quattrini. Fortunatamente ne hai tanti, che potresti anche cavarti il
gusto di sciuparne qualche po'. Noi non siamo ricchi, ma non ci lasciamo
patire. Mio marito ha lavorato cinquant'anni, e ora ci godiamo insieme
il riposo. Tu quanti ne hai? Trentacinque. È l'età giusta. E la
solitudine non ti opprime? Alla tua età, questo qui che ora sembra un
santo, era uno scavezzacollo.... Lo dicono tutti; è inutile negarlo....
Ma dopo -- mi puoi credere, caro Romano -- è stato un marito modello.
Ormai, dovresti deciderti anche per far piacere alla tua mamma là, in
Paradiso, dove si trova. Conosci poca gente? È colpa tua. In casa nostra
certamente non potrai incontrare una moglie degna di te.
-- Ne ho una io per le mani -- disse allegramente, una sera, il signor
Bompiani. -- Ventitrè anni, bionda, bella, di famiglia civile, dote
cinquantamila in contanti, depositate in una Banca.... Ecco qua.
E mostrò la pagina di annunzio di un giornale.
-- Neppure l'imprevisto ti lusinga? -- egli soggiunse.
L'imprevisto colse Romano in una festa di beneficenza. Si era deciso a
un tratto, come accade a tutti coloro che non hanno mai saputo prendere
una decisione qualunque, in nessuna circostanza della loro vita.
-- Bella? -- domandò la signora Bompiani.
-- Bellissima.
-- Bionda?
-- Bruna, con capelli neri, ondulati. Venticinque anni.
-- Dote? -- fece il signor Bompiani.
-- Non ho voluto saperlo.
-- Ora, scusa, caro Romano, hai avuto troppa fretta.
-- Per carità, non mi sconsigliate! Non saprei risolvermi mai più, mai
più!... Ci siamo trovati vicini per caso, in mezzo alla folla. -- Si
diverte? -- mi domandò lei. -- Mi diverto poco dapertutto -- risposi... io.
-- Scusi, noi ci parliamo senza essere presentati -- soggiunse. --
Possiamo, se lo crede necessario, presentarci a vicenda -- feci io. --
Serbiamo l'incognito intanto -- replicò lei. -- Ci sarà il caso di
svelarlo dopo? -- dissi. -- Tutto può darsi a questo mondo -- rispose
lei.... Ci guardavamo, sorridendo, negli occhi. -- È strano: mi sembra di
esserci già conosciuti -- ripigliò. -- Forse. Stavo per dire la stessa
cosa -- continuai. -- Sa? Sono fatalista. Credo che tutto quel che avviene
nella vita sia disposto, preparato, senza che la nostra volontà c'entri
per niente -- fece lei, dopo un istante di esitazione.
-- Brava! E come è andata a finire? -- lo interruppe la signora Bompiani,
incuriosita.
-- C'è bisogno di domandarlo? -- soggiunse il marito.
-- È finita là, -- disse Romano. -- Ma so dove rintracciarla.
*
* *
Era capitato bene. Elisa Bergani aveva volontà per due. In un batter
d'occhi la sua decisione era presa, senza por tempo in mezzo per
attuarla.
Nei primi mesi, Romano si sentiva come portato via da un turbine. Non
aveva agio di esprimere un desiderio, di fare una proposta; pareva che
sua moglie lo avesse sempre prevenuto. E così egli non godeva più
neppure quel delizioso intervallo che passa ordinariamente tra il
progetto ed il vederlo messo in atto, quei rapidi momenti di ansiosa
incertezza che rendono più cara la realtà raggiunta, anche se con
pochissimo stento.
-- Con questo bel tempo....
-- Se andassimo a passare la giornata in campagna? Stavo per dirti anche
io: Con questo bel tempo.... La veste, il cappello.... Eccomi pronta. In
carrozza!
Sul punto di andar a passare la serata da una amica:
-- Come? Non ci siamo accorti che stasera c'è la beneficiata della prima
donna, col _Lohengrin_.
-- Ma è troppo tardi per trovare un palco....
-- Si troverà!
E non si era mai dato il caso che non lo trovassero, in quella o in
altre occasioni.
Romano era felice di avere in casa qualcuno che aveva volontà per due.
Assisteva con un che di stupore a tutti i mutamenti che Elisa operava
nelle disposizioni delle stanze, nel rinnovamento dei mobili, nelle
trasformazioni della sua persona per via dei più bizzarri abbigliamenti
in voga.
Ora, le domeniche, più non venivano su per desinare alla buona i due
vecchietti Bompiani. Elisa aveva sempre qualche amica col marito,
qualche conoscente, una zia, una nipote, un cugino invitati quasi alla
insaputa di Romano, perchè egli n'era informato poche ore prima, quando
non gli accadeva di vederli arrivare inattesamente e di trovarli a casa
rientrando. Pei Bompiani ella gli aveva detto:
-- Senti, Romano: io non posso patire i vecchi: mi mettono malinconia.
Pare che mi stiano dinanzi per avvertirmi: -- Un giorno sarai come noi! --
Non è divertente..... Brave persone, lo so, questi tuoi amici.
-- Così bravi che mi hanno detto loro stessi: -- Vita nuova, figliuolo.
Purchè tu sii felice!
