In questo, come in altri fatti, lo scetticismo italiano rele

MICHELE CATALANO

LA VENUTA DEI NORMANNI IN SICILIA

NELLA POESIA E NELLA LEGGENDA

CATANIA

TIP. SICULA DI MONACO E MOLLICA

Via S. Giuseppe al Duomo, casa Fazio

1903

PROPRIETÀ LETTERARIA

AI MIEI GENITORI

PREFAZIONE

La storia siciliana pochi fatti offre più acconci a fornire materia

alla poesia e alla leggenda della guerra arabo-normanna, che terminò

con la ruina della potenza musulmana in Sicilia.

Mentre i guerrieri d’occidente si riversavano qual torrente impetuoso

in Palestina a liberare il Santo Sepolcro, e Boemondo e Tancredi e

molti altri guerrieri normanni maravigliavano il mondo con la fama del

loro valore, anche in Sicilia si combatteva la guerra santa, e Roberto

Guiscardo e Ruggiero Bosso vi recavano le loro spade vittoriose e

s’insignorivano di tutta quanta l’isola.

Dapprima venuti in iscarso numero e quasi per fare scorreria, poi a

poco a poco rinforzatisi, i Normanni non temevano di affrontare un

esercito dieci o venti volte superiore, e quasi sempre le loro armature

d’acciaio e i loro pesanti spadoni avevano ragione delle sottili

scimitarre arabe e di quel popolo effemminatosi nel lusso e nella

mollezza.

Così, conquistando a palmo a palmo il terreno, il conte Ruggiero, che

ad una forza maravigliosa accoppiava coraggio a tutta prova e profonda

perizia nell’arte militare, in una lunga e ostinata guerra trentenne,

s’impadronì di tutta quanta la Sicilia, vincendo i Saraceni in molte e

micidiali battaglie terrestre e navali.

E poi, quando la Sicilia sotto il suo dominio e sotto quello dei suoi

successori, si riposò nella pace e nella tranquillità, quale civiltà si

produsse agli occhi meravigliati dei contemporanei!

I tessuti di lana e di broccato erano confezionati a meraviglia

dagli artigiani forestieri, che volentieri accorrevano a rendere più

splendida la reggia normanna; le sapienti riforme legislative, fra le

quali sono famose le costituzioni sancite nel Parlamento d’Ariano nel

1140, la rigogliosa fecondità del terreno sapientemente coltivato,

i prodotti dell’arte musulmana, tutte le circostanze favorivano la

magnificenza della corte de’ re normanni, per cui la fama della civiltà

siciliana si diffondeva nelle regioni lontane e la potenza delle armi

s’imponeva sui popoli circostanti.

«Lusso orientale», dice entusiasta a questo proposito il Bartoli[1],

«che si adornava delle sete fabbricate nella corte stessa del re;

donne, cavalieri, amori, costumi, quali potevano essere sotto quel

cielo, in mezzo a quella natura incantevole, fra quegli uomini di

sangue greco ed arabo, sotto la influenza di quella nuova civiltà che

si sviluppava potente. Sembrava veramente che la poesia avesse voluto

fabbricare a sè il proprio regno...».

Era dunque naturale che quelle gesta meravigliose, quella splendida

epopea, quella fiorente civiltà dovessero lasciare tracce abbastanza

rilevanti nella tradizione poetica e nella fantasia popolare,

specialmente dei siciliani.

I quali, poichè il ciclo carolingio fu importato nell’isola in tempi

a noi molti vicini, e non ebbe influenza che sul popolo, e in più

scarsa misura sulla classe elevata, avevano bisogno di un soggetto

illustre, che potesse essere elaborato, ingrandito, cantato in poemi e

illeggiadrito con fioritura leggendaria. Questo soggetto era appunto

loro offerto dalla conquista normanna, la quale, a detta d’un dotto

siciliano[2], s’offre alla storia ciò che fu propriamente in se stessa:

una successione non dubbia di atti ardimentosi e stupendi.

E difatti uno degli epici che cantarono nel seicento l’espulsione dei

musulmani dice che aveva scelto «l’Attioni del Conte Rogiero Normando

come Argomento del Poema, perchè in esso concorre la Pietà del’ Heroe,

la Nobiltà dell’Impresa e la Gloria della sua Patria»[3].

Fin dal secolo XI le gesta di Roberto Guiscardo furono cantate in

un poema latino da Guglielmo Appulo, poeta nutrito di severi studi

classici, e che osava paragonarsi al gran poeta mantovano, chiedendo a

Ruggiero che gli fosse protettore, come già Augusto a Vergilio.

Le imprese del conte Ruggiero furono celebrate da un monaco, che per

espressa volontà del conte, ne scriveva la storia, infiorando la

narrazione con versi latini di vario metro.

E ’l divino Alighieri, avendo, per così dire, prescienza del futuro,

affermava due secoli dopo che le gesta di Roberto Guiscardo avrebbero

potuto offrire ricca materia di canto ad ogni poeta, ricordando Roberto

tra quegli spiriti

...... beati, che giù, prima

che venissero al ciel fur di gran voce

_sì ch’ogni musa ne sarebbe opima_[4].

Però la dantesca profezia luogo tempo dovette attendere prima che

si avverasse; dobbiamo arrivare sino al secolo XVII per trovare un

gentiluomo palermitano, Tomaso Balli, il quale, in un lungo poema epico

di trenta canti intitolato _Palermo liberato_, celebrasse le gesta di

Ruggiero nella conquista di Palermo, che determinò la totale ruìna

della supremazia musulmana, e che perciò costituisce il fatto più

importante delle lotte arabo-normanne di Sicilia.

E dopo Tomaso Balli, che pubblicò il suo poema nel 1612, altri poeti, e

non tutti degli ultimi, nello stesso secolo e nel susseguente, prendono

a materia del loro canto la conquista normanna: Vito Sorba trapanese

scrive un poema epico in esametri _Sicilia liberata a comite Rogerio_

e poi Giuseppe Munebria, Francesco Morabito, Mario Reitani Spatafora,

Giuseppe Vitale e financo Giovanni Meli, il soave e melodioso poeta

vernacolo siciliano, formarono intorno le ardimentose gesta degli

avventurosi predoni di Normandia, degne a buon dritto di canti e di

fantasiose leggende, un’ininterrotta tradizione poetica.

Mano mano la cerchia si allarga, e, più che ci approssimiamo ai tempi a

noi vicini, la produzione aumenta.

