Allorchè sulla fronte il crine è folto e nero;
Ma non lento riesce anche l'oblio.
UGO.
L'oblio?
Perchè?
GERBERTO.
Non è fortuna sempre pari al desio.
UGO.
Che vuoi dirmi?
GERBERTO.
Difficile è la vittoria.
UGO.
E tale
Cento volte più fosse, pur non sarebbe eguale
All'altezza del premio.
GERBERTO.
Ma vinto alla tenzone
Degli enigmi, vi è forza rimanerne prigione.
UGO.
Lo so.
GERBERTO.
Ma sarà lunga prigion senza riscatto.
UGO.
Lo so.
GERBERTO.
Ma egli è uno splendido avvenire... disfatto.
UGO.
Lo so, lo so.
GERBERTO.
Ma niuno di voi piange, o signore?
Non avete, lontano da queste soglie, un cuore
Che palpiti, ansioso della vostra fortuna?
Non avete uno stemma, non un padre, non una
Sorella che vi attenda nel deserto maniero?
Non germoglia una rosa sopra il vostro sentiero?
Appese alle pareti del castello nativo
Non pendono delle armi gloriose? un giulivo
Squillo di tromba il reduce cavalier non aspetta?
Non vi tiene un ricordo, un giuro, una vendetta?
Oh! esser nobile e ricco e bello e forte — avere
Sol vincolo l'onore, sol compagno il piacere;
Pensar che quanto è vasta la terra, a noi si schiude;
Che dovunque c'è un campo per la nostra virtude;
Che un re raccoglierebbe dal trono un nostro guanto;
Che più di una donzella di noi ragiona in pianto;
Che tutti i suoi tesori per noi la sorte aduna;
E disprezzar i doni tutti della fortuna!
UGO.
L'amo tanto!
GERBERTO.
Ma invano.
UGO.
Oh! non dirlo: mi accora
Troppo la tua sentenza.
GERBERTO.
Tornan.
VISCARDO (_entrando_).
La mia Signora.
SCENA IV.
_Entra_ DIANA _preceduta dal porta stendardo, da sei scudieri, fra
i quali_ VISCARDO, _da quattro ufficiali di roba lunga, e seguita
dalle dame che vestono coi suoi medesimi colori, dai paggi fra i
quali_ GASTONE _recante su di un cuscino due pergamene rotolate,
e da uomini d'arme, comandati da_ MARTINO. _Gli uomini d'arme, gli
ufficiali, gli scudieri ed i paggi si dispongono in ordine ai due
lati della sedia signorile. Il porta stendardo a diritta._
DIANA (_ad Ugo_).
Sempre nel tuo proposito perduri?
UGO.
Sì.
DIANA (_fa cenno a Viscardo di prendere una delle pergamene_).
Viscardo.
(_Viscardo obbedisce_).
UGO (_cercando intorno a sè_).
Il mio scudiero?
DIANA (_volta alle proprie genti_).
Alcuno qui lo conduca.
(_Un paggio esce_).
DIANA (_ad Ugo_).
Tardo,
Se più indugi, sarebbe il ravvedersi.
UGO.
È scritto
Sull'impresa dei forti: Mutar legge è delitto.
DIANA (_dal cuscino che Gastone ad un suo cenno le presenta,
prende la pergamena che rimane, e la consegna a Gerberto_).
Qui stan chiusi gli enigmi.
(_Gerberto s'inchina, riceve la pergamena, e poi conduce
Diana a sedere. Appena Diana è seduta, le dame
seggono d'accanto a lei_).
(_Goffredo entra, e per recarsi presso Ugo, il quale si
trova alla destra dello spettatore ed a sinistra del
trono, passa davanti a Diana, a cui s'inchina profondamente.
Egli tiene in mano l'elmo del proprio
signore, sul quale è infitto un grande pennacchio azzurro_).
GOTTIFREDO (_ad Ugo_).
Signor.
