Taci. Ti concedo di fare umile ammenda

Del tuo fallo. Conducilo a noi, teco discenda

Gastone ed in mio nome lo inchini. Egli è mio pari

Dacchè varcò la soglia del mio castello, e impari

Ognun che sacro è l'ospite come un re.

(_a Martino_)

Tu provvedi

Perchè rechin le faci, e poi qui tutti in piedi

Daccanto a me.

(_Viscardo, Gastone e Martino escono_).

GERBERTO.

Sei bella e generosa.

DIANA.

Almeno,

Dacchè spento per sempre è l'onor degli Alteno,

L'usata cortesia ne risplenda.

GERBERTO.

L'onore

È spento?!

DIANA.

Non cercarmi, Gerberto, oltre nel cuore.

SCENA IV.

_Entrano quattro valletti recanti ciascheduno una torcia accesa,

poi VISCARDO, GASTONE, MARTINO, ed ultimo UGO, vestito da

pellegrino, con sotto il cappello un cappuccio che gli nasconde

parte del viso. Egli rimane ritto in fondo, sulla soglia, colle

genti di Diana._

DIANA (_appoggiata a Gerberto — ad Ugo_).

O qual tu sia, di nobile lignaggio o di plebeo,

Tu che vesti il pietoso mantello del romeo,

Donde tu venga, il monte a noi ti mandi o il piano,

Dove il passo tu muova, o al vicino o al lontano

Romitaggio, comunque si nomi il tuo signore,

Checchè tu volga in mente o racchiuda nel core,

Entra e riposa. È questa la tua casa e il saluto

Festoso essa ti porge — Fratello, il benvenuto. —

UGO.

Nobil donzella, e voi che le fate corona:

Per tutte le dolcezze che la terra ci dona,

Per tutte le speranze onde il morir s'allieta,

Per tutte le promesse di più vasto pianeta,

Io vi dico che l'angiol del Signor stende l'ale

Della vostra magione sulla soglia ospitale;

Che sovente il mendico non reietto tributa

Tai doni onde il bagliore di ricche gemme ammuta;

E così possa, meco al vostro desco assiso

Se il fronte vi s'imbruni, serenarlo il sorriso.

(_discende la scena_).

DIANA.

Il mio nome ti è noto?

UGO.

Tutta lo benedice

La valle, per te fatta più ricca e più felice.

DIANA.

È lungo il tuo cammino?

UGO.

Non so.

DIANA.

Pietà t'incuora

Di nostra alta Signora?

UGO.

Sì, della mia Signora.

DIANA.

Dura stagion scegliesti per tentare il viaggio.

UGO.

Maggior premio ne attendo al mio pellegrinaggio.

DIANA.

Le strade saran tutte deserte e sconsolate.

UGO.

L'inverno è in ogni dove. — Eppure, a due giornate

Dal tuo castello, vidi un superbo corteo

Ricco di vaio e piume, qual per nozze o torneo.

DIANA.

Un corteo?

UGO.

Lo guidava, in armi, un cavaliero

Recante: Drago unghiato sul petto, e sul cimiero

Pennacchio azzurro.

DIANA (_sorpresa_)

Oh!

UGO.

Azzurri i valletti e, nel segno,

Cinto in fiamme, il cortese motto: Servendo regno.

DIANA (_esitando_)

E il suo nome conosci?

UGO.

Nol rammento.... ed ho appresa

Fin la cagion del viaggio. Dei conti di Valesa

Alla maggior figliuola egli porge la mano.

(_quasi cercando nella memoria_).

Ugo di Mon....

DIANA (_prontissima_).

.... soprano.

UGO.

Ugo di Monsoprano.

E udii che raro incontri nodo più avventuroso,

Nè la sposa più bella, nè più amante lo sposo.

DIANA.

Meglio assai che al devoto abito non consuona,

Sei dotto.

UGO.

Udii.... passando.

DIANA (_per interrogarlo_).

E....

(_si ravvede_)

No.

UGO.

Che vuoi?

DIANA.

Perdona

Se, a tue novelle intenta, quasi pongo in oblio

Che tu sei l'ospitato, che l'ospite son io.

(_a Gerberto_)

Gerberto, a lui la stanza darai dei fiordiligi.

