Quell'anno, dopo la morte della madre, realizzata la piccola rendita di

un censo dotale, unica cosa sfuggita, non si sapeva come, al gran

disastro della famiglia, egli si era proposto di non disperdere, in

fuggevoli saggi, la matura attività della sua immaginazione. Da qualche

tempo in qua mulinava un lavoro serio, elevato, al quale avrebbe

desiderato di consacrare tutta la sua forza creativa. Non avrebbe

voluto, però, distrazioni di sorta alcuna; e, fino allora, dalle urgenze

della vita, poche, sì, ma imperiose, non gli era stato consentito

neppure qualche settimana d'isolamento.

Aveva bisogno di vivere interiormente, immerso nella più riposta

intimità del suo spirito, quella creazione che doveva poi prendere

l'alata forma del verso, non libero, come altri l'intendevano, ma

liberato da ogni impaccio di pedantesca tradizione. Ne aveva una

intuizione poco chiara, non dubitava, però, che nel punto

dell'attuazione non avrebbe incontrato gravi difficoltà, e che

certamente le avrebbe, senza molto stento, superate.

Un poema lirico? Una serie connessa di liriche? Non avrebbe saputo

spiegarlo neppur lui. Tutto quel che aveva tentato finora e che aveva

avuto l'orgoglio di lasciare inedito perchè non sodisfaceva pienamente

la sua coscienza di artista, doveva fondersi, sparire, divenire il germe

del definitivo lavoro; assumere una caratteristica personale e nello

stesso tempo essere una rivelazione così intimamente umana da trovar

un'eco in tutti i cuori, da sodisfare la gran sete d'ideale che

affaticava la maggioranza degli spiriti viventi del suo tempo.

Egli soleva dire: -- Vi sono spiriti dormenti, quasi morti, che niente

riesce a scuotere, e che passano senza accorgersene da quella morte

apparente alla morte definitiva; spiriti così immersi nella materia che

sono peggiori dei dormenti, e non sapranno mai uscire dalla sfera

animale; e spiriti viventi pei quali la realtà è semplicemente

un'occasione, un pretesto ad elaborare l'ideale, cioè la realtà vera, in

continuo movimento di creazione.

Quando egli, nell'intimità di una conversazione, manifestava queste sue

idee, i pochi giovani amici che discutevano d'arte con lui gli

rispondevano che con tali fantasticaggini non si rinnova la società.

-- Il mondo -- gli diceva Rubini -- non sarà mai interamente popolato da

quelli che tu chiami spiriti viventi. Di essi ce n'è appena uno tra

dieci milioni di spiriti ordinari, e mi paiono anche troppi. E tu

vorresti ficcare l'Ideale fin nell'Architettura!

-- Da per tutto. L'Umanità deve arrivare a questo: di non vedere quel che

è, e di vedere unicamente quel che apparentemente non è, cioè la sua

creazione, il suo Ideale!

-- Belle frasi, che si possono barattare, a quattr'occhi, tra amici

intimi, i quali sanno qual valore attribuire ad esse e riderne anche,

senza nessuna malignità. Ma parlarne seriamente....

-- Io ne parlo seriamente.

Capiva di esagerare un po', ma era convinto che soltanto esagerando si

poteva arrivare ad ottenere di raggiungere qualcosa.

Capiva per ciò che quella sua segregazione, quel gran bisogno di

silenzio erano un po' eccessivi per intraprendere e compire il lavoro

divenuto, specialmente da due anni, la sua Chimera. Come c'erano stati

però grandi poeti che avevano chiesto al vino, all'alcool, all'oppio,

alla morfina, l'eccitamento per l'ispirazione, lui, più modesto, meno

esigente, aveva bisogno dell'isolamento completo e del gran silenzio per

interrogare la sua immaginazione e il suo cuore, per ricercare e

ritrovare, come si esprimeva, se stesso.

*

* *

E si maravigliava che nei primi giorni, nelle prime sere, nelle prime

notti, invece di provare quella specie di ebbrezza, di esaltazione

venuta a cercare su la collina a lui cara sin dall'infanzia, si sentiva

invadere da un senso di sgomento, quasi di smarrimento, e nessuna voce

gli saliva dall'anima, per avvertirlo almeno che il gran fenomeno

dell'ispirazione era vicino ad avverarsi.

