contezza. Così del Munebria e del Morabito, che restarono inediti
eccetto qualche brano, così del Manciaracina e dello Spataro, i cui
poemi non furono pubblicati e di cui cercava avere contezza[142].
Quindi impropriamente il Grassi Bertazzi[143] chiama i suddetti poemi
fonti del _Ruggiero_, poichè, ad eccezione del Reitani e del Vitale,
dai quali il Vigo prese alcuni episodi e ispirazioni, gli altri poeti
dell’epopea normanna non sono che suoi precursori.
Si è notato che nel Vigo l’amore per la Sicilia giunge al parossismo;
egli non può assolutamente comprendere una unione dell’isola col
continente, specialmente cogli odiati napoletani; egli distingue i
siciliani dagl’italiani[144], e se qua e là incontriamo accenni al
futuro risorgimento italico, possiamo esser sicuri che sono aggiunte
posteriori al 1860, come quando alludendo manifestamente a Vittorio
Emanuele II dice che «un possente» farà ritornare Italia una (c. XI,
st. 37), quando impreca contro coloro che la vorrebbero scissa (c.
XIII, st. 24) e che sorga innanzi agli stranieri unificata di nome
e di bandiera (c. XIII, st. 25), quando, colle profezie dell’angelo
Uriele, accenna al risorgimento italiano (c. XV, st. 11 e sgg.) e
all’unificazione d’Italia sotto casa Savoia (c. X, st. 37).
Il _Ruggiero_ ci si presenta più come testimonianza dello spirito dei
tempi, in cui fu scritto, più come monumento archeologico, che come
vera e propria fantasia epica; nel _Ruggiero_, in conclusione, manca
la vita, che è tutto. Del resto il Vigo stesso dovette comprendere,
quantunque lo negasse, che il suo libro era un anacronismo, poichè
afferma nella prefazione: «oggi o non avrei dettato: il _Ruggiero_ o
l’avrei architettato in modo diverso da quello che è».
Degli altri poemi del secolo XIX che cantarono la conquista normanna,
non ho potuto raccogliere, nonostante le mie lunghe e pazienti
ricerche, che notizie monche e indirette.
Il Narbone[145] ci fa conoscere tre poemi, che, per sua affermazione,
hanno lo stesso soggetto del _Ruggiero_ del Vigo. Così il «_Val di
Girgenti conservato_, canti due di Giuseppe Ortega» stampato a Girgenti
nel 1829[146], che mi è stato inaccessibile, come pure un poema,
rimasto inedito, del barone Benedetto Spataro da Scicli[147] del quale
il Narbone non ci dà il titolo.
Invece della _Sicilia liberata_ del notaio Antonino Manciaracina
di Sambuca ho potuto raccogliere qualche notizia nel voluminoso
epistolario in gran parte inedito di Lionardo Vigo[148]. Il quale, come
ho già detto, avendo ricevuto notizia del poema da Vincenzo Navarro di
Ribera[149], aveva curiosità di conoscerne l’orditura e parecchie volte
scrisse al Navarro su tal proposito; questi gli rispose esponendogli il
nono canto[150], che il Manciaracina insospettito a stento gli aveva
fatto udire. Dopo la morte del notaio il manoscritto del poema passò in
mano del Navarro[151], che si diede a ripulirlo.
Ma l’opera del Manciaracina non doveva essere un capolavoro, se ne
leggiamo la protasi conservataci in un manoscritto del Vigo[152], e
quel che ne dice il rifacitore in una lettera del 4 ottobre ’55: «il
poema del Manciaracina è un miracolo come non mi abbia fatto impazzire;
è tutto strambotti, ed io ne ho rabberciato sei canti, e sa dio
come![153]».
All’epopea del ciclo normanno si potrebbero anche ascrivere due canti
di G. Battista Castiglia, che nel 1835 era professore di eloquenza
latina all’università di Palermo[154].
Nello _scudo di Ruggiero_ il P. ci mette dinanzi una bellissima
donna dal viso splendidissimo, che è la religione, la quale incita
Ruggiero, che stava solo e pensieroso sul lido di Reggio, a liberare
la Sicilia dal «sozzo saraceno» e gli dà uno scudo impenetrabile in
cui sono effigiate le sue future imprese. Nella _spada di Ruggiero_
Vulcano dà al conte la spada del gran Timoleonte. Sono esercitazioni
accademiche, ove è notevole solo l’intento patriottico della poesia e
l’elemento religioso di cui sono infarciti i due canti, il quale, nella
poesia nazionale mirante al riacquisto della indipendenza isolana, si
congiunse all’elemento storico[155].