Poemi, drammi, novelle, leggende religiose, tradizioni popolari, è

tutto un flusso vigoroso poetico e leggendario che negli ultimi secoli

viene a dar vita novella alla cavalleresca epopea normanna.

La quale nel secolo XIX viene finalmente rievocata da Lionardo Vigo,

che, ricordando la gloriosa monarchia che aveva fatto tremare sui loro

sogli gl’imperatori di Germania e di Costantinopoli, voleva riscuotere

il popolo siciliano dal letargo e incitarlo a sottrarsi dal giogo

borbonico per costituirsi indipendente.

La tradizione della conquista normanna assume allora carattere

nazionale, e l’Amari compone la _Storia dei Musulmani di Sicilia_, la

quale, benchè, sfrondando quel periodo delle molte leggende che vi si

erano formate, purgasse la dominazione araba della taccia di barbara e

delle odiosità che le passioni religiose le avevano voluto appropriare,

e facesse comparire i nordici guerrieri, non come liberatori, il che

essi volevano dare a intendere, ma come predoni, il che veramente

erano, benchè insomma togliesse a quel periodo tutto quel che di

epico vi fosse, pure rammentava ai Siciliani un passato di gloria, di

grandezza, di civiltà, di autonomia.

Nel presente lavoro tratterò dei poeti latini che nell’undecimo e

duodecimo secolo cantarono o inneggiarono alla fortunosa conquista,

quindi della parte poetica ad essa riferentesi in più tardi secoli, e

di quelle leggende e di quelle tradizioni di cui il popolo siciliano ci

ha tramandato l’eco affievolita e che si vanno mano mano illustrando

coi crescenti studi folklorici[5].

CAPITOLO I.

POESIA LATINA DEL SECOLO XI.

Un popolo avventuroso, partito dalle nebbiose contrade del settentrione

su barche corsare, amante di preda e di guerre, di gloria e di

pericoli, si stabilì nel secolo X in quella parte di Francia che

dopo la sua dimora fu chiamata Normandia, donde poi mandò vigorose

propaggini in Inghilterra e nell’Italia meridionale.

Esso veniva con una letteratura, ricca di poemi nazionali, opera degli

_scaldi_, i suoi poeti; e quando, rinunziando al proprio linguaggio,

prese quello dei popoli soggiogati, vi associò il sentimento

immaginoso della propria poesia nazionale, delle fantasiose saghe

della Scandinavia, onde sortì quell’elemento leggendario cavalleresco

normanno, che sì larga influenza ebbe sull’epopea romanzesca del

medioevo.

I Normanni diffusero nell’Europa occidentale le poetiche storie

arturiane, mescolandole alle nebuloso immaginazioni portate dalla loro

patria d’origine, e, ovunque movevano in cerca di gloria e d’avventure,

cantavano le loro gesta, formando vere epopee locali, ricche di

elementi ciclici dei popoli con i quali erano venuti a contatto.

È quindi supponibile che anche nell’Italia meridionale e in Sicilia

i Normanni abbiano cercato di diffondere un ciclo di tradizioni, un

cumulo di fantasiose immaginazioni, di cui a noi non sono pervenute che

slegate leggende o pallide reminiscenze.

Esaminiamo anzitutto la poesia latina contemporanea alla venuta dei

Normanni in Sicilia.

La face del pensiero latino, illanguidita ma non spenta nell’alto

medioevo, continuò a rispondere nei sec. XI e XII col culto

dell’antichità e degli esempi classici, risvegliando mirabilmente

l’attività letteraria e preludendo al rinascimento. Cosicchè la parte

della poesia latina del medioevo che celebra le gesta normanne non ha

alcuna attinenza con le scarse leggende rimasteci, poichè essa non è

estrinsecazione dei favolosi racconti sopiti nella coscienza popolare,

ma piuttosto materia storica versificata.

Sulla fine del secolo XI sorse una gran fioritura di poemi storici

sulle gesta dei principi e sulle guerre micidiali tra le città italiche.

Per la scorrevolezza degli esametri, i quali talvolta imitano i poeti

classici in modo da darci un’eco lontana di quella divina armonia, per

la chiara divisione della materia e la lucidità dell’esposizione, il

poema di Guglielmo Pugliese tiene certamente uno dei primi posti[6].

Esso consta di cinque libri, scritti in esametri classici, ai quali

talvolta sono inframmessi esametri leonini e caudati. Fin dal prologo,

che per primo fu distinto dal resto del poema dal Willmans[7], appare

manifesto che Guglielmo ha in certo modo coscienza di essere poeta,

poichè, paragonandosi agli antichi epici, dice che egli, vate nuovo,

non più canterà le gesta degli antichi condottieri, ma quelle dei

nuovi[8]. Dedica la sua opera a Ruggiero, duca di Puglia, «_Rodberti

dignaque proles_», e dopo aver rivolte parole reverenti a papa Urbano

II per domanda del quale aveva incominciato il poema, sembra, come dice

il Bartoli[9], che faccia professione di modestia, poichè afferma che

la sola devozione gli dà le forze negategli dal magistero dell’arte e

dall’ingegno. Tuttavia ha la persuasione che il suo poema gli sarà di

lustro e di onore, e modellandolo sugli antichi poemi latini, infiora

gli esametri di imitazioni ovidiane e specialmente vergiliane. E alla

fine egli ha l’ardimento di paragonarsi al grande poeta mantovano e

chiede al suo protettore che gli sia benigno come già Ottaviano Augusto

a Vergilio[10].

Nè solo nella forma, ma anche nel pensiero tenta di imitare gli

esemplari classici, chè, quando deve descrivere una battaglia di grande

importanza, o vuol fare qualche paragone, subito cerca qualche passo

di Vergilio o di Lucano, e si sforza d’imitarlo, e ne toglie frasi e

immagini e similitudini[11].

Così Roberto Guiscardo, che è il protagonista del poema, quando si

getta nel folto della mischia, o prende le disposizioni necessarie per

l’assalto di qualche castello o città, arieggia Enea o Turno o altro

classico eroe. Anzi quasi sempre ciascuna frase poetica è un «_opus

musivum_», in quanto che, «analizzata attentamente risulta costituita

da parole, espressioni, accozzate da passi ed autori diversi[12]».