Pensava:

-- La Natura s'impone a noi violentemente. Ci si rivela di minuto in

minuto sempre più varia, sempre più nuova; di giorno con lo sfolgorio

della luce e dei colori, poi con la calma penombra della sera; poi con

la grandiosa oscurità notturna vegliata da milioni di stelle; e noi

dobbiamo fare uno sforzo per non lasciarci sopraffare, per opporre alle

sensazioni le virtù della nostra intelligenza.

Infatti, quel lavoro che avrebbe dovuto venir fuori come un limpido

zampillo, gli si agitava nella mente confuso, indistinto, e non riusciva

a prender forma chiara, precisa neppure nelle sue linee principali.

-- Ah! -- esclamava. -- C'è ancora troppo rumore dentro di me, troppo

miserabile rumore della mia agitata esistenza di questi ultimi anni!

Bisogna attendere; bisogna che il mio sangue, i miei nervi esauriscano

quel che è stato trasfuso in essi da tante circostanze quasi brutali,

delle quali, forse, non so rendermi piena ragione..... Bisogna

attendere!

Aveva incaricato il suo amico Rubini di affacciarsi alla posta per lui.

-- Non ho segreti da nascondere. Riceverò poche lettere; àprile, e se ce

n'è qualcuna importante, urgente, fammi il piacere di mandarmela a

questo indirizzo.

Il meno però che si attendeva era una lettera urgente. Non aveva

lasciato un'amante, nè strozzini creditori. Ai pochi amici si era

raccomandato: «Dispensatevi, vi prego, di scrivermi. Non voglio farmi

vivo con nessuno finchè starò lassù».

-- Ti annoierai, presto. Che vai a fare in quella specie di deserto?

-- Voglio diventare.... un vegetale.

-- Un vegetariano, vuoi dire.

-- No, un vegetale; è qualcosa di meglio.

Ed era stata l'ultima parola di scherzo che gli era uscita di bocca.

Bisogna attendere! E aveva atteso, con fede, per parecchie settimane.

L'unico suo svago era d'intrattenersi qualche ora della sera col vecchio

fittaiolo e col suo nipotino, seduto davanti a la porta insieme con

essi, mentre arrivavano lassù gli ultimi suoni, gli ultimi rumori delle

cose e degli esseri, uomini e animali, che si preparavano al riposo.

Una sera il vecchio gli disse:

-- Sa, signorino? Il ragazzo mi ha domandato se lei ha, per caso, qualche

bella fiaba da raccontargli.

-- Certamente -- rispose Renzo.

Quasi avesse ricevuto un colpo di sprone!

In quel momento però non ne ricordava nessuna di quelle udite e lette.

Ma sentì venirsi su la punta della lingua il sacramentale «C'era una

volta» ed ebbe un brivido udendolo pronunziare dalla sua voce come se

venisse da un altro.

-- C'era una volta.....

Già c'era un Re, c'era una Reginetta cieca e muta.....

Chi gliela narrava dentro, senza ch'egli facesse nessuno sforzo, quella

strana avventura, che per poco non sembrava maravigliosa realtà anche a

lui stesso? Provava di mano in mano un'eccitazione, un entusiasmo nel

vagare per quel mondo fantastico, dove le leggi della vita ordinaria

erano abolite o invertite; dove si amava, si godeva, si soffriva con

rigida fatalità, e dove gli sembrava che tutto si andasse formando e

acquistasse vigore, consistenza nello stesso momento in cui gli fluiva

dalle labbra, con sgorgo soavissimo, e che il vecchio beveva, a bocca

aperta, sorridente, forse perchè si sentiva ridiventato fanciullo. Ma il

ragazzo e il vecchio non compresero perchè Renzo, all'ultimo, terminata

la fiaba, si era rizzato da sedere, pronunziando vivamente:

-- Grazie! Grazie!

Oh! Quasi avesse ricevuto un colpo di sprone.

Quella notte non andò a letto. L'alba lo trovò che ancora scriveva

scriveva. Era stupito che il verso investisse il sentimento lirico e lo

rivelasse, ora con alata forza, ora con armoniosa semplicità, ora con

tale onda di originale dolcezza, quale egli non aveva mai sospettato si

potesse raggiungere coi ritmi usuali.

Così per parecchi giorni, ristorandosi un po' dopo un frugalissimo

pasto, nelle ore pomeridiane, con breve sonno; felice di non aver

dubitato di sè, orgoglioso che la sua Chimera finalmente si fosse

lasciata raggiungere e si concedesse come un'amante, che volesse

compensare con la pienezza del passionale abbandono il troppo crudele

capriccio del ritardo.

