GIUSEPPE GIACOSA
Una partita a scacchi
LEGGENDA DRAMMATICA IN UN ATTO
Il Trionfo d'amore
LEGGENDA DRAMMATICA IN DUE ATTI
Intermezzi e Scene.
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
16.º migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati
per tutti i paesi, non esclusi i Regni di
Svezia, di Norvegia e d'Olanda.
È assolutamente proibito di rappresentare questo dramma
senza il consenso della Società Italiana degli Autori
(_Articolo 14 del Testo unico, 17 settembre 1882_).
Milano. — Tip. Treves. — 1911.
UNA PARTITA A SCACCHI.
LEGGENDA DRAMMATICA IN UN ATTO IN VERSI.
_Rappresentata per la prima volta all'Accademia Filarmonica di
Napoli, sotto la presidenza del Duca di San Cesario, la sera del 30
aprile 1873, e posta in scena da_ ACHILLE TORELLI.
AL CONTE
FEDERIGO PASTORIS
PITTORE.
_Nessuno meglio di te, e pochi al pari di te, intendono ed amano la
poesia grave delle cose passate. Il tuo quadro: _I Signori di Challant_
fa riscontro alla mia _Partita a Scacchi_ così, che io mi compiaccio
di chiamare RENATO il tuo canuto castellano e IOLANDA la sua bella e
pietosa figliuola._
_Se anche non ti fosse già dedicato da tanto tempo, e se anche non
fossimo legati da un'amicizia fraterna che mi è tanto cara, non sarebbe
questa una ragione sufficiente per intitolarti il mio lavoro?_
Torino, Dicembre 1875.
GIUSEPPE GIACOSA.
INTERLOCUTORI.
RENATO
IOLANDA
OLIVIERO, conte di Fombrone
FERNANDO, paggio
Un valletto
_L'azione segue nel castello di Renato, in valle d'Aosta._
(_Epoca: Secolo XIV_).
PROLOGO
Di questa fiaba in versi ho tratto l'argomento
Da una romanza scritta circa il mille e trecento,
A dire il vero, in calce la data non ci sta,
Epperò nei cent'anni spaziate in libertà.
Mezzo secolo prima, mezzo secolo poi,
A me non giova nulla, e poco importa a voi.
La romanza era scritta in lingua provenzale,
In quel metro monotono, cadenzato ed eguale,
Che infastidisce i nervi qual tocco di campana;
Ma in quella cantilena, per dissonanza strana,
C'era un fare spigliato, un'andatura snella,
Che mi costrinse a leggerla ed a trovarla bella.
Era un giorno d'autunno. Singolare stagione,
Che v'annebbia il cervello in barba alla ragione!
Sia vapor di vendemmia che impregni l'atmosfera,
Siano i fumi che i prati esalano la sera,
Sia la pioggia imminente che vi assidera l'ossa,
O sia un presentimento lontano della fossa,
Fatto sta che i pensieri mutano di colore,
Come fanno le foglie sopra il ramo che muore.
Era solo, adagiato — ma che dico? adagiato!
Nella lunga poltrona stavo lungo sdraiato,
Cogli occhi semichiusi e con un libro in mano,
Semichiuso ancor esso. — Mi giungean di lontano
Grida, canti e clamori di villici. — Imbruniva —
Pei fessi delle imposte filtrava un'aria viva,
Che pareva dicesse: L'inverno è qui che viene.
Io non muovevo palpebra, quantunque nelle vene
Mi serpeggiasse il freddo; ma, sia pigrizia o grillo,
Sopportavo quei brividi, pure di star tranquillo.
La stanza parea enorme, tanto era vuota e bruna —
Di tratto in tratto, a sbalzi, una mosca importuna
Borbottava per l'aria misterïosi metri,
Poi dava scioccamente della testa nei vetri.
Le tende alla finestra frusciavano inquïete....
Racconto queste cose perchè, se nol sapete,
Noi poeti, sovente, non siam noi che scriviamo;
È il vento che fa un fremito correr di ramo in ramo,
È una canzon perduta che pel capo ci frulla,
È l'aroma d'un zigaro, è un'ombra, è tutto, è nulla.
È un lembo della veste di persona sottile,
È la pioggia monotona che scroscia nel cortile,
È una poltrona morbida come sera d'estate,
È il sole che festevole picchia alle vetrïate,
È delle cose esterne la varia litania
Che fe' ridere Ariosto e pianger Geremia. —
Stavo dunque soletto, cogli occhi semichiusi
E la mente perduta in fantasmi confusi;
Avea smesso di leggere per sonnecchiare, ed era
L'autunno, ve l'ho detto, e per giunta, la sera.
Il libro raccontava storie vecchie e infantili
Di castelli, di fate, di valletti gentili;
Talora licenzioso nei motti, ma coll'aria
Di un nonno che sorrida con malizia bonaria.
È strano come in quelle pagine polverose
L'amore è schietto e tutte le vicende festose!
Si direbbe che il tempo, inflessibile a noi,
Abbia corso a ritroso per tutti quegli eroi.
Le mura dei castelli son corrose ed infrante,
E suvvi ci si abbarbica l'edera serpeggiante,
Son mozzate le torri, i merli son caduti,
Le sale spazïose i bei freschi han perduti,
I camini giganti dall'ali protettrici
Son colmi di macerie, stridon sulle cornici
I più grotteschi uccelli: ma sereni, sicuri,
Più forti che le torri e più saldi che i muri,
Quegli uomini di ferro d'ogni mollezza schivi
Si parano alla mente baldi, parlanti, e vivi.
Son là, coll'armi al fianco, col girifalco in mano.
Ieri: leon di guerra, ed oggi: castellano.
Ignoranti di patria, di libertà; capaci
Di morir per un nome o il più puro dei baci;
Con tre motti stampati nel cuore e nella mente:
Il Re, la Dama, Iddio; e su questi, lucente
Come un sole a meriggio, una grande chimera,
Legge informe, malcerta, prepotente, severa,
Assoluta giustizia o generoso errore,
Inflessibile al pari del cristallo: L'onore. —
Allora tu, dell'arme infra i disagi grevi
Santa della famiglia religïon splendevi.
Allor, scoperto il capo e muti i circostanti,
Il padre, il vecchio, il Sire, colle mani tremanti
Benediceva al figlio, padre a sua volta, ed era
Quell'atto più solenne di qualunque preghiera.
E sapeva il vegliardo, chiudendo a morte il ciglio,
Che presso alla sua tomba c'era un marmo pel figlio,
E che il figlio del figlio, lattante bambinello,
Dell'avo un dì sarebbe sceso anch'ei nell'avello;
E pareva dicesse con il sorriso estremo:
Non sospiri, non lacrime, un dì ci rivedremo,
E che vivi racconti nelle sere invernali!
Fanciulle dai capelli d'oro, draghi coll'ali,
Visïoni, fantasmi, amori sventurati
Che chiamavan le lagrime su quei volti abbronzati.
O storie di battaglie, d'amor, di cortesie.
Nuvolette vaganti per quelle fantasie,
O sereni riposi dopo l'aspre fatiche,
O cortili ingombrati dai cardi e dalle ortiche,
O gotici leggii, o vetri istorïati,
O figlie flessuose di padri incappucciati,
O sciarpe ricamate fra l'ansie dell'attesa,
O preludi dell'arpa, o nenie della chiesa,
O mura dei conventi malinconici e queti,
Celle di sognatori, di santi e di poeti,
Voi dell'arte e dei sogni siete i lucenti fuochi,
Voi, vivi solamente nel rimpianto dei pochi!
