Una buona ragione adduce a questo proposito Luigi Capuana[83]. I

Saraceni portarono in Sicilia una grandissima civiltà, la quale,

dopo il decadimento avvenuto durante la dominazione bizantina, fece

rifiorire le arti, le scienze e le lettere rigogliosamente. E quando si

presentarono i normanni, annunziandosi come liberatori, mentre agivano

da predoni, desolando e devastando le fertili contrade sapientemente

coltivate dagli agricoltori musulmani, i siciliani non accettarono di

buona voglia la loro dominazione, anzi combatterono contro di loro.

Prova ne sia il lungo lasso di tempo (ventotto anni) che durò la guerra

tra gli agguerriti avventurieri nordici e i siciliani disavvezzi alle

battaglie, prova ne sia il concetto nel quale i normanni tenevano

gl’indigeni, chiamandoli «_divini nominis hostes_» e Palermo

Urbs inimica Deo, divini nescia cultus

Subdita daemonibus...[84].

Nè solo ciò, ma la cultura al tempo dei normanni restò in gran parte

sotto l’influsso arabo, arabi furono i letterati, araba spesso la

scrittura dei diplomi.

Con tali storici elementi era quasi impossibile che si formasse una

vera e propria epopea sulle gesta normanne.

L’epopea, frutto d’arte riflessa, la quale venne su dopo il secolo

XVI, non è che semplicemente erudita, e niuna o pochissima e dubbia

attinenza ha con le tradizioni popolari.

Alle già addotte ragioni altre se ne potrebbero aggiungere: il

successivo e turbinoso succedersi di signorìe diverse non faceva

certamente affezionare il popolo ad una dinastia in modo che si

creasse un fondo leggendario che ne abbellisse la memoria: e se pure

si formavano alcuni sparsi embrioni, erano soffocati sul nascere o

s’andavano mano mano spegnendo; l’umanesimo, col far rifiorire la

cultura classica, e col dare nuova vita agli studi storici, arrestò

pure l’elaborazione della nostra materia leggendaria, poichè, come

disse Ugo Balzani: «la cavalleresca epopea dei normanni non mancò di

scrittori che la celebrassero e la nuova tendenza storica dei tempi

trovò in quelle imprese spazio largo abbastanza per non avere bisogno

di tramutarsi in leggenda[85]».

E le leggende popolari e i rudimenti del ciclo normanno si spensero ben

presto, e subentrò loro un altro ciclo più grande, che penetrò subito

nella coscienza popolare e che probabilmente i normanni portarono e

localizzarono in Sicilia: il ciclo carolingio.

CAPITOLO III.

L’EPOPEA SICULO-NORMANNA NEI SECOLI XVII E XVIII.

Dal secolo XVII in poi ci si presenta una fioritura poetica abbastanza

copiosa, ma spesso mancante di originalità e frutto di imitazione

servile. Ci si concederà nondimeno venia, se ci fermeremo un po’ sui

poemi, quasi tutti abbastanza rari, perchè così avremo agio di dare

un utile contributo alla fortuna dei principali nostri poeti nella

letteratura siciliana e ad una storia dell’epica in Sicilia, della

quale il ciclo normanno forma il fatto più saliente e caratteristico,

ad eccezione del nazionalismo, o meglio, del sentimento autonomico

nell’epica del secolo XIX, di cui ebbe pure a sentire gl’influssi

l’epopea normanna dell’ottocento.

E prima di tutto intendiamoci riguardo la denominazione di _ciclo

normanno_ con la quale abbiamo chiamato quelle produzioni epiche,

liriche, drammatiche, leggendarie che si sono formate nel corso de’

secoli sulla fortunosa conquista del conte Ruggiero.