Lavorava febbrilmente da dieci giorni, senza rileggere nessuno dei

lunghi fogli coperti della grossa scrittura, che pareva un po' deformata

dal frettoloso movimento della mano, quando una mattina, mentre fumava

seduto su un masso proprio in cima alla collina, vide montare per la

viottola serpeggiante sui fianchi di essa, una persona a cavallo a un

mulo, dietro cui camminava un contadino, che lo stimolava con una verga

nella ripida salita.

-- Rubini! -- egli esclamò, riconoscendolo.

-- Che mai è accaduto?

E gli mosse incontro.

-- Ah, caro mio! -- disse Rubini, saltando giù da cavallo -- certe notizie

non si affidano alla glaciale indifferenza di un foglietto da lettera.

Bisogna saper comunicarle con riguardose cautele; la gioia uccide più

facilmente del dolore.

Renzo lo guardava, incerto se Rubini scherzasse o parlasse seriamente.

-- Qui è delizioso! -- riprese Rubini. E son contento di poter annunziarti

davanti a tanta magnificenza di luce e di colori, davanti a

quest'immenso spettacolo di campi, di monti e un po' anche di mare; me

ne accorgo in questo punto.....

-- Senti -- lo interruppe Cellini; -- se tu credi di eccitare così la mia

curiosità, t'inganni!

-- Come sono ingrati gli uomini! -- fece Rubini. -- Ebbene; allora ti dirò

a bruciapelo: sei diventato ricco, ricco di quasi mezzo milione! Ecco

qui....

E gli porse una lettera, tirandola fuori dalla busta aperta.

Rubini era andato via maravigliato della fredda accoglienza del suo

amico a quella inattesa notizia. Se non fosse stato convinto della

sincerità di Renzo, avrebbe immaginato un gesto di posa per darsi l'aria

di uomo superiore alle circostanze della fortuna.

Non poteva affatto supporre l'incredibile turbamento da cui Renzo

Cellini si era sentito sconvolgere all'idea di poter essere costretto ad

interrompere quel lavoro che gli vibrava dentro, ed era quasi il ritmo

di una nuova sua giovinezza.

E per due giorni parve di scordare il profondo cambiamento che apportava

nella sua vita quell'eredità di quasi mezzo milione lasciatagli da un

ignorato parente materno, ch'egli non conosceva, vissuto sempre in un

paesetto dell'Abruzzo, sperduto tra i monti e tra i boschi.

Aveva ripreso sùbito a lavorare, con nuova lena, con ansia, continuando

a riempire fogli dietro fogli, senza mai rileggere, dopo

un'interruzione, quel che aveva scritto; perchè anche durante il breve

sonno e i brevissimi riposi, non cessava nel suo cervello il fecondo

lavorio dell'immaginazione, con un lieve stato di quasi

inconsapevolezza, che era, invece, latente operosità, la quale poi si

trasformava in una specie di improvvisazione.

Dopo due giorni però.... come se qualcuno, di tratto in tratto gli

arrestasse la mano; come se la Chimera, che prima gli volitava attorno,

si dileguasse improvvisamente, inaridì quella ricchezza di sentimento,

quegli splendori di immaginazione che formavano, da settimane, la

intensa gioia di lui!

*

* *

L'eredità! L'eredità!

Non avrebbe voluto occuparsene prima che non avesse scritto l'ultimo

verso, l'ultima parola di quel poema lirico appena arrivato a metà; ed

ecco che il pensiero di essa veniva a distrarlo, a insinuargli

preoccupazioni delle quali non si era mai creduto capace.

La lettera del notaio non specificava niente. Si trattava di contante,

di rendita dello Stato, di crediti, di terreni? Faceva male a non

informarsene. Forse era necessario, era urgente andare a sbrigar tutto

di persona in pochi giorni, e tornarsene poi tranquillamente lassù a

rivivere con la sua bella Chimera.

E, non sentendosi disposto a continuare, prese in mano le ultime

cartelle e lesse, dapprima scorrendole con gli occhi, poi pronunziando

sottovoce, poi declamando a voce spiegata. Gli parve che qualche maligno

genio gliene alterasse la forma, il significato; e riprese a rileggere

quello che era il decimo canto, la decima lirica, dove il concetto del

lavoro cominciava a spiegarsi, ad elevarsi, ad assumere un'intonazione

profetica.... Non ne fu pienamente sodisfatto.