Il tempo, onde nessuna umana opera dura,
Ammorbidì i profili della vostra figura,
Ma il secolo, correndo nella prefissa via,
Voi, soavi memorie, voi, caste fedi, oblia....
A poco a poco, intorno, la notte era discesa.
Scossi via la pigrizia. — Dalla lampada accesa
Piovve un raccolto lume sulle pagine mute
Che aspettavano il frutto di tante ore perdute;
Ed io dalla romanza scritta il mille e trecento
Di questa fiaba in versi ho tratto l'argomento.
UNA PARTITA A SCACCHI
_Sala non vastissima, colle pareti rivestite di arazzi ed il
soffitto a palco, a regolini bozzolati. Un ampio camino reca
dipinta sulla cappa l'arme della famiglia. Deschetti, sedie in
legno, sedie pieghevoli, dove fa da piano un cuscino di stoffa
colle armi ricamate, seggioloni colla spalliera altissima e
riccamente scolpita che termina colla frangia di legno. In faccia
al camino, la finestra assai grande, coi vetrini rotondi connessi
a piombo filato. Tende di stoffa. Cassapanche, cofani di legno
intagliato. In un angolo della stanza, daccanto al camino, si
aprono due porte binate: una mette alle stanze interne, l'altra
alla scala. Una tavola con suvvi la scacchiera._
SCENA I.
_Al levarsi della tela, RENATO e IOLANDA stanno presso la finestra
come per interrogare il tempo. — La finestra mette una luce fredda
e grigia, che è vinta da quella rossiccia del camino. — Durante la
prima scena i servi recano due lucerne ad olio, di ferro, a becchi,
e le posano sulla tavola._
IOLANDA.
E la pioggia continua, fredda, incessante e greve!
RENATO.
Oggi pioggia, Iolanda, domani avrem la neve,
Essa è già su nell'aria che turbina, io la sento.
La Becca era coperta stamane.
IOLANDA.
E sempre il vento!
RENATO.
L'ora?
IOLANDA.
La sedicesima, padre.
RENATO.
È già notte oscura!
Povera mia fanciulla, va, la tua sorte è dura.
Vivere prigioniera con un bianco guardiano
In questa tetra valle, dimora all'uragano!
Che nebbia fitta! Senti che fischi! La montagna
Rompe il vecchio nemico e nell'urto si lagna.
Che crepiti d'abeti! Quanti son stesi al suolo!
IOLANDA.
Una buona giornata doman pel boscaiuolo:
Li vedrem cigolando solversi in fumo. — È bella
Sul tizzo che s'imbruna quell'azzurra fiammella.
Le buone piante! Quando ardono sull'alare,
Io le guardo, le guardo, le ascolto sospirare
Con quei lunghi sospiri, e penso alla foresta
Dove un giorno levarono fieramente la testa.
Quanti urti coll'aspre valanghe han sostenuti!
Quante rigide nevi sopra i rami barbuti!
Ne verranno dell'altre.
RENATO.
Figlia, è freddo.
IOLANDA.
Venite,
Padre, a sciogliere al fuoco le membra intirizzite.
Mi direte le vostre gesta di cavaliero,
Oppur la bella fiaba di Aroldo e il suo corsiero.
Chiameremo a compagni Cristoforo e Martino....
RENATO (_seduto sotto la cappa e guardando la fiammata_).
Ne ho visti dei folletti svanir su pel camino!
No, non chiamar nessuno, figlia, voglio te sola.
Siedi, fatti più accosto, così: la mia parola
Cerca la via più breve per arrivarti al cuore.
Tu sei la mia figliuola, Iolanda, il solo amore
Ch'io mi abbia in questa terra, il solo, e tu lo sai.
Quando mi sei vicina, figlia, non penso mai
Alle mie rughe antiche e ai miei capelli bianchi.
Iolanda, io sono vecchio, solo se tu mi manchi.
Una volta, perdonami, ti bramava un fratello
Che, come tu lo sei, fosse nobile e bello,
Che tramandasse ai figli pura ed intatta, come
Io la tenni dai padri, la gloria del mio nome.
Iddio non mel concesse. Savie leggi le sue!
Nel mio cuore, Iolanda, non c'è posto per due.
Ora, se ci ripenso, sono meco adirato
Per quel tanto di affetto che ti avrebbe rubato.
Vieni figliuola, senti: tu sei bella e sei buona
E sei casta; il tuo nome vai più che una corona;
Avrai dieci castella e possenti domini;
Sarai donna e signora ne' miei vasti confini;
Ma....
IOLANDA.
Padre, ch'io continui? Se mi state a sentire,
Io v'indovino tutto che mi vorreste dire.
RENATO.
Ebbene?
IOLANDA.
A vostra figlia manca ancora uno sposo.
RENATO.
È vero. Un cavaliere nobile e generoso,
Che, facendoti lieta, faccia me pur felice.
Io son presso al tramonto. Qualche cosa mi dice
Che....
IOLANDA.
Non voglio sentirle quelle brutte parole.
Ritornerete giovane colle prime vïole.
RENATO.
E poi questo castello ha troppe echi, le sale
Così vuote e sonore mi fanno tanto male!
Le vecchie travi han d'uopo di nidi e di canzoni,
Han bisogno di strilli i monotoni androni.
Mi mancano bambocci che mi turbino il sonno....
Sai, si diventa padre per diventar poi nonno.
I vecchi rimbambiscono ed amano i trastulli.
Non fosse che a sgridarli, mi ci voglion fanciulli.
IOLANDA.
Voglio essere io sola ad amarvi.
RENATO.
Perchè?
Ne' tuoi figli, Iolanda, non amerei che te.
Tu sei già troppo vecchia, tu sei seria e pensosa,
Tu rifletti al da farsi, una gran brutta cosa!
Ti sorprendo talvolta cogli occhi al cielo intenti,
Tu non pensi a tuo padre, figliuola, in quei momenti.
Insomma tu sei donna; io, vecchio paladino,
Anche quando t'abbraccio mi curvo ad un inchino.
E poi, in questa valle maestosa ed oscura
C'è troppa solitudine e c'è troppa paura.
Tu non conosci i cieli aperti della piana,
Nè i rosati orizzonti della curva lontana.
V'han paesi ove i fiori ridono sempre ai miti
Zefiri. I miei castelli sono tetri e romiti.
La vastità del cielo allo sguardo è contesa.
Questa bruna montagna più che gli anni ci pesa.
Qui s'invecchia anzi tempo, se il soave liquore
Degli affetti non mesci nella coppa d'amore.
Io son mortale, o figlia; via, provvedi a te stessa.
IOLANDA (_sorridendo_).
Sì, fonderò un convento per farmene badessa.
RENATO.
Tu ridi, folle.
IOLANDA.
Ebbene, veniamo al serio. Anch'io,
Quando mi trovo sola meco stessa e con Dio,
Sogno talora i gaudi dell'amore e mi sento
Addormentarsi l'anima tutta in un rapimento.
E fingo che il mio fato conduca un forte e bello
A superar la fossa del mio patrio castello;
Lo ascolto in tuon sommesso mormorarmi parole
Più ardenti e più feconde che la luce del sole,
E lo guardo negli occhi che divampano fuoco,
E mi cullo in visioni celesti.... e a poco a poco
Mi risveglio.... e le sale del mio patrio castello
Non suonan mai dei passi di questo forte e bello.
RENATO.
Al marchese d'Andrate opponesti un rifiuto:
Era un bel maritaggio.
IOLANDA.