Sappiamo che per _ciclo_ intendesi quel complesso di leggende o

di favolose tradizioni che si sono formate sopra un avvenimento

storico in modo da fare quasi un circolo nell’ambito del quale esse

fioriscono. Ora forse impropriamente ho usato tale parola, trattandosi

di produzioni letterarie che non sono l’estrinsecazione della materia

greggia che giace sopita nella tradizione popolare, e che aspetta il

poeta che la tolga dall’oblio e ne faccia un’opera d’arte.

I poeti del ciclo normanno non cercano la materia del loro canto nelle

leggende e nelle fantasiose narrazioni popolari, ma nelle tradizioni

storiche, e queste rimpastano a loro piacimento.

E quantunque il popolo avesse potuto trovare nelle cronache qualche

germe di leggenda (così, ad esempio, l’apparizione di S. Giorgio nella

battaglia di Cerami), pure l’epopea normanna non diventò patrimonio

della letteratura popolare e non fu esumata che nel seicento, in cui,

per la fecondità poetica, fiorita in modo veramente straordinario,

si ricercavano avvenimenti storici _poemizzabili_, com’ebbe a dire

l’Alfieri, con un neologismo.

A far scegliere la conquista della Sicilia e ad accrescere la

produzione, specialmente epica, del ciclo normanno, oltre al fatto

storico di per sè illustre e importante concorsero varie altre cause:

1. Il tempo dell’azione, la quale si svolge nella seconda metà del

secolo undecimo e che è perciò di poco anteriore alla prima crociata,

cantata nel poema del Tasso, il quale sì larga influenza ebbe

sull’epica a sè posteriore. Infatti i poeti del ciclo normanno fanno

tutto il possibile per allacciare i due avvenimenti[86].

2. L’essere i normanni cristiani e i dominatori della Sicilia in quel

torno di tempo saraceni e perciò nemici di fede.

3. La fondazione del regno di Sicilia con il conte Ruggiero e re

Ruggiero I. Quest’elemento influì moltissimo sull’epica nazionale della

prima metà del secolo XIX, in cui si ricordarono i fasti dell’antica

grandezza della illustre monarchia normanna per spingere i Siciliani a

proclamare l’autonomia della loro isola.

4. L’influenza sul popolo siciliano della dominazione normanna,

la quale, benchè di non lunga durata, pure lasciò nella coscienza

popolare tracce più profonde delle altre signorìe, perchè i dominatori

si stabilirono nella terra conquistata e col tempo si confusero coi

vinti; si ricordino infatti i celebri monumenti dell’arte normanna,

come il duomo di Monreale, e le grandi donazioni alle chiese per cui si

formarono i beni ecclesiastici.

Il poema che viene primo per ordine cronologico è il _Palermo liberato_

in trenta canti di Tomaso Balli[87], stampato in Palermo nel 1612[88].

Le file dell’azione sono raggruppate intorno a Palermo, difesa da

Apocar, e stretta d’assedio da Roberto e Ruggiero. Il demone Beleal

fa nascere dissidi tra i due fratelli e tra Ruggiero e Boemondo, il

più famoso degli eroi normanni[89], l’eroe fatale (c. III st. 20) che

deciderà delle sorti della guerra e che come Achille si allontana dal

campo con le sue truppe. Intanto Belcane[90], il più possente dei

musulmani, prevalendosi del vantaggio delle armi infernali donategli

da Plutone, uccide Serlone, e i Normanni, privati delle migliori due

spade, sono costretti a togliere l’assedio. Ma il romito Gioacchino[91]

fa pentire Roberto dei suoi trascorsi, lo trasporta su un carro volante

sulla cima dell’Etna e scende con lui dentro il cratere per visitare

l’inferno e il purgatorio, di cui il poeta dà una descrizione piena

di ricordi danteschi[92]. Alfine Roberto si rappacifica con Ruggiero,

Boemondo ritorna alla pugna e uccide Belcane, i Pisani conquistano

la rocca[93] e i Normanni, assaltata la città all’improvviso, si

impadroniscono di Palermo.