E talvolta con le imitazioni della poesia classica e con i ricordi

mitologici Guglielmo ci dà pure quasi una parvenza di quelle immortali

bellezze; ma il poeta vuole liberarsi dai legami del passato; non

più vuole glorificare come i _veteres poetae_ le gesta degli antichi

condottieri, ma quelle dei nuovi; egli canta un popolo giovane che con

l’antico non ha legami di sorta, egli non attinge alla cultura latina

che semplicemente la forma, mentre il contenuto rimane un’apologia

delle gesta normanne e della novella civiltà che si manifestava

fiorente e forte. Però giustamente si deve dar lode a Guglielmo per

le immagini colorite delle quali infiora il poema, e per la lingua

addirittura classica che adopera, poichè, com’ebbe a dire il Willmans,

«si indolem poeticam respicis suavi cursu volvuntur versus Latino

sermone satis pure conscripti atque colore vivido et imaginibus

lepidissimis exornati[13]».

Guglielmo Appulo dedica poco meno di duecento versi a narrare la venuta

dei Normanni in Sicilia e descrivere l’espugnazione di Palermo. Esalta

grandemente il conte Ruggiero dicendo che non era da meno di Roberto

Guiscardo nelle virtù guerresche, e ch’era più valoroso degli altri

fratelli, poichè colle sole sue forze aveva intrapreso un’impresa tanto

illustre come quella della cacciata dei musulmani dalla Sicilia e della

difesa della religione cristiana.

Egli non fa distinzione fra gli oriundi siciliani e i conquistatori

musulmani, ma li qualifica tutti «_Siculos divini nominis hostes_»[14]

e chiama Palermo

Urbs inimica Deo, divini nescia cultus

Subdita daemonibus....[15]

Roberto Guiscardo fa tragittare alle sue milizie lo stretto di Messina,

e, unitele a quelle del fratello, intraprende l’assedio di Palermo. E,

avendo per mezzo di una ricognizione sfidati a battaglia i Palermitani,

questi, non sopportando le ingiurie proferite dai cavalieri normanni,

escono di città e attaccano il nemico, combattendo con molta audacia e

fierezza; ma i normanni a viva forza li ricacciano entro le mura.

Allora i palermitani chiamano per rinforzo i musulmani d’Africa, e,

congiunte le flotte, offrono ai due fratelli battaglia navale. Le

navi saracene «_nutu divino_» son costrette a prender la fuga, mentre

alcune son prese, altre sommerse. Abbiamo poi la descrizione di un

assalto a Palermo. I Normanni, ora vinti, ora vincitori, entrati alfine

nella città e i difensori domandano supplichevoli la vita, che Roberto

concede, ordinando che niuno di loro sia offeso.

La diligente e vivace narrazione di Guglielmo corrisponde pienamente a

quella lasciataci dal Malaterra, senonchè, essendo molto più ristretta,

tralascia parecchi particolari, che ci vengono riportati dal più

minuzioso cronista benedettino.

Non rammenta, ad esempio, l’episodio dei trecento guerrieri, i quali,

calatisi con Roberto Guiscardo nei giardini dalla parte della Khalesa,

decisero della conquista di Palermo, assalendo alle spalle i Saraceni

accorsi a difendere la città, dal conte Ruggiero in altre parti

assaltata nè quel fatto, che forse sarà una fola, di un tal cavaliere

normanno, che per fare atto di prodezza, entrò solo in Palermo per una

porta, e traversata tutta quanta la città, fulminando i nemici, uscì a

cavallo per la porta opposta; ricordo palese della famosa irruzione di

Turno nel poema virgiliano, imitata dall’Ariosto.

L’assedio di Palermo non fu certamente narrato da Guglielmo per

propria testimonianza oculare, ma probabilmente per averne sentito la

narrazione dai guerrieri reduci dalla spedizione; esso è infatti un

episodio staccato dalle fila del racconto principale, e il poeta non lo

descrive se non perchè è una delle gesta di Roberto Guiscardo.

A noi però non interessa fare risaltare il valore di Guglielmo come

storico; quindi passiamo a un altro scrittore e poeta latino delle

gesta normanne, il quale più direttamente ci concerne, benchè meno

abile di Guglielmo nel maneggio della lingua e nella spigliatezza del

verso. Alludo a Goffredo Malaterra, monaco benedettino di nazione

normanna, del secolo XI, che scrisse per espressa volontà del conte

Ruggiero una «_Historia Sicula_» nella quale, accennato brevemente le

precedenti vicende dei normanni, narra diffusamente la conquista di

Sicilia e il regno del suddetto conte[16].

A questa cronaca[17], che è riguardata come uno dei più preziosi

documenti storici per questo periodo, non si deve però dare intera

fiducia come valore storico, poichè vi si appalesa chiaramente lo

spirito partigiano dell’autore verso i normanni e la sua credula

ingenuità verso tutto ciò che gli sembra uscire dai limiti del naturale.

Dal punto di vista letterario la prosa del Malaterra non è nè colta

nè elegante, nè di ciò possiamo fargliene colpa, perchè l’autore si

dichiara quasi digiuno di grammatica; tuttavia il monaco benedettino

si scusa della sua «incultiori poëtrica», dicendo che il principe

aveva voluto che scrivesse con stile chiaro e semplice, mentre egli

facilmente avrebbe potuto «pomposius eructare»[18].

Contuttociò il Malaterra vuole assumere la palma poetica, perchè al suo

barbaro latino inframmezza alcuni versi leonini (che non possono essere

nemmeno paragonati agli esametri quasi eleganti di Guglielmo) con

rima a versi accoppiati o con rimalmezzo o più bizzarramente con rima

doppiata nel mezzo e sdrucciola in fine.

Abbiamo versi:

1º in principio; nove versi di quindici sillabe, ossia giambici

mancanti dell’ultimo piede, nei quali è contenuto l’argomento del primo

libro.

2º lib. III, cap. XI; trenta versi di quindici sillabe. Vi si narra che

il conte Ruggiero nel maggio 1077 va con un’armata navale ad assediare

un castello.

3º ivi, cap. XIV; diciotto esametri leonini con rima interna. Ruggiero

fa costruire una flotta.

4º ivi, cap. XVI; quattordici esametri leonini con rima interna.

Evisando di nazione britanna a Taormina salva la vita al conte,

restandone vittima lui stesso. Quest’episodio ebbe, come vedremo, molta

fortuna nell’epica posteriore del ciclo normanno.

5º ivi, cap. XVIII; trenta versi leonini (meno il 10, 18, 25 e 26) con

rima interna. Vi si narra la presa di Taormina.