Così l’elemento religioso si rivela pure nell’inno sacro «_A Santa
Rosalia_» di Terenzio Mamiani[156], che fa nascere la vergine
palermitana ai tempi del conte Ruggiero, con evidente anacronismo, e ci
narra leggiadramente la conquista normanna.
Se l’epica ci diede per la tradizione poetica dell’avventuroso periodo
della conquista normanna i frutti migliori e più abbondanti, nelle
altre forme letterarie possiamo rintracciarne alcuni altri, i quali ci
mostrano sempre più l’importanza e la diffusione del ciclo normanno
nella letteratura siciliana. Sono quattro drammi, una novella e un
romanzo, a tacere degli accenni che potrebbero notarsi in altri
componimenti, ed essi toccherò di volo, sia perchè di poca importanza
letteraria, sia perchè alcuni come la novella e il romanzo, essendo
scritti in prosa, escono dall’ambito della mia ricerca.
Nella biblioteca Ventimilliana di Catania trovasi un manoscritto del
secolo XVII che contiene un dramma in latino intitolato «_Rogerius
sive Panormus liberata_»[157]. L’autore non è menzionato, ma sembra
che sia stato qualche prete secentista del Collegio dei gesuiti di
Palermo, e che abbia composto questo dramma in occasione di una
solenne distribuzione di premi. I versi sono corretti, e alcuni brani
non mancano di una certa bellezza; i personaggi sono più di venti e
taluni anche allegorici. E’ comandante dell’esercito cristiano il
conte Ruggiero, dei Saraceni l’emiro Belcamero, che ha per generali
Camuto e Breno. Vi sono ancora Ismeno o Vafrio, maghi saraceni,
Nicodemo _episcopus panormitanus_; gli altri personaggi hanno per lo
più nomi tratti da commedie classiche: c’è un Cassius, un Parthenus,
un Hermogenes, un Callistus. L’azione però è meschinissima: l’emiro
Belcamero non vuole aprire le porte di Palermo all’esercito normanno,
poi alfine acconsente e il vescovo Nicodemo va a chiedere buoni patti
a Ruggiero. Come si vede il dramma, ad eccezione dell’ultima parte
attinta al Malaterra[158], o più probabilmente al Fazello, ha poco
fondamento storico, poichè Palermo fu presa d’assalto.
Mentre nell’adespoto manoscritto del _Rogerius_, l’elemento religioso,
che è quello che informa tutte queste produzioni, non entra che per
decantare la fede cristiana, in due altri componimenti drammatici, mira
alla glorificazione di santi locali, fenomeno che più largamente si
esplicò, come vedremo, nella tradizione popolare di leggende religiose.
Nei _Trionfi della Gran Protomartire Catanese S. Agata Liberatrice
della Patria e del Conte Ruggiero_, sacra rappresentazione di G. B.
Guarneri[159], Ruggiero con l’aiuto di Roberto e Bettumeno prende
Catania, fonda la cattedrale ed assiste alla rappresentazione del
martirio di S. Agata che viene esposto nella forma tradizionale
leggendaria comune a tante altre sacre rappresentazioni sulla martire
catanese.
Nella _Disfatta dei Saraceni — Oratorio_[160] di anonimo il popolo
siciliano è festante per una vittoria del conte Ruggiero sull’«empio
Kulmar», comandante dei saraceni e il duce normanno recita un inno
di ringraziamento a S. Maria dei Gulfi. I personaggi sono Ruggiero,
Tancredi, Simone, Ottavio sacerdote e il Coro.
Ricordiamo inoltre «_Gli Arabi in Messina_», dramma in prosa di
Vincenzo Pinzarrone[161], in cui l’azione si fonda sulla presa di
Messina per il conte Ruggiero nel 1060.
Al principato di Mileto di Ruggiero in Calabria si riferisce
una novella secentistica intitolata «_Il Conte Roggero sovrano
della Calabria Ulteriore_»[162], stampata in Venezia nel 1686,
la quale sembra una traduzione dal francese da quel che risulta
dall’_Imprimatur_[163]. In essa strane avventure romanzesche sono
mescolate a leggende tratte dalle cronache. Ruggiero salva dalle fiamme
una monaca bellissima di nome Marianna, che era stata costretta dai
parenti a prendere il velo per causa dei suoi averi, e la sposa. Poi
il conte, preso dall’ambizione, s’ingolfa in guerre disastrose, va
con Goffredo Buglione crociato in Palestina, e muore carico di catene
col figlio Tancredi prigioniero dei musulmani. La fonte della novella
è Orderico Vitale[164], nel quale però l’avventura con la monaca è
attribuita a Roberto Guiscardo.