Il Palermo liberato ha un’imitazione tassesca spiccatissima, il che

del resto è naturale, perchè la Gerusalemme liberata fu il gran

modello dei poemi secentistici, i quali non solo ne imitarono i tipi

dei personaggi, ma pure lo stile e la forma. Quindi Ruggiero arieggia

Goffredo, Boemondo Rinaldo, l’episodio della maga Eneride ricorda

Armida[94], vi è il solito concilio infernale (c. XI st. 4 sgg.),

l’elemento episodico della scoperta dell’America solito a ritrovarsi

nei poemi secentistici[95], S. Giorgio con lo scudo di tempra immortale

che ribatte i colpi dei nemici a Boemondo,[96] il cui combattimento

con Belcane ricorda quello di Argante e Tancredi. È da notare però

che l’imitazione tassesca è contemperata con quella ariostesca e

virgiliana.[97]

Poco dopo il Balli, un letterato trapanese compose un poema epico in

latino sullo stesso argomento. Dell’opera di Vito Sorba[98] però non

ci è stato tramandato altro che il titolo «_Poema heroicum de Sicilia

liberata a comite Rogerio_».

Così pure di un altro poema «_Il Ruggiero, ovvero la Sicilia liberata_»

di Giuseppe Munebria catanese non ci è rimasto che il settimo canto,

stampato nel volume secondo della Musa Risvegliata, opera dello stesso,

che mi è stata inaccessibile[99].

Invece qualche squarcio del _Ruggeri trionfante_, poema eroico

di Francesco Morabito, ci è stato conservato nella _Confutatione

della Genealogia de’ Conti di Geraci addotta dal Pirri_ di Ruggero

Ventimiglia[100].

Il poema è dedicato al conte Francesco IV di Geraci, presso il quale

restò il manoscritto, secondo la testimonianza del Mongitore[101].

Sembra poi che sia andato perduto tra le macerie del terremoto del 1693.

Gli squarci del poema conservatici sono: c. I st. 54-63, c. II (?) st.

12-15, c. XIII st. 31 e 37, c. XV st. 91-93; ma non sono certamente la

parte più bella del poema, perchè trattano di questioni genealogiche

intorno i conti Geraci, che il poeta fa discendere da Serlone,

soprannominato Ventimila, e di divise degli stessi. Ecco tuttavia quel

che si può desumere da ciò che ci è rimasto.

Nel 1º canto il conte Ruggiero ha una visione nella quale vede i suoi

discendenti più famosi. Tra essi è Serlone, _Rogger di Balnavilla infra

gl’Eregij_[102], Rinaldo, Ruggiero I re ed altri fino a Francesco IV

conte di Gerace, mecenate del nostro poeta.

Nel c. XIII abbiamo una giostra bandita da Ruggiero per solennizzare le

sue nozze con Enemberga, di cui Serlone è mantenitore d’amore.

Nel c. XV havvi una descrizione di battaglia sotto Enna o

Castrogiovanni in cui Serlone e Ruggiero compiono prodigi di valore,

finchè una tempesta li obbliga a desistere dal combattimento.

Infine in un altro squarcio appare l’esercito normanno in bella mostra

con Serlone alla testa. Non è espresso nel libro del Ventimiglia il

canto al quale appartiene il brano, ma non si andrebbe molto lontani

dal vero, collocandolo nel 1º o 2º canto, perchè è la prima volta che

Serlone appare nell’azione.

Come fonte del poema possiamo porre l’_Historia sicula_ del Malaterra,

alla quale attinsero pure gli altri cantori delle gesta normanne. E

mi sembra che ad essa il Morabito si sia attenuto più strettamente

del Balli, perchè non raggruppa gli avvenimenti guerreschi attorno

una città, ma li lascia così come sono avvenuti storicamente, a fatti

parziali e talvolta slegati tra loro. L’eroe principale è Serlone,

e ciò è naturale, perchè il poema è dedicato ai conti Geraci, che

vantavano il duce normanno per capostipite.