Non l'avevo veduto!
RENATO.
Il duca di Rosalba....
IOLANDA.
Oh! il duca!... In fede mia,
E' sarà stato un forte, padre, ma bello, via!
RENATO.
L'animo generoso ogni bellezza avanza.
IOLANDA.
Sì, ma non veggo l'animo e veggo la sembianza.
Se io mi fossi quale voi dite ch'io non sono,
Avessi pure il cuore divinamente buono,
Non troverei nessuno di virtù così sante
Da sceverar dall'animo la causa del sembiante.
La bellezza è l'impresa che i nostri sguardi arresta!
Si cerca poi se al motto corrispondan le gesta.
RENATO.
E vuoi condur la vita in codesta maniera,
Fra i trapunti ed il fuso, fra l'ago e la scacchiera?
IOLANDA.
Oh! la scacchiera, giusto men fate sovvenire.
Vi debbo una rivincita.
RENATO.
No, lasciami finire.
Tanto non ci riesco; con te non sono destro;
L'allieva ha superato di gran lunga il maestro.
Tu sei come la rocca di Bard: non la si piglia.
Aggiungo questa gloria a quelle di famiglia.
Dunque, il duca Rosalba?...
IOLANDA.
Ah! torniamo al soggetto?
Se mal non mi sovviene, un dì mi avete detto
Che m'avreste lasciata assoluta padrona
Nel dispor del mio cuore e della mia persona.
RENATO.
È vero, e, contro gli usi de' miei pari, ti voglio
Signora più assoluta che una regina in soglio.
So che più d'un mi biasima sommessamente, ed io,
Che chiamo di mie gesta solo giudice Iddio,
Penso che la tua scelta sarebbe arra sicura
Di nome senza macchia, di cuor senza paura.
Ma, fra tutti i signori che alle mie corti aduno,
Io non t'ho fatta libera di non sceglier nessuno.
Ami forse in segreto?
IOLANDA.
No.
RENATO.
Tel credo; dal cuore
Altero sulla fronte salirebbe il tuo amore.
Tu non sapresti infingerti.
IOLANDA.
Voglio farvi contento.
Sceglietemi uno sposo voi stesso, io v'acconsento.
La libertà vi rendo che mi avete largita,
E aspetto la mia sorte.
RENATO.
Grazie, figlia.
IOLANDA.
Ho sentita
La squilla della torre.
RENATO.
Un vassallo, venuto
A rendermi d'omaggi il debito tributo.
IOLANDA (_dalla finestra_).
Son parecchi cavalli.
SCENA II.
_Un servo, poi OLIVIERO conte di Fombrone, FERNANDO e detti._
SERVO.
Il conte di Fombrone
Sollecita la vista del mio nobil padrone.
RENATO (_premuroso_).
Il conte di Fombrone? Fategli tutti onore,
E sia sulle mie terre, più che ospite, signore.
(_entrano Oliviero e Fernando_)
RENATO (_a Fombrone_).
Oliviero, ben giunto, nobile e vecchio amico;
Questo è giorno di festa pel mio castello antico!
OLIVIERO.
L'amicizia è l'attrice delle gioie più sante,
e non l'ho mai provato siccome in questo istante.
RENATO (_prende per mano Iolanda e la presenta ad Oliviero_).
La mia figlia Iolanda.
OLIVIERO (_inchinandosi_).
Dio lega opposte cose;
Il rigor delle nevi e la beltà delle rose.
RENATO (_a Iolanda, indicando Fombrone_).
Tu conosci il suo nome; fummo compagni quando
Le braccia eran robuste ed era aguzzo il brando,
Corremmo insiem le corti e guerreggiammo allato,
E se lo seppe il vinto signor di Monferrato.
OLIVIERO (_indicando Fernando_).
Il mio paggio Fernando.
RENATO (_dopo aver guardato il paggio con attenzione
benevola e risposto con un cenno di capo al suo grave inchino,
volgendosi a Fombrone_).
Cresciuto alla tua scuola,
Avrà pronta la mano e lenta la parola.
Il sangue assiderato vivo al fuoco discorra;
Son pungenti le brezze che soffia questa forra.
Mescete il Mommeliano.
(_I servi eseguiscono_).
OLIVIERO (_sedendo accanto al fuoco_).
Per Dio, ti giuro il vero:
La tua figliuola è bella, e forte è il tuo maniero.
RENATO.
Dimmi di te, Oliviero: rechi in fronte dipinto
Che lottasti cogli anni e, come sempre, hai vinto.
OLIVIERO.
È passato il bel tempo.
RENATO.
La quercia il gel non teme.
Chi direbbe, a vederci, che siam cresciuti insieme?
Non ti dieder disagio queste brevi giornate?
Le strade sono lunghe, Fombrone, e mal fidate.
Odo narrar sovente di violenze e rapine:
Non t'incorse disgrazia?
OLIVIERO.
Per poco in sul confine
Della montagna, dove la valle si disfalda,
Non uscivo malconcio.
RENATO.
Come? Narra.
OLIVIERO.
La salda
Spada e l'animo ardito del mio paggio Fernando
Mi tolsero di briga. Venivam cavalcando
Il mio paggio e due bravi, quando dalla foresta
Uscì un sibilo acuto: sollevammo la testa,
E ci apparve sbucata sul margin della strada
Di dieci malandrini armati una masnada.
Stemmo, e il maggior di quelli, fattosi a noi dinante,
C'impose di seguirlo con un piglio arrogante.
Fernando a lenti passi gli si mosse vicino:
— Forse ti seguiremo, ma insegnane il cammino —
Gli disse, e con un colpo lo stese a terra. Tosto
Minacciosi i rimasti ci furono d'accosto,
Meno per trar vendetta del capo insanguinato
Che per far bella ruba del bottino agognato.
Eran nove, gagliardi, armati e risoluti;
Noi quattro, io vecchio, i luoghi macchiosi e sconosciuti.
Il mio paggio mi guarda; poi mi s'accosta in atto
Di chi voglia ricevere qualcosa di soppiatto;
Indi, a furia spronate, lancia il cavallo a volo.
Subito alle calcagna gli si muove uno stuolo
Di cinque masnadieri.... e a noi priva di gloria,
Ma sicura ed agevole rimane la vittoria.
IOLANDA.
Fu raggiunto dai cinque?
OLIVIERO.
Poco tratto di via
Percorso, egli si volse, e al branco che venia
Sorridendo con volto nobilmente sdegnoso,
Volse dell'armi audaci lo slancio impetuoso.
Era solo, piantato come un Centauro antico
Sul dorso flessuoso del corsiero. Il nemico
Gli facea ressa intorno, urlando a tutta possa.
Ei pronto alla parata, tremendo alla percossa,
Tenea con lenti giri quanto è larga la strada.
Già nei cozzi continui avea rotta la spada,
Quando, sbrigati i quattro che ci stavano a fronte,
Noi giungemmo, ed i ladri preser la via del monte,
Lasciando di tre morti le spoglie in sul terreno.
IOLANDA.
E non foste ferito?
OLIVIERO.
Io no. Fernando al seno
Ebbe una scalfittura ch'oggi è saldata, è vero?
FERNANDO.
Sì, conte.
RENATO.
La tua mano, o giovane guerriero.
Sei un prode; in te il senno è pari all'ardimento.
Tuo padre nel ritorno t'abbraccierà contento.
FERNANDO.
Non ho padre, signore.
RENATO.
Così giovane? Avrai
Una madre.
FERNANDO.
Neppure, e non li ebbi mai.
RENATO.
Il tuo nome?