UGO.
Rimani.
VISCARDO (_svolgendo la pergamena, dalla sinistra del trono
dove stava, s'inoltra fin quasi al mezzo della scena_).
È questa
La grida che il volere della mia dama attesta.
(_Legge_).
Colui, purchè di nobil sangue, che far sua sposa
Voglia Diana d'Alteno, Contessa di Perosa,
Marchesana di Fronte, di Quarto e Borgo-Vico,
Donna dei cento pari, con feudo franco e antico,
Patronessa al secondo altare di Sant'Orso,
Dovrà, vinte tre pugne e senza alcun soccorso
Di amuleto, di filtro o d'infernal malìa,
Sciogliere quei tre enigmi che a lei piaccia, e ove sia
Vinto, darsi prigione senza mercede. Il pieno
Nostro alto gradimento questo è — Diana d'Alteno —
GOTTIFREDO (_a un cenno di Ugo s'inoltra come Viscardo_).
Il mio nobil padrone Ugo di Monsoprano,
Conte di Chiusi e d'Orcia, Senatore romano,
Duca di Roccastrada e di Pennino, a voi,
Regina di bellezza, umil s'inchina, e poi
Che della prima prova uscì vincente, e questa
Seconda a cui s'accinge della vittoria attesta,
La prova degli enigmi domanda, e sè promette
Prigione ove fallisca.
UGO (_a Diana_).
Così terrai le indette
Promesse, come io quelle terrò del mio scudiero?
DIANA.
La mia fede di dama.
UGO.
La mia di cavaliero.
DIANA.
Ardito signore, sai dirmi qual sia
Quel falco che corre veloce e non muove?
Che ognora è presente ed è in ogni dove,
Che nulla barriera trattiene per via?
Che vede, non visto, sè stesso alimenta,
E più di sè dona, più forte diventa?
Ardito signore, sai dirmi qual sia?
UGO (_dopo una pausa_).
Mi sian facili al pari di questa le altre prove.
Quel falco che sta immoto e corre, e in ogni dove
È presente ad un tempo; che ostacol non paventa;
Che non veduto vede; che se stesso alimenta;
Che più di sè largheggia, più s'afforza: è il _Pensiero_.
GOTTIFREDO (_piano ad Ugo_).
Signor, l'altera donna impallidisce.
GERBERTO (_dopo aver aperta la pergamena_).
È vero:
È il _Pensiero_.
GOTTIFREDO (_c. s._).
Coraggio, signore; io vi rispondo
Che il Dio d'amor vi aiuta.
DIANA.
Cavaliere, il secondo:
Signor di Pennino, sai dirmi qual sia
Un'arma spregiata, ma nobile e tersa?
Incide assai piaghe, ma sangue non versa:
Niun dono ci toglie e doni c'invia.
Di regni e d'imperi fu madre e nudrice;
Se in lei si confida, è un popol felice:
Signor di Pennino, sai dirmi qual sia?
UGO (_dopo una pausa_).
Io penso che si appunti della mente l'acume
Dei tuoi begli occhi, o bella insensibile, al lume.
Quell'arma dispregiata, ma nobile, che piaga
E non ferisce, e doni non toglie e dona, e appaga
Chi in lei confida, e d'onde nacque più d'un impero,
È l'_Aratro_.
GOTTIFREDO (_piano ad Ugo_).
Signore, essa vacilla.
GERBERTO (_dopo aver cercato nella pergamena_).
È vero:
È l'_Aratro_.
UGO.
Io prometto francar cento prigioni
Di guerra, ne dovessero perir tutti i miei buoni
Domini, se nel terzo non fallisco.
GERBERTO (_piano a Diana_).
Son vane
Le tue speranze: cedi.
DIANA.
No — Un ultimo rimane.
(_sorge in piedi_).
Superbo campione, sai dirmi qual sia
La perla che moto, splendore a sè dona?