Tutto questo è quanto ci è rimasto del poema del Morabito, ma

è sufficiente per poterne dare un giudizio. Nella _Catania

liberata_[103], poema dello stesso autore, che narra l’eruzione

dell’Etna del 1669 e i prodigi di S. Agata, patrona di Catania (vedi

che razza di poema epico!), le inverosimiglianze, i secentismi, le

servili imitazioni tassesche sono profuse a pieni mani, e tale doveva

pure essere il _Ruggeri trionfante_.

Come il Balli palermitano canta lo storico assedio alla sua città

natale, così Mario Reitani Spatafora messinese, descrive nel _Rogiero

in Sicilia_ la venuta del Conte Ruggiero in Messina e la conquista

di essa città[104]. O meglio dovrebbe descrivere, perchè il poema

poco o nulla ha da vedere con la conquista normanna; niuna battaglia,

niun personaggio, se vogliamo eccettuare il nome del protagonista,

è storico; il poema del Reitani non è altro che una prolissa e

strampalata imitazione della seconda parte dell’Eneide; tutta l’azione

è convenzionale, e gli episodi, rubacchiati alle Metamorfosi, ai poemi

omerici, alle Argonauta e mal connessi con l’orditura principale, lo

stile ampolloso e pieno di secentismi, il meraviglioso barocco lo

rendono uno dei peggiori poemi del secolo XVII.

Così la rassegna dell’esercito normanno e tradotta, quasi con i soli

nomi cambiati, dalla corrispondente del lib. VII dell’Eneide, la

descrizione dell’inferno da quello vergiliano, l’ascesa di Ruggiero

e della fata Morgana all’Empireo dalla scesa di Enea con la Sibilla

Cumana all’inferno, l’andata di Ruggiero al greco Enonte dall’andata di

Enea ad Evandro, Albretto ucciso da Osmano dall’episodio di Pallaute

e Turno, i duelli tra Osmano e Ruggiero tradotti dai corrispondenti

del’Eneide tra Turno e Enea[105].

Alla tela del poema s’intrecciano poi, a proposito o no, vari episodi,

tutti tradotti da originali latini o greci. Così Hernando, che si

sacrifica per salvare la patria ricorda Meneceo che si uccide nella

caverna del dragone di Ares per salvare Tebe[106]; Daliso, novello

Narciso, s’innamora della propria immagine specchiandosi in una

fonte[107]; vi è rinnovato il noto episodio di Piramo e Tisbe[108],

il mito di Giasone e degli Argonauti alla conquista del vello

d’oro[109], le avventure di Ulisse e Polifemo[110], di Ulisse e Circe e

via dicendo.

Il _Rogiero in Sicilia_ adunque non si distingue se non forse per quel

carattere peculiare della discreta conoscenza dei poemi latini e greci;

carattere però di poco conto, perchè i brani attinti sono inseriti

nel poema senza collegamento alcuno con le ottave precedenti e con le

seguenti.

E mentre nel _Palermo liberato_ il Balli, pur permettendosi anacronismi

e travestendo la storia a suo modo, si attiene tuttavia alla fonte

storica, cui attinsero pure gli epici posteriori, ossia al Malaterra,

nel _Rogiero in Sicilia_ l’eroe normanno perde ogni colorito storico

e assume carattere convenzionale, e il poema diventa quasi un

travestimento italiano dell’Eneide.

Eppure questo poema era molto encomiato dai contemporanei: il Reitani

era ben accetto agli Accademici del l’Arcadia, di cui faceva parte;

era lodato e accarezzato da papa Clemente XI, dinanzi al quale lesse

alcune poesie[111]; il suo giudizio era ricercato da letterati insigni

come Domenico de Angelis[112], e Alessandro Marchetti[113], il famoso

traduttore di Lucrezio.