FERNANDO.
Fernando. La mia sorte è severa,
Se mi farò uno stemma, avrà la sbarra nera.
RENATO.
Tu sei sangue di principi!
FERNANDO.
Se mi dà vita Iddio,
Farò diventi gloria l'essere sangue mio.
RENATO.
Fiere parole!
FERNANDO.
Il vanto vuol essermi concesso.
Dacchè tutto che sono nol debbo che a me stesso.
RENATO.
Sei giovane e fidente, l'anima hai franca e ardita,
Apprenderai cogli anni la scienza della vita.
Ma ti darò un consiglio, io che ho vissuto tanto:
L'opera è più gloriosa, scompagnata dal vanto.
FERNANDO.
Io penso che su giovane bocca il vanto convenga,
Se il labbro non promette più che il braccio mantenga.
RENATO.
Non ti dolga, Fombrone, s'io biasmo le sue mende;
Amo in lui la prodezza, ma l'orgoglio m'offende.
FERNANDO.
Rispetto in voi l'antico coraggio e il nome antico
E del mio buon signore il più fidato amico;
Ma portare dimessa la fronte io mai non soglio;
È fra le mie virtudi, prima virtù, l'orgoglio.
RENATO.
Che sai tu della vita, fanciul? chi te l'apprese?
Perchè la guancia hai bella e le pupille accese,
Perchè il vigor degli anni ai perigli t'indura,
Perchè tutta al tuo sguardo sorride la natura,
Perchè, fissando intrepido il destin che s'avanza,
Senti un nervo nel braccio, nel cuore una speranza,
Perchè non ha che stelle la tua notte serena,
Perchè, se il labbro ha sete, sempre la coppa hai piena,
Perfin contro il futuro spingi il folle ardimento?
E gridi alla tua sorte: io voglio e non pavento?
Ma non lo sai, fanciullo, non te l'han detto ancora
Che assai lungo è il cammino, che la vita è di un'ora?
E che, prima di giungere al culmine agognato,
Avrai le mani lacere e il viso insanguinato?
Che dovrai divorarti il sopruso e l'affronto?
Che oggi ti chiami aurora e domani tramonto?
Ero ancor piena l'anima di splendide chimere
Se volavano al vento le guerresche bandiere;
Sentivo ancora i fremiti generosi e la sete
Dei perigli, e correvano le mani inquiete,
Correvano a brandire l'asta; al nome di gloria
Mi luceva negli occhi l'ardor della vittoria:
E un giorno all'opra usata cesse il vigor, mi parve
Un peso insopportabile la mia spada. Le larve
Svaniron tutte, i moti del mio cuor furon muti,
E i miei sogni di gloria non erano compiuti!
FERNANDO.
Vecchio, sei grande e nobile, come nessun fu mai.
Dirò superbo un giorno: lo vidi e gli parlai.
La tua grave parola fu quella di un veggente.
Sì, le tue sagge norme le terrò fisse in mente.
Però la mia fortuna alla tua non somiglia:
Tu avesti in sorte un nome, un tetto, una famiglia.
Fu la scuola di un padre che t'educò alla vita,
E sprone alle grandi opere fu la grandezza avita.
L'armi, pria che un cimento, ti furono un trastullo.
Io crebbi solo — un orfano, no, non è mai fanciullo
Nell'età dei sorrisi, dei baci, degl'incanti.
Non conobbi che l'ire, non conobbi che i pianti.
Io non avevo un nome che, per sacro legato,
Dovessi far più illustre o serbare onorato;
Io non aveva un padre che, premio al mio valore,
Baciasse in sulla fronte il giovin vincitore.
Di ritorno dal campo, triste conforto m'era
La venale larghezza d'una soglia straniera.
Quanto le glorie illustri di tanti avi ti fenno,
Guadagnarlo dovetti coll'opera e col senno;
Nessun l'onor m'apprese, nessun m'apprese Iddio,
L'onor, l'armi, la fede, sono retaggio mio.
Lasciai lembi di carne in più d'una tenzone,
Lasciai lembi di cuore al piè d'ogni blasone.
Fidente nel mio fato, invido mai non fui
Sotto l'acerbo insulto della grandezza altrui.
Superando gli ostacoli che incontravo per via,
M'era fonte d'orgoglio lo solitudin mia.
Ed or che, me volente, s'appiana il mio sentiero,
Or che son fatto paggio e diverrò scudiero,
Or che, mercè maggiore d'ogni maggior tesoro,
Sono presso al battesimo degli speroni d'oro,
Vuoi ch'io sappia frenarmi e rimanermi muto?
No, no, no, non lo posso: per tanti anni ho taciuto!
Son forte, la mia spada nessuna al mondo agguaglia,
E non è lieve impresa lo sfidarmi a battaglia.
Freccia non esce invano mai dalla mia faretra,
E nella più minuta delle mire penètra.
S'io gl'imposi il cappello, il falco mai non erra,
E torna colla preda vittorïoso a terra.
Nè dell'arti gentili la scïenza obbliai,
E so dal mio lïuto trarre sirvente e lai;
Di sonanti ballate so far velo al pensiero,
So raccontar d'amore al par d'ogni troviero,
Spezzai più d'una lancia correndo la gualdana.
Più d'uno sguardo ottenni di bella castellana....
RENATO.
Per Dio, soverchio ardire sopportar non mi giova.
Bada non mi sovvenga di metterti alla prova:
Chè, se falli!...
FERNANDO.
Signore, fate a vostro talento;
Accetterò con gioia qualunque esperimento.
Ma lasciate ch'io noveri tutte le mie virtù,
E poi venga la prova: non vi chieggo di più.
Per studiare a tentarli ed a schermir gli attacchi,
Appresi le difficili movenze degli scacchi,
E nessuno mi supera....
RENATO.
Dacchè ne porgi il destro,
Noi ti vedremo all'opera, o d'ogni arte maestro.
A te, figliuola, insegnagli, nè sarà poca gloria,
Come si faccia a vincere senza gridar vittoria.
(_a Fernando_)
Qui si parrà all'aperto la tua scienza nascosta.
Perderai, tel predíco.
FERNANDO.
Lo vedremo.... E la posta?
RENATO.
La posta? Se tu vinci, io ti do per consorte
La mia figlia Iolanda.
FERNANDO.
E se perdo?
RENATO (_traendolo in disparte, sommesso_).
La morte.
FERNANDO.
L'offerta è troppo bella per opporvi un rifiuto.
RENATO.
Accetti?
FERNANDO.
Accetto, conte.
RENATO.
Se perdi....
FERNANDO.
Avrò perduto:
E non mi sentirete lagnarmi o maledire.
Se non appresi a vivere, ho imparato a morire.
RENATO.
A te, figlia.
(_I due si apprestano a giocare_).
FERNANDO (_a Renato_).
Scusate il soverchio ardimento,
Ma un gioco tal richiede un giocatore attento.
Il conte di Fombrone presso il fuoco vi aspetta:
Direte insiem le gioie dell'età prediletta.
Qui si vuol esser soli.
(_Il tavolino a cui stanno seduti i due che giocano è
vicino al proscenio, mentre invece il camino è in fondo
alla scena. Oliviero è presso il camino_).
OLIVIERO.
Il mio paggio ha ragione.
RENATO.
Ed eccomi ai suoi cenni. Mesci ancora, Fombrone.
OLIVIERO.
Fosti con lui severo.
RENATO.
Troppo?
OLIVIERO.
No. Anch'io soventi
Ebbi a fargli rimbrotto, e con acerbi accenti.
