più i teatri drammatici, hanno fatto tanto spreco di costumi medievali
falsi, che non c'è oramai nulla di più facile che il vestire di
quell'epoca, con un poco di eleganza e di novità. Abbiamo in Italia una
miniera inesauribile di modelli, e l'attore in qualunque città, solo
che voglia darsi la pena di visitare un'Accademia od una Pinacoteca,
troverà figurini ai quali potrà attenersi dalla piuma del berretto
fino alla punta degli stivaletti, sicuro di riuscire giustissimo e come
disegno e come colore. Non temano, specialmente trattandosi del XIV e
XV secolo, che la scrupolosa esattezza del vestire possa, al lume della
ribalta, diventare o esagerata o grottesca. La signora Virginia Marini,
nel _Trionfo d'Amore_, ebbe al secondo atto il coraggio di mettersi in
capo un certo berretto a forma conica, alto, dalla cui punta cadeva un
velo lunghissimo, che essa raccoglieva sul braccio. Questa certamente
è una delle acconciature più arrischiate, e piacque, perchè a noi
lontani, che abbiamo in testa una folla di foggie diverse di vestire,
occorre, per affermare una data epoca, che essa ci si affacci co' suoi
caratteri più evidenti.
Non c'è bisogno di tanto oro nè di tanto velluto. Il paggio della
_Partita a Scacchi_ non deve essere ricco; deve essere elegante, e
l'eleganza non appartiene alla stoffa, ma al disegno ed ai colori. Non
si ricorra ai berrettini di _fantasia_, perchè le fantasie di questo
secolo in fatto d'arte non valgono quelle di quattro secoli indietro.
La prima cura di un attore dovrebbe essere questa; di riprodurre
mediante tutti i soccorsi dell'arte, la espressione generale delle
fisionomie dell'epoca che egli è chiamato a rappresentare. Quindi nel
trecento e nel quattrocento, ad esempio, non baffi. Cerchino i quadri,
le miniature, i tappeti, i disegni, le statue di quel tempo: non ci
troveranno un solo paio di baffi. Non corazze lucide, nè altri interi
pezzi di armature; non corazze di cuoio, non stivali col trombino, ecc.
In lavori, come la _Partita a Scacchi_ ed il _Trionfo d'Amore_, la
parte _decorativa_ ha una importanza immensa. Presso un pubblico non
disposto all'indulgenza, un vestito stuonato può nuocere all'effetto
di una scena. E quanto è detto del vestire si intenda del mobiglio. Le
nostre compagnie, anche le primarie, fanno delle produzioni drammatiche
due campi distinti. Quelle alla moderna e quelle che non lo sono. Alle
prime, nell'arredo della scena, tutto quanto occorre. Alle seconde,
da Alcibiade fino a Napoleone, un paio di scanni dorati, coperti di
una stoffa di cotone rossa o verde, un tavolo _rococò_, dorato esso
pure, e seggioloni di nessun'epoca, ma colla sua brava doratura. Io
ho assistito ad una rappresentazione del _Trionfo d'Amore_; ed al
secondo atto c'erano in scena certe scranne, quali si trovano sovente
in campagna nelle anticamere; stile Impero, colla spalliera dipinta a
paesaggi.
Ci vorrebbe tanto poco a far bene!
INTERMEZZI E SCENE
INTERMEZZO.
_Recitato da GIUSEPPE PIETRIBONI, la sera del 23 marzo 1875 a Torino
(teatro Gerbino) in occasione della rappresentazione datavi dalla
Compagnia Pietriboni, in favore della sottoscrizione per un monumento a
Carlo Goldoni._
Signori — Io vorrei chiedere al pubblico indulgente
Di trattenermi alquanto seco direttamente.
Forse l'occasione mi dà soverchio ardire,
Ma dacchè tante volte voi mi state a sentire
Allor che in me favellano or questi or quei poeti,
Mi pare che nessuna convenienza mi vieti
Di parlarvi una volta in mio nome e che sia
Il dirvi grazie, un debito per me di cortesia.
Per me che dall'omaggio al sommo Veneziano
Quasi ricavo un bricciolo d'orgoglio paesano
E figlio di quell'arte che fu per noi sua figlia
Sento all'interna gioia che la festa è in famiglia.