Venendo al settecento[114], secolo nel quale il dialetto siciliano

assurge al più alto splendore di stile e alla più squisita grazia e

forbitezza d’elocuzione, troviamo un lungo poema in trentatre canti,

_la Sicilia liberata_, opera di uno dei maggiori poeti vernacoli

siciliani, degno di esser posto accanto a Giovanni Meli e a Domenico

Tempio, ossia di Giuseppe Fedele Vitale[115], soprannominato il _cieco

da Gangi_.

«Di più alto intelletto e di gusto più fine di Domenico Tempio»,

com’ebbe a dire lo Scinà[116], educato a severi studi classici e

innamorato di Omero, Vergilio e Ariosto, il Vitale maneggiava la

materna favella con mirabile abilità, e fu encomiato dall’accademia

dell’Arcadia e dai più alti ingegni che a quei tempi fiorivano in

Sicilia.

In questo poema egli non pone a teatro dell’azione un assedio

importante di qualche città (come abbiamo visto nel poema del Balli e

in quello del Reitani) intorno al quale si connettono vari episodi,

ma trasporta i suoi eroi per tutta la Sicilia e per l’Italia e per

l’Africa; descrive tutte le battaglie e gli scontri parziali che

avvennero tra musulmani e normanni, dalla presa di Messina a quella di

Palermo, mescolandovi molte avventure e episodi fantastici; insomma

più che epico il poema è romanzesco, benchè in esso spesse volte si

rinvengano i due generi fusi in modo che non li sapresti scernere e

dividere.

La _Sicilia liberata_ comincia, per così dire, _ab ovo_, e narra

l’origine dei principi normanni, la nascita di Tancredi, dei suoi

cinque fratelli e le loro imprese, finchè Ruggiero viene in Sicilia

con i due valorosi nipoti Serlone e Tancredi e col fratello Roberto

Guiscardo.

Ruggiero vuole vendicare il genero Ugone di Circea, che era stato

ucciso in un agguato[117] dai saraceni siracusani, raduna un forte

esercito per assediare Siracusa e con trenta galere scioglie le vele da

Messina.

Ma l’inferno affila le armi contro i Cristiani, e il diavolo Astarotte

entra nell’abisso infernale per volgere le ire dei démoni contro i

normanni.

Il poeta ci fa poi assistere all’assedio di Siracusa, ad una tempesta

suscitata contro la flotta normanna dalle furie infernali e acquetata

da un angelo[118], alla battaglia di Cerami ove Dio manda dal cielo

un alato genio che scaccia gli spiriti infernali; poi ancora ad altri

assedi e battaglie tra le quali sono mescolate le solite avventure

romanzesche di guerrieri che corrono dietro alle loro belle e che

s’azzuffano per esse, di lamenti d’innamorati divisi, di _agnizioni_,

di bellissime maghe che distraggono con i loro vezzi i più valorosi

campioni dall’esercito cristiano.

Dopo l’assedio di Palermo, le cui porte sono aperte di nottetempo da un

normanno entrato nascostamente in città, il poema si chiude con quattro

festevoli matrimoni.

Il Vitale scrisse il poema mentr’era cieco, e non potè limarlo come

sarebbe stato conveniente, perchè fu assalito da perturbazioni di

cervello, e morì in verde età. A ciò si devono attribuire le continue

ripetizioni, le frequenti locuzioni italiane che si riscontrano nella

_Sicilia liberata_.

Del resto _il cieco da Gangi_, quantunque si mostri buon conoscitore

dell’Ariosto e del Tasso, non cade in pedissequa imitazione; ricorda

fatti mitologici ad ogni canto; così un eroe normanno maneggia l’asta

di Ulisse e di questo il Vitali narra lo sbarco in Sicilia e le

avventure con Polifemo[119], così abbiamo il fatto lacrimevole di

Alfeo e di Aretusa[120], Proserpina rapita da Plutone[121]; descrive

mirabilmente i fenomeni naturali, come il fenomeno della fata

Morgana[122] e l’eruzione dell’Etna[123], ed è davvero insuperabile,

com’ebbe a notare lo Scinà,[124] nelle dipinture di battaglie navali.