6º ivi, cap. XIX; ventinove versi di quindici sillabe (meno il 18 e il

21). Vi si descrive la fondazione della cattedrale, oggi collegiata di

Troina, che fu finita di fabbricare nel 1078 e principiata nel 1067[19].

7º ivi, cap. XXI; dodici esametri leonini con rima interna. Il conto fa

pace con gli Iacenses[20].

8º ivi, cap. XXIII; diciotto esametri leonini con rima interna.

Ruggiero concede al conte Raimondo la mano di sposa della figlia

Matilde.

9º ivi, cap. XXV; ode di quattro strofe di sistema asclepiadeo, ma

in cui alla sillaba accentata lunga è sostituita spesso una sillaba

accentata breve. Assedio di Durazzo.

10º ivi, cap. XXXVIII; trentasei versi di quindici sillabe con

assonanza finale ripetuta molte volte ogni tre versi. In essi il P.

dopo aver ricordato la grandezza di Roma antica, che aveva dettato

legge al mondo, rimprovera i moderni romani della loro vigliaccheria.

11º lib. IV, cap. XIX; ventidue versi di quindici sillabe con rima

doppiata interna e sdrucciola in fine. Vi si narra la nascita di

Simone, figlio del conte Ruggiero[21].

La cronaca del Malaterra divenne, come mostreremo in seguito, la

principale fonte alla quale attinsero i poemi posteriori. E ciò doveva

avvenire per necessità, poichè ad ogni piè sospinto vi si leggono fatti

che appartengono più alla leggenda che alla storia: poche centinaia

di cavalieri normanni sconfiggono numerosi eserciti; le prodezze di

Ruggiero e di Roberto rasentano le gesta dei paladini di Carlomagno;

S. Giorgio su un bianco cavallo interviene direttamente nelle

battaglie, combattendo a favore dei normanni; vi si scorge insomma

chiaramente un embrione epico — leggendario — religioso, che, in altre

circostanze storiche, avrebbe dato origine ad una vera e propria epopea

normanno-sicula.

Ricorderemo infine due scritture latine del secolo XI, forse apocrife,

relative al conte Ruggiero.

Il «_Iubilatus Chorearum_»[22] fu, a quanto ci asseriscono gli

scrittori siciliani del seicento, cantato in Modica per il trionfo del

conte Ruggiero dopo la cacciata dei saraceni. Ne dò il principio:

Lucis radijs in aevum memorabimur in umbris barbarici horroris,

dum fulgent Rogerij prodigia.

Lucem Comitis fatemur amicam, suffusam roseis nitoribus.

Lucis amoenitatem coelestia influunt sydera et Trinacria priscis

gaudet splendoribus.

Lucem Magna Curia immortalitatis praefigit, in Herois meritis.

Questi versi, se pur così possono essere chiamati, fatti sul gusto di

certe sequenze ecclesiastiche, cominciano con un _lucis_, e questi sono

i più lunghi, o con un _lucem_, e questi sono i più brevi.

Il manoscritto dal quale furono tratte, era, secondo ciò che dice il

Reina[23], intitolato «_Chronica Beneficiorum Motucae apud Sanctam

Maiorem Domum_» e apparteneva a Tomaso Scarso cantore della chiesa di

S. Giorgio, cattedrale di Modica.

Pochi anni prima del 1655, nella repentina morte del prenominato

cantore, il manoscritto fu rubato dai parenti dello Scarso, e non potè

più essere trovato, nemmeno colla minaccia di scomuniche papali. Ma, a

cagione del carattere della scrittura, soggiunge il Reina, che afferma

di aver veduto il manoscritto, e per la menzione dell’abate Imberto, si

deduce che avesse intorno a cinquecento anni di antichità.

Da questo ingarbugliato racconto facilmente si può arguire che il

manoscritto non dovette mai esistere, e che queste famose Coree non

sono altro che una falsificazione di Placido Reina, il quale fu il

primo a stamparle. Ricordiamoci infatti che siamo nel seicento, secolo

di falsificazioni; ricordiamoci della menzione che vi si fa della

Sacra lettera scritta dalla Madonna ai Messinesi, la quale menzione

doveva servire a Placido Reina, che fece scorrere fiumi d’inchiostro

per provare l’autenticità di quella solenne impostura; poniamo mente

infine che le suddette Coree dovevano servire pure ai fini del Carafa,

modicano, e perciò intento a illustrare, a ingrandire le gloriuzze del

suo campanile, e tiriamone le conclusioni. Non solo ciò; ma il Reina

riporta uno scritto del Carafa e di altri modicani, in cui si fa fede

che il manoscritto esistette realmente: ciò vuol dire che ai suoi tempi

si avevano già forti dubbi sull’esistenza della _Chronica Beneficiorum_.

Come pure apocrifi devono essere quei versi attribuiti a Maraldo[24],

monaco calabrese, nei quali si celebra la nascita di Ruggiero, figlio

del conte Ruggiero, battezzato da S. Brunone[25], i quali mi sembrano

imitati dai versi del Malaterra, contenuti nel lib. IV, cap. XIX, ove

si celebra la nascita di Simone, altro figlio di Ruggiero.

Del resto si sa che il _Breve Chronicon monasterii S. Stephani de

nemore_[26], opera dello stesso monaco Maraldo, è apocrifo o almeno di

fede assai sospetta[27].

Noi ci siamo ristretti a esaminare la sola poesia latina riferentesi al

periodo della conquista normanna; troppo ci sarebbe voluto, se avessimo

preso ad esaminare anche la parte prosastica delle cronache, sia della

conquista, sia di tutta la dominazione normanna di Sicilia[28]. Tale

lavoro sarebbe davvero utilissimo, ma più ad una indagine storica,

che alla fortuna di un fatto storico nella tradizione poetica e nella

materia leggendaria.

Tuttavia non possiamo fare a meno di osservare, a fine di poter meglio

risolvere problemi che ci si affacceranno in seguito, che le nostre

cronache, abbondanti, a dir vero, sul periodo normanno di Sicilia e

dell’Italia meridionale, non accolgono, fatte le debite eccezioni,

i racconti del volgo, se non dopo averli sottoposti ad una certa

revisione della ragione; e benchè talvolta esagerino i fatti storici,

pure non hanno alcuna tendenza al meraviglioso, come in generale le

cronache forestiere dello stesso periodo che narrano altre imprese del

popolo normanno.