Sovente il suo raggio ne accende, ne sprona
Assai più di quello che il cielo le invia.
Sta chiusa in suo cerchio, ma in lei si rinserra
L'ampiezza del cielo, del mar, della terra.
Superbo campione, sai dirmi qual sia?
(_Ugo non risponde_).
GOTTIFREDO (_dopo una pausa_).
Per san Giorgio, egli tace.
(_piano ad Ugo_)
Oh! coraggio.
VISCARDO.
La sorte
Lo tradisce.
GERBERTO (_a Diana_).
Sii buona, or che sei la più forte.
DIANA (_ad Ugo_).
Non rispondi? Ti dài per vinto?
UGO (_come per subita idea_).
Ah!
(_si ravvede_)
No.
DIANA.
Ti dài
Per vinto? Io ti perdono la prigionia.
UGO.
No, mai.
DIANA.
A tua posta. E quante ore, dacchè stai così muto,
Per maturar l'enigma chiedi?
UGO (_prontissimo_).
Non un minuto.
La perla che a sè dona splendor; che l'uomo accende
Sovente più del raggio che dal ciel le discende;
Che, in suo cerchio racchiusa, racchiude il mondo intero
È l'_Occhio_.
GOTTIFREDO (_verso Gerberto_).
Ha colto il segno, Gerberto, ha colto?
(_Tutti sono attentissimi ed aspettano colla massima ansietà
la risposta di Gerberto_).
GERBERTO (_dopo aver cercato nella pergamena_).
È vero:
È l'_Occhio_.
(_Ugo e Gottifredo danno segni di giubilo, Diana impallidisce;
fra gli scudieri, i paggi, gli ufficiali, gli
uomini d'arme, corre un mormorio che Diana fa
cessare con uno sguardo severo_).
DIANA (_scende lentamente dal seggio e si avvicina a Ugo_).
Hai vinto. — Io sono la tua sommessa ancella,
È tua la mia corona, son tue le mie castella,
I miei vasti domini son tuoi; la mia milizia,
Il mio alto diritto di moneta e giustizia,
Il mio seggio al consiglio dei pari, i miei vassalli,
I servi della gleba son tuoi. — Cento cavalli
Partiranno domani con ricchi doni e molto
Giubilo di concenti a bandir che sepolto
È il nome degli Alteno, per sempre — Hai vinto — E voi.
Imprese dei miei padri, poveri e muti eroi,
Che tanti anni lottaste a edificar l'altera
Casa e il nome e la gloria, che la vecchia bandiera
Faceste in tanti campi di voi stessi vermiglia;
Voi, stemmi glorïosi dell'estinta famiglia,
Copritevi di lutto. Un solo rimanea
Germoglio della quercia robusta e vi tenea,
Venerate memorie, pure ed intatte. Or nuova
Età succede. Vinta egli ha l'ultima prova.
Nuovo stemma sul vostro s'imbranca e vi costringe
A patirne il contatto; nuovo color vi tinge.
Stringetevi, o leoni dalla fulva criniera,
T'inchina, o vecchio cencio, alla nuova bandiera.
Fate largo al novello signor. Son tua. Ma al solo
Diritto di conquista piego la fronte; il suolo
In te passa e son fatta cosa del suolo anch'io.
Ma gli affetti dell'anima son franchi. Il core è mio.
UGO.
Io metto pegno e giuro per quel cor che non hai,
Di propor tale enigma che sciogliere non sai.
Sorridi, e a meraviglia beffarda atteggi il viso?
Non hai disimparato dunque ancora il sorriso?
DIANA.
Son vinta, è tuo diritto l'oltraggio.
UGO.
Vinta? Invero
Tale non ti direbbe nessuno. È mio pensiero
Offrirti una suprema via di salvezza; e poi
Che sei tanto maestra nel porre enigmi, vuoi
Tentare il tuo riscatto?
DIANA.
Che!?
GOTTIFREDO.
Signor....
UGO.