Ma è così bello il roseo confidar nel futuro!
Chi ignora i disinganni, Renato, è così puro!
La gioia è così piena dentro quell'occhio nero!
Così lucente, sotto quel crin folto, il pensiero!
Ed io lo vidi all'opera, e lo so forte e audace.
Quel suo animo baldo e leale mi piace,
E mi ricorda i giorni della mia giovinezza.
RENATO (_fra sé_).
Come sfida la morte con eroica fermezza!
OLIVIERO.
Tu pensi?
RENATO.
Nulla.
OLIVIERO.
Eppure ti leggo nelle ciglia....
RENATO.
Vorrei che avesse a vincere.
OLIVIERO.
Per sposare tua figlia?
RENATO (_colpito e crucciato_).
È vero!
OLIVIERO.
Convien dire ch'ella giuochi a pennello,
Se offristi al vincitore un premio come quello!
E tu che avrai, se perde, in cambio alla fanciulla?
RENATO (_esitando_).
Nulla.
OLIVIERO.
Nulla? Davvero?
RENATO (_quasi parlando a sè stesso_).
No, non voglio aver nulla.
Un tal patto non regge.
OLIVIERO.
E Renato pretende
Riprender la sua fede?
RENATO.
E se egli me la rende?
(_I due continuano a parlar sommesso_).
IOLANDA.
Che hai, paggio Fernando? Non giuochi e non favelli.
FERNANDO.
Io?... Ti guardo negli occhi che sono tanto belli.
IOLANDA.
Ed io senza periglio decimo le tue schiere.
Già perdesti una Rocca, e dò scacco all'Alfiere
Se non provvedi tosto a metterlo da banda.
Attento ai mali passi.
FERNANDO.
Grazie, bella Iolanda.
Pensavo a mille cose lontane, e stavo muto
Per la triste certezza che tanto avrei perduto.
Eccomi a tal ridotto che un sol passo non feci.
IOLANDA.
Vuoi tu, paggio Fernando, che mutiamo le veci?
FERNANDO.
No, tienti la tua sorte e lasciami la mia.
IOLANDA.
A te — Non trovi nulla che t'ingombri la via?
Oh la sventata! Vedi che ho messo il piede in fallo.
Ti dò scacco all'Alfiere e disarmo il Cavallo.
FERNANDO (_prende il cavallo_).
Non ardirei di prenderlo: l'accetto come un dono.
IOLANDA.
Vedi l'avventurata giuocatrice ch'io sono!
Neppur credi all'errore.
RENATO (_avvicinandosi_).
Come sta la partita?
FERNANDO.
Io perdo.
RENATO (_contento_).
Sì? Fanciullo, facciamola finita.
Smetti il giuoco, fu scherzo la scommessa.
FERNANDO.
Vi pare?
Con voi, nobil signore, non ardirei scherzare.
Nè con veruno al mondo, intorno a un argomento...
RENATO.
Tu perdi; me l'hai detto tu stesso.
FERNANDO.
E non consento,
Perdente, a grazia alcuna; chè, vincitore, avrei
Altamente vantati tutti i diritti miei.
RENATO.
Bada a tentar la sorte, paggio, bada!
FERNANDO.
La tento
E, data una parola, signor, non mi ripento.
RENATO.
E tal sia.
(_S'allontana e poi ritorna_)
No, sei giovane, fanciullo, e ardimentoso
E d'una tua disgrazia non mi darei riposo.
Smetti quella fierezza, renditi al buon consiglio,
Io te ne prego come si pregherebbe un figlio.
Sei in tempo, ritraggiti; tu sai quanto t'aspetta....
A te, Iolanda, aiutami; digli che mi dia retta.
IOLANDA.
Perchè mi dovrò esporre io pure ad un rifiuto?
Un istante può rendergli il terreno perduto.
RENATO.
La vanità di vincere ti fa di questo avviso.
IOLANDA.
O padre!
RENATO.
Ma tu ignori che, s'ei perde, è deciso....
FERNANDO (_interrompendolo_).
Conte.... fate opra inutile; nessuno mi cancella
Dal cuore una promessa.
RENATO.
Ti lascio alla tua stella.
(_Renato va di nuovo presso Fombrone, con cui conversa
a bassa voce. Iolanda e Fernando giuocano per alcuni
istanti senza far motto_).
IOLANDA.
Che volle dir mio padre con quelle sue parole:
Se egli perde, è deciso?...
FERNANDO.
Nulla, ch'io sappia — fole.
IOLANDA.
Eppure mi pareva che parlasse assennato,
E tu l'interrompesti tutto quanto turbato.
Che perdi tu, se perdi?
FERNANDO.
Nulla che mi stia a cuore.
IOLANDA.
Mio padre più ti teme vinto che vincitore.
Non so perchè, Fernando, son pensosa ed afflitta.
FERNANDO.
Bella Iolanda, allegrati: sarà mia la sconfitta.
IOLANDA.
Oh! perchè con sì tristi presagi ti martelli?
FERNANDO.
Io? Ti guardo negli occhi che sono tanto belli!
IOLANDA.
Sei mesto nel sembiante: perchè? La tua ferita
Ti duole forse?
FERNANDO.
Punto.... Com'è bella la vita!
(_Pausa_).
IOLANDA.
Paggio Fernando, è molto lontano il tuo paese?
FERNANDO.
Io nacqui dove l'aria è tepida e cortese,
Dove la terra è piena di cantici e di fiori,
Dove in grembo alle Muse sorridono gli amori;
Dove nel mar si specchiano i pallidi oliveti,
Dove i colli son ricchi d'aranci e di palmeti,
Dove tutto è profumo, dove tutto è sorriso.
Dove non si vagheggia più bello il Paradiso,
Dove spiran le brezze del sonante Oceàno....
E quel vago paese è lontano, lontano.
IOLANDA.
Le donne vi saranno leggiadre ed amorose.
FERNANDO.
Sì, facili all'amore, ma folli ed obliose;
Sì, il mio sole di fuoco nutre beltà procaci,
Sì, quelle labbra ardenti sono fatte pei baci.
Ma noi, cresciuti ai torridi meriggi e in mezzo ai fiori
Inebrianti e pinti dei più vivi colori,
Amiamo i molli petali, flessuosi e pallenti,
Amiamo le corolle bianche dei cieli algenti;
Ed una treccia bionda, e un occhio azzurro, e un bianco
Viso, ed un abbandono soavemente stanco,
Ci suscitan le accese fantasie del pensiero
Più che una chioma bruna e più che un occhio nero.
Il mio mare lontano è azzurro, azzurri i monti
Che si veggon da lungi, e son d'oro i tramonti.
(_Pausa_).
Tu sei bella, Iolanda.
IOLANDA.
Com'è dolce il tuo dire!
FERNANDO.
Senti — Hai tu mai pensato che si possa morire
Prima d'aver provato che cosa sia l'amore?
Prima che un sol fiorisca dei germogli del cuore?
Prima di bisbigliarsi le più ardenti parole?
Prima d'aver goduta la tua parte di sole?
IOLANDA.
Oh no!
FERNANDO.
No, non è vero? Se non fosse che un'ora,
Un'ora dell'ebbrezza che ogni ebbrezza scolora;
Le mie pupille un'ora fissate nelle tue,
E poi venga il destino.
IOLANDA.
Si morirebbe in due.
FERNANDO.
Che morbidi capelli!
IOLANDA.
Perchè parli di morte,
Quasi che ti volessi doler della tua sorte?
FERNANDO.
Come hai dolce il sorriso!
IOLANDA.