Infine ricordiamo la _Sicilia all’undecimo secolo_ di Giovanni Leni
Spadafora, romanzo storico stampato nel 1878[165], che si riferisce ad
un periodo un po’ posteriore alla venuta dei normanni in Sicilia.
Chiediamo venia al lettore se abbiamo esaminato, benchè avessimo
cercato di ottenere la massima stringatezza nell’esposizione, tanti
poemi e drammi e novelle, dei quali ben pochi meritano la pena di
essere studiati. Gli è che solo dall’analisi di essi potremo avere
un’idea chiara e esatta di questa tarda formazione letteraria
dell’epopea normanna. La quale dal seicento al secolo XIX non è
altro che un soggetto _poemizzabile_, che vien trattato a guisa di
esercitazione accademica.
Ad ogni modo possono essere notati alcuni elementi caratteristici, i
quali specialmente provengono dall’essere stati composti sopra un unico
soggetto da autori che attingevano la materia storica delle poetiche
narrazioni alla medesima fonte e che erano tutti siciliani e perciò
intenti, per quell’amore delle cose riguardanti il paese ove si è nati,
cresciuti e educati, a illustrare le sicule glorie.
Poco si può osservare riguardo alla tela generale dei poemi, chè essa
il più delle volte è servilmente imitata da quella della Gerusalemme
liberata specialmente nei poemi secentistici.
Il poeta concentra quasi sempre l’azione principale attorno ad una
città, sia Palermo, Messina, Catania, Trapani o Girgenti la quale è
pure sua terra natale. I musulmani sono assediati in essa dai cristiani
guidati dal conte Ruggiero, al quale talvolta si aggiunge Roberto
Guiscardo.
Si sottraggono al comune contagio i poemi del Vitali e del Vigo.
Nella _Sicilia liberata_ non abbiamo azione principale, ma invece una
serie di battaglie e di avventure romanzesche che ricordano situazioni
del Boiardo e dell’Ariosto; nel _Ruggiero_ troviamo pure battaglie che
si succedono l’una all’altra, descritte storicamente, senza che alcuna
sia decisiva.
L’eroe principale è sempre Ruggiero, egli compie prodigi di valore
sovrumano, dei quali del resto si trovano i germi nel suo apologista
Malaterra, ma talvolta la sua figura diviene fredda e convenzionale,
quasi un _pius Aeneas,_ mentre spicca di più uno dei nipoti, Serlone,
Boemondo o Tancredi.
Ma le particolarità del ciclo epico normanno, sono come abbiamo già
detto, quelle che si riferiscono alla Sicilia.
Quindi se in essa epopea corrono spesse fiate le solite descrizioni
dell’inferno[166] (Balli, c. XXI, st. 1-170; Reitani, c. III, st.
6-38; Vitali, c. III, st. 3-17; Vigo, c. IX. st. 1-26), gli è perchè
l’entrata dell’abisso infernale è ordinariamente il cratere dell’Etna
(Vitali, c. III, st. 18: Vigo, c. IX, st. 26)[167] e dell’Etna abbiamo
descrizioni specialmente in istato d’eruzione, le quali quasi sempre
sono imitate dal gran modello vergiliano[168] (Balli, c. XXI. st. 1;
Reitani, lib. II, st. 40-41; Vitali, c. XVI, st. 97: Vigo, c. IX, st.
27-37 e c. XVII st. 28-30).
Quindi spesse volte ricorreranno pure le avventure di Ulisse e Polifemo
narrate distesamente nel Reitani Spatafora (lib. IX, st. 26-47 e lib.
XIII), mentre nel Vitali sono appena accennate (c. XIV, st 21-41)[169],
la descrizione del fenomeno della fata Morgana che è scientificamente
spiegato nel Vitali (c. I, st. 90-117; c. XVI, st. 61-66) e nel Vigo
(c. XV, st. 18-23), mentre nel Reitani diventa una specie di Sibilla
Cumana[170].
Ma più importante è il fatto già più volte avvertito che la fonte
principale dalla quale i poemi epici del ciclo normanno attinsero
la materia, sia storica, sia leggendaria della loro narrazione è
l’_Historia sicula_ del Malaterra.
