ORLANDO.

Ho allegrato il Ducale....

PROUDHON.

Non parlar dei gaudenti. E agli umili hai giovato?

ORLANDO.

Chiedetene i viali suburbani. Tornato

Appena il dolce tempo primaverile, intorno

Van le coppie amorose cercando ove del giorno

Fia men chiara la luce e la gente più rada.

La giovinetta forse gualcisce ora per strada

L'opera della notte che reca alla sartora,

Ed egli inganna in ozio delizïoso l'ora

Dovuta alla scïenza. Parlan piano, egli umile

Chiedendo, ella negando fiera. Giunti al sedile

Sostano e nel mio libro cercan l'animo loro.

Egli vi legge i lagni degli amanti, il tesoro

Sempre mal vigilato di virtù femminine.

Sul suo labbro il mio canto trova armonie divine.

Ella s'accosta trepida, insciente, rapita

Duplicando per tutti quanti i sensi la vita.

Finchè come d'entrambi il vivo amor collima

Un desïato bacio mette al verso la rima.

PROUDHON.

Ah! mezzano d'amori, così giovi alle genti?

ORLANDO.

O badate, messere, malgrado i suoi tormenti

L'amore è ancor per gli uomini la più saggia follia.

PROUDHON.

Al rogo, al rogo.

ORLANDO.

E quando mi avrete arso e ne sia

Tutta ridotta in cenere la mia veste, badate

Al pulvischio che vola in groppa alle folate

Del vento. Andrò pel mondo o memoria o rimpianto.

L'aria che tante volte risonò del mio canto

Ne riterrà le dolci cadenze, e quando i nuovi

Amanti torneranno agli usati ritrovi

Vi sentiranno olezzi di fiori acri e procaci,

Parrà loro di udirvi un cinguettar di baci.

Opra della mia cenere saran cresciuti i fiori.

Opra del mio ricordo della mente gli errori.

Ed io sarò nell'animo loro vivo e giocondo.

PROUDHON.

Al rogo il primo pazzo e chiamate il secondo.

(_Entra una donna vestita a bruno in_

_aspetto addolorato_).

Il tuo nome?

LA DONNA.

Desdemona.

PROUDHON.

E la tua vita?... Ah! Senti:

Avrai come quell'altro un mucchio di parenti.

Lasciamoli da parte. Che hai fatto?

DESDEMONA.

Ho amato.

PROUDHON.

Belle

Prodezze! E poi?

DESDEMONA.

Null'altro.

PROUDHON.

Ti portano alle stelle

Per questo?

DESDEMONA.

O no, signore. La mia povera gloria

Mi viene dalla morte.

PROUDHON.

Su, racconta la storia

E spicciati.

DESDEMONA.

Son nata in Venezia.

PROUDHON.

Non preme.

DESDEMONA.

Andai sposa ad Otello il moro e vissi insieme

Con lui la dolce vita, finchè un dì per fatale

Inganno egli mi uccise.

PROUDHON.

Apposta? Meno male.

Qui c'è forse un esempio. Tu l'avevi tradito?...

DESDEMONA.

Oh signore; io l'amavo....

PROUDHON.

Come s'ama un marito!

DESDEMONA.

No, vi giuro pel cielo....

PROUDHON.

Dunque non servi a niente?

Colpevole ti assolvo, ti condanno innocente.

Ah se tu lo tradivi, la tua morte era scola

Alle mogli infedeli. Ti bastava una sola

Colpa a farti morale pei secoli! Che errore

Fu il tuo! Donna impudica, insegnavi il pudore,

Donna casta e infelice, il folle amor tu insegni.

Vanne al rogo coll'altro pazzo, non siete degni

Dell'ordine civile ch'io vagheggio. Chi resta?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

E passa nel cospetto del giudice la mesta

Fila dei pensierosi che han scrutato il secreto

Della vita mortale; passa il giovine Amleto,

Passa Adelchi e Consalvo e Aroldo e don Giovanni.

Vi passano le belle dolorose negli anni

Giovanili rapite dall'amore alla vita:

Dona Sol, e Giulietta e Clara e Margherita.

Van lente e riluttanti, come giovenche al giogo,

E la voce del giudice ripete: al rogo, al rogo.

Passano i pazzi savi dall'ingegno bislacco,

Passano Calandrino e Bruno e Buffalmacco.

E Gargantua porgendo mano a Pantagruello.