Vi dirò di Goldoni, Signori. Tuttavia
Non ne farò l'elogio nè la biografia;
L'elogio, il vostro accorrere lo fa meglio di me
E la biografia se l'è scritta da sè.
Più modesto proposito ho nella mente accolto.
Cercherò la sua vita dal dì che fu sepolto.
Anzi, a scansar le piccole bugie cui s'abbandona
Chi racconta di tempi che non vide in persona
E a far che non si svegli qualche critico arguto,
Comincierò dai giorni in cui l'ho conosciuto.
Ero un bambino, quando venni la prima volta
A teatro e rammento che ci vidi raccolta
Un'intiera bottega di rigattier. Codini.
Nêi, guardinfanti e fibbie e parrucche e spadini
E con essi il moderno abito a coda e seco
La toga dei Quiriti ed il coturno Greco.
Era una lunga scuola a quei tempi la scena
E una scuola difficile. Daccanto alla serena
Commedia dei maestri del riso, allor s'udìa
Sonar del verso classico la solenne armonia.
Solean Goldoni e Alfieri, di poi quasi sepolti,
Darsi la mano e insieme destar su tutti i volti
O l'allegria festosa che vien dritta dal cuore,
O i pallor subitanei dell'ansia e del terrore.
La Pamela dell'oggi, era doman Medea.
Così, dai multiformi aspetti dell'idea
Sgorgava per novello vigor ringiovanita,
Un'arte viva, ricca, varia come la vita.
S'era ingenui, convengo, e sentivate dire
Che il teatro ad esempio dovesse divertire.
Non erano risolti i problemi sociali,
Non erano i teatri mutati in ospedali
Di malattie dell'anima. Pare esagerazione,
C'eran persino, in scena, delle oneste persone.
Ma in cambio, superata la ribalta, correa
In giro, per i palchi, per tutta la platea
Qualche risata schietta, qualche lacrima vera,
E il pubblico batteva le mani e buona sera.
Allora di Florindo e Rosaura il festivo
Amor blandiva gli animi.... e Goldoni era vivo.
Ma un giorno giù dall'Alpi precipitò su noi
Una lunga falange di non più visti eroi.
Eran pallidi e belli, avean le furie in seno,
Parlavan sorridendo di pugnal, di veleno,
Sorridendo morivano fra un bacio ed un singhiotto
E la luna faceva loro da Galeotto.
Uditi i re discorrere come gli altri mortali,
Il verso di Agamennone tace e ripiega l'ali;
Affogato dall'impeto della nuova invasione
Florindo si rannicchia tremando in un cantone,
Rosaura agli spasmodici deliri s'impaura
E domanda rifugio a qualche cella oscura,
Il vecchio Ottavio parte, grattandosi l'orecchia,
Lisetta abbrividisce.... e Goldoni sonnecchia.
E parrucche e spadini e ricami e gorgiere,
E tutta la bottega del vecchio rigattiere,
In un guasto cassone pigiata alla rinfusa,
Borbotta il miserere della gioconda musa.
Balda ai fresco venuti sorrideva la vita.
Erano figli anch'essi della varia, infinita
Arte che dagli affetti dell'uom ritragge e crea.
Anch'essi eran rampolli dell'universa Idea.
Ma nati di artifizio e lontani dal vero,
Ratto com'era sorto, ne dileguò l'impero.
E un nuovo mutamento di scena s'apparecchia,
E nuovi eroi s'affacciano.... e Goldoni sonnecchia.
Solamente, una sera, stanco del lungo sonno,
Guidato da un nipote.... degno figlio del nonno,
L'occhio di nuovo pieno di vita e la fronte alta,
Fu veduto in persona tornare alla ribalta.
La schiera dei suoi comici era con lui rinata,
Rifece il capitombolo l'_Erede fortunata_,
Ed ei, di una sconfitta fra l'ire e il tramestìo
Tocco novellamente dal carbone di Dio,
Ripromise le sedici commedie nuove e poi
Lasciò libero il campo ai sopraggiunti eroi.
L'arte novella sale in cattedra e pretende
Governare il cammino delle umane vicende.
La commedia ha deposto il suo gaio berretto
E sdegna il facil riso ed il semplice affetto;
Fatta seria e matrona, le snelle membra affoga
Dentro le magistrali ampiezze di una toga.