Perchè, paggio Fernando,
Mi guardi così mesto?
FERNANDO (_ricomponendosi_).
Nulla — Andavo pensando
A speranze impossibili, a confusi desiri —
Giuochiamo; ho fatto un sogno d'oro....
IOLANDA.
Perchè sospiri?
FERNANDO.
Sospiro la mia pace, le mie terre lontane.
IOLANDA.
E gli sguardi ottenuti di belle castellane.
FERNANDO.
Bada, or sei tu che perdi.
(_Indicandole il giuoco_).
IOLANDA.
Me ne dài con premura
L'avviso; la vittoria par ti metta paura.
FERNANDO.
Oh! ma non sai, Iolanda, che ho giocata la vita?
Non lo sai che, se perdo, questa volta è finita?
Non lo sai che sei bella come nessuna al mondo;
Che amo il tuo fronte bianco ed il tuo crine biondo;
Che di mio non ho nulla che il sangue nelle vene;
Che sono solo al mondo se tu non mi vuoi bene?
IOLANDA.
E tu, cieco, non vedi che m'affanno da un'ora
Per goder quest'ebbrezza che ogni ebbrezza scolora?
OLIVIERO (_a Renato_).
Guarda com'è pensoso, là, colla testa china....
RENATO.
Come va la partita?
FERNANDO (_sorridendo_).
Do scacco alla Regina.
IOLANDA.
Ascoltami, Fernando. Questa è la prima volta
Che mi giunge una voce d'amore a me rivolta.
Se tu sapessi come li ho sognati soventi,
La tua maschia sembianza, i tuoi nobili accenti!
Quante volte, seduta sul verone, la sera,
Invece del monotono ritmo della preghiera,
Mormoravo parole febbrili ed interrotte,
Chiedendo al ciel benigno un raggio alla mia notte!
Se tu sapessi come dietro le vetrïate
Passavan lunghe e fredde le vedove giornate!
Se vedevo una donna con in braccio un bambino,
Se mi giungean le note di un nuzïal festino,
Guardavo alle mie vesti, ai monili, alle anella,
E mi sentivo povera, più che un'umile ancella.
Sentivo qui nel core uno sgomento arcano,
E nel paterno affetto mi rifugiavo invano.
Venner marchesi e conti a cercarmi in isposa,
Ma tutti li respinsi per ripugnanza ascosa.
Tu giungesti, Fernando, tu che sei forte e bello,
E una voce nell'anima mi gridò tosto: è quello.
FERNANDO.
La tua mano, Iolanda. Mano bianca e sottile,
Non avrai tu la sorte di un umil paggio a vile?
IOLANDA.
È il destin che ci unisce nella sapienza sua;
Guarda, due mosse ancora, e la vittoria è tua.
RENATO (_avvicinandosi_).
A che ne siamo?
IOLANDA (_sorridendo_).
Padre, la vostra figlia invitta
Medita il disonore di una prima sconfitta.
RENATO.
Perdesti?
IOLANDA.
Non ancora.... ma perderò.
RENATO.
Fernando,
Ascoltami, sospendi; io vaneggiava quando
T'offersi quella sfida. Scegli fra i miei castelli
Il più forte, il più ricco; è tuo, ma si cancelli
Questo patto impossibile; rendimi la mia fede:
Ti farò ricco e nobile.... è un padre che tel chiede.
FERNANDO.
Signore, a tanta offerta una risposta sola:
Amo la figlia vostra — Conte, ho la tua parola.
RENATO.
La terrò, se lo imponi; ma se onor ti consiglia,
Se in cuore un po' d'affetto tu nutri per mia figlia,
Pensa, e s'io ti rammento tristi cose, perdona,
Pensa che già respinse una ducal corona;
Ch'essa è quanto rimane di un antico lignaggio;
Pensa che più d'un principe invidia il suo retaggio.
(_Fernando esita; Iolanda se n'avvede e lo spinge
con gesti a giuocare_).
IOLANDA (_a bassa voce_).
Giuoca, Fernando.
RENATO.
Un giorno, paggio, tu pure, è vero,
Sarai forse possente e ricco cavaliero;
Ma finor....
IOLANDA (_a bassa voce_).
Giuoca, giuoca, un passo sol....
RENATO.
Finora
Di tua vita, Fernando, tu non sei che all'aurora;
Iolanda è bella, è ricca, e.... suo padre tel dice,
A lungo non potrebbe esser con te felice.
(_Mentre Fernando esita, Iolanda di soppiatto lo piglia
dolcemente per la mano, e fa lei una mossa per lui_).
IOLANDA.
Padre, è tardo il consiglio: quello che è fatto è fatto.
L'onor vostro è impegnato.
RENATO.
Che dici?
IOLANDA (_alzandosi, e con lei tutti_).
Scacco matto.
OLIVIERO.
Fernando ebbe il demonio o l'amor dalle sue.
IOLANDA (_a Renato_).
M'offrivate uno sposo e lo scegliemmo in due.
RENATO (_rabbonendosi_).
E così mi ti mostri vergognosa ed afflitta?
IOLANDA (_abbracciando suo padre e porgendo una mano a
Fernando_).
Chi vince è di famiglia, quindi non c'è sconfitta.
RENATO (_a Fernando_).
Dacchè il fasto di un nome non ti concesse Iddio,
Ti sembra a sufficienza degno ed illustre il mio?
FERNANDO.
Signor....
RENATO.
Sei prode all'opera e assennato al consiglio
Ed io ringrazio il cielo che m'ha donato un figlio.
FERNANDO (_dopo di essersi inginocchiato ai piedi di Renato il
quale gli impose le mani sul capo, s'alza e si volge a Iolanda
senza dire parola_).
IOLANDA.
E ancor, paggio Fernando, mi affissi e non favelli?
FERNANDO.
Io ti guardo negli occhi, che sono tanto belli.
(_Cala la tela_)
Torino, 1871.
_NOTA_
ALLA PARTITA A SCACCHI
Chi volesse conoscere l'originale della leggenda da cui fu tolto
il soggetto della _Partita a Scacchi_, eccolo quale si trova nel
_Dictionnaire raisonné du Mobilier Français de l'Époque carlovingienne
à la Renaissance_, par VIOLLET-LE-DUC. Paris, 1871. Tome deuxième,
pages 464-466.
Huon de Bordeaux se déguise en valet de ménestrel pour s'introduire
dans le château de l'amiral Yvarins. Celui-ci, voyant un si beau page
au service d'un coureur de châteaux, se doute de quelque tour: “—
Eh!„, lui dit-il en l'examinant. “c'est grand “dommage que tu serves
un ménestrel, il te con viendrait mieux, ce me semble, de garder un
château: tu as quelque projet caché! D'où viens-tu, et quel métier
sais-tu faire? — Sire, répond Huon, je sais beaucoup de métiers, et je
vous les dirai s'il vous plaît. — Soit, répond l'amiral, je suis prêt
à t'écouter; mais garde-toi de te vanter de choses que tu ne saurais
faire, car je te mettrai à l'épreuve. — Sire, je sais muer un épervier;
je sais chasser le cerf ou le sanglier; quand je l'ai pris, je sais
corner la prise; et mettre les chiens sur la voie. Je sais servir à
table; je sais jouer aux tables et aux échecs de façon à battre qui que
ce soit. — Bon, réplique l'amiral, là je t'arrête, et au jeu d'échecs
je vais t'éprouver. — Laissez-moi achever, sire, puis vous me mettrez
à l'épreuve sur tel point qui vous conviendra. — Continue donc, tu
parles bien. — Sire, je sais encore endosser un haubert, porter l'écu
au cou et la lance, diriger un cheval, et vaincre à la joute qui voudra
se présenter. Je sais encore entrer dans les chambres des dames et
m'en faire aimer. — Voilà bien des métiers; je m'en tiens aux échecs.