È inutile che mi trattenga a mostrare che la tessitura generale dei
poemi è modellata secondo la suddetta cronaca; ciò diventa subito
manifesto ad un semplice confronto tra il breve sunto che ne abbiamo
dato e il Malaterra.
M’intratterrò piuttosto di alcuni episodi che ci mostreranno come i
poeti dell’epopea normanna attingano, anche nelle particolarità, ad
essa fonte.
Il Vigo ci rappresenta una giovinetta cristiana, la quale, fuggendo i
saraceni, cade rifinita dalla stanchezza, nè può più rialzarsi. Allora
l’amante che l’accompagnava la uccide per non farla cadere in preda
ai nemici, e poi si trafigge con la spada, cadendo esanime vicino
l’amata[171].
Nel Vitali abbiamo un episodio identico. Solamente, invece di
essere una giovinetta cristiana uccisa dall’amante, è una donzella
saracena uccisa dal padre, il quale non muore, ma vuole vivere per
vendicarsi[172].
Gli è certo che il Vigo ebbe presente il Vitali nel suo episodio, ma
si potrebbe affermare con eguale certezza che pose mente al passo del
Malaterra[173] ch’era la fonte del Vitale. In esso si narra che dopo la
presa di Messina per parte dei Normanni, un giovane saraceno dei più
nobili, uccise la sorella che non aveva più forze per fuggire, affinchè
non cadesse in mano ai nemici.
Così l’episodio del brettone Evisando che salva la vita al conte
Ruggiero in Taormina, narrato dal Malaterra in rozzi versi latini[174],
fu imitato dal Vitali[175] col nome mutato in Evisardo e dal Vigo che
fa succedere il fatto alla battaglia navale di Siracusa[176].
Il Vitali e il Vigo[177], descrivendo la battaglia di Misilmeri,
narrano che i Normanni appesero al collo delle colombe che gli Arabi
avevano portato in Misilmeri per annunziare a Palermo la sconfitta dei
Normanni biglietti ov’era scritta notizia della vittoria dei cristiani.
L’episodio è preso dal Malaterra (lib. II, cap. 42). ove «columbae
Panormi suos victos nuntiant».
La morte di Serlone per tradimento di Brachino nel Balli (c. XVIII, st.
74 sgg.), di Ibraimo nel Vitali (c. XXV, st. 57 sgg.), di Braclemo nel
Vigo (c. XII, st. 50-73) hanno per fonte comune l’uccisione di Serlone
per mano di Brahen nel Malaterra (lib. II, cap. XLVI).
Anche il Reitani Spatafora, che meno d’ogni altro attinge alla
materia storica per il suo poema, ci narra[178] che, andando il
conte Ruggiero con un’armata navale ad oppugnare Messina, cominciò
a scatenarsi una grave tempesta che si sedò solo quando il Genio di
quelle acque tranquillò il mare. Or è certo che il Reitani ebbe mente
all’Eneide[179], ma verosimilmente prese pure visione del cap. VI lib.
II del Malaterra, ove si narra che quando il conte Ruggiero navigava
verso Messina, ebbe a soffrire una tempesta che fu sedata da S.
Antonio, al quale aveva consacrata la preda che avrebbe fatta.
Tuttavia qui ci si affaccia una questione. I cantori dell’epopea
normanna attinsero direttamente all’_Historia sicula,_ oppure a
compilazioni storiche tardive, che trassero la narrazione del periodo
della conquista normanna dal Malaterra, come la storia di Sicilia di
Tommaso Fazello[180]?
Il Malaterra, come ognuno sa, fu stampato la prima volta dal Surita in
Spagna nel 1578[181], la seconda dal Caruso nel 1723 nella sua nota
e divulgata _Biblioteca Historica Regni Siciliae._ Ora è naturale
supporre che, data la difficoltà di procurarsi la prima e abbastanza
rara edizione, i poeti del ciclo normanno sino al secolo XVIII
attingessero la materia dei loro canti alla divulgatissima storia
del Fazello, mentre nel secolo XIX, in cui la cultura cominciò ad
estendersi largamente, preferirono di attingere al Malaterra, come
Lionardo Vigo che introdusse nel suo poema il cronista benedettino come
personaggio, dandogli la figura di un Pier l’eremita. Comunque gli è
certo che, o direttamente o indirettamente, la sola fonte storica del
ciclo epico normanno fu la cronaca del monaco benedettino.
CAPITOLO V.
