C'è un paesetto in Val di Intelvi che si compone di cinque o sei case
rustiche. Gli abitanti son tutti contadini, ad eccezione di un prete,
il quale non è parroco, non è cappellano, non porta verun titolo che
definisca il suo grado nella gerarchia ecclesiastica — è il _prete_
del paese. S'egli non sapesse leggere il breviario e masticare gli
_oremus_ della messa, lo si direbbe un bifolco mascherato cogli abiti
del sacrista. I suoi grossi scarponi perdono le legaccie, le sue brache
non hanno colore. Da otto anni il suo collare consiste in una grossa
cinghia di pelle assicurata dietro l'occipite da una fibbia. Egli
ereditò quel distintivo pretesco dal suo ultimo cane bracco; un cane
che fu ucciso da una palla tedesca nell'autunno del 1848, quando gli
austriaci piombarono nella povera valle a esercitarvi le loro feroci
rappresaglie. — Quel prete, per la santa memoria del suo bracco, non
ha mai cessato di esecrare gli austriaci. Un uomo eccellente — e a mio
giudizio — uno dei preti meglio accetti al Signore. Il suo nome è Don
Remondo, ma i più lo chiamavano il papa di Val d'Intelvi.
Nel paesetto c'è una piccola osteria — vale a dire una casa rustica,
dove si vende del vino, abitata da una famiglia di tre individui: un
vecchio di settant'anni, sua moglie, e un ragazzetto di sedici anni
circa, biondo di capelli e gracile come una fanciulla. Il vecchio si
chiama Gregorio, la moglie Veronica, il ragazzo Ernani. Questo ultimo
nome rappresenta il romanticismo dei tempi moderni infiltrato nella
prosa patriarcale di quella antica famiglia.
In sul finire dell'aprile 1866, don Remondo entrò nel cortile
dell'osteria colla _Gazzetta_ nelle mani — ordinò un _quintino
Valtellina_, e sedette presso un vecchio tavolo a leggere avidamente.
Quando Ernani dopo alcuni minuti venne a servirgli da bere — il prete
alzò gli occhi dal foglio, e volgendosi al ragazzo — ci siamo! gli
disse — questa volta si fa davvero... La campagna va ad aprirsi,
hanno chiamato i contingenti, e dicono che già a quest'ora si vanno ad
iscrivere parecchi volontari nell'esercito...
Gli occhi del ragazzo sfavillarono.
— Ah! nell'esercito...! sclamò il vecchio Gregorio, che era entrato nel
cortile con un carico enorme di legna sulla testa — nell'esercito!...
Ma là dentro non c'è da far bene per noi... Non sanno che farne dei
soldati che hanno passati i sessanta... e meno ancora dei ragazzi che
non hanno toccato i sedici anni!
— Aspetta un poco, Gregorio!... lasciami finire — disse il prete,
riprendendo la lettura — lasciami finire ti dico... Vediamo le
ultime notizie... i dispacci... le corrispondenze... particolari...
Ci scrivono da Berlino... Ci scrivono da Parigi... Ci scrivono da
Bruxelles... Ci scrivono da Caprera...
Il prete abbassò la voce, ma cogli occhi divorava le cifre.
— Oh! corpo del sacratissimo... del sacratissimo!... Sta a vedere che
vuol mangiarsele tutte lui le notizie da Caprera... questo _bagolone
della dottrina_!... Ma non sa, don Remondo, che quando si tratta di
papà Garibaldi... di lui... corpo del sacratissimo... sacratissimo...
— Quante bestemmie per nulla! — interruppe il prete senza affettazione.
To' vuoi sentire che cosa scrivono da Caprera....? Siamo qui per
servirla...! Metti a terra quella legna... che deve pesarti sulla
testa... La notizia è buona... anzi eccellente!... e bisogna che tu
ti assesti un poco a tuo comodo per meglio assaporarla... Bravo! così
va fatto! Vieni qua: mettiti a sedere... e lascia in pace i santi e la
madonna... se vuoi che tutto vada per bene.
Gregorio aveva scaricato a terra il suo enorme fascio di legna — e
fattosi dappresso al tavolo, si era posto a cavalcioni di una panca,
giungendo le mani sotto il mento, e sporgendo la bocca semiaperta verso
il prete.
Don Remondo colla sua voce più solenne lesse quanto segue:
«Ci scrivono da Caprera che il generale Garibaldi gode ottima salute...
Egli ha ricevuto una lettera di un _alto personaggio_ che lo ha messo
di buon umore. Ad alcuni suoi amici, che sono andati a visitarlo,
dichiarò di esser pronto ad assumere il comando dei volontarii al
primo scoppiare della guerra. Noi crediamo sapere da ottima fonte che
nel Consiglio dei Ministri si è già deciso di chiamare i volontarii
e il loro invincibile condottiero non appena le operazioni della leva
saranno terminate».
Il prete, finita la lettura, guardò in faccia a Gregorio aspettandosi
una eruzione di entusiasmo violento. Ma il vecchio Gregorio pareva
impietrito.
Dopo alcuni minuti, il vecchio levò lo sguardo verso sua moglie
che era venuta ad ascoltare la lettura dietro le spalle del prete —
quell'occhiata pareva una interrogazione.
Poi, con accento misterioso e carezzevole disse ad Ernani:
— Figliuolo, scendi in cantina!... Cavane un buon litro di quello che
piace a don Remondo,... Ora comincio a crederci anch'io alla guerra...
se si muove lui!... E bisogna pensarci... bisogna pensarci seriamente:
non è vero don Remondo?
E quando il ragazzo fu tanto lontano che non potesse udire:
— Bisogna consigliarci... bisogna deciderci — o io, o tutti e due...
La vecchia Veronica facendosi colla mano ventaglio alla fronte —
sentitelo! — esclamò — lo sentite, don Remondo? — Non vi pare che egli
abbia perduto la testa?... A settant'anni voler seguire Garibaldi!...
E quell'altro! Un ragazzo di sedici anni... sempre malato.... e timido
come un passerino...
— Va a letto, Veronica!... Va a dormire... Già, tu sai bene... Non
siamo mai andati d'accordo su questi interessi... Anche l'altra
volta...
— Ma dunque... tu vuoi farlo morire, quel povero figliolo!... disse la
vecchia con voce alterata dai singhiozzi.
— Va a letto, ti dico!... silenzio!...
Ernani tornava col vino.
Il vecchio Gregorio guardò con tenerezza le mani scarne e profilate del
fanciullo alle quali pareva enorme peso il litro ricolmo. Poi accennò
alla moglie di ritirarsi, ma questa volta con espressione più mite.
La vecchia obbedì — Ernani usci dal cortile chiamato da alcuni ragazzi
che giuocavano nella strada. Gregorio e don Remondo rimasero soli.