Lavorò, a sbalzi, un'altra nottata perchè il silenzio di quelle ore gli

sembrava più propizio all'ispirazione; ma quando l'aurora inondò lo

studio con la sua rosea luce, lo trovò occupato a raccogliere, a

sistemare le molte pagine ammucchiate su una seggiola e sul tavolino, a

piegarle e ad avvolgerle accuratamente con l'evidente intenzione di non

dover riprenderle presto.

Pure, attese un altro giorno. Forse si era lasciato illudere da una

spiegabilissima stanchezza fisica; forse non aveva ben calcolate le

forze della sua resistenza intellettuale.... No! No!.... Probabilmente

era destino che la sua vita prendesse un nuovo indirizzo, suo malgrado.

Poteva anche darsi ch'egli dovesse attuare l'Ideale, da lui tanto

fantasticato, non nell'Arte, nella Poesia, ma in quella realtà tanto

sdegnata e disprezzata quando egli era quasi povero, e doveva chiedere

al lavoro giornaliero, nei quotidiani e nelle riviste, il meschino

mantenimento per la sua santa Mamma e per sè.

Non sapeva rassegnarsi. E nel prendere commiato dal vecchio fittaiolo,

che aveva le lacrime agli occhi e ripeteva: -- Non lo rivedrò più! Non lo

rivedrò più! -- per rassicurarlo, egli osò di fissare a un mese, a un

mese e mezzo, al più tardi, il suo ritorno colà.

*

* *

Immerso negli affari, costretto a frequenti viaggi, dopo due anni era

ancora ossessionato, quantunque diversamente, dalla sua giovanile

Chimera di sovrapporre l'Ideale alla Realtà; ma non trovava modo di

attuare neppur dalla lontana quel vaporoso sogno che gli sembrava,

forse, eccelsa cosa appunto perchè vaporoso.

Poi finì col cedere, con assaporare i frutti della ricchezza allo stesso

modo di tanti altri, che non avevano mai chimerizzato come lui.

Talvolta, in certi momenti di nauseante sazietà, pensava, quasi come ad

avvenimento fantastico, a quei giorni trascorsi su la collina di

Ripasseti, nella casa terrena del vecchio fittaiolo, e a quel rotolo di

manoscritto che, da allora in poi, non aveva più ripreso in mano e quasi

non gli pareva più cosa sua.

Ma un giorno che aveva dovuto rimanere in casa per una lieve

indisposizione, si ricordò di esso, lo ricercò, lo svolse e cominciò a

leggere.

Gli sembrava di sentire una voce d'oltretomba!

Tutto quell'impeto lirico gli arrivava al cuore come un'amara irrisione.

Ed era stato gran parte dell'Anima sua e del suo Spirito!

Un'idea gli attraversò il cervello. Si fermò a riflettere e si decise.

Gli parve l'ultimo commosso omaggio alla parte più buona di sè stesso.

Chi lo avesse visto, quella notte di aprile, scendere cautamente nel

giardino dietro la sua palazzina, con qualcosa sottobraccio; chi avesse

assistito al suo lavoro di escavazione del terreno, a piè d'un

grand'albero di arancio, non avrebbe mai immaginato che la urnetta di

bronzo, deposta nella piccola fossa profondamente scavata, contenesse il

manoscritto della sua Chimera, come aveva voluto intitolarlo prima di

farvelo saldare dentro col malinconico motto:

Vivit sub pectore vulnus!

IL MISTERO DI DON CICCIO.

XII.

La storia di don Ciccio Curti l'ho sentita raccontare da parecchi e

sempre in un modo diverso dall'altro. Ognuno di essi mi ha detto:

-- Oh, caro don Felice, come posso saperla io!... Quasi dalla stessa

bocca di don Ciccio; si figuri!

Ma, allora, vuol dire che la bocca di lui si divertiva a raccontare oggi

una cosa, domani un'altra. Va' a trovare qual è la verità vera tra

tante! Vi sono dei punti sui quali tutti vanno d'accordo. Questo per

esempio:

-- Don Ciccio Curti era un galantuomo nel vero senso di questa parola.

Benissimo! Ciò però non ha impedito che commettesse una cattiva azione

sposando per forza la bella figliuola dei Mandrà....

Per forza? Il mistero sta appunto qui.

Giusto ieri il dottor Colla, a cui avevo rivolto alcune domande, mi

rispondeva:

-- Che ve ne importa, caro don Felice?

-- E la scienza? E la storia?