Tuttavia, benchè nei suoi versi si trovi un notevole progresso riguardo

ai poemi secentistici del Balli, del Morabito e del Reitani, pure la

_Sicilia liberata_ non è certamente modello di poesia epica, che in

essa troppo si rivela l’influenza arcadica dei tempi. Il poeta si

ferma con compiacenza sugl’idilli amorosi campestri, sulle narrazioni

mitologiche, canti interi sono occupati da lamenti di amanti divisi

e benchè il verso sia scorrevole, pure le ottave si succedono

languidamente, senza mai assurgere a robustezza e vigorìa.

Anche Giovanni Meli pensò a verseggiare la conquista normanna; e

difatti nel ms. Qq. D. 3. della Biblioteca Comunale di Palermo, che

contiene gli autografi di varie prose e poesie dello stesso, trovasi

il piano dei primi sette canti di un poema che avrebbe dovuto cantare

l’assedio al castello di Solunto dopo la conquista di Palermo.

Ma da tale piano poco si può desumere intorno al modo col quale

l’originale poeta siciliano voleva condurre il poema. Da tre

versi che finiscono il piano del canto quarto e che contengono la

risposta dell’oracolo ai Saraceni, si può dedurre che il poema,

negl’intendimenti del Meli, dovesse essere scritto in vernacolo. Sembra

pure che dovessero abbondare le avventure romanzesche, e che il poema

dovesse avere piuttosto un fine satirico, se non semplicemente comico,

come il _Don Chisciotte e Sancio Panza_[125] dello stesso autore.

È davvero un peccato che il poeta palermitano non abbia potuto o

voluto scrivere il poema! Chi sa quali sorprese, quale arguzia, quanto

buonumore avrebbe fatto scintillare, e come avrebbe rinverdito il

soggetto malamente trattato dai suoi predecessori?

CAPITOLO IV.

L’EPOPEA NORMANNA NEL SECOLO XIX; FONTI E CARATTERI ESSENZIALI.

Chi volgesse il pensiero all’evoluzione della civiltà in Sicilia,

dalla cultura greca splendida d’arte e di poesia e di speculazioni

filosofiche, dalle colonie fenicie che aprirono i varchi del commercio

con l’industre Oriente, di cui apportarono il sapere luminoso,

all’epoca normanna e sveva, ricca di monumenti, di costituzioni

giuridiche e di poeti; chi, rievocando i fantasmi di Empedocle, di

Stesicoro, di Timoleonte, dei due Ruggieri, di Federico II, ricordasse

le glorie della bella Trinacria, granaio di Roma per lungo lasso di

tempo, esempio di riscosse contro aborrite tirannidi, comprenderebbe

facilmente come nella poesia nazionale del secolo XIX penetrasse

potente l’influsso dell’elemento storico[126].

Mentre era tutto un fiorire di canti patriottici, nei quali più che

ad unirsi alle altre sparse membra d’Italia si pensava di formare

della Sicilia un regno a parte, si notava pure un risveglio di poemi

nazionali, nei quali, invece di vibrare il sentimento italiano

d’indipendenza, risonava la nota regionale siciliana.

Era il tempo nel quale Giuseppe Alessi scriveva il _Timoleonte_,

Domenico Castorina la _Cartagine distrutta_ e il _Napoleone a Mosca_,

Costantino Costantini il _Vespro Siciliano_, e s’approssimava l’ora

nella quale Vincenzo Navarro avrebbe composto su Garibaldi un grosso

poema di cinquanta canti.

E la nota patriottica servì pure a rinverdire l’albero ornai sfiorito

dell’epopea normanna, poichè questa fu cantata nella prima metà

dell’ottocento da Giuseppe Ortega, da Benedetto Spataro, da Antonino

Manciaracina e da Lionardo Vigo.