Jourdain rifa gl'inchini e i ghigni Sganarello.

Ecco sir Gianni Fàlstaff, dai poderosi lombi,

E la paffuta faccia del marchese Colombi.

E seguita la voce nasal del pedagogo,

La tedïosa nenia che grida: al rogo, al rogo.

I GIUDIZI DEL PUBBLICO[6].

PERSONAGGI.

GIORGIO DANDIN

Il signor TRAVETTI

OTELLO, moro

UN PITTORE, amante corrisposto della Donna Romantica

LA DONNA ROMANTICA

VENERANDA

FIAMMETTA

MARGHERITA.

(_La scena segue in un caffè. Tutti i personaggi tornano dalla

rappresentazione del dramma DIANA DI LYS di _Alessandro Dumas_

figlio_).

TRAVETTI.

L'ha inteso, signor Giorgio, il dramma di stassera?

GIORGIO.

Sì.

TRAVETTI.

Che ne dice?

GIORGIO.

Bello. Che la storia sia vera?

TRAVETTI.

Oibò, pretta invenzione, tutto quanto....

GIORGIO.

Peccato!

Credevo un fatto storico. Io l'avrei raccontato

In paese.

TRAVETTI.

Le pare che si ammazzi la gente

Così in un batter d'occhio?

GIORGIO.

Sa, non ci ho posto mente.

Credevo un fatto storico, le ripeto, e lei sa,

La storia è sempre stata piena di atrocità

Senza nome, ma è scritto e non ci si ragiona.

TRAVETTI.

Vede, io per giudicare se una commedia è buona

O cattiva, mi metto ne' panni dell'attore

E domando a me stesso: Che avrei fatto?

GIORGIO.

E già!

TRAVETTI.

Il cuore

Mi dà il meglio giudizio, perchè, dice il giornale

Che il teatro ci deve far l'uomo al naturale,

Io sono un uomo, penso, m'investo, vaglio il sì

Ed il no, poi conchiudo: Ecco, l'uom fa così.

GIORGIO.

È chiara.

TRAVETTI.

Ora vediamo, un uom che avrebbe fatto

Nei panni di quel conte.

GIORGIO.

Mah!

TRAVETTI.

Intanto nel primo atto

Sarebbe stato un bravo e solerte marito

E non un bighellone, non uno scimunito

Come quello. La caccia certo è uno sfogo onesto

Benchè abbia i suoi pericoli anch'essa, ma per questo

Un uom non lascia in casa la moglie abbandonata.

Caccia nei suoi poderi a caccia riservata.

Le pare?

GIORGIO.

Certo.

TRAVETTI.

Allora non sarebbe seguìto

Nulla affatto ed il dramma era bello e finito

Prima di cominciare. Ma veniamo al finale.

La moglie ama il pittore.

GIORGIO.

Bel giovane.

TRAVETTI.

Fa male,

S'intende; il conte arriva e li coglie in flagrante.

Che avrebbe fatto lei?

GIORGIO.

Io?

TRAVETTI.

Supponga un istante

Non è un uomo anche lei?

GIORGIO.

Mi meraviglio!

TRAVETTI.

Ebbene,

Che fa un uomo in tal caso?

GIORGIO.

Le dirò: Queste scene

Le conosco; mia moglie, ormai tutti lo sanno,

Fa uno strappo al contratto trecento volte l'anno.

TRAVETTI.

Bravo, dunque lei parla per esperienza; approva

La condotta del conte?

GIORGIO.

Oibò.

TRAVETTI.

Vede? La trova

Naturale?

GIORGIO.

Ma che! Il conte, in tal frangente,

Aspettava che il caso fosse chiaro e patente,

Perchè in scena quei due non facevan del male

Poi chiamava qualcuno: prova testimoniale!

E una volta convinti la moglie ed il pittore

Di aver fallito a tutte le leggi dell'onore.

Di chi restava il torto? Del marito? Mai più.

Egli dei tre era il solo fedele alla virtù.

TRAVETTI.

Ah no, scusi, lei va troppo blando.

GIORGIO.

Ma ho sempre

Fatto così.

TRAVETTI.

Non basta. Ci sono delle tempre

D'uomo che non sopportano una simile offesa.

Perchè il talamo è luogo sacro, come la chiesa.

Il reo che lo contamina dev'essere punito.