LEGGENDE RELIGIOSE E POESIA POPOLARE.
Mentre nell’alta Italia le memorie municipali sono le più parte
favolose, in Sicilia la cultura della storia locale e le ricerche
pazienti degli eruditi dal quattrocento ai giorni nostri si può dire
che abbiano tolto la scarsa platina leggendaria che si era formata.
E noi appunto andremo raccogliendo queste poche reliquie locali,
informate quasi sempre a sentimento religioso.
Le leggende sulle feste popolari religiose di Sicilia che
affermano, per dirla con un dotto folklorista[182], «la esistenza
e la localizzazione in Sicilia d’un ciclo arabo-normanno, perchè
si riferiscono a quell’epoca gloriosa», possono ascriversi a tre
categorie: ad una prima quelle riguardanti S. Giorgio; ad una
seconda quelle relative all’intervento della Madonna nelle battaglie
arabo-normanne; ad una terza ascriveremo quelle memorie e leggende
locali estranee a S. Giorgio e alla Madonna.
Un fatto al quale più volte abbiamo accennato, è l’apparizione di S.
Giorgio alla battaglia di Cerami, descritta dal Malaterra, dall’Anonimo
Vaticano e da Simone da Lentini[183], e che poi diventò episodio
caratteristico dei poemi del cielo normanno.
Mentre durava feroce la battaglia di Cerami e la vittoria da un pezzo
indecisa stava già per voltarsi a favore dei musulmani più numerosi, a
un tratto apparve un cavaliere splendidissimo, dalle armi scintillanti,
su un cavallo bianco, agitando un bianco vessillo, sulla cui cima
risplendeva fulgida la croce, e che, come se uscisse dalle schiere dei
cristiani, irrompeva ov’erano più fitte le orde nemiche. I normanni,
credendo che il cavaliere fosse il glorioso S. Giorgio, ripresero
ardire e si scagliarono di nuovo contro i saraceni; Ruggiero con
un colpo di lancia passò da parte a parte il capitano musulmano, e
l’esercito infedele si disperse come nuvola dissipata dal vento[184].
Il Muratori[185], il Di Blasi[186] e l’Amari[187] credono che tale
fatto sia una mera fioritura retorica del Malaterra. Il Palmeri[188]
dice che i soldati normanni entusiasmati dal sentimento religioso
poterono facilmente scambiare Ruggiero per S. Giorgio e ciò bastò per
renderli invincibili; ma più probabilmente sarà stata allucinazione
dei combattenti, allo stesso modo che apparizioni consimili appaiono
frequentemente nelle guerre dei Crociati[189], allo stesso modo che
bastò nella battaglia di Legnano ch’uno dicesse di aver veduto bianche
colombe svolazzare attorno all’asta del carroccio a far sì che tutti vi
credessero e diventassero invincibili[190].
Tale leggenda si è perpetuata sino al giorno d’oggi. Si narra dal
popolo di Cerami come tradizione antichissima che il Conte Ruggiero
nella famosa battaglia che ebbe con i Saraceni nei pressi del paese,
all’avvicinarsi dell’esercito nemico fece cantare il Vangelo in quella
contrada che ancora oggi è chiamata _Evangelio_, quindi si trincerò
in una contrada, che ora è denominata _Ruggieri_, situandosi dinanzi
al campo di _Canciri_, capo dell’esercito saraceno, che era posto non
lontano da quella fontana che d’allora in poi prese il nome di Canciri.
Venuti i due eserciti alle mani, le milizie cristiane, inferiori di
numero, s’andavano lentamente ritirando verso le colline, chiamate
ora dell’Annunziata e Pizzuta, per potersi difendere in luogo più
vantaggioso. Il conte Ruggiero volse allora fervorose preghiere verso
S. Michele e S. Giorgio, suoi protettori e i due santi comparvero
subito ad incoraggiare l’esercito normanno. I cristiani, rinvigoriti
alla vista di quella meravigliosa apparizione, si slanciarono con
raddoppiato ardore contro i nemici, che in un baleno furono sconfitti,
lasciando sul campo tutto il loro bagaglio e una quantità di cadaveri
così grande che il luogo di quella sanguinosa battaglia prese il nome
di _milione_. In memoria di tale fatto furono erette le chiese di S.
Michele e S. Giorgio ancora esistenti[191].