Sermoneggia coll'aria di una nonna pentita....
Il diavolo era vecchio e s'è fatto eremita.
Ha per ragion suprema la pubblica morale....
La tesi è molto bella.... e molto originale.
Qui ci sta una parentesi. Può darsi che taluno
Vanti famosi intingoli.... e ne parli a digiuno.
Può darsi che taluno lanci la pietra e a lui
Il rimprovero tocchi ch'egli rivolge altrui.
Egli è che un buon rimedio i mali umor disvia
E chi di fresco n'esce odia la malattia.
Voi, se qualcun vi secca, gli insegnate il latino
E i cronisti gli danno il resto del carlino,
Ma ai buoni insegnamenti chi ha cervello s'inchina;
Can che scottò la cenere non tocca più farina[4].
La parentesi è chiusa. Il proscenio ribocca
Di moralisti in coda e lì.... bazza a chi tocca.
La donna è fatta il grande problema d'occasione.
S'inventa una parola: Riabilitazione.
Gli anatomisti accorrono a farne l'autopsia:
Questi cerca il rimedio, quegli la malattia.
Uno accusa la moglie di un Sì male assortito,
Un altro più galante dà la colpa al marito,
E come sempre avviene in mezzo al pandemonio,
Arriva un terzo il quale condanna il matrimonio.
Gli affetti casalinghi non son degni di nota,
Passa sul palco scenico l'almanacco di Gotha.
Si canta in cento mila toni che il mondo invecchia,
E invecchiando peggiora.... e Goldoni sonnecchia.
Ma il guaio è che, malgrado tante scoperte rare,
Il pubblico ancor esso comincia a sonnecchiare.
Un giorno, un capocomico che se ne avvede, va
Ruminando ove possa trovar la novità.
E mentre seco stesso propone e dispropone,
Capita senza addarsene in faccia ad un cassone.
È un cassone a cui scappano cento anni da ogni lato,
Logoro, mal connesso, sferrato, impolverato.
Ci soffia su, e attraverso la polvere che il cela
Uno scritto sbiadito debolmente trapela.
Son due nomi — Florindo e Rosaura. Egli pensa:
Chissà, poveri amanti, quanta muffa s'addensa
Su voi! Come sarete ridotti al lumicino!
Florindo avrà disfatto il nodo del codino,
Rosaura avrà di funghi piena la collaretta.
Apre il cassone.... e un grato profumo di violetta
Si spande intorno e tosto Florindo arzillo e sano
N'esce e porge a Rosaura sorridendo la mano.
Rosaura gli sciorina l'inchino di prammatica.
Ha l'alito che aulisce di fragola selvatica,
Ha le guancie di rosa e la voce d'argento.
Il nostro capocomico ci si rimette a stento;
Ma alla fine, sedotto da una subita idea,
Li porta sul proscenio.... e i palchi e la platea
A: bravo, a battimani, ad accoglienze oneste
E Goldoni si sveglia.... e con esso rideste
Tornano le gaiezze onde i nonni fur lieti,
Tornan dei sani amori i colloquii discreti,
Tornan le maldicenze, bevendo il cioccolatto,
E tornano gli applausi dieci volte per atto.
*
La mia storia è finita, Signori. Il tempo vola.
Al _Cavalier di Spirito_ ritorno la parola.
PROLOGO.
_Recitato dalla signora ANNETTA CAMPI-PIATTI, la sera del 17 febbraio
1877, nel teatro Carignano di Torino, in occasione della prima recita
della Compagnia Drammatica della Città di Torino, diretta da Cesare
Rossi._
Signori amabilissimi! Se il nostro direttore
Si tolse il privilegio della parte migliore
Per dirvi quanto ognuno di noi, nel cor, vi dice,
Lasciate che del massimo grado di prima attrice
Io mi valga a mia volta per ridir quel che sento
Nel pormi a questo nobile e terribil cimento.
E poi, se il tentativo attecchirà per bene
E se invece del solito rimutare di scene
Su queste antiche tavole farem stabil dimora,
È giusto ed opportuno il cominciar fin d'ora
A conoscerci alquanto, poichè le buone intese
Fanno l'attor voglioso e il pubblico cortese.
La troppa timidezza non è di mia natura,
Tuttavia, lo confesso, questa sera ho paura.