L'onore è il sommo bene e l'onor d'un marito

È in poter della moglie — Ma ci son tribunali,

C'è la legge e davanti la legge siamo eguali

Tutti: non v'ha contessa che tenga, lo statuto

È lì che parla. Or bene un uomo pervenuto

A quelle strette, vince il brutale furore

E a costo di morirne doman di crepacuore....

OTELLO (_che si è a gran stento contenuto fin'ora, non ne

potendo più, scatta, urlando_).

Li ammazza tutti e due, sull'attimo.

GIORGIO (_spaventato_).

Chi è quello

Scomunicato?

TRAVETTI.

Piano. È il generale Otello.

OTELLO.

Non è la legge offesa, non è il patto giurato

Che gridano vendetta. È il cuore insanguinato

Che vuol disseminare la morte in sulla terra.

Chi mi ha tolto il mio bene? Tutti e due. Nella guerra

Dei neri affetti, l'uomo non pondera, non vaglia.

Ma si gitta perduto per dentro nella battaglia.

Un uomo il vostro conte? Un fantoccio! L'uom vero

Uccide l'uno e l'altra e l'universo intero

E quanti sospettarono l'oltraggio e (_guardando i due

con aria di collera sprezzante_) i goffi musi

Che ne fanno discorso.

GIORGIO.

Misericordia!

TRAVETTI.

Scusi,

Generale, ad uccidere si fa presto, ma fanno

Presto a metterlo in gabbia pure. Lo assolveranno,

Ma e l'impiego?

OTELLO.

Quel conte non era un impiegato.

TRAVETTI.

Lo crede un disonore lei servire lo Stato?!

PITTORE.

Io poi quel che non posso mandar giù è quell'idea

Di pigliarsela contro l'amante. Ero in platea

E a quella vista il cuore mi si è rivoltato.

Passi, ammazzar la moglie. È sua. Ma gli ho giurato

Fede io mai? L'ho tradito? Ho detto la bugia?

O se una donna mi ama e viene in casa mia

A dirmelo, ci ho colpa forse?

LA DONNA ROMANTICA.

Lasci. La vita

Non va come il teatro; nè v'ha più scimunita

Catastrofe di quella. L'uom corregge il destino.

La legge è un fatto umano e l'amore divino.

Sa nel mondo reale che sarebbe seguìto?

I due si combinavano per freddare il marito.

E sulla tomba ultrice, sotto il cielo stellato,

Sfidando gli elementi e gli uomini ed il fato....

(_piano al pittore_).

Domani sera all'otto.

PITTORE.

Non mancherò.

VENERANDA (_giunge ansimando e va a sprofondarsi sul divano

più largo e morbido della sala_).

Garzone,

Una marena subito. Oh Dio che agitazione

Mi ha dato quella loro commedia!

TRAVETTI.

Donde viene,

Signora Veneranda?

VENERANDA.

Di teatro. Che scene!

Ha inteso?

TRAVETTI.

Ma è finito da un'ora.

VENERANDA.

Già! Dovrei

Scalmanarmi per correre!

TRAVETTI.

Non c'è Taddeo con lei?

VENERANDA.

È rimasto un momento di fuori. Il poveretto

È ancora sbigottito. Camminando mi ha detto

Che se il mondo reale fosse come lo fanno

I commedianti, egli morirebbe entro l'anno.

Quei comici han l'argento vivo dentro le vene.

Di su, di giù, si sbracciano, si fingon delle pene

Immaginarie, piangono, si danno un movimento

Di scoiattolo in gabbia. A vederli è un tormento.

E il colpo di pistola in fine, le par bello?

Dovrebbero annunziarlo almeno sul cartello,

Che si sappia. Ho creduto morirne di paura.

Insomma quella gente in scena hanno figura

Di scimmie ammaestrate che fan le capriole

A suon di frusta. A un tratto quando il padrone vuole

Quetarle, dà un gran colpo di tamburo e interrotte

Le gambate, ogni scimmia rincasa e buona notte.

FIAMMETTA.

Io non curo degli uomini, ma se cerco in me stessa

Non ravviso per donna quella vostra contessa.

Non ha che la miseria di un solo unico amante,

E lascia che lo sposo te lo colga in flagrante!

Eh! Baie!

TRAVETTI.

Che ne dice, signora Margherita?

MARGHERITA.

Che dire? Ho riso e ho pianto. Riconobbi la vita.

IL FINALE DI UN DRAMMA.