In questo, come in altri fatti, lo scetticismo italiano relegò nella

fantasia della plebe le leggende formate dall’immaginazione popolare,

e la letteratura dotta sdegnò appropriarsi tale patrimonio, attratta

dallo splendore del classicismo, della civiltà latina, che, attraverso

le nebulose memorie e le immaginazioni medievali, rigogliosamente

rifiorì sul decadere dell’età di mezzo e sul principio dell’evo moderno.

Cosicchè, mentre ad esempio per la leggenda di Attila _flagellum

dei_[29], ci sono stati tramandati molti favolosi racconti formati

dalla fantasia popolare, che furono raccolti dai cronisti dell’Italia

settentrionale; in Sicilia l’avventurosa conquista normanna fu

con esattezza di particolari descritta storicamente dai cronisti

contemporanei, sì che la fermentazione leggendaria fu arrestata sul

nascere, e sempre più andò svanendo per il succedersi tumultuoso di

straniere dominazioni.

CAPITOLO II.

EMBRIONI EPICI E LEGGENDARI NEL MEDIO-EVO.

Dopo questa rapida scorsa alla poesia latina che sulla fine del secolo

XI e sul principio del XII, cantò la conquista normanna, fermiamoci

sopra un altro punto capitale per il nostro studio, e che ci darà mezzo

di potere sciogliere una importante questione.

E comincio dal dire che si potrebbe quasi sicuramente affermare

che la conquista dei normanni fece scaturire nella immaginazione

popolare epiche leggende soffocate sul nascere e che perciò non ebbero

esplicazione letteraria.

Sappiamo che uno dei caratteri di quei nordici avventurieri era quello

di celebrare le loro gesta. Nè quest’abitudine perdettero i normanni

di Puglia e di Sicilia, poichè le loro imprese furono, come abbiamo

veduto, messe in versi da Guglielmo Pugliese e descritte in prosa da

Goffredo Malaterra, il primo per desiderio di papa Urbano II e di

Ruggiero Borsa, il secondo per comando del conte Ruggiero. Ora nel «_De

gestis Roberti Guiscardi_» e nell’«_Historia sicula_» parecchi passi

ci danno prova che la venuta dei Normanni s’era epicamente formata con

la fusione di elementi di altri cicli e che appariva ai contemporanei

idealizzata in una lotta religiosa.

E anzitutto nel poema di Guglielmo è da notare la natura stessa del

componimento, che è un poema. Ruggiero e Roberto combattono come

paladini di antico stampo; nella battaglia di Civitate il Guiscardo

irrompe con grand’impeto sui nemici, distribuendo colpi da disgradare

gli eroi della Tavola Rotonda[30].

Nel libro II vv. 926 e sgg. si ha certamente un ricordo di leggenda

scandinava. Roberto Guiscardo campeggia dinanzi un inespugnabile

castello di Calabria e comanda alla sua gente di sparger voce che uno

dei suoi soldati sia morto. Poi si fa mettere armato in una bara col

volto nascosto con panni unti di cera, secondo l’usanza normanna, e

si fa portare dentro il castello per esser seppellito nella cappella.

Quando Roberto e coloro che lo portavano furono dentro, tirarono le

spade dalle guaine e assaltarono i coloni del luogo presi al laccio dal

finto morto.

Il curioso stratagemma con lieve differenza di particolari ritroviamo

in _Dudone di S. Quintino_[31], e in _Guglielmo Gemmeticense_[32],

quando descrivono la famosa distruzione di Luni, avvenuta nel IX

secolo per opera di Hastings, predone normanno, che credette di aver

preso «_Romam, caput mundi_». Un’altra leggenda analoga, ma che ha più

intimità di rapporti con quella di Guglielmo, si trova nei fasti di

Aroldo il Severo (Harald Haardraade)[33].

Nel libro V vv. 401 e sgg. si narra che il cadavere di Roberto

Guiscardo, sbalzato da una tempesta, venisse ripescato sulla spiaggia

pugliese e sepolto a Venosa, la quale

nitet tantis decorata sepulchris

A Caroli Magni vel tempore Caesaris umquam

Nullos pares produxit fratribus istis.

Ora il Rajna asserisce che la menzione di Carlo Magno doveva richiamare

nella memoria del poeta anche le immagini di quegli eroi «di cui la

tradizione poetica rappresentava Carlo circondato e che ne costituivan

la forza. Nè del resto la gloria stessa di Carlo continuerebbe

ancora a risplendere dopo tre secoli e farebbe sì che il suo nome

s’offrisse a questo modo al pensiero, se non fosse appunto per effetto

dell’epopea[34]».

Si potrebbe obiettare che tali elementi ciclici riscontrati in

Guglielmo non siano pervenuti nel poema per influsso di leggenda

popolare, ma per la cultura letteraria del poeta; e ciò specialmente

per quella menzione di Carlo Magno, che d’altronde indica solamente

i tempi del grande imperatore, dalla quale il Rajna vuole dedurre

la conoscenza delle leggende carolingie nel secolo XI nell’Italia

meridionale. Ad ogni modo, resta sempre il dubbio che si tratti di

veri e propri elementi ciclici che Guglielmo attinse dalla tradizione

popolare.

Ma più particolarmente per il nostro assunto da quel «_nutu divinu_»,

cui abbiamo accennato parlando del poema di Guglielmo, e che trovasi

nella narrazione della conquista di Palermo, appare chiaramente che

alla mente del cantore di Roberto Guiscardo, per quella fantasia devota

e per quella tendenza a creder soprannaturali i fenomeni umani propria

delle immaginazioni medioevali, la venuta dei Normanni in Sicilia s’era

presentata come una impresa voluta da predestinazione divina.

Nella cronaca del Malaterra, quasi ad ogni pagina, si legge il conte

Ruggiero e Serlone spaccare in due uomini e cavalli, alzare intorno

a loro monti di cadaveri[35], squarciare grossissime corazze[36];

alla battaglia di Cerami compare poi un cavaliere dalle bianche armi,

montato sopra un bianco cavallo, sventolante una bianca bandiera,

che dai normanni fu raffigurato in S. Giorgio, loro protettore. Anzi

si può dire che tutta quanta l’_Historia Sicula_ sia informata ad un

principio religioso costante, ossia a quello di fare intervenire il

soprannaturale e di ascrivere a volere divino le vittorie dei Normanni

sui Musulmani.

Si potrebbe ragionevolmente obiettare che le nostre congetture

poggiano su scarsi indizi, i quali, invece che testimonianze di un

ciclo sorgente di tradizioni e di favole, presto illanguidito e

scomparso senza aver dato nascimento ad un’epopea, potrebbero essere

manifestazioni del sentimento religioso e della viva immaginazione dei

cronisti medievali.