Nè siete voi, signori, che paura mi fate.
Anzi, da quelle seggiole così ben popolate,
Da quei palchi ridenti per così vaghi fiori,
Dalla platea, speranza e terror degli autori,
Se non mi fa cadere in inganno la mia,
Parmi qui salga un alito di vera simpatia,
Che m'incuora, mi affascina e mi fa più gradita
L'arte cui consacrammo, voi l'affetto, io la vita.
M'impaurisce il cumulo delle grandi memorie
Che in questa sala tornano così vive. Le glorie
Del passato son stimolo ed inciampo ai presenti.
I nomi che ci fanno pensosi e riverenti.
Vanto dell'arte e lume di sogni orgoglïosi,
Qui nacquero, qui crebbero, qui diventâr famosi.
Giovinetta ed inconscia dei futuri splendori,
Qui dei suoi primi applausi palpitò la Ristori.
Qui passò la Marchionni, qui rise e pianse Vestri,
Qui, studïoso insieme degli antichi maestri
E dell'aperta vita, Rossi, nel suo secreto,
Maturava le collere del pensieroso Amleto.
Che splendida corona di glorie han queste scene!
Alberto Nota in tele scorrevoli e serene,
Pellico nella mite effusione del cuore,
Brofferio nella satira, Marenco nel dolore,
Giacometti nel fascino di favole involute,
Stampavano il pensiero di queste genti argute
E oneste, e sopra tutti, irti il verso e i pensieri,
Sfolgoreggiava il genio solitario d'Alfieri.
Buon per noi che ci corsero degli anni e fur parecchi,
Che gli uomini maturi d'allora ora son vecchi,
Che i giovani d'allora son uomini maturi:
Se no quel troppo grido ci farebbe più oscuri
Che non siamo, e la luce di quel sole crudele
Offuscherebbe il raggio delle nostre candele.
Chi succede ad un grande ingegno, in faccia ai mille
Dev'esser grande, a costo di parer imbecille.
E quanto più l'altezza necessaria si vede,
Tanto è il salir più arduo, tanto più lento è il piede.
Io, per quanto mi tocca, vi domando licenza
Di non essere un genio in spirito e presenza.
Sarò docile, assidua, piena di buon volere,
Tenterò che sull'arte non soverchi il mestiere,
E se dai vostri applausi avrò lena e coraggio,
Se non le penne al dorso ed alla fronte il raggio,
Me ne verrà maggiore fiducia di me stessa
E di future glorie la feconda promessa.
D'altronde, non vi pare che ormai troppo sovente
Noi s'inneggi al passato a danno del presente?
Questo povero onesto presente ha il grave torto
Di non essere ancora sotterrato.... nè morto
E noi ci adoperiamo coi piedi e colle mani
A ucciderlo quest'oggi.... per cantarlo domani.
È vecchia usanza: ai grandi che or vi ho nominati
Si oppose un dì il fulgore degli ingegni passati
E forse ai nostri figli un giorno si opporrà
Il senno e la grandezza dell'odïerna età.
La memoria è una fata che coi suoi filtri arcani
Fa più belli gli oggetti quanto più son lontani.
Chi non vide talvolta tornar non evocato
Siccome un luminoso guizzo del suo passato?
E da quella ideale vista chi non ha tratto
Maggior compiacimento che non ebbe dal fatto?
Chi non ricanta in mente qualche dolce canzone
Udita in giovinezza e schiva l'occasione
Di riudirla ancora, per non fugar la gaia
Coorte dei ricordi che a quell'uno si appaia?
Tolga il Cielo che io voglia sminuire il rispetto
Dovuto a quei maestri che furono. Vi ho detto
Queste cose, temendo, nella mia reverenza,
Che i morti non ci facciano soverchia concorrenza.
Il proverbio egoista patisce un'eccezione:
Gli assenti, in fatto d'arte, hanno sempre ragione.
E poi, dacchè ci sono, confesso ingenuamente
Che alla stretta dei conti, voglio bene al presente.
Il diavolo non parmi brutto come lo fanno.
Non mi pare che il vizio sia peggiore tiranno
Che non per lo passato, che madonna virtù
Invecchi e si raggrinzi ogni giorno di più.
L'arte nostra non parmi, come vogliono tanti,
Che cammini alla cieca, con passi zoppicanti,
In cerca di una forma idëal che non trova.