È notevole pure la tradizione che si ha a Modica intorno l’origine
della chiesa di S. Giorgio, cattedrale della città. È leggenda ch’essa
sia stata costruita nel III secolo dell’era volgare e che avesse
il nome di S. Croce. Ma quando il conte Ruggiero liberò Modica dai
saraceni, per riconoscenza al santo, il quale era comparso in suo
favore in una battaglia del 1090, mutò in S. Giorgio il primitivo nome
della chiesa[192].
Un’altra leggenda sopra S. Giorgio somigliante a quella di Cerami e
alla tradizione modicana ci è stata tramandata da Vincenzo Auria[193].
Il re Ruggiero veniva per mare a Cefalù, quando fu colto da una grave
tempesta che lo mise in pericolo di vita. In tale frangente si rivolse
fiducioso al suo protettore S. Giorgio, e questi subito gli apparve e
sedò le onde del mare. Arrivato a Cefalù, il re fece erigere un tempio,
che volle dedicare al santo liberatore[194].
Noto infine che la festa di S. Giorgio e S. Giovanni Battista nelle due
Raguse è, secondo il Pitrè[195], di origine normanna, e che la chiesa
di S. Agata, cattedrale di Catania, fondata dal conte Ruggiero, era
dedicata prima a S. Giorgio.
Le leggende suesposte hanno, come chiaramente si vede, molti punti di
attinenza tra di loro: apparizione di S. Giorgio al conte Ruggiero
(nella leggenda cefalutana al re Ruggiero), salvamento di questo da un
grave pericolo e fondazione di una chiesa dedicata al santo.
Si affaccia ora naturale la domanda: può la leggenda della cronaca del
Malaterra avere influito sulla formazione di queste? Prescindendo dal
fatto che la pretesa apparizione avvenne, secondo il Malaterra, solo
a Cerami e non in altre battaglie arabo-normanne, non è naturale che
le leggende e le feste popolari abbiano origine dai cronisti, ma da un
fatto creduto reale, perpetuatosi nell’immaginazione popolare.
È più probabile l’opinione che alla battaglia di Cerami i Normanni
avessero fede nell’apparizione di un bianco cavaliere (nulla vieta il
credere che tra i guerrieri normanni ce ne fosse uno vestito di bianco)
identificato da loro con S. Giorgio, e che tale fatto, ingrandito
dalla superstizione di quei tempi, facesse germogliare molte altre
leggende delle quali alcune sono pervenute sino a noi, sia tali come si
formarono, sia trasformate e modificate dal tempo, ma nelle quali si
può sempre riconoscere la parentela e la medesima origine.
E ciò vedremo meglio in altre tradizioni siciliane religiose d’origine
normanna.
Tra le feste popolari religiose di Sicilia che si fondano su leggende
riferentesi all’intervento della Madonna nelle battaglie tra saraceni e
normanni, prima per ordine d’importanza è la festa della Madonna delle
Milizie in Scicli[196].
La tradizione popolare vuole che in un venerdì di marzo del 1091 in
una battaglia tra sciclitani e musulmani comparisse per preghiera
dei cristiani una donna bellissima vestita di bianco su un candido
destriero con una spada fiammeggiante in mano e circonfusa da una
candida nuvoletta. Era la Madonna che veniva in soccorso ai suoi
fedeli con un esercito normanno, capitanato dal conte Ruggiero[197].
I Saraceni, sbigottiti dall’apparizione e dall’inopinata venuta
del duce normanno, furono sconfitti in un baleno; e in ricordo di
tale meravigliosa comparsa Ruggiero fece innalzare un tempio e gli
Sciclitani ogni anno commemorano il miracolo con una finta battaglia.
Una leggenda somigliante si racconta a Canicattì a proposito della
festa della Madonna, che si solennizza ogni anno la Domenica in Albis.
L’istituzione di questa festa, secondo la tradizione, rimonta a
Ruggiero il Normanno per ricordo dell’apparizione della Vergine in una
battaglia contro i saraceni e della vittoria che conseguì il conte su
di essi; e, dice il Di Martino credesi[198]. «che abbia fatto scolpire
una statua della Madonna nell’atteggiamento che gli apparve e ch’io ho
visto nella chiesa maggiore di Ravanusa»[199]. È degno di nota nella
processione della festa che i frati che accompagnano la statua della
Madonna portano alabarde foggiate all’antica; e eran quelle, almeno
per ciò che me ne han detto, tolte dal conte Ruggiero agli arabi che
signoreggiavan quì».
Altri ricordi ci danno testimonianza che la leggenda dell’intromissione
della Madonna nelle battaglie arabo-normanne è diffusa in tutta la
Sicilia.