Ma altre testimonianze ci sono fornite dalla materia leggendaria del

medioevo, e dall’epopea romanzesca di Francia.

Tra le leggende che numerose fiorirono nell’età di mezzo sul

ritrovamento di tesori nascosti ve n’ha una la quale si legò alla fama

di Roberto Guiscardo, il fortunato duce normanno.

Da tempo immemorabile trovavasi in Sicilia, o secondo altri, in Puglia,

una statua marmorea di cui si parlava tra il volgo soltanto come di

cosa superstiziosa, oggetto di paurosa venerazione e di mistero. Essa

portava scolpite in un cerchio di bronzo intorno al capo parole che ai

rozzi contadini di quei luoghi dovevano sembrare sibilline come formule

magiche:

_Calendis maiis, oriente sole, aureum caput habebo._

Passando Roberto Guiscardo per quelle contrade, notò la statua e il

motto, ed essendosi diffusa tale notizia nel suo esercito, un saraceno

prigioniero promise d’indovinare l’enigma. Infatti questi, il primo di

maggio, allo spuntar del sole, avendo notato diligentemente il luogo

ove terminava l’ombra della statua, e fatto in quel posto scavare

la terra, trovò un grandissimo tesoro, del quale tosto s’impadronì

Roberto, cui servì in molte imprese: il musulmano fu liberato ed ebbe

molti doni.

La leggenda della quale abbiamo data notizia, ci è stata tramandata con

lievi divergenze di particolari da molti scrittori.

Il riferimento più antico è nell’opera di un monaco belga, la celebre

_Chronografia_ di Sigeberto di Gembloux[37] (nato circa il 1030, morto

il 1111) che pone il fatto nel 1039 al tempo della prima entrata dei

Normanni in Sicilia. Il Petrarca invece dice semplicemente che la

statua si trovava in Sicilia, senza riferire la leggenda al Guiscardo,

e afferma che il fatto «non multis retro saeculis contigisse»[38].

Altri scrittori dicono che il caso sia avvenuto in Puglia: così

Vincenzo di Beauvais[39], Pandolfo Collenuccio nel _Compendio delle

historie del Regno di Napoli_[40], Giuseppe Bonfiglio Costanzo[41],

il Bonfinio[42], il _Magnum Chronicon Belgicum_[43], il Platina nelle

_Historie delle vite dei pontefici_[44], la _Cronaca degli imperatori

romani_[45] ed altri. Luigi Marzacchi, letterato messinese della

prima metà del secolo XIX, riferendo la leggenda[46], pone il luogo

dell’avvenimento nelle contrade di Puglia vicino ad Altamura, mentre

durava l’assedio di Bari, ed afferma di aver attinto la narrazione da

un antico manoscritto; il che poi non è vero, perchè la sua fonte,

come si desume da alcune parole riportate dal Marzacchi medesimo, è

il Collenuccio. In un codice della Biblioteca Nazionale di Torino,

contenente un _Chronicon de VI etate_[47], il fatto avviene in _Apulea

in civitate Neapoli_, e il Saraceno ci è presentato come un gran

filosofo.

La leggenda adunque era diffusissima nelle immaginazioni medievali, e

certamente si formò mentre Roberto era ancor in vita, poichè ci viene

riportata da Sigeberto di Gembloux, che visse nell’XI secolo. Però

bisogna notare che tale racconto non fu attribuito al solo Guiscardo;

già prima la leggenda si era legata alla fama della potenza e delle

ricchezze di Roma[48], ed appare in alcuni testi che ci conservano le

immaginazioni leggendarie su Vergilio[49] e sulla vita del pontefice

Silvestro II (Gerberto)[50]. Simiglianti leggende si trovano pure nelle

varie redazioni delle _Gesta romanorum_ attribuite a un _clericus_

innominato[51], o poste ai tempi di un imperatore Enrico[52], e in

altri testi ancora attribuite ad una persona indeterminata[53]. Una

statua di Giulio Cesare avente la medesima iscrizione decifrata nella

stessa maniera è menzionata in una _Chronica de civitate Ravennae_[54],

e immaginazioni simili si ritrovano in qualche libro arabico e in

racconti orientali[55].

Del resto, com’ebbe a dire Arturo Graf, «è da notare che storie a

questa somiglianti di persone che penetrano in qualche segreta cavità

e vi trovano tesori e altre meraviglie, sono molto frequenti nelle

cronache del medio evo[56]».

Questa leggenda è l’unica veramente importante dell’età di mezzo che

si riferisca ai Normanni e della quale ci siano rimaste testimonianze

sicuramente medievali.

Quale ne è la origine? Problema difficile, perchè niun accenno, niun

punto di partenza ci è dato per determinare le varie vicissitudini, le

infiltrazioni e le contaminazioni più o meno notevoli della leggenda.

Però possiamo affermare a prima vista, che essa non è di provenienza

siciliana, sia perchè non se ne trova accenno presso i numerosi

illustratori di memorie e leggende locali di Sicilia, e presso i

cronisti dell’epoca normanna, sia perchè il nome di Roberto Guiscardo

non poteva avere alcuna influenza sulla immaginazione del popolo

siciliano, non essendo venuto Roberto nell’isola che solamente per

l’assedio di Palermo. Ed è certamente un’incongruenza nella redazione

del monaco belga, il riferire la leggenda al 1039, perchè il Guiscardo

non si trovava allora con i Normanni venuti in Sicilia con Maniace.

Fors’anche il duce normanno potè rinvenire nelle sue numerose scorrerie

qualche tesoro, e i suoi militi, sempre portati al meraviglioso,

ricamarono sopra il fatto la leggenda che potevano già trovare bell’e

fatta nel ricordo di simili racconti. Ma tale congettura mi sembra

priva di fondamento, perchè la nostra leggenda non ha alcun riscontro

nella materia leggendaria dei normanni.

Nè mi sembra accettabile l’opinione, benchè autorevole, di Arturo

Graf[57], che crede questa storia di origine arabica, quantunque possa

essere suffragata dalla considerazione che una leggenda simile trovasi

in un libro della letteratura araba[58], poichè Roberto ebbe pochissimi

contatti con i musulmani, anzi si può dire che guerreggiò con essi

solamente nell’espugnazione di Palermo, in aiuto del fratello Ruggiero.