Ti prometto
Sciolta la tua parola, se tu me vinci.
DIANA.
Accetto.
UGO.
Sai tu dirmi qual sia di tutti i fiori
Il fior più ricco di veleno e miel?
Egli è, se chiuso ai mattutini albori,
Vivo alla sete quando abbruna il ciel.
Se man nol coglie, di rugiade invano
Gli è il ciel benigno e di tepori il sol.
Spesso, ingrato a chi il cura, ad un lontano
Spregio, raccoglie degli olezzi il vol.
Tu che tanto il conosci, in cortesia
Dimmi il suo nome e recami ove sia.
(_Diana tace meditando intensamente_).
UGO (_dopo una lunga pausa_).
Taci? Hai pensoso il fronte tu pure e il capo chino?
Non germoglia quel fiore finor nel tuo giardino.
DIANA.
No.... un istante.
UGO.
Ti rendo la tua fede, io non voglio
Quanto dar non potresti, e mi basta l'orgoglio
Di averti vinta.
DIANA.
Ah!
UGO.
È triste la tua vita, e pensoso
Di tua sorte mi faccio. Hai negato il pietoso
Ufficio che t'incombe, non sei donna; nessune
Lusinghe ha l'avvenire per te; queste due brune
Muraglie non allegra nessun raggio di sole.
Qui la dolcezza è morta delle umane parole.
Un giorno, e non lontano forse, per queste sale
Andrai muta e solinga, ripensando il mortale
Tuo cammino, e un sol fiore non troverai per via.
Ti rendo la tua fede e ripiglio la mia.
Va solitaria, vivi per te. Non hai sentito
Il mio amore, potente, senza freno, infinito;
Ai tuoi vani ricordi la fredda anima avvinta,
La tua stella propizia ti venne e l'hai respinta.
Hai respinta la vita, hai respinto il sorriso,
Hai respinte le gioie tutte del paradiso;
Rimani nel deserto arido dove sei.
Le tue grazie ricuso. I tuoi castelli? Ho i miei.
La tua corona? Ho quella de' miei padri. I domini?
Delle mie vaste terre non conosco i confini.
Il mio stemma è glorioso, s'anco il tuo non si svelle.
L'Italia è ricca ancora di leggiadre donzelle,
E il mio cammin conduce dove sfavilla il sole.
Addio.
VISCARDO (_a quelli di sua parte_).
La nostra dama insulta.
(_Incitati da Viscardo gli scudieri e gli uomini d'arme,
i quali durante tutta la parlata di Ugo mostrarono
maraviglia da prima e poi ira, irrompono minacciosi
contro di lui_).
UGO (_ritirandosi di un passo e piantandosi fermo innanzi a
loro_).
Che! Chi vuole
Misurar la mia spada, muova un passo. Per Dio!
Vi sovvenga che ancora il signor qui son io.
Che, vincitore, il premio ricuso — per scerete
Mie voglie — ma che tutti servi miei qui voi siete.
Che non patisco segni di violenza ed oltraggio.
DIANA (_con voce profondamente commossa_).
(_Nuovo cenno di minaccia fra le genti di Diana_).
Inchinatevi tutti sommessi al suo passaggio.
(_Scudieri ed armati fanno ala ad Ugo, il quale, dopo
aver gittato a Diana uno sguardo pieno di alterigia,
parte seguito da Gottifredo_).
FINE DEL PRIMO ATTO.
ATTO SECONDO.