J'ai une fille, la plus belle qu'on puisse voir, et qui sait fort bien
jouer aux échecs, car je n'ai jamais vu un gentilhomme la mater. A toi
revient, par Mahomet, de jouer avec elle; si elle te fait mat, tu auras
le cou coupé. Mais, écoute:
“_Que se tu pues me fille au ju mater_
“_Dedens ma cambre ferai .i. lit parer_
“_Aveuc ma fille tote nuit vous girés,_
“_De li ferés toutes vos volentés,_
“_Et le matin, quant il ert ajornés,_
“_De mon avoir .c. libres averés,_
“_Dont porés faire totes vos volentés_„.
“— Il en sera, répond Huon, comme vous voudrez„.
L'amiral s'en va raconter cela à sa fille.
“— Mon père est fol, assurément, se dit la damoiselle; par le respect
que je lui dois, plutôt que de voir périr un si beau garçon, par lui je
me laisserai mater„.
On apporte un riche tapis au milieu de la salle. “— Vous m'avez bien
compris? dit l'amiral. Il convient che vous jouiiez avec ce varlet: si
vous le battez au jeu, il aura la tête tranchée aussitôt; si c'est vous
qui êtes matée,
“_De vous doit faire tote sa volenté_„.
“— Puisque vous le voulez ainsi, réplique la damoiselle, je le dois
vouloir, que cela me convienne ou non„.
“_Puis dist en bas, coiement, à celé:_
“— _Par Mahommet, il le fait boin amer_
“_Por son gent cors et sa grande beauté;_
“_Vauroie ja ke li gus fust finé._
“ . . . . . . . . . . . . .
L'amiral recommande à tous ses barons de ne souffler mot.
“— _Li jus est grans, nus ne s'en doit meller._
“ . . . . . . . . . . . . .
“_Adont ont fait l'eskerier aporter,_
“_Qui estoit d'or et d'argent painturé:_
“_Li esckiec furent de fin or esmeré._
“— _Dame, dist Huez, quel ju volés juer?_
“_Volés as trais, u vous volés as dés?_
“— _Or soit as trais, dist la dame al vis cler_„.
La partie s'engage, et le bachelier est bien près de la perdre, car il
regarde plus souvent la damoiselle que l'échiquier, et celle-ci s'en
aperçoit:
“— _Vasal, dist ele, dites, à coi pensés?_
“_Près ne s'en faut que vous n'estes matés._
“_Ja maintenant arés le cief coé!_„.
— “Attendez un peu, dit Huon, le jeu n'est pas fini. Ne sera-ce-pas
“.... _grans hontes et moult très grans vieutés_
“_quant en mes bras toute nue gerrés,_
“_Qui sui sergans du povre menestrel._„
Las barons de rire, et la damoiselle à son tour de regarder Huon et de
ne plus faire attention à son jeu; si bien
“_Qu'ele perdi son ju à mesgarder_„.
“— Maintenant, dit Huon à l'amiral, vous voyez si je sais jouer; encore
un peu, et votre fille est sûrement matée. — Maudite soit l'heure où
je vous ai engendrée, ma fille! dit le père furieux. Vous avez battu à
ce jeu tant de hauts barons, et vous vous laissez mater par ce garçon!
— Calmez-vous, répond Huon, les choses pourront en rester là, et votre
fille se retirer en sa chambre; pour moi, j'irai servir mon ménestrel.
— Si vous agissez ainsi, je vous donnerai cent marcs d'argent. —
Soit!„, répond le bachelier. Mais la damoiselle s'en retourne le coeur
plein de dépit: “— Si jeusse su cela, se dit-elle, je t'aurais bien
maté„.
Le conte est un peu leste; mais il s'agit de paiens, et l'on voit que
Huon se comporte en gentilhomme. Tout est bien qui finit bien„[1].
IL TRIONFO D'AMORE.
LEGGENDA DRAMMATICA IN DUE ATTI IN VERSI.
_Rappresentata per la prima volta in Torino al Teatro Gerbino dalla
drammatica Compagnia BELLOTTI-BON N. 2 la sera del 30 Aprile 1875._
A MIO FRATELLO PIERO.
INTERLOCUTORI.
DIANA D'ALTENO
UGO DI MONSOPRANO
GERBERTO, vecchio scudiero di Diana
VISCARDO, scudiero di Diana
GASTONE, paggio
MARTINO, soldato
GOTTIFREDO, scudiero d'Ugo
Dame, paggi, segniferi, uomini d'arme.
_La scena succede in un castello degli Alteno in valle d'Aosta, (Epoca:
Secolo XIV)._
ATTO PRIMO.
_Sala baronale. Alla Sinistra dello spettatore, una porta
coll'usciale a bussola: alla diritta, una finestra binata con vetri
connessi a piombo filato. Le pareti, per due terzi, cominciando
dall'alto, sono coperte di arazzi. La parte inferiore è rivestita
di panche corali in legno scolpito, in modo che ne derivino
altrettante spalliere, come per sedie distinte. In cima agli
arazzi corre una fascia dipinta a grotteschi, sulla quale posa
il massiccio soffitto a palco, scompartito in rilievo ed in cavo.
Nei cavi è il leone d'oro in campo rosso; nei rilievi, un fiorame
sporgente e dorato. Nella parete in fondo, nel mezzo, sta la gran
sedia signorile, la cui spalliera in alto si ricurva a baldacchino.
Dappertutto, in giro, sui mobili, scolpito, intagliato, dipinto,
lo stemma di casa Alteno, che dame, scudieri, paggi, valletti,
soldati, recano in petto, in modo che vi campeggi._
SCENA PRIMA.
DIANA, GERBERTO e GASTONE.
DIANA (_a Gastone_).
Date largo ristoro al cavalier; gli sia
Prodigo il mio castello di aiuti e cortesia,
E riposi, ove il brami, le stanche membra.
(_a Gerberto_)
Io voglio
Domar di quell'audace l'irriverente orgoglio,
Non la spossata lena.
(_a Gastone_)
E se istanza ne muova,
Consento a che protratta gli sia l'ultima prova
Fino a domani.
(_Gastone s'inchina ed esce_).
GERBERTO.
È mite il tuo consiglio; eppure
Potrebbe esser più mite.
DIANA.
Come?
GERBERTO.
Le sue venture,
li suo nome, la balda sicurezza, l'amore
Che per gli occhi trapela, testimonio del cuore.
Le prove superate, assai lo fanno degno
Che il rigore tu allenti per lui del tuo disegno.
La fortuna sorrise al suo valore, e invano
Speri che lo abbandoni.
DIANA.
Che mi chiedi?
GERBERTO.
La mano
Che gli darai costretta, se vince, a lui pietosa
Porgi, non vinta, e fatti, te volente, sua sposa.
DIANA.
Mai.
GERBERTO.
Giovinetta! È bello l'amor, la vita è bella:
Non uccider la vita.
DIANA.
Bertrada, mia sorella,
Amò quanto a cortese anima si concede;
E n'ebbe, immeritata e terribil mercede,
L'abbandono, — Io, vegliando al suo letto daccanto,
Ne ascoltavo i lamenti, ne raccoglievo il pianto,
Ne confortavo i giorni estremi. Era la mia
Sola e buona compagna, e con lenta agonia,
Giovin tanto, l'uccise l'amorosa ferita.