Non credo all'arte vecchia e non credo alla nuova;
Credo all'arte che il tempo senza danno accarezza
E cui splende nel volto l'eterna giovinezza.
Mi han detto che se fosse mortal l'avrebbe uccisa
Il soverchio discorrerne che fanno in varia guisa
Tanti dotti filosofi in veste di censore,
Che vorrebbero imporle idea, forma, colore
E governarla a modo di un fantoccino in fasce.
Ma si divien filosofo e poeta si nasce
E la virtù nativa più che ogni altra conquide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che la guardano con occhio di livore
Tanti arguti filosofi in veste di censore,
I quali per ridurla alla propria portata,
Predicandola vera, la vorrebber sguaiata.
Ma la spada che impugnano, essi soltanto uccide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che ne provano salutare terrore
Tanti puri filosofi in veste di censore,
I quali le contendono il vïaggio infinito
E la vorrebber sempre fanciulla da marito.
Ma l'arte è donna saggia che molto visse e vide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Mi han detto che le negano i voli e lo splendore
Tanti freddi filosofi in veste di censore,
Che abborrono del verso la serena armonia,
Che le oscure tempeste del cor chiaman pazzia.
Per costoro Desdemona è pazza da catena,
Amleto un forsennato, Fausto un scemo in pena,
E se ne avesse tanta virtù l'animo basso,
Legherebber Prometeo un'altra volta al sasso.
Ma Dio per farli fiacchi, saggiamente provvide.
Il filosofo brontola e il poeta sorride.
Le idee sono di genere femminile. È destino
Che quanto è bello e instabile quaggiù, sia femminino.
Il pensiero, che è maschio, è frutto del volere,
Lo correggo, lo suscito, lo volgo a mio piacere.
È di una pasta docile, tagliato alla carlona,
Che fa quello che gli ordina la mente sua padrona.
L'idea, per sua natura vagabonda, non vuole
Patir nessun inciampo di metri o di parole.
È una donnina fragile, vispa, fresca, imperiosa,
Che sorride, che stuzzica, che fa la permalosa,
Che vi arriva in un attimo, che fugge in un momento,
Che non si lascia cogliere due volte ad un cimento,
Che l'amante più assiduo corbella, e a chi s'avvede
Di sue grazie non curi, le sue grazie concede.
Lasciamola padrona di far quello che vuole,
Questa, che i nostri padri chiamâr: figlia del sole!
Signori, perdonatemi il lungo chiacchierio,
Benchè non figlia al sole, sono donna ancor io.
Quel che vi ho detto, forse non lo saprei ridire,
Ma lasciatemi aggiungere un motto per finire.
Sono molto contenta di trovarmi fra voi.
Se voi di me lo siate, me lo direte poi.
Per ora l'impazienza de' miei compagni attori
Mi chiama alla commedia. Buona sera, signori.
PROLOGO
_ad una rappresentazione della SERVA AMOROSA fatta con le maschere di
Pantalone, Arlecchino e Brighella._
PERSONAGGI.
PANTALONE
ARLECCHINO
BRIGHELLA.
PANTALONE
(_viene alla ribalta a sipario calato_).
Pubblico modernissimo. Son passati molt'anni
Dacchè più non ti venni innanzi in questi panni,
Dacchè insiem colla maschera, col pizzo e il zimarrone
Anche il vecchio deposi nome di Pantalone.
Il nome, la zimarra, la maschera ed il pelo,
Non le virtù, nè i vizii, nè la persona. Al cielo
Mi levasti più volte, o pubblico sagace,
Scambiandomi con altri. Ieri ancor, con tua pace
T'ebbi e t'avrò domani plaudente spettatore
Di mie smanie barbogie, del mio avaro furore
Paterno, di mia lunga tremula tabaccata.
E già ti parvi, e certo ti parrò, di covata
Recente, e avesti e avrai per novo il mio sembiante.
Perchè, vedi, tu suoli, o pubblico costante,
Mutar gusto ogni giorno, ma gli autor te la fanno
E come avviene al povero che ha rivoltato il panno
Del logoro pastrano e per nuovo lo spaccia,
Essi mi mutan nome, mi imbellettan la faccia
Con diversi colori, mi fan magro o paffuto,
Mi vestono alla foggia del giorno, e chi n'ha avuto
Ne ha avuto, io sembro un altro e son sempre lo stesso.