Inoltre non sapremmo in tal caso spiegarci la ragione per cui la

popolazione araba di Sicilia creò o attribuì tale racconto a Roberto.

Credo piuttosto che la leggenda sia stata originata da qualcuna di

quelle confusioni, frequentissime nelle cronache medievali, ossia

dall’attribuzione di un medesimo avvenimento a persone diverse in

epoche anche lontane tra di loro, di cui troviamo qualche esempio anche

in leggende riferentisi a Roberto Guiscardo[59].

Attribuita una volta a Roberto da un testo (che probabilmente sarà

stato la conosciutissima _Chronografia_ di Sigeberto di Gembloux,

poichè è dessa che ci dà la prima testimonianza) è naturale che i

cronisti posteriori abbiano ripetuto la favola attingendo al monaco

belga o copiandosi tra di loro. E questa era tanto più facile ad essere

accettata in quanto che la fama delle ricchezze di Roberto Guiscardo

era già sparsa per tutto il mondo, sì che un inglese, Orderico Vitale,

vissuto in tempi a lui vicini, poteva decantare i tesori del duce

normanno[60].

Ad ogni modo la grande diffusione della leggenda, ci prova ancora una

volta l’influenza dell’elemento normanno sull’immaginazione popolare

del medioevo.

Nè solamente la conquista normanna s’era epicamente formata sulla

bocca dei primi narratori e aveva suscitato nel popolo immaginazioni

leggendarie, ma molti poemi cavallereschi francesi sembrano essere

stati composti in Sicilia sotto la dominazione dei normanni.

Nel _Floovant_, nel _Fierabras_ e specialmente nel _Ligurinus_,

ov’è riassunto un altro poema, il _Solymarius_, si notano numerose

e importanti leggende sui normanni dell’Italia meridionale che

provengono dalla tradizione popolare secondo l’affermazione degli

stessi scrittori. Nel secolo XIII «Robert Guiscard, Boémond et Tangré

avaient conservé en Sicile une popularité que la tradition ne suffit

pas à donner, et qui remonte presque toujours à une poésie populaire

contemporaine des faits qu’elle chante[61]».

Il poema _Renier_, nel quale molti eroi discendono genealogicamente da

Roberto Guiscardo, da Tancredi e da Boemondo[62], sembra che sia stato

composto in Sicilia; così pure la _Bataille Loquifer_, il cui autore

dice che è stato in Sicilia, ove ha guadagnato molto danaro con la

recita del poema:

Ains a nul home ne l’aprist n’enseigna

Mais grand avoir en ot et recovra

Entor Sicile; la ou il conversa[63]

ciò che però può essere una bugia di giullare, come osserva il

Gaspary[64].

Così pare pure che sia stato composto in Sicilia il curioso poema di

_Florian et Florète_[65] nel quale sono tratti di provenienza realmente

siciliana. In esso è ricordata la leggenda di Artù nell’Etna, che,

com’è noto, secondo le ricerche del Graf, fu localizzata in Sicilia

dai normanni; in esso il Mongibello è descritto come una meravigliosa

dimora, alla quale Morgana, sorella di Artù, conduce Floriant, figlio

di Elyadus re di Sicilia[66].

Se adunque nell’epopea francese si fa parecchie volte ricordo della

Sicilia e l’azione di parecchi poemi è posta in Sicilia ed alcuni di

questi, secondo il dotto scritto citato di Gaston Paris, sono stati

composti nell’isola[67], si deve renderne merito alla dominazione

normanna, la quale non solo localizzò in Sicilia la leggenda brettone

di Artù e diede il nome di fata Morgana al meraviglioso fenomeno che si

osserva presso Messina[68], ma pure apportò leggende carolingie, onde

nacque la fortuna del ciclo ancor fiorentissimo al dì d’oggi[69].

Elementi normanni si possono anche rintracciare nell’epopea

d’_Aspremont_.

Si sa che l’_Aspromonte_ italiano ha preso l’argomento dalla _Chanson

d’Aspremont_, eccetto il primo libro, che probabilmente sarà derivato

da quelle introduzioni che si ritrovano nei codici franco-veneti.

Ora è precisamente in questo libro che il dott. E. Modigliani in

un recente studio vuole riconoscere elementi normanni per quelle

leggende di Ruggiero, di Galiziella e di Beltramo che si ricollegano

«più direttamente con le tradizioni delle gesta dei Normanni in

Sicilia[70]». Tali elementi invece io sarei più propenso a riconoscerli

nella _Chanson d’Aspremont_, alla quale il Modigliani nega un

fondamento «immediatamente storico». Pur ammettendo che la _Chanson

d’Aspremont_, quale ci è pervenuta, non abbia alcuna relazione con

la presa di Reggio per parte di Abou-Abbas-Abd-Allah nel 901[71], un

fondamento storico credo che si debba riconoscere nella conquista della

Calabria e della città di Reggio per parte dei Normanni comandati dal

conte Ruggiero nel 1060. Se si pone mente che gli scambi continui tra

la Francia settentrionale e i Normanni di Puglia e di Sicilia non

cessarono, specialmente per mezzo dei pellegrini e dei giullari, anche

dopo la conquista definitiva dell’Italia meridionale, e che, come bene

fa osservare il Modigliani, gli echi delle lotte che si agitavano nel

mezzogiorno d’Italia interessavano e hanno interessato i Francesi sino

a poco tempo fa, non sembrerà improbabile l’opinione che all’origine

della favola d’una guerra fra Francesi e Saraceni in Calabria debbano

aver contribuito, se non principalmente, almeno in misura rilevante,

assieme agli altri _detriti di tradizioni storiche_ sulle lotte tra gli

Arabi e i Latini del Mezzogiorno d’Italia, anche la presa di Reggio[72]

e il racconto alterato e snaturato della conquista di Sicilia, che

nel medioevo viene idealizzata in una lotta religiosa tra normanni e

saraceni.

Benchè l’interesse dei Francesi per l’agognata conquista dell’Italia

meridionale fosse la causa riposta della formazione dell’epopea

d’_Aspremont_, credo tuttavia che questa debba avere un sostrato

storico più reale, più effettivo, che può essere riconosciuto nella

conquista del Mezzogiorno d’Italia per parte dei normanni, francesi

anch’essi per adozione.

Qualche accenno sui Normanni e più precisamente riguardo a Roberto

Guiscardo trovasi pure nel poema di Dante.