Una volta che stavo da un mese in val d'Aosta

Per finirvi un mio dramma, giunto all'ultima scena

Mi trovai colla mente così gaia e disposta

Al comico, che nulla potea mettermi in vena

Di tristezza. L'eroe, inghiottito il veleno,

Non voleva saperne di morire o moriva

Come fanno i brillanti da farsa, e nondimeno

Bisognava ammazzarlo. Bellotti m'inseguiva

Con lettere, e il cartello tenea le cantonate.

Disperavo d'uscirne allorchè mi sovvenne

Di un luogo triste ed arido chiuso fra desolate

Pareti di macigno, deserto, da perenne

Ombra oscurato, e solo di cinque ore discosto.

Risolvetti d'andarci; era il tocco e fui tosto

In cammino. In quel luogo sorge un vecchio castello

Di tristissimo nome; io che vesto l'orpello

Romantico, e che metto in scena il Medio Evo,

Fra i ruderi corrosi e muscosi dovevo

Certo trovare il bandolo della tragica azione.

La strada che vi mette segue un buio vallone,

Traversa due villaggi, si biforca, a diritta

Sale al castello, e a manca giunge per una fitta

Abetaia al maggiore borgo della vallata

Dov'è un ottimo albergo dovuto alla passata

Di un gran valico alpino.

Era il fine d'aprile;

Sui castani brillava la gialliccia e sottile

Verdura delle foglie nuove, correan sui prati

Dei brividi cangianti, i noci eran gemmati

Di cartocci rigonfi, lucentissimi e neri.

I monti per le forre, pei seni, pei sentieri

Eran tutti rigagnoli, le erbe del pendìo

Sudavan luccicando e un vivo chiacchierìo

D'acque empiva la valle d'indistinte parole.

In alto le ghiacciaie crogiolavano al sole

Molli e lascive, e i culmini eran tutti di fiamma.

Immaginate voi se pensavo al mio dramma

Più che alla quadratura del circolo, se avevo

Mente al vecchio ciarpame del vecchio Medio Evo

In tanta giovinezza di cose! Appena appena

Mi tornasse un lontano ricordo della scena

Lo discacciavo tosto, infastidito, armato

Dei codardi sofismi dell'uom pigro e beato.

Al secondo villaggio la via corre da canto

Il basso muricciolo che cinge il camposanto.

Un uom stava scavandovi la breve fosserella

Capace appena appena d'un bimbo alla mammella.

Si sa, il becchino è scenico. — Shakespeare lo fa parlare

Da filosofo, gli altri gli van dietro: — Compare,

Che fate lì? — Una fossa, signore. — E di che male

È morto quel bambino? — Vive, ma tanto vale;

Se n'andrà questa notte, egli è bello e spacciato. — Ma

perchè tanta fretta? — Domani c'è mercato

Al borgo, io debbo scendervi e ci voglion dell'ore. — Buona

sera, compare. — Buona sera, signore.

Ma quella fossa stretta non mi usciva di mente.

Oh poveri parenti e povero innocente

Bambino, eccolo aperto il letto che non muta,

Io l'ho vista la terra ferace ed imbevuta

Dei succhi densi e viscidi che rigonfiano i rami.

Richiuderà le vostre speranze ed i tuoi grami

Resti. La cuna è ancora calda, il dolce malato

Volge ancor gli occhi in giro..., ma domani è mercato:

La fredda cuna è presta ed il muto ospite invoca.

Bastaron quelle poche parole e quella poca

Terra smossa per mettermi in più gravi pensieri.

E poi su dalle cime spuntavano dei neri

Nuvoli. Per la valle corse il vento gelato

E fu un ciel di burrasca. La via traversa un prato

Torboso, indi s'inerpica per un colle cosparso

Di gran massi grigiastri dove, pigri, sull'arso

Terreno crescon rovi e ginepri e s'affila

Qualche gracile abete. — Sulla vetta, una fila

Di catapecchie logore sonnecchia intirizzita,

Le finestre sbarrate non dan segno di vita.

Non v'han donne sugli usci, e non bimbi fra l'erba;

Intorno la montagna leva, ostilmente acerba,

Lisci scoscendimenti del colore del rame,

E sui dirupi, e dentro le gole e sulle grame

Piante passava il vento sibilando. La sera

Cala presto fra i monti; quel giorno la bufera

L'anticipava. Il vecchio castello era vicino,

Ma non mi dava l'animo d'andarci; quel bambino

Malato mi teneva la mente; ne vedevo

Le labbra smorte e gli occhi lucidi ed il rilievo

Ossuto delle guancie scarne, e il fronte sudato.