(_ad Ugo_)

Vi dormì quando fece passaggio il re Luigi,

Onde il giglio a nostre armi sposato.

UGO.

Al pellegrino

Tant'agio non s'addice. Se il concedi, vicino

Al fuoco io mi raccolgo a meditar.

DIANA.

La casa

È tua. Io, poichè l'ombra della notte l'ha invasa,

Mi ritraggo. A tuoi cenni sono i famigli — Addio.

(_Ai servi_)

Lasciatelo a sè stesso.

(_I valletti assicurano due torcie a due anelli

infitti nelle pareti laterali, poi escono con Martino

e Viscardo_).

DIANA (_s'avvia; giunta a mezza scena si arresta e torna verso

Ugo, vorrebbe interrogarlo — e poi con uno sforzo violento_).

No. — Gastone.

(_Gastone la precede con una torcia ed escono per la

più alta delle due porte che s'aprono daccanto al

camino_).

SCENA V.

GERBERTO _ed_ UGO.

UGO (_appena si vede solo con Gerberto_).

Son io.

GERBERTO.

Tu! chi?

UGO.

Guardami.

GERBERTO.

Il conte di Monsoprano. Voi!

UGO.

Taci.

GERBERTO.

Voi qui, signore?

UGO.

Ascoltami. Tu puoi

Giovarmi.

GERBERTO.

Quelle nozze?

UGO.

Bugia con studio ordita.

GERBERTO.

Tornaste...?

UGO.

Per vederla, mi costasse la vita.

GERBERTO.

Ma....

UGO.

So quanto vuoi dirmi: ch'essa m'odia, ch'io sono

Temerario, che invano spero nel suo perdono,

Che l'offesi, che ha muto il cor tranne al pensiero

Della vendetta, e che ora sono in sua mano.... È vero?

È vero.... e minacciarmi e consigliarmi, e appena

Ritorno e la rivedo più bella e più serena

Di prima, dirmi: parti, rinunzia alla sua vista,

Ripiglia la tua strada, lunga, deserta, trista,

Rifatti pellegrino. Questo vuoi dirmi? — Senti:

Per tutte le minaccie e per tutti i tormenti,

Per tutte le congiure della terra e del cielo,

Non mi parto se prima non le parlo e mi svelo.

GERBERTO (_il quale fin qui contenne a stento la propria

gioia_).

Iddio vi manda.

UGO.

Che! Gerberto, hai detto...?

GERBERTO.

Iddio

Vi manda.

UGO.

Non mi scacci?

GERBERTO.

Io discacciarvi! Il mio

Sogno per voi s'avvera; ben tornaste, l'atteso

Voi siete.

UGO.

Come? parla.

GERBERTO.

Udite: io vi paleso

Quanto di certa scienza non so, quanto essa stessa

O ignora o nel secreto solo del cor confessa;

Straniero o nemico più non le siete; a voi

Pensa; di voi ragiona, voi rivede nei suoi

Tormentosi colloquii seco stessa, le meste

Ore sue son vostre; finor combatte e veste

Di crudeli propositi l'assidua cura. — Appena

Vi riconosca, salda sentirà la catena.

Ma guai se impreveduto non le giunge il periglio.

UGO.

Sono in tue mani.

GERBERTO.

Ditemi tutto il vostro consiglio.

UGO.

Attenderla.

GERBERTO.

Stassera?

UGO.

Essa verrà.

GERBERTO.

Qui?

UGO.

Al mio

Racconto l'ho veduta impallidir: desìo

La prenderà di udirne più a lungo; curïosa

Del mio stato mi apparve ed era, e peritosa

Per voi soli si è fatta. Essa verrà; lo sento;

E ne ho il cor traboccante di gioia.

GERBERTO.

In voi l'accento

Dell'amore favella, e raro inganna.

UGO.

Speri

Tu pur? dimmi.

GERBERTO.

Dell'anima son profondi i misteri.

Se mai venisse.... insieme qui non ci vegga. Intanto

Io la Corte ne aduno.... e....

(_porge l'orecchio come se gli paresse di

sentire rumore, — poi_)

No, m'inganno. Oh quanto

Il cor mi batte!

UGO (_che s'era appressato alla porta bianca, ridiscende in

fretta_).

È qui. Va.