-- Parole grosse, caro don Felice!

-- Per chi non capisce -- scusate -- che un caso raro, rarissimo può dar la

soluzione di parecchi problemi psicologici dietro cui gli scienziati si

affaticano invano; per chi non capisce che la storia non è formata

soltanto dai grandi avvenimenti, ma anche da tanti piccoli casi

individuali....

-- Parole grosse! Parole grosse!

Quel dottor Colla sarà -- non ne dubito -- un valentissimo chirurgo; ma

levato dal bisturi, dal forcipe, dai tagli, dalle punture, da tutte

queste utilissime però manualissime cose, è -- sia detto tra noi, -- una

bestia.

E mettiamo che io agisca per pura curiosità! Non voglio calunniare nè

denigrare nessuno, molto meno don Ciccio Curti, buona memoria.

Arrivar ad assodar se ha sposato per forza o no, può riuscire cosa

onorifica per lui o, almeno, una scusa.

Come? Il Cavalier Daeli ignora chi è don Ciccio Curti? È la prima volta

che lo sente nominare? Mi pare incredibile.... Tanto meglio. Voi,

Cavaliere, che non avete preconcetti di sorta alcuna, siete in caso di

giudicare spassionatamente.

Mi credete capace di dire bugie? D'inventare per comodo della mia tesi,

-- sì, tesi giacchè quel che vi dirò vi contraddice, smentisce, annulla

tante sciocche dicerie di certa gente -- d'inventare un fatto di sana

pianta per mio uso e consumo?

A che scopo? domando io, a che scopo?

Con voi, dunque, occorre che mi rifaccia da capo. Accendete il vostro

sigaro, sdraiatevi sulla poltrona, così, comodamente, e abbiate la

pazienza di ascoltarmi.

Io lo riconosco, ho il difetto di parlar molto, senza rifiatare e senza

far rifiatare, me lo hanno rimproverato.... Mah! Non obbligo nessuno a

starmi a sentire. Mi stuzzicano, mi punzecchiano, mi provocano. Voi

ridete, perchè siete una persona educata, non siete cavaliere di nascita

per nulla, vi vedo già disposto a starmi ad ascoltare benevolmente.

Ecco, vengo sùbito a don Ciccio Curti.

Non dico: un bell'uomo, ma quasi. Figlio di contadini che lo avevano

mandato a scuola dal «Domine» Speranza -- allora si diceva così -- avrebbe

potuto prendere una professione; e si era arrestato a mezza via.

Speziale, no! Agrimensore, no! Santo sacerdote servo di Dio, lo avrebbe

voluto sua madre! Lui intanto non aveva fretta; aspettava la

vocazione.... Quella di fannullone l'aveva già, come gli diceva suo

padre. Le lavate però di capo del buon uomo a quel figlio unico non

approdavano a niente. Gli parve, per ciò, di aver toccato il cielo con

un dito quando lo seppe allogato come scritturale presso il Notaio

«Brà-brà», così chiamato perchè aveva il vezzo di fare continuamente

«brà-brà» con le labbra, scrivendo o stando a sentire.

Il padre morì senza accorgersi di una specie di malattia di suo figlio.

Durante la giornata era buono, tranquillo; ma, di mano in mano che

s'inoltrava la sera, il giovane don Ciccio diveniva irrequieto,

smanioso, intrattabile.

-- Che hai?

-- Niente!

-- Va' a fare due passi. Trova qualche amico.

-- Do fastidio, forse?

-- Non posso vederti aggirare per le stanze come una mosca senza capo.

-- Me ne vado a letto; sarà meglio.

E a sua madre che andava a trovarlo in camera e tornava a domandargli

con insistenza se si sentisse male, rispondeva soltanto:

-- Fammi il piacere di chiudere a chiave l'uscio; così dormirò senza

disturbi.

-- Quali disturbi?

-- Non so quel che dico, mezzo stordito dal sonno.... A doppia mandata,

mamma!

La povera donna girava la chiave a doppia mandata nella toppa e spesso

rimaneva a lungo a origliare. Lo sentiva voltarsi e rivoltarsi sul

lettino coi trespoli, sospirare forte e anche borbottare. Fantasticava

che il figlio fosse perseguitato da qualche «Spirdu» maligno e non

volesse dirgliene niente per non metterle paura.