Su di essi eccelle di gran lunga il Vigo col _Ruggiero_[127]. Pieno dei

gloriosi ricordi dell’epoca normanna, coll’animo intento a illustrare

ed esumare dall’oblìo le care memorie patrie, innamorato delle bellezze

sicule e appassionato per tutto ciò che sapeva di regionalismo

siciliano, Lionardo Vigo volle fare rifiorire l’epopea tentando di

riscuotere gli animi dei siciliani e di volgere i loro sguardi alle

glorie antiche e imperiture dell’isola, ai tempi nei quali la Sicilia

sotto il dominio normanno e svevo era assurta ad un alto grado di

splendore, di civiltà e di possanza, rievocando le immagini gloriose di

Archimede, di Timoleonte, di Ruggiero I, di Federico II, di Giovanni da

Procida, che ricordò nel poema e cantò in liriche preposte ai singoli

canti[128].

E nella venuta dei Normanni e in Ruggiero il Vigo raffigurò

l’indipendenza dell’isola, nei musulmani volle rappresentare i

napoletani, e nella proclamazione del conte a monarca volle rievocare

la proclamazione della costituzione autonoma siciliana.

Il poeta acese cominciò il _Ruggiero_ nel 1828, e vi lavorò attivamente

durante il periodo di dodici anni; nel 1829, come scriveva a Giovan

Battista Niccolini, aveva già «disteso in prosa il piano dell’intero

poema e verseggiato il canto primo[129]»; nel 1840 aveva terminata

l’opera. Nel 1848 egli s’era deciso a pubblicare il poema, e

fors’anche, come dice nella prefazione, il _Ruggiero_ sarebbe stato

allora l’epopea dei tempi, ma ben presto, schiacciata l’insurrezione

dalle milizie borboniche e trascorso il momento opportuno, non ebbe

più quell’attualità, che forma tanta parto della fortuna d’un libro.

Pubblicata nel 1865[130], la sua opera, accolta con indifferenza, ben

presto fu dimenticata.

Il P. comincia _ex abrupto_ con la descrizione della battaglia di

Cerami[131], cui seguono molte battaglie e asadi ai quali, per

abbellire la materia, sono intessuti vari episodi[132]. Gli dei

infernali muovono dalle loro tenebrose abitazioni contro i normanni;

Satana aduna il concilio infernale[133] e manda fuori la Peste[134],

il Tradimento[135], il diavolo Asterotte e una legione di demoni in

soccorso dei saraceni. Ruggiero ha poi una visione in cui vede il

paradiso[136], e l’angelo Uriele che libera dai demoni l’esercito

normanno.

Segue la presa di Siracusa, la morte eroica di Serlone[137], la presa

di Catania, la sconfitta navale dell’emiro Benametto[138], la battaglia

di Misilmeri con l’apparizione di S. Giorgio[139] e infine l’entrata

vittoriosa dei normanni nella capitale dell’isola, e la proclamazione

di Ruggiero a _monarca_ di Sicilia.

Del concetto autonomico del _Ruggiero_ ha già lodevolmente parlato

Luigi Capuana[140] e delle fonti s’è intrattenuto il Russo; io mi

limiterò a qualche osservazione.

Il Vigo aveva intenzione di mandare alle stampe col _Ruggiero_ anche

un’analisi dei poemi sullo stesso argomento che lo precedettero; poi

ne smise l’idea, forse per la grande difficoltà di poter rintracciare

i suoi precursori. Dei quali, a sua testimonianza[141], conosceva

il Munebria, il Morabito, il Reitani, il Vitale, il Manciaracina e

lo Spataro; quindi non aveva notizie nè del Balli, nè del Sorba, nè

dell’Ortega, nè del tentativo del Meli.

La venuta dei Normanni in Sicilia nella poesia e nella leggenda · 第 2 / 7 段