O vecchio, ad essa pure era bella la vita.
GERBERTO.
Fu sventura.
DIANA.
Quel giorno che sorressi la stanca
Testa l'ultima volta; che la vidi più bianca
Della neve del monte; che l'ultimo sommesso
Lamento ne raccolsi ed il supremo amplesso;
Quel giorno a me promisi per le mie vesti brune
Che, per vario mutare di tempi e di fortune,
Non avrei schiuso l'animo, in suo rigor sereno,
Ai vani allettamenti di un amore terreno.
GERBERTO.
Oh! la dura promessa!
DIANA.
Da quel giorno, Gerberto,
Salda nel mio proposto, io respiro più aperto
Il vigor della vita. Il mio voler m'incuora,
E, donna, mi son fatta di me stessa signora.
Chiusa nel mio corruccio e nell'orgoglio mio,
O fidato compagno, amo te solo.... e Dio.
GERBERTO.
Breve tratto vecchiezza e gioventù divide,
E triste è quella casa dove l'amor non ride.
DIANA.
Vengano gli anni. Sola nel mio vecchio maniero
Io li aspetto e non temo. Mi sdegna il lusinghiero
Linguaggio delle Corti d'amore; in me si muove
Un'anima selvaggia, ed anelo alle prove
Che la fiacca natura femminile mi vieta.
Talor sogno e vagheggio, con voluttà secreta,
I larghi cieli e l'armi degne ed i campi aperti,
Le fatiche, le imprese gloriose, ed i serti
Della vittoria.... e quando l'occhio stanco si posa
Sui segni d'una vita imbelle e ingenerosa,
Arrosso di vergogna. De'miei padri l'impresa
Reca un mare in tempesta, e sulla fascia accesa
Il motto dice: Torbido mi sublimo. Io son figlia
Di una schiatta montana e so di mia famiglia.
GERBERTO.
E vuoi che in te si estingua così la lunga schiera
Dei forti, onde sei nata?
DIANA.
Sorda alla tua preghiera
Non fui, Gerberto; invise mi son le nozze: ebbene
Le accetto; ma se è legge legarmi alle catene
Di un tiranno, mi vinca e mi avrà.
GERBERTO.
Non fu degno
Di corona il valore del conte Ugo?
DIANA.
L'ingegno
Mostri pari alla forza.
GERBERTO.
Tre volte io l'ho veduto
Bello in volto e in arnese, inchinarti il saluto
Dell'armi, e nello sguardo in te fiso era tanto
Desiderio d'amore che ne sciolsero in pianto
Le tue donzelle. Vinse tre volte; il primo immane
Cimento ha superato.
DIANA.
Ma il secondo rimane
Di men facil vittoria. Mi affido alla tenzone
Degli enigmi.
GERBERTO.
E se perde?
DIANA.
Chiaro è il bando: prigione;
Mio prigione, e nessuna via di salvezza. Ah! sete
Di mia gemma vi prende? Eccola. A voi. Vincete.
Non più.
(_Gastone entra e s'inchina_).
DIANA (_a Gastone_).
Che cerchi?
GASTONE.
Implora il cavalier la vista
Della mia graziosa signora.
DIANA.
Entri.
(_Gastone s'inchina ed esce_).
DIANA (_a Gerberto_).
Ti attrista
La mia fermezza? Ho in odio i superbi, e mi sfida
Colui.
GERBERTO.
T'ama.
DIANA.
Io non l'amo. Il suo saper decida
Di entrambi.
SCENA II.
GASTONE, UGO _e detti_.
GASTONE _solleva la tenda inchinandosi ad_ UGO, _e rimane
sull'uscio in attesa di comandi._
DIANA (_ad Ugo_).
Il mio messaggio ti giunse?
UGO.
E te ne reco
Le mie grazie.
DIANA.
La legge che ogni colloquio meco
Ti contende, conosci?
UGO.
La conosco, ma tale
Cortesia mi tributa la tua casa ospitale
Che l'animo commosso ne trabocca.
DIANA.
Il maniero
È cortese al mendico non men che al cavaliero,
Per legge di famiglia.
UGO.
Il tuo messo mi diede
Di protrarre la prova degli enigmi.
DIANA.
E la fede
Te ne confermo.
UGO.
È tuo desiderio che sia
Rimessa ad altro giorno?
DIANA.
No, perchè?
UGO.
Della mia
Stanchezza tanta cura ti prese! Il premio è tanto
Che il mettere la vita per ottenerlo è un vanto.
Ogni indugio mi pesa più assai della fatica.
DIANA.
Ricusi?
UGO.
Non ricuso. Prego.
DIANA.
E tal sia.
(_a Gastone_)
S'indica
La tenzone e si aduni la mia Corte.
(_Gastone s'inchina ed esce_).
DIANA (_fra sè, guardando Ugo_).
Il superbo!
(_a Gerberto_)
E tu aspettami.
(_esce_).
SCENA III.
UGO _e_ GERBERTO.
UGO.
Vecchio, per vincer quell'acerbo
Animo, per piegarlo all'amore, io darei
Il mio nome, le mie balde speranze, i miei
Venti anni, i miei castelli dalle torri merlate,
I miei speroni d'oro e le armi immacolate,
Il mio ricco forziere, le mie caccie, i miei balli,
Le mie brune foreste, i miei cento vassalli,
Il mio pennacchio azzurro più mobil di un paleo,
Il dorato orifiamma che va primo al torneo;
Darei per un suo sguardo la salvezza infinita,
E per un suo sorriso, vecchio, darei la vita.
GERBERTO.
Tanto l'amate?
UGO.
Erravo in lontani paesi,
In traccia di venture e d'amor, quando intesi,
La prima volta, grido di una bella sdegnosa
Che a quegli solo avrebbe data la man di sposa
Il qual, contesa in armi la palma del valore
E fatto vittorioso tre volte il suo colore,
Tre enigmi da lei posti scioglierebbe. La nuova
Proposta mi sorrise, e a tentarne la prova
Cercai la tua signora. La fama la dicea
Più nobile di un principe, più bella di una Dea.
Ma nè del gentil sangue nè dell'alta bellezza
Ebbi pensiero alcuno; sol mi prese vaghezza
Di rintuzzar l'orgoglio della superba e farmi
Chiaro nelle tenzoni dell'ingegno e dell'armi.
Qui venni e nel cospetto di lei fui tratto. Oh quanto
La veritiera immagine era maggior del vanto!
Avevo corsa Europa; al suon del mio liuto
Sovente era mercede di una bella il saluto;
Mi eran noti i sorrisi della vecchia Castiglia
E le beltà procaci di Granata e Siviglia;
Le pallide fanciulle del Reno hanno tesoro
Di grandi occhi celesti e di capelli d'oro;
Nella terra di Francia pronto, ardente è il desire;
Son languide le molli figlie del Devonsire:
Ma più bella, più casta, più soave, più vera,
Più celeste mi apparve questa bellezza altera.
GERBERTO.
Altera troppo e d'ogni freno umano sdegnosa,
Con me, coi suoi famigli, con tutti, essa è pietosa
E buona: al mendicante larga di ospizio, e mite
Ai falli di chi in basso vive: ma che le ardite
Speranze in lei raccolga un cavalier, sia pure
Figlio di re, che amore le chiegga: e per oscure
Tempeste il solitario cor si solleva. A voi,
Signor, posso rivolgere un consiglio?
UGO.
Lo puoi,
E te ne prego.
GERBERTO.