(_Gerberto esce frettoloso dal mezzo. Ugo si

rimette il cappuccio e siede coi gomiti sul

tavolo e la testa nelle mani_).

SCENA VI.

DIANA _ed_ UGO.

DIANA (_entra dalla porta per la quale era uscita e rimane un

momento esitante_).

Solo?

UGO (_si riscuote e si leva da sedere_).

Il tuo scudiero

Uscì pur ora. Vuoi ch'io lo chiami?

DIANA.

No. Un fiero

Turbine si scatena per la valle e non ponno

Le ciglia affaticate riposarsi nel sonno.

UGO.

Io l'ho da lungo tempo disappreso.

DIANA.

Tu pure?

(_pausa_)

Sei giovane, per l'abito che indossi.

UGO.

Le sventure

Raddoppian gli anni.

DIANA.

Tante ne provasti?

UGO.

Una sola:

La maggiore di tutte.

DIANA.

Quale?

UGO.

Non è parola

Che le convenga.

DIANA.

Vuoi raccontarmela, il lento

Giro a ingannar dell'ore?

UGO.

Hai tu pel mio tormento

Un balsamo?

DIANA.

L'ignoro. Strana inchiesta mi fai.

UGO.

Lasciami il mio secreto allora, se non hai

Potenza di sanarmi.

DIANA.

Amaro parli.

UGO.

Quale

Mi si conviene, parlo.

DIANA.

Sentila, come sale

Per gli archi e come acuta sibila la bufera.

È la voce del monte; io ne ascolto ogni sera

I gemiti sinistri e le nenie interrotte.

Senti?... riddano tutti gli spirti della notte.

UGO.

Mai non scendesti al piano?

DIANA.

Come l'abete, ho stese

Radici al suolo.

UGO.

Oh triste!

DIANA.

Tu che tanto paese

Vedesti e genti varie, tu dèi saper di belle

Fole. — La notte è lunga ed il sonno ribelle.

Narrami.

(_siede nella gran sedia, ma voltandola

in modo da mostrare la fronte al pubblico_).

UGO.

Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?

Ad Isabella insidia invano un Biscaglino:

Zerbin, che la perdette, pur la raggiunge e muore.

DIANA.

No, quella non la voglio: è una storia d'amore.

UGO.

O vuoi d'Arïodante la pietosa novella?

Per dubbio che lo assale di sua Ginevra bella,

Si gitta in mar; ma, salvo, riconosce l'errore.

DIANA.

No, quella non la voglio: è una storia d'amore.

UGO.

Dirò di Brandimarte e di sua Fiordiligi.

Perduto, essa lo cerca invan fuor di Parigi;

Morto alfin lo ritrova e l'uccide il dolore.

DIANA.

No, quella non la voglio; è una storia d'amore.

UGO.

Tanto ne temi?

DIANA.

Abborro le molli cantilene.

UGO.

Più benigno consiglio al tuo sesso conviene.

DIANA.

Nacqui di forti.

UGO.

Ai forti è la pietà retaggio.

DIANA.

Chi sei tu che mi parli così ardito linguaggio?

UGO.

Tal che il posso.

DIANA.

Mi sdegnano le tue parole impronte.

UGO.

E tu chi sei che al cielo levi il gelido fronte

Ed all'amor non credi?

DIANA.

L'uomo è oblioso.

UGO.

E sia:

La suprema dolcezza dell'amor non s'oblìa.

DIANA.

Tu mi cerchi nell'animo il mio secreto.

UGO.

Ascolta.

È una storia terribile.

DIANA.

Narra.

UGO.

Fu già una volta

Sulle rive del Reno vaga e nobil donzella,

Ma d'animo feroce tanto quanto era bella.

Una torre in rovina al suo maniero allato

Sorgea, sopra un macigno selvaggio e dirupato

Così che a grave stento l'uom ne attingea la vetta.

Questa — il Kinast — nomavasi, e la bella era detta

Da ognun — la Fidanzata del Kinast. Chi la mano

Ne agognasse, contenderla in arcioni allo strano

Rivale e guadagnarne la cima avea mestieri.

(_Diana che stava raccolta ad ascoltare

leva la lesta meravigliata e sospettosa_).

UGO.

Che hai?

DIANA.

Nulla. Prosegui.

UGO.