_Sala nel castello di Diana. Le pareti dipinte a fresco, a soggetti
variati e scompartiti da colonne dipinte che fingono cristallo,
coi capitelli e la base dorati. La pittura del fondo è pallida ed
il disegno ingenuo, e rappresenta castelli e paesaggio. Le figure
hanno colori vivissimi senza mezze tinte ed atteggiamenti, alcuni
grotteschi, ma sempre pieni di movimento. Fra l'impiantito e il
dipinto, uno zoccolo, oscuro e piuttosto alto. Fra il dipinto ed
il soffitto, una fascia a colori vivaci, rappresentante fiorami
e foglie intrecciate con somma eleganza e varietà. Il soffitto,
a palco, a travi, molto oscuro. A destra dello spettatore, una
finestra coi vetrini a piombo filato: in faccia, il camino ampio e
massiccio. Nella parete in fondo, una porta coll'usciale a bussola,
di legno intagliato; nell'angolo, fra la parete dov'è il camino
e quella del fondo, una porta coll'usciale a bussola, di legno
intagliato: e nell'angolo, fra la parete dov'è il camino e quella
del fondo, una porta binata. Vicino alla finestra, una tavola
semplicissima, ed attorno alla tavola parecchi deschetti. Presso il
camino, dove arde un gran fuoco, una gran sedia a bracciuoli, alta,
colla spalliera intagliata ed ornata in cima di una frangia di
legno e dello stemma di casa Alteno._
SCENA PRIMA.
_GERBERTO, VISCARDO e MARTINO giuocano ai dadi alla tavola presso
la finestra. DIANA è seduta nella sedia a bracciuoli daccanto al
fuoco, in atteggiamento così raccolto che i tre giuocatori non la
possono vedere. Su di una sedia pieghevole, presso la bussola della
porta in fondo, GASTONE dorme._
_Dalla finestra viene una luce fioca che appena arriva a mezza
stanza, mentre DIANA è illuminata dai riflessi della fiammata.
Durante la prima e la seconda scena, la luce svanisce a poco a
poco, di modo che al fine della seconda scena la stanza non è più
rischiarata che a sbalzi da qualche vampa del focolare._
MARTINO.
Metto. Sei.
VISCARDO.
Più sommesso. Non siamo nell'androne
Della tua soldataglia.
MARTINO.
Non ci siamo, hai ragione,
Non ci siamo. Là almeno si grida a squarciagola,
E qui, per poco, un sibilo diventa la parola.
Bell'onore mi fate!
VISCARDO (_accennando verso il camino_).
È là.
MARTINO.
Chi?
VISCARDO.
La signora.
MARTINO.
Sempre accigliata?
GERBERTO.
Sempre.
VISCARDO.
Più del solito ancora.
MARTINO.
Se ardesse la foresta intera in quel fornello,
Quando c'è lei, si battono i denti!
GERBERTO.
Sul castello
È disceso l'inverno come sulla campagna.
VISCARDO.
L'abbiam tutti nell'anima l'inverno, e ci guadagna
Ogni giorno.
GERBERTO.
Una grave tristezza è dappertutto.
VISCARDO.
Già nel borgo si muore di freddo.
MARTINO.
E qui, di lutto.
A te. Metti.
VISCARDO.
Tre. Vinco. Gerberto....
(_gli passa i dadi_).
MARTINO.
Ieri notte
La montagna ha mandato il suo regalo, e rotte
Ne furono due case di servi.
VISCARDO.
Una valanca?
MARTINO.
Terribile! terribile! E Lupo è morto.
GERBERTO.
È bianca
Di neve, per l'altezza di una picca, la valle.
MARTINO.
La montagna ne porta un'altra sulle spalle.
VISCARDO.
Il letto della Dora si confonde col prato.
MARTINO.
Per la soverchia neve il tetto ha scricchiolato.
VISCARDO (_a Martino_).
Giuoca.
MARTINO.
Non ci si vede più a momenti.
GERBERTO.
Una volta,
Che vita in queste sale, quando c'era raccolta
La famiglia! Eravate in fasce. Era un conforto.
Adesso il vecchio Sire è morto.... il figlio è morto.
Era bello e valente il figlio! Sono tutti
Morti. Povera casa! — La pianta è senza frutti,
Il nido è senza rondini, il tetto è senza nidi —
Tramonti e non aurore.
VISCARDO.