Così un pollo coriaceo che resistette allesso
Ai morsi laceranti d'affamato avventore,
Venti volte ritorna al banco del trattore,
Di venti spoglie nuove si veste e ne riparte
Venti volte bugiardo. Vedi, il trattore è l'arte,
Io sono il pollo e tu l'avventore affamato.
Chi mi saprebbe dire quando e da chi son nato?
È un'antica prosapia quella dei Bisognosi
E andrà lungi. Io già vidi i teatri famosi
Di Atene e Roma, e quivi fui sgomento di amori
Giovanili e zimbello di furbi servitori.
Già Plauto, già Terenzio mi chiamavano vecchio
_Senex_ nel lor linguaggio, e mi facevan specchio
Degli stessi difetti, delle stesse virtù
Che mostro al giorno d'oggi. Ho due mill'anni e più
Sul groppone, e li porto, parmi, con faccia lieta.
Il mio scrigno conosce più conii di moneta
Che non visi d'amanti la luna badïale.
Io, dal sesterzio all'ultimo biglietto consorziale,
Pesai con ogni peso, scrutai con ogni lente
Ogni forma, ogni titolo di moneta corrente.
Ne misurai del panno a diverse misure!
Ne allevai di pupille destinate alle pure
Gioie del maritale mio talamo, ed aimè
Rapite dal galante! Ne fiutai del Rapè!
E ne diedi a fiutare.... troppo. — Insomma, cortese
Pubblico, d'ogni tempo son io, d'ogni paese.
Perciò non ti dispiaccia se, per fare contento
Il gran babbo Goldoni, indosso il vestimento
Ch'egli mi diè in sua vita. Già, se lo vuoi sapere,
Una maschera al viso ce l'ho tutte le sere;
E stassera la parte che faccio è modernissima:
Sono un babbo modello, e la tua felicissima
Età, pubblico austero, non ha che babbi savi
E più savi figliuoli. Tu sei miglior degli avi,
Tu sei lo specchio d'ogni rara virtù, io trasecolo
Pensando alla sublime civiltà del tuo secolo.
— Pubblico intelligente — mi batterai le mani.
Già se ti vuoi sfogare sfogati con quei cani
Di Brighella e Arlecchino.
(_Arlecchino e Brighella sollevano il telone_
_uno da una parte della scena e l'altro_
_dall'altra, e mettono fuori la testa_).
ARLECCHINO (_fra sè_).
Oh!
BRIGHELLA (_fra sè_).
Cosa dice?
PANTALONE (_seguitando senza avvedersi di loro_).
Quelli
Non son tipi moderni; di simili flagelli
È perduta la stampa. Mostreranno la nera
Maschera, o il bianco saio o l'abito a scacchiera,
Ma l'aspra, irriverente, cinica gherminella
Di che si compiacevano Arlecchino e Brighella
Nessun più la conosce per fortuna. (_prende una presa
di tabacco_).
(_Arlecchino e Brighella vengono pian piano_
_alla ribalta, e si accostano a Pantalone,_
_non avvertiti. Tutti e due vestono il costume_
_tradizionale, ma lo coprono con un soprabito_
_moderno. Arlecchino non ha maschera. Il pubblico_
_capisce che non rappresentano il tipo della_
_maschera antica, ma bensì dei personaggi moderni_
_travestiti. Perciò non parlano in dialetto_).
(_Brighella, mentre Pantalone prende la presa, gli_
_dà un colpo sotto la tabacchiera che gli manda il_
_tabacco negli occhi_).
PANTALONE (_cogli occhi pieni di tabacco_).
Che è ciò?
E pciù. E pciù. Che è stato? (_vedendo i due_) Voi birbi!
ARLECCHINO.
Io no.
BRIGHELLA.
Io no.
PANTALONE.
Chi mi ha buttato in viso quel tabacco?
BRIGHELLA.
Mah!
PANTALONE.
Mostri!
BRIGHELLA.
È andato da per sè.
ARLECCHINO.
Le par che ai tempi nostri
Si tendan tali trappole?
BRIGHELLA.
Mancar di educazione
Con un vecchio balordo?
ARLECCHINO.