Un dì, due cavalieri

Si offersero alla prova, giovani e belli. Il primo,

Di poco tratto asceso, cadde e morì nell'imo.

Vide il sommo il secondo e lo giungea d'un passo;

Quando sotto l'unghiata zampa si smuove un sasso

E il cavallo barcolla sul mal fermo terreno.

Bel cavalier si aggrappa alla briglia, e col freno

E collo spron lo regge; ma il cavallo atterrito

Sbuffa, freme, vacilla. Un attimo.... un ruggito

D'angoscia.... e nel profondo fossato del maniero

Piombano sfracellati, cavallo e cavaliero.

DIANA.

Triste novella!

UGO.

Ascolta. Passan più lune, e vana

Ogni attesa riesce alla bella inumana.

Ma un dì novo campione si offerisce. La cima

È annebbiata; e frattanto che ritorni la prima

Luce, il manier lo accoglie. Vago e forte in aspetto,

Di ricche armi vestito e di linguaggio eletto,

Peritoso alla bella egli si mostra, ond'ella,

Agli sguardi sedotta e alla mite favella.

La terribile prova perdonargli vorrìa.

Bel cavalier ricusa perdono e cortesia,

E appena in ciel più terso il novo sol risplende,

Va, supera la vetta, e vincitor discende.

— Tua la mia mano, grida la bella, e la mia fede.

Ed egli: la tua mano? e chi te ne richiede,

Crudel? Nè la tua mano nè l'amor tuo m'alletta.

De' miei morti fratelli qui venni a far vendetta:

Tu m'ami, e per me il fiore di tua vita è reciso.

Tal favellò e sdegnoso partissi.

DIANA (_con un grido_).

Ah! ti ravviso:

Ugo di Monsoprano tu sei. — Svelati.

UGO (_getta il mantello ed appare vestito di un ricco costume

di cavaliero_).

È vero:

Son io.

DIANA.

Tu? Sei tornato? Nè ti prese pensiero

Del mio sdegno?

UGO.

Puniscimi, tanto il viver mi pesa.

DIANA.

Sei tu! Tu che ritorni a ribadir l'offesa!

Il ciel m'è testimonio, va, che t'avrei cercato

Più lontano. Lo stolto! È tornato. È tornato!

Dove sono le spade dei tuoi cento scudieri?

Quante milizie hai teco? Se mai ti fu mestieri

Spessa cerchia di lance, oggi egli è: nè la bella

Corona de' tuoi padri, nè le ricche castella,

Nè le tue sconfinate terre qui sono. È mia

La casa e in salde mura si cinge e in mia balìa

Tu sei.... No, no, mentisco invano, invano il fiero

Animo si ribella. Non è ver, non è vero

Son codarda: va.... t'amo.

UGO (_le si appressa rapidissimo_).

Ah!

DIANA.

Lasciami. — Avvilita

Assai mi vedi, e ignota m'era la mia ferita.

Or del mio vituperio trionfa e alla tua sposa

Reca, trofeo di nozze, quest'anima angosciosa,

E la deridi.

UGO.

Fola son le mie nozze.

DIANA.

Ah!

UGO.

Amore

Mi radduce.

DIANA.

Tu m'ami?

UGO.

Quando le tue dimore

Mi apparver di lontano, oh tu non sai l'ambascia

Che mi assalì!

DIANA.

Tu m'ami! tu m'ami!

UGO.

Lascia, lascia

Ch'io ti baci la mano, la bianca man; che intera

Ti racconti la storia del mio dolor, la nera

Mia vita. Tutte l'arti onde il cor si disvia,

Tutti gli ammalianti inganni onde s'oblìa.

Li ho tentati, ma invano; non fu al mondo un aroma

Al mio mal. — Genuflesso al pontefice in Roma,

Supplicai mi sanasse l'alta virtù dei cieli:

Invano. — Invano in armi affrontai gl'infedeli:

Non ebbero potenza d'uccidermi, i codardi!

N'ebbi vanto e non pace. Tentai.... perchè mi guardi

Così? Gli occhi hai lucenti di pianto. Or la tua mano

È mia, sei la mia donna, ti porterò lontano

Lontano, sotto un cielo più azzurro, alla fiorita

Terra d'Italia, Diana! Com'è bella la vita!

DIANA.

È vero? non m'inganni, m'ami, non hai mentito?