Che hai, Martino?
MARTINO.
Eh! ridi,
Se ci riesci! Ho il fistolo. To! la bella domanda!
— Di fuori, una nevata come il cielo la manda!
Una nevata fitta, che fa le barbe ai rami;
E dentro, delle muffe seducenti richiami:
Un vecchio che al passato presta sempre l'orecchio,
Ed una giovinetta che è più vecchia del vecchio.
VISCARDO.
Medita una vendetta contro il Conte.
MARTINO.
Sì. Aspetta.
È un anno che la medita omai quella vendetta.
Ma già non me lo levano di testa, io l'indovino;
Il Moro ama le busse, il Tedesco ama il vino,
E la femmina, o tosto o tardi, ama....
(_Diana si è levata da sedere_).
GERBERTO (_piano a Martino_).
Sta zitto
Una volta. — S'è alzata, non vedi?
MARTINO.
Il gran delitto!
DIANA (_s'accosta lentamente ai tre, i quali subito smettono
dal giuocare e s'alzano in piedi inchinandola_).
No.... sedete.... e giocate.
(_I tre rimangono in piedi_).
Suvvia, sedete, ho detto.
(_allontanandosi mentre i giuocatori si rimettono a sedere_)
Il rispetto! Il rispetto! Nulla, tranne il rispetto.
— A me, Gastone.
(_lo vede dormire in fondo alla scena_).
Dorme.
(_Gerberto le si avvicina e s'inchina_).
DIANA (_bruscamente_).
Ho chiamato Gastone
E non altri.
(_Martino va a svegliare Gastone_).
DIANA (_raddolcita e con tristezza a Gerberto_).
Perdonami, mio buon vecchio. Hai ragione.
Mi ti faccio ogni giorno più ingiusta.
GASTONE (_a Diana_).
Mia signora.
DIANA.
Ti hanno svegliato, povero paggio? La tua dimora
Forse era il Paradiso dei sogni, ed una bella
Mano ti conduceva forse di stella in stella;
E quando un importuno ti destò, chi sa quale
Riga d'angioli al cielo volse le candid'ale.
O forse era una fata che ti rapiva il cuore,
O la figlia d'un principe ti ha fatto imperatore....
E a così liete immagini per cagion mia sei tolto.
GASTONE.
Il mio sogno continua, se vi parlo o vi ascolto.
DIANA.
E come?
GASTONE.
Il sonno un'unica visïone m'invia.
DIANA.
Quale?
GASTONE (_guardandola timidamente_).
La mia signora.
DIANA.
La Madonna?
GASTONE.
La mia
Signora.
DIANA (_fra sè_).
Perchè arrosso così?
(_a Gastone_)
Meglio che desto
Tu gli ordini ne attenda, anzichè manifesto
Farle il tuo puerile sogno.
GASTONE.
Alla mia padrona
Son dispiaciuto?
DIANA.
Lasciami.
GASTONE.
Oh, non mi siete buona
Come sempre!
DIANA.
Il mio libro dell'Ore.
GASTONE.
Eccolo.
DIANA.
Tanto
La man ti trema e gli occhi hai lucenti di pianto?
Fanciullo! E presto.... presto ti faremo scudiero;
Vestirai l'arme, e allora, addio vecchio maniero,
Addio, la tua signora. Andrai cercando intorno
Gloria e fortuna, e il cielo ti secondi.... e al ritorno
Mi troverai qui, curva dagli anni e dalle cure.
Mi dirai le tue gesta, le tue belle venture;
Oppur, se avrò raggiunto i miei padri, verrai
Sopra l'inglorïosa mia lapide e dirai:
Fu superba ai superbi, ma fu con noi pietosa.
Piangi, fanciullo? Piangi tu.... che l'avventurosa
Libertà di te stesso sull'ampia terra aspetta?
Tu, cui non è conteso l'amor.... nè la vendetta?
Quanta invidia ti porto!