Il primo luogo è nell’Inferno[73], ove si allude alla gente che morì in

Puglia «per contrastare a Roberto Guiscardo» e che ricordiamo solo per

combattere l’opinione di alcuni scrittori, come lo Scartazzini[74], i

quali credono che Dante voglia alludere ai saraceni uccisi nelle guerre

sostenute in Puglia contro il Guiscardo, mentre si sa che in quella

regione Roberto ebbe a guerreggiare solamente contro i Greci.

Un altro passo invece richiama maggiormente la nostra attenzione.

Siamo nel cielo di Marte, e Cacciaguida addita a Dante tra le anime

luminose che risplendono sulla mistica croce quelle che più si

mostrarono strenue propugnatrici della religione di Cristo. Quindi il

poeta vede Giosuè, Giuda Maccabeo, Carlo Magno, il paladino Orlando,

Guglielmo d’Orange, Rinoardo, Goffredo Buglione e infine Roberto

Guiscardo[75].

Il D’Ovidio negli Studi sulla Divina Commedia[76] ha voluto spiegare la

ragione per la quale Dante ha messo Roberto in Paradiso e finisce col

concludere che Roberto è santo nel cielo di Marte per aver strappato la

Sicilia ai Saraceni.

Tuttavia, per parlare con rigore, Roberto Guiscardo poco o nulla ebbe a

fare con i Saraceni, perchè il suo ardore guerresco fu speso sia contro

i papi, sia contro l’imperatore di Germania, sia contro i Bizantini e

specialmente contro questi ultimi, ai quali tolse l’Italia meridionale

e portò guerra in Oriente.

Nè la Sicilia fu conquistata da Roberto, sibbene dal conte Ruggiero; e

se il Guiscardo vi ebbe qualche ingerenza, fu solamente nell’aiutare il

fratello minore nell’espugnazione di Palermo[77] e in qualche scorreria

o fatto d’arme di minore importanza.

Gli è vero che Dante «idealizzava la storia sfrondandola di certi

accidenti o antefatti[78]»; ma è vero altresì ch’egli non giunse mai a

falsarla e snaturarla coscientemente.

Quindi l’opinione, che il Guiscardo debba alla liberazione della

Sicilia dai Saraceni la gloria del cielo dantesco non regge, perchè

manca di base storica.

Allora possono darsi tre ipotesi.

La prima è che il divino poeta ascrivesse a gloria di Roberto l’aver

combattuto e scacciato i Greci dall’Italia meridionale, poichè

anch’essi, benchè cristiani, sono nemici della chiesa latina; ma

tale opinione diventa inaccettabile, se si pensa che tutti gli altri

propugnatori della fede hanno pugnato, ad eccezione dei due personaggi

biblici, contro i Saraceni, a difesa della religione cristiana e non

della chiesa latina.

La seconda ci riconduce in parte all’opinione scartata, ed è accennata

dal D’Ovidio. Dante potè non sapere nelle sue particolarità le vicende

storiche dei Normanni, e la spedizione in Oriente contro l’imperatore

di Costantinopoli potè passare come una guerra in Palestina, e la morte

di Roberto potè credersi avvenuta in Gerusalemme, per quella leggenda

accennataci dal Buti[79] e narrataci da Giovanni Villani[80] sulla

equivocazione del nome di Gerusalemme.

Infine si può credere, opinione a mio parere più probabile, che Dante

come i suoi contemporanei abbia attribuito al Guiscardo le imprese

del fratello minore Ruggiero, nel modo istesso che vediamo a Carlo

Magno essere state attribuite tante imprese dei suoi predecessori e

successori.[81]

Dall’esame della tradizione poetica e leggendaria medievale della

conquista normanna, credo che chiaramente risulti l’esistenza nell’età

di mezzo intorno ai Normanni dell’Italia meridionale e della Sicilia di

un fondo leggendario, di un ciclo di tradizioni poetiche e popolari, di

cui a noi sono arrivati solo alcuni bagliori, troppo scarsi per avere

un’idea chiara e esatta del ciclo medesimo.

Possiamo soltanto congetturare che questa epopea normanna siciliana

in formazione non fosse altro che l’idealizzazione della conquista in

una lotta tra cristiani e infedeli, comprendendo sotto questo titolo

anche le popolazioni bizantine. Eroe delle immaginazioni medievali, più

che il conte Ruggiero, dovette essere Roberto Guiscardo, la cui fama

s’era diffusa lontana per le continue epiche lotte sostenute contro

gl’imperatori di Germania e di Costantinopoli e svolte in un teatro

d’azione ben più grande di quello del fratello.

Però tale ciclo non dovette avere grande importanza, nè seria

consistenza, perchè, in caso contrario, numerose ci sarebbero pervenute

le testimonianze[82].

Ma se forse nei secoli XIII e XIV esistette intorno ai Normanni un

ciclo di leggende, dal finire dell’undecimo secolo al principio del

seicento tacque la tradizione poetica, nè risorse che sotto forma

d’arte riflessa, servilmente imitatrice.

Ciò è cosa davvero atta a destare meraviglia e in noi sorge spontanea

la domanda: perchè quest’enorme distacco di oltre cinque secoli?

perchè la cavalleresca epopea normanna mancò in questo lasso di

tempo di poeti che la celebrassero? perchè la materia storica non

si tramutò in fantasiose narrazioni, in favolose leggende, in una

vera epopea siciliana, ricca ispiratrice di canti poetici? perchè

l’immaginazione popolare dei siciliani non continuò a ricordare la

conquista normanna, quantunque fosse meglio di qualunque altra atta

a intessere e perpetuare fioritura leggendaria (e lo provano le

tradizioni carolingie, ancor oggidì fiorentissime), a creare un’epopea

che rispecchiasse la sua intima natura?

Avvenne in Sicilia un fenomeno analogo a quello delle altri parti

d’Italia, nelle quali le epopee locali (ad es. dei Longobardi, delle

origini di Firenze, di Attila _Flagellum dei_) dopo aver dato embrioni

epici nei cronisti e nelle immaginazioni popolari, non arrivarono

a elaborazione compiuta, sia per ragioni storiche, sia per ragioni

intrinseche al popolo stesso. Così mancò al popolo siciliano quella

spontanea evoluzione, la quale, elaborata dalla concorde attività della

vita popolare, svolge incessantemente le fantastiche e leggendarie

narrazioni, formando delle _chansons de geste_ che rispecchiano

fedelmente il carattere del popolo.

La venuta dei Normanni in Sicilia nella poesia e nella leggenda · 第 1 / 7 段