Sei tu veracemente che parli? Assai punito

Fu l'orgoglio. Saresti ingeneroso. È vero,

Signor? per me tornasti, sei il mio cavaliero;

È finito l'esiglio, la tristezza è finita;

Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita.

Anche per me, sai, furono tristi l'ore; il secreto

Del mio cor mi stringeva d'angoscia e a me divieto

Era d'amarti. È tanto vasta la casa! Ho tanto

Atteso. Ignoto mi era, e lo conobbi, il pianto.

Senti, è il vento. Or che monta? sei meco e la bufera

Non ha terrori. È lungo, sai, l'anno in questa nera

Valle; ti dirò un giorno i miei pensier; perdona,

Credetti odiarti! Quanto è facile esser buona!

Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole

Eran lame di fiamma, eran vampe di sole,

E mi entraron nell'anima roventi. Vilipesa,

Al cospetto di tutti....

(_Ugo s'avvia verso il fondo_).

DIANA.

Che fai?

UGO.

Pari all'offesa

Sia l'ammenda.

(_chiama dalla porta del fondo_).

Gerberto.

DIANA.

E vuoi?

UGO.

La mia signora

Voglio onorar, siccome figlia di Re si onora.

SCENA ULTIMA.

GERBERTO _e detti, poi tutta la Corte_.

UGO (_appena Gerberto entra, gli va incontro festosamente_).

Gerberto.

DIANA (_a Gerberto, indicando Ugo_).

Ha vinto.

GERBERTO.

Ha vinto? Ben tel predissi; immite

Non sei.

UGO.

Qui la sua Corte.

GERBERTO.

Ringiovanisco.

(_Ad un cenno di Gerberto entra tutta la Corte

di Diana come nel primo Atto, più i valletti

colle torcie; e tutti si dispongono in fondo_).

UGO.

Udite,

Voi, quanti siete. Io, conte, duca e signor di assai

Terre e castella, un anno compie, ed acerba osai

Volger parola a Diana d'Alteno, grazïosa

Vostra signora; impresa scortese e ingenerosa

Così che un anno intero me ne rimorse. Or, prono

Il fronte, a lei ne venni ad implorar perdono

E l'ottenni. — Voi tutti, che il foste all'ardimento,

Testimoni all'ammenda siatene.

(_Si inginocchia davanti a Diana_).

DIANA (_porgendogli una mano, perchè sorga e volgendosi alla

Corte_).

Io vi presento

Il mio sposo e signore.

GERBERTO.

O mia nobil padrona,

Or posso, dacchè cingi la nuziale corona,

Col sorriso negli occhi e colla gioia in core,

Raggiunger nella fossa l'antico mio signore.

DIANA (_ad Ugo_).

Or, mio bel cavaliero, voglio mi sia concessa

Cortese occasïon di riscattar me stessa.

UGO.

Qual riscatto?

DIANA.

L'enigma che mi ponesti. — Gloria

Comune omai, s'io vinco, sarà la mia vittoria.

UGO.

Sai tu dirmi qual sia, di tutti i fiori,

Il fior più ricco di veleno e miel?

Egli è, se chiuso ai mattutini albori,

Vivo alla sete quando abbruna il ciel.

DIANA.

Più non prosegui, è vano; già lo conobbi: un anno

Inter m'ebbe sommessa, invisibil tiranno.

Nacque nel mio giardino e germogliò quel fiore.

Ma non lo può comprendere che intelletto d'Amore.

(_Cala la tela._)

Torino, aprile 1875.

_NOTE_

AL TRIONFO D'AMORE

Atto I, Scena III, pag. 72.

“_Il dorato orifiamma che va primo al torneo_.

“Els escudiers seran egal

“E de vestir e de joven,

“De bos aips e d'esenhamen,

“Armatz de fer e entreseinz.

“Sellas et escutz de nou teinz

“D'un semblan e d'una color

“Portarem tuit, e l'auriflor„

Zo era sa captal senhera

Qu'als torneis anava premiera[2],

*

Scena IV, pag. 80.

“_Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa_„ ecc.

Tutti i titoli di Diana d'Alteno furono ricavati dall'opera _L'Economia

Politica del Medio-Evo_, di Luigi Cibrario.

*

Scena IV, pag. 82.

