sulla porta della cucina, vedeva tutto... e lasciava fare...
perchè mi pareva che, in quel momento, fosse ben fatto... E quando uno
la baciava, io diceva: «se lo merita! che tu sia benedetta! Io sono un
asino, e tu sei sempre stata una gran donna!» Ma quella giornata segnò
per la mia famiglia il principio di molte disgrazie. Veronica ammalò.
Ella mi aveva salvato, ma non per questo ebbe a subire meno gravi le
conseguenze dello spavento che ella aveva provato entrando nel cortile.
Ella non potè mai dimenticare quella scena. La malattia fu lunga — per
oltre due anni Veronica rimase inchiodata nel suo letto — ed oggi —
voi lo sapete, don Remondo — la povera donna non ha più la sua testa —
ha paura della sua ombra, e ricade malata ad ogni mutamento d'aria, ad
ogni nuvolo che sorga. Ma ora viene il peggio della storia — bevete,
don Remondo!... Beviamo!... Il vino non mi vuole andar giù... ma pure
bisogna bere!...