Pensavo le accoglienze festose al neonato

E le prime poppate colla famiglia in giro

Estatica al miracolo. Che tristezza il respiro

Faticoso di un bimbo che ha la febbre! Ma in fasce

L'uomo ha vicende rapide, agonizza e rinasce

In poche ore. Solo quella fossa mi dava

Paura. — Se tornassi, se spianassi la cava

Terra? — Me ne pigliavano dei desiderii acuti

Che poi volgevo in ridere. Intanto eran caduti

I rabbuffi del vento ed una calma greve

Stagnava nella valle; poi cominciò la neve

A barellare intorno lenta e fine. In Gennaio

La neve è allegra, cova le semenze, dà il saio

Alla terra che ha freddo, ma in Aprile è nociva,

Mette i fiocchi maligni sopra la piaga viva

D'onde le viti piangono ed il pesco s'ingomma,

Copre le nuove gemme colla gelida gromma

Che le brucia, assalisce gl'insetti a tradimento,

Essica i germi, ruba e ferisce. Al tormento

Inatteso le gracili erbe piegan la testa.

La strada ora correva per entro la foresta

D'abeti. I rami scuri si schiarivano in cima

Per le messe di un verde tenero; come prima

Il fiocco le toccava, si spegneva squagliato

Dall'umido calore, ma il ramo contristato

Non durava alla lotta e i fiocchi fitti e asciutti

Vi facevan cuscino.

M'eran passati tutti

I grilli di poeta drammatico e perfino

Il pensier della fossa aperta e del bambino.

M'ero lasciato dietro il castello, e per vero

Nell'umor nero c'ero, v'assicuro che c'ero.

Non sentivo altra voce che di freddo e di fame.

Come piacque al Signore, la puzza di letame

Che annunzia i borghi alpini mi avvertì ch'ero giunto.

L'albergo biancheggiava luminoso nel punto

Più elevato del borgo, e fui tosto in cortile.

Da un uscio a pian terreno uscìa con un sottile

Fil di fumo un odore d'incenso e il mormorio

Di sommesse preghiere. Strano! Dove son io

Capitato? Son questi gl'inni dei bevitori?

Che mai cuoce al fornello che ne esalano odori

Di Chiesa? Dov'è l'oste? E la serva? — Un vicino

Grugnito mi fa volgermi. Che stupendo cretino!

Immaginate un mostro alto tre palmi, chiuso

Il collo dentro un sacco di lanaccia, ed un muso

Anzi un grifo, anzi un grugno orribile, la bocca

Vi s'allaccia alle orecchie, dissotto il labbro tocca

Il mento imberbe, e sopra va rimondando un naso

Piatto e largo. Quel poco di mento che è rimaso

Visibile è sorretto da tre gozzi imperiosi

E potenti, tre gozzi da gigante, tre cosi

Autonomi e fioriti, con il cuoio rigato

Di venaccie rigonfie, e in essi entrando il fiato

Ribolle e raspa. Il mostro mi guardava contento

Dimenando la testa ed il busto con lento

Moto uguale e gracchiando una grassa risata.

Fissava scioccamente la porta spalancata

Onde usciva l'incenso, poi giungeva le mani

In grave atto compunto.

Il viso e gli atti strani,

L'ora, la solitudine, il tempo, la stanchezza

Combinavano a mettermi in una svogliatezza

Dolorosa. Infilai l'uscio e entrai nella stalla.

Cinque o sei donne in cerchio sotto la luce gialla

Di una lucerna oravano; in mezzo allo strame

Giacea morta una vecchia, magra come la fame.

Uscii correndo, in corte il cretino seguiva

A dondolarsi, presi per la scala; una viva

Paura mi serrava la gola; oh finalmente!

Ecco l'oste, un ometto panciuto e sorridente.