“_Ardito signore, sai dirmi qual sia_„ ecc.

Un cronista di un giornale commerciale di Milano, scrivendo del

_Trionfo d'Amore_, diceva che il porre le sciarade in scena era stato

finora privilegio dei signori Meilhac e Halévy, e che Giacosa aveva

loro rubato il mestiere.

Non tutti quelli che scrivono su per i giornali la critica teatrale

sono obbligati a conoscere la storia letteraria del nostro e degli

altri paesi, nè a sapere che visse in Italia un Carlo Gozzi ed in

Germania un Federico Schiller.

Per poco che il cronista suddetto lo avesse saputo, non avrebbe

ignorato che Carlo Gozzi scrisse una fiaba intitolata _Turandot_;

che Schiller ridusse questa fiaba per il teatro tedesco; che Andrea

Maffei tradusse in italiano la riduzione dello Schiller; e che Antonio

Gazzoletti ne trasse argomento per un melodramma musicato dal Bazzini.

Nella _Turandot_ del Gozzi una fiera principessa chinese propone

tre enigmi al principe Calaf. I tre enigmi si avvolgono intorno

alle parole _Sole — Anno — Leone d'Adria_. Di questi tre enigmi lo

Schiller non ne conservò che uno: l'_Anno_, ed agli altri sostituì del

proprio l'_Occhio_ e l'_Aratro_. Il Maffei, traducendo lo Schiller,

mutò la tessitura ma non il soggetto dei tre indovinelli, due dei

quali l'_Occhio_ e l'_Aratro_, sono gli stessi che, in veste diversa,

Diana d'Alteno propone ad Ugo di Monsoprano. — All'enigma dell'_Anno_

l'autore del _Trionfo d'Amore_, per maggior chiarezza, sostituì quello

del _Pensiero_.

Le sciarade, come li chiama il cronista, e delle quali lo stesso

cronista vorrebbe attribuire il privilegio esclusivo ai signori Meilhac

e Halévy, avevano dunque ricevuto il battesimo scenico e letterario

sotto il patronato di nomi abbastanza illustri, quali sono quelli del

Gozzi, dello Schiller, del Maffei e del Gazzoletti.

*

Scena IV, pag. 87.

“_Cento cavalli_

“_Partiranno domani, con ricchi doni e molto_

“_Giubilo di concenti_....„

Archambaud, signor di Bourbon, si dispose a far visita al conte di

Nemours e dà gli ordini opportuni:

“Cent cavalier serem, ses plus,

“Quatr'escudiers aura chascuns;

“Nos tuit portarem un seinal„[3].

*

Atto II, Scena II, pag. 108.

.... “_Ma il tempo in suo saper concilia_

“_Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia_„.

Nello stampare questi versi, l'autore si attenne all'uso ortografico,

parendogli permessa, purchè usata con somma parsimonia, la rima fonica,

la quale esiste nella prosodia spagnuola, tanto affine alla nostra.

A quelli poi che non volessero acconsentirgli una simile licenza,

l'autore osserva come, derivando le parole _figlio_ e _figlia_ dal

_filius_ e _filia_ latini, non ripugni all'indole della nostra che

se ne mantenga la latina ortografia, tanto più che esistono nel

vocabolario italiano le parole: _filiale, filialmente, filiazione_.

— D'altra parte, il vocabolario del Fanfani registra la parola

_Conciglio_, dicendola: _voce usata soltanto dai poeti per la rima_.

Se si potè scrivere _Conciglio_ per _Concilio_, pare debba essere

ugualmente lecito scrivere: _conciglia_ per _concilia_ o _filia_ per

_figlia_.

*

Scena VI, pag. 131.

“_Vuoi ch'io dica d'Isabella e Zerbino?_„ ecc.

Gli argomenti dei tre racconti proposti da Ugo di Monsoprano sono tolti

dall'_Orlando Furioso_, tranne qualche leggierissima variante riguardo

al primo. E qui sia permesso all'autore di scagionarsi dall'accusa di

anacronismo mossagli da uno dei più dotti, coscienziosi ed eleganti

critici italiani, il professore Giuseppe Cesare Molineri.

Il Molineri, in una appendice della _Gazzetta piemontese_ di Torino,

osserva come Ugo di Monsoprano narri nel XIV secolo tre istorie che

l'Ariosto raccontò nel XVI, vale a dire due secoli dopo.