GASTONE.
La mia bella signora
Ignoto duolo affligge. Quando un pensier vi accora,
A serenarvi l'animo ch'io vi legga è costume
Le dolci Litanie della Vergine.
DIANA.
Il lume
Del giorno è spento.
GERBERTO.
Mando pei servi?
DIANA.
No. Rimani.
Attraverso le tenebre, volano più lontani
I pensieri. Lasciatemi sola.
(_Viscardo, Martino e Gastone le si inchinano profondamente
ed escono per la porta di mezzo. Gerberto li
accompagna fino sulla soglia_).
SCENA II.
DIANA _e_ GERBERTO.
(_DIANA è rimasta assorta in pensieri, GERBERTO, il quale già
stava per uscire cogli altri, si volta, la guarda, e le si avvicina
lentamente_).
GERBERTO (_giuntole dappresso_).
Che hai?
DIANA (_si scuote per la paura, lo guarda, e gli dice con
tristezza dolce_)
Sei tu?
GERBERTO.
Che hai?
DIANA.
La tua canizie e la mia gioventù
Si accordano. Tu sei rimasto. Al mio comando
Obbedirono subito gli altri, ed è giusto: quando
Il dover non li astringe, a che indurar di questa
Solitaria fanciulla la tristezza molesta?
Sono altrui fastidiosa e a me stessa. La bella
Vita!
GERBERTO.
Perchè ti affliggi così? Non sei tu quella
Di prima? I tuoi vassalli non t'inchinano tutti,
O ti niegan tributi? Non stanno i ben costrutti
Castelli testimonio del tuo nome? Tu imperi.
Che più brami?
DIANA.
Gerberto!
GERBERTO.
Te dei miti pensieri
La blandizie non tocca; altri cerchi le care
Dolcezze onde si allegra di bimbi il focolare,
Di tal gioie l'austera tua maestà rifugge.
Tu sei forte e selvaggia, come il vento che rugge
Nella tua valle. Tutto hai quanto brami.
DIANA (_in tuono di amarezza sprezzante_).
E deggio
Sopportar de' miei servi anche il vile dileggio?
GERBERTO (_si risente come per grave offesa, poi subito si
ricompone_).
Son tuo servo, puoi dirlo. Te non nata, lo fui
Di tuo padre, Valfrido il pio; prima di lui,
Ebalo Magno, l'avo centenne, aveami, e seco
Delle silvestri gole di Chiusella, già speco
Di predatori, il tuo retaggio accrebbi. Ancora
N'odo la voce quando, venuto all'ultim'ora,
Al piangente figliuolo disse: Il dominio mio
Pria dal mio saldo braccio, poi lo tengo da Dio,
Poi da Gerberto. Sono tuo servo. Alla battaglia
Di Castiglione m'ebbi traforata la maglia
Per sei lanciate, e quattro non cercavano il petto
Di me scudier, ma quello del Sire; onde, al cospetto
Di tutta la milizia, dei Conti e dei Baroni,
Valfrido, e n'ebbe fama di Pio, scese d'arcioni
E m'abbracciò. Ma il tempo in suo saper concilia
Coll'amplesso del padre l'oltraggio della figlia.
DIANA.
Ma non lo sai che un anno oggi compie, e mi pesa
Sull'anima e l'opprime l'invendicata offesa?
Fui reietta! Una figlia d'Alteno! e tacqui.
GERBERTO.
Il saggio
Che ne soffre è guardingo nel provocar l'oltraggio.
DIANA.
Anche tu mi rampogni?
GERBERTO.
Non richiesto, un intero
Anno tacqui. Ma a Diana d'Alteno io debbo il vero,
Qual sia.
DIANA.
Del mio diritto usai.
GERBERTO.
Dritto si noma
Sminuir la parola?
DIANA.
Ero vinta e non doma.
GERBERTO.
Oh! la dura sconfitta che ti offerìa d'un prode
L'amor!