E che liete accoglienze, che saluto festoso! —

Benvenuto, signore, salga presto al riposo

Alla vampa del fuoco, è freddo intorno, date

Un bricco di vin caldo. Desina? Due patate

Fritte, un buon pollo arrosto, quel che fa la cucina. —

S'inchinava e rideva con una parlantina

Sciolta ed esilarante. — Chi è morto qui? — Ah il signore

Ha visto? — Nei suoi occhi guizzò come un bagliore

Di dispetto, e la faccia si fe' scura e l'accento

Lamentoso. — È mia madre; è morta in un momento,

Senza male. Che angoscia, signore! Le daremo

La stanza più lontana, là nell'angolo estremo

Della casa; la povera mia madre! Aspetto il prete

Che la venga a pigliare. — Portate vino, ho sete

E spicciatevi. — Il tristo mi diè uno sguardo avaro

E freddo. Quella morta gli rubava il danaro

Dell'alloggio e del pranzo.

Bevuto appena il vino,

Così solo com'ero mi riposi in cammino

Pel ritorno. La notte era scesa; le forme

E i colori sparivano e la montagna enorme

Mettea nel cielo nero una riga più nera.

La neve di poc'anzi s'era fatta bufera.

Il vento mi sbatteva i grani sulla faccia.

Ogni passo era rischio, ogni voce minaccia.

Nei ristagni del vento sentivo a quando a quando

Come il cader d'un peso molle che rendea un blando

Suono, ed era la neve ammontata sui pini

Che piombava per terra. Dai cespugli vicini

Uscivano fruscii sùbiti come scatto.

Io scendevo correndo, a salti, esterrefatto,

Ed alternavo in mente le maledizïoni

Del Re Lear là nel bosco e le dolci canzoni

Della cuna. Passai senza avvertirlo a canto

Il basso muricciuolo che cinge il camposanto,

Giunsi a casa affannato, spossato e inebetito.

E l'indomani sera il dramma era finito.

FINE.

INDICE.

UNA PARTITA A SCACCHI (pag. 1 a 52).

Note alla “Partita a scacchi 53

IL TRIONFO D'AMORE (pag. 57 a 144).

Note al “Trionfo d'amore„ 145

Avvertenza sulla Recitazione e sul Vestiario

della “Partita a scacchi„ e del “Trionfo

d'amore„ 151

INTERMEZZI E SCENE

_in versi martelliani_.

Intermezzo per il monumento a Carlo Goldoni 161

Prologo 171

Prologo ad una rappresentazione della “Serva

Amorosa„ fatta colle maschere di Pantalone,

Arlecchino e Brighella 181

Il tribunale di Proudhon 191

Dalla conferenza “Della morale nell'arte„

I giudizi del pubblico 203

Dalla conferenza “Del vero in teatro„

Il finale di un dramma 217

OPERE DI GIUSEPPE GIACOSA

_Edizioni Treves_

_Una partita a scacchi._ — _Il Trionfo

d'amore._ — _Intermezzi e Scene_ (in versi).

16.ª ediz. L. 3 —

_La signora di Challant_, dramma in 4 atti.

Terza edizione „ 4 —

_Diritti dell'Anima._ — _Tristi Amori_, commedie.

Quinta edizione „ 3 50

_Come le foglie_, commedia in 4 atti. 16.ª ediz. „ 4 —

_Il Conte Rosso_, dramma in versi. 3.ª ediz. „ 3 —

_Il Marito amante della Moglie._ — _Il Fratello

d'Armi_ (in versi). 2.ª edizione „ 3 50

_Il più forte_, commedia in 3 atti. 3.º migliaio „ 4 —

NOTE:

[1] _Huon de Bordeaux, Chanson de Geste_, publiée par MM. F. GUESSARD

et C. GRAND-MAISON (Paris 1860, in-12), vers 7386 et suiv. Fa parte

della Collezione _Les anciens Poëtes de la France_, publiés sous la

direction de M. F. GUESSARD.

[2] _Le Roman de Flamenca_, publié d'après le Manuscrit unique de

Carcassonne, traduit et accompagné d'un Glossaire par PAUL METER (Paris

1865, in-8º gr., pag. 4, vers 85-95).

[3] _Le Roman de Flamenca_, vers 82-84.

[4] L'autore aveva pochi giorni prima rappresentato una commedia a

tesi, irremissibilmente caduta.

[5] Questa scenetta fu intercalata da una conferenza intitolata: _Della

morale nell'arte_. L'autore ingrossò e volse in ridere le teorie

utilitarie in fatto d'arte, svolte dal Proudhon nel suo libro: _Du

principe de l'art et de sa destination sociale_.

[6] Da una conferenza intitolata: _Del vero nel teatro_.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

Una partita a scacchi; Il Trionfo d'amore; Intermezzi e scene · 第 5 / 5 段