A primo aspetto l'errore pare evidente. Ma quando si rifletta che

l'Ariosto racconta fatti appartenenti alla tradizione cavalleresca, che

cita ad ogni momento Turpino, che questi fatti istessi avevano dato

argomento a cento altri poemi cavallereschi anteriori all'_Orlando

Furioso_, si vedrà come l'accusa cada di per sè.

A questa stregua sarebbe un anacronismo tutto il soggetto del dramma,

dove nel 1875 parlano e vivono personaggi del 1300; sarebbe un

anacronismo il poema dell'Ariosto, che nel 1506 raccontava storie

dell'800.

Il Molineri dice che si scopersero le fonti di molti dei racconti

dell'Ariosto, e che i citati non appartengono a quel numero. Ma dal

fatto che si sappia donde l'Ariosto abbia tratte molte delle proprie

novelle non consegue che tutte quelle delle quali non si rinvennero

vestigia anteriori siano state inventate da lui. E fossero anche? Non

hanno esse i medesimi caratteri delle genuine? Stonano forse nel poema?

I nomi, le passioni, le gesta di quei personaggi non sanno forse di

Medio-Evo e di cavalleria, come quelli degli autentici?

E se l'autore le avesse inventate lui le tre storie che racconta Ugo,

ci sarebbe anacronismo? L'autore non doveva già mettere in bocca dei

suoi personaggi storie che realmente fossero state narrate all'epoca

assegnata al dramma, ma solamente storie che potessero in quell'epoca

essere raccontate. In una parola non era questione di fatto, ma di

intonazione e di colorito.

*

Scena VI, pag. 133.

“_Fu già una volta_„ ecc.

La storia della Fidanzata del Kinast è raccontata dal Saintine nel suo

libro _La Mythologie du Rhin_.

_AVVERTENZE_

sulla Recitazione e sul Vestiario della _Partita a Scacchi_ e del

_Trionfo d'Amore_.

Così la PARTITA A SCACCHI come IL TRIONFO D'AMORE furono stampati per

intero senza virgolare i brani da ommettersi nella recitazione. Ecco

ora le varianti che le esigenze sceniche hanno suggerite.

PARTITA A SCACCHI.

Scena II, pag. 32. — Nella parlata di Fernando, dopo il verso:

_M'era fonte d'orgoglio la solitudin mia_,

gli attori passano subito a quello che dice:

_Son forte, la tua spada nessuna al mondo agguaglia_,

e così seguitano la parlata, sino all'ultimo verso della stampa, dopo

il quale risalgono a questo:

_Ed or che, me volente, s'appiana il mio sentiero_, ecc., ecc.

per serbarsi, come chiusa della parlata, il verso:

_No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto._

*

Nella stessa Scena, pag. 33. Variante:

RENATO

Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova.

Bada non mi sovvenga di metterti alla prova,

Che, se falli!...

FERNANDO.

Signore, io non temo gli attacchi

Tanto di mille spade

(_vede la scacchiera preparata sul tavolo, ed indicandola_)

Che di un giuoco di scacchi.

RENATO.

A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria.... ecc., ecc.

TRIONFO D'AMORE.

Atto II, Scena I, pag. 101. Ordinariamente si omette il dialogo fra

Diana e Gastone. Variante:

(DIANA _raddolcita e con tristezza, a Gerberto_)

Perdonami, mio buon vecchio, hai ragione.

Teco ogni dì più ingiusta mi faccio e più severa

Con tutti. Come imbruna! La notte non ha sera

E il giorno è triste.

GERBERTO.

Mando pei servi?

DIANA.

No, rimani.

Attraverso le tenebre volano più lontani

I pensieri. — Lasciatemi sola.

(_Viscardo e Martino si avviano. Giunti alla_

_porta in fondo, svegliano Gastone, il quale_

_esce con loro_).

*

Atto II, Scena VI, pag. 159. — Nella parlata di Diana, dal verso:

_Vecchie pareti, il sole torna e col sol la vita,_

si passa subito a quello:

_Quanto acerbo mi fosti quel dì! Le tue parole_, ecc., ecc.

AVVERTENZE SUL VESTIARIO.

Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene · 第 3 / 5 段