DIANA.
Tanto mi amava.... che mi respinse.
GERBERTO.
E lode
Per me n'ebbe.
DIANA.
Geloso più dell'altrui ti mostri
Che della mia ragione.
GERBERTO.
Vuoi ch'io raccolga i nostri
Vessilli e l'armi, e dove sia lo giunga? Ti giuro
Che ancor mi basta l'animo di farlo, e che sicuro
Ho il braccio. — Ma le genti diran: Dai lor castelli
Uscivan gli avi in guerra o per domar ribelli
O francar terre o ligi all'impero o i ladroni
A stanar dal lor covo; uscian, forti dei buoni
Usberghi, delle buone spade.... e del buon diritto;
N'escono i figli per punir, quasi un delitto,
L'amor di chi sè stesso pose in cimento e vinse,
Nè la vinta donzella a invise nozze astrinse.
DIANA.
Avvilisci, avvilisci tu pur questa reietta!
GERBERTO.
E se anch'ei maturasse pensieri di vendetta,
Non potrebbe, e più giusto sarìa, della tua stella
Spegner la luce e tutte spianar le tue castella?
DIANA.
E ben venga. Men dura mi sarebbe l'aperta
Guerra che il noncurante disprezzo. Oh che! Non merta
Dunque la man di Diana l'onor dell'armi? Oscura
Non mi starei, nè imbelle, e salirei le mura
Come un arciero, il braccio saldo, sicuro il viso:
E forse...
GERBERTO.
Ma del colpo onde cadrebbe ucciso
Tu morresti.
DIANA.
Io!?
GERBERTO.
Cerca nel tuo cor, nelle notti
Insonni, nei tuoi lunghi silenzi, nei rimbrotti
Immeritati a noi volti; cerca nel lento
Corso di tue giornate, nell'interno scontento
Di te, nella tua sete di vendetta indefessa:
Troverai tal pensiero che, arrossendo, in te stessa
Riconosci; che orgoglio non è, che non è offesa
Dignità di signora, che ti affligge, ti pesa.
Ti tortura, e pur tanta parte di ciel ti addita.
Non sei crudele, hai l'anima bella, e aneli alla vita
E all'amor. Quando al vento svettano i pini, e annera
La stanza, e le tristezze piombano colla sera,
Allora a bieche immagini la tua mente non vola,
Allor ti senti trista, allor ti senti sola,
Allor senti che mancano al tuo tetto le bionde
Teste dei figli e l'ansie della culla profonde.
Taci? Piangi? Ti ho letto nel cor? Non ho te stessa
A te svelato? Diana non mente. Or via, confessa....
DIANA.
No, non è ver, non l'amo.
(_S'ode uno squillo di corno lontano_)
Che sia?
(_un altro squillo più vicino_)
Mi ha impaurita
Quel suon.
GERBERTO.
Qualche mendico che la strada ha smarrita.
DIANA.
Scendi ad udirne.
(_Gerberto s'avvia_).
DIANA (_inquieta_).
No. — Manda qualcun.
GERBERTO (_chiamando dal fondo_).
Martino.
DIANA.
Mi hai parlato severo.
SCENA III.
GASTONE, VISCARDO, MARTINO _e detti_.
DIANA.
Ebbene?
VISCARDO.
Un pellegrino
Che chiede ospizio la notte.
DIANA (_rassicurata_).
Ah!
VISCARDO.
Già provvidi io stesso
Perchè degno ristoro a lui venga concesso
Di letto e mensa.
DIANA.
Dove?
VISCARDO.
Coi servi.
DIANA.
I servi? A tale
Sei tu dunque discesa, o mia casa ospitale,
Che al pellegrino, al messo che il Signore t'invia,
All'ospite che invoca la vecchia cortesia,
Offri de' tuoi valletti la servile dimora,
E tanto più l'oltraggi quanto meglio ti onora?
VISCARDO.
Ma....
DIANA.