Poi, passata una certa ora, non si sentiva nessun rumore, nessun

sospiro, nessun borbottamento; e la mattina dopo non si vedeva traccia

di sofferenza e d'insonnia nel viso del giovane, che aveva ripreso la

sua tranquillità, il suo umore allegro. A tavola imitava perfettamente

il suo principale nell'atteggiamento indolente, nei brevi gesti, nel

«brà-brà» ripetuto con sempre varie intonazioni. Ma, appena s'inoltrava

la sera, ridiveniva irrequieto, smanioso, intrattabile. Pareva che

soffrisse di non poter fare qualcosa che gli avrebbe dato gran piacere

se gli fosse stato permesso di farla.

Chi glielo impediva?

E ogni sera si ripeteva, quasi parola per parola, lo stesso dialogo....

-- Ma, insomma, che hai?

-- Niente.

-- Ti annoi, lo vedo; va a fare due passi; va a trovare qualche amico.

-- Preferisco di andarmene a letto.

E alla madre, sopraggiunta col pretesto di dargli la buona notte, e che

insisteva: -- Ti senti male? -- ripeteva:

-- Fammi il piacere di chiudere l'uscio a chiave, a doppia mandata.

Tutte queste minuzie, caro cavalier Daeli, posso garantirvele con

giuramento. Paiono sciocchezzole e sono importantissime per la

personalità di don Ciccio Curti. Potrete dirmi: -- Anche il lettino coi

trespoli? -- Sissignore, anche quello, perchè non vi figuriate che la

camera del giovane don Ciccio fosse mobigliata come la vostra di oggi,

nè come la mia; e non vi lasciate ingannare neppure dal «don» troppo

facilmente acquistato. Don Ciccio Curti rimase sempre un contadino....

ripulito. Ripulito esteriormente. Infatti, appena perdette i genitori,

diè in affitto il podere paterno, smise di far lo scritturale presso il

Notaio «Brà-brà», e cominciò quella sua vita vegetativa, di fannullone,

di bighellone che parecchi amici gli rimproveravano.

-- È meglio che io non faccia niente, invece di far del male... --

rispondeva.

Il farmacista Milazzo si rammenta ancora di queste strane parole.

Infatti lo rimbeccò:

-- Perchè dovreste far del male?

-- Perchè.... non saprei far altro. Dovrei tagliarmi le mani. Non le

adopro; è quasi lo stesso.

E il farmacista Milazzo mi ha, più volte, raccontato che pronunziando

queste parole don Ciccio diventava pallido, gli tremava la voce.

Supponendo che, innamorato non corrisposto, covasse nel cuore qualche

vendetta, il farmacista lo ammoniva affettuosamente:

-- Non vi perdete dietro alle donne, caro don Ciccio. Se dovete fare una

sciocchezza -- suol dirsi così, ma è cosa santa e giusta -- prendete

moglie!

-- Le donne? Sciù! Per me sono come le mosche, le caccio via.... Sciù! In

quanto alla moglie, se fosse cosa santa e giusta, l'avreste già presa da

un pezzo....

Il farmacista l'avrebbe presa volentieri. Aveva però addosso gli orfani

di suo fratello avvocato, tre ragazze e due maschi....

Ma questo non c'entra.

L'importante è il sapere che, a trent'anni, don Ciccio Curti riteneva le

donne simili alle mosche e che le cacciava via: Sciù! Sciù!

Eppure, come contadino ripulito, era quasi un bel giovane. Avrebbe

trovato parecchie donne pronte a sposarlo. Dava occhiate di qua,

occhiate di là; non era fatto di legno! Appena però si accorgeva che

quelle occhiate potevano esser prese sul serio, smetteva.

Per un uomo di trent'anni, questo gran riserbo faceva specie.

Fece maggiormente specie quando si seppe che ogni sera una vecchierella,

sua vicina di casa, era incaricata di chiudergli la porta a doppia

mandata e di aprirgliela all'alba.

Durava da un bel pezzo senza che ne fosse trapelato niente; ma una

mattina, aspetta aspetta....

Don Ciccio si affaccia alla finestra. Vede che la porta della casetta

terrena della sua «carceriera» è ancora chiusa e si rassegna ad

attendere fino a mezzogiorno.

Viene un parente della vecchia. Picchia, ripicchia. Nessuno risponde....

Per farla breve, nella nottata la vecchierella era morta di sincope....

E don Ciccio fu costretto a dire:

-- Badate: a un chiodo dev'esserci appesa la chiave della mia porta....

Fatemi il favore....

Come l'onda... Novelle · 第 11 / 12 段