Un vecchio bietolone,
Mancargli di rispetto! Una volta magari.
Ma oggi si riveriscono i taccagni suoi pari. (_gli prende
di saccoccia senza ch'egli se ne avveda il fazzoletto e lo
passa a Brighella_).
PANTALONE.
Oh basta! Ho gli occhi pieni di Rapè. Il fazzoletto (_cerca
il fazzoletto e non lo trova_).
L'avevo: son sicuro che l'avevo. Oh cospetto! (_ad Arlecchino_).
L'hai tu!
ARLECCHINO.
Non l'ho.
PANTALONE (_a Brighella_).
Tu dunque, brigante?
BRIGHELLA.
Io non l'ho tolto.
ARLECCHINO.
Le pare? A questi chiari di luna! Ci vuol molto
Coraggio a dir che al secolo del progresso ci sia
Dei ladri o borsaiuoli.
PANTALONE.
Tu menti.
BRIGHELLA.
Una bugia!
Brighella ed Arlecchino ne tessevan l'ordito.
ARLECCHINO (_imitando l'accento di Pantalone_).
Ma di quelli è perduta la mostra.
PANTALONE.
Già; ho capito,
Voi state ad origliare dalle tende.
ARLECCHINO.
Oh padrone!
Origliar!
BRIGHELLA.
Noi!
PANTALONE (_prendendoli a braccetto_).
Compari belli, avete ragione,
Quel che dissi, l'ho detto.... zitti!... per far piacere
Al pubblico;... ma io, se il volete sapere,
Credo che di Brighella e d'Arlecchin ce n'è
Più che di Pantaloni, assai di più, perchè
Questo gli è sempre vecchio, mentre di questi qua
Se ne trova a bizzeffe e di tutte le età.
(_Cala la tela_).
IL TRIBUNALE DI PROUDHON[5].
PROUDHON _siede in cattedra giudice_.
(_Agli uscieri_).
Entrino gli accusati.
(_Entra un paladino armato di tutto punto_).
PROUDHON.
Come ti chiami?
IL PALADINO.
Orlando.
PROUDHON.
Il padre?
ORLANDO.
Per qual vita, signore?
PROUDHON.
Ti domando
Da chi nascesti.
ORLANDO.
Nacqui due volte; la men bella
Vita mortal mi diede Berta che fu sorella
Di Carlo Magno. Vissi fra l'armi e fui tradito
E ucciso a Roncisvalle.
PROUDHON.
Codesto scimunito
Mi beffeggia. Per morto ha un aspetto gioviale.
ORLANDO.
Vivo or la mia seconda vita lieta immortale.
PROUDHON.
Onde l'avesti? Sei tu sangue di potenti
Un'altra volta?
ORLANDO.
Assai più nobile. Le genti
Chiamarono mia madre: poesia.
PROUDHON.
Tristo nome
Di vagabonda. E il padre?
ORLANDO.
Furono molti.
PROUDHON.
Come?
ORLANDO.
Nè so nomarvi i primi; solo in mente mi reco
Luigi Pulci, e il conte Matteo Boiardo, e il Cieco
Di Ferrara e il canonico Francesco Berni e il frate
Folengo mantovano e messere....
PROUDHON.
Segnate
Quella donna per mali costumi.
ORLANDO.
Ma di questi
Uno mi fece ornato di sì splendide vesti
E di sì chiara fama che a me si volse amico
Il mondo intero.
PROUDHON.
E il nome?
ORLANDO.
Messere Ludovico
Ariosto.
PROUDHON.
Ora che oprasti in tua vita? Rispondi.
ORLANDO.
Feci trillare intorno i sonagli giocondi
Del riso. Alla più armonica delle umane favelle
Diedi nuove armonie, nuovi ritmi; le belle
Favole che dormivano sorsero al nostro invito.
Tessei con filo d'oro il trasparente ordito
Dell'ottava e le posi come vivagno in cima
Il frastaglio festevole della facile rima.
Chiusi l'idea nel vetro chiaro della parola.
Suonò d'armi e di baci per me il vento che vola,
Cercai le vive immagini al vivo mondo e quelle
Mi scherzarono intorno come vispe gazzelle.
PROUDHON.
Costui parla un linguaggio ch'io non intendo. E quale
Bene recasti agli uomini?