Era felice di non dover più consultare nessuno. Non gli occorreva di
pronunziare il solito: -- Che ne dici? -- Elisa aveva già pronto il
consiglio, il suggerimento e se ne sbrigava in poche parole, senza
ragionarlo. Pareva che gli leggesse la domanda negli occhi. E lui,
sùbito: -- Sta bene, farò così.
A poco a poco, però, questa supina remissione cominciò ad irritarla.
Avrebbe voluto che qualche volta quell'uomo avesse agito da uomo,
facendo, anche capricciosamente, il contrario di quel che gli veniva
consigliato. E per ciò ora, dato il suo parere, aggiungeva:
-- Io farei così; ma non vuol dire. Potresti fare l'opposto, e ne avrei
piacere. Non hai dunque una volontà?
-- La tua.
-- Lascia andare i complimenti!
-- Perchè dici così?
-- Perchè vorrei vederti ribellare qualche volta, vorrei vederti imporre
la tua volontà anche a me.
Egli la guardava in viso, sorridendo stupidamente, quasi sua moglie
scherzasse parlando a quel modo. E una volta glielo disse. Ella rispose,
con lieve accento di indignazione:
-- Mi conosci male, e conosci malissimo le donne. Apparentemente noi
sembriamo avide di dominare; in realtà, siamo orgogliose di sentirci
dominate dall'uomo, e direi anche oppresse dal suo dominio. Voi vi
stupite apprendendo che certe donne amano i mariti che le sappiano
bastonare. Quest'atto è per esse una gran prova di superiorità, brutale,
ma per quelle povere anime unicamente maschile. Io non vorrei arrivare
ad essere bastonata da te: oh, no! Se tu qualche volta, spesso, in certe
circostanze, dicessi: -- Non voglio! -- credo che ti vorrei più bene.
Avea cominciato a parlare, strizzando un po' gli occhi, come soleva ogni
volta che provava un senso di stizza, e aveva finito con raddolcire la
voce, facendo una graziosa mossa della testa che voleva significare.
-- Sì, sì, ti vorrei più bene!
-- Non chiedermi l'impossibile! -- disse Romano prendendole le due mani e
baciandogliele delicatamente.
Fu come se, da quel giorno, si fosse interposto qualcosa tra loro due,
che impedisse il contatto delle loro anime, dei loro cuori. Ella
continuò ad esprimere la sua volontà; egli continuò ad accettarla a
occhi chiusi; ella sentiva una sottile pena, che si rivelava con un
atteggiamento di freddezza, d'indifferenza appena percettibile; egli
credeva d'ingannarsi notando il lieve mutamento che avveniva in sua
moglie.
*
* *
Gli era parso di restar un'altra volta solo al mondo, con la morte dei
vecchietti Bompiani. Si erano ammalati con la distanza di due giorni.
Lei aveva fatto lo sforzo di restar in piedi, non ostante la febbre, per
assistere il marito sorpreso da un terribile attacco di gotta. Poi aveva
dovuto mettersi a letto, ed erano morti quasi alla stessa ora, una
mattina, senza che l'uno sapesse dell'altra.
Per Romano era stato un gran colpo. In quelle ultime settimane, egli era
andato da loro per confidare ad essi il suo sospetto.
-- Vorrei ingannarmi....
-- E certamente t'inganni -- lo confortò il Bompiani.
-- Tua moglie ha ragione! -- disse la vecchietta, che conservava sempre il
suo spirito arguto. Ella vuole che tu sii un uomo, una volontà.... È
stato sempre il tuo difetto.
-- Non posso mutarmi!
Romano era desolatissimo. Aveva la sensazione che Elisa si fosse
allontanata da lui, e provava le prime acute punture della gelosia.
Intravedeva la minaccia di un pericolo, non sapeva quale, non osava di
supporre quale; e, una sera, ragionandone con quei due cari vecchi, si
sentì salire le lacrime agli occhi.
-- È il caso di fare un atto di risolutezza. Te ne sarà grata -- disse la
signora Bompiani.
-- Forse, vedendoti così fiaccamente remissivo, tua moglie, che è
energica, non si crede amata abbastanza -- soggiunse il marito. -- In
queste circostanze bisogna agire sùbito, levar di mezzo i piccoli
malintesi. Non può trattarsi di altro.
Ma prima che Romano si decidesse, era accaduta la disgrazia; e così gli
era parso di essere rimasto solo al mondo come alla morte della sua
povera mamma.
Una sera, Romano si era trovato a desinare con la moglie senza compagnia
d'invitati, e pareva che stessero a disagio uno di faccia all'altra,
scambiando qualche parola. Tutt'a un tratto egli fece un gesto vago con
la mano destra, accompagnato da una specie di mugolio.
-- Che hai? -- domandò Elisa maravigliata.
-- Ho.... che da un pezzo in qua.... non mi ami più!
-- È vero. Mi fai soltanto pietà....
-- A questo sei arrivata?
-- Avrei potuto arrivare a peggio. E nessuno può dire: Non ci arriverò!
-- Elisa!... Elisa!...
-- Più che contro di me, dovresti sdegnarti contro te stesso. Ricordi?
quella sera, la prima volta che il caso ci avvicinò, ti dissi: Io sono
fatalista. Pur troppo da allora in poi, non ho avuto occasione di
ricredermi. Avrei voluto ridurti un altro; tu non hai fatto nessuno
sforzo per diventare un uomo nel vero senso di questa parola. Sei il
Dubbio, sei l'Esitazione in persona, e ti vorrei la Risolutezza, fin la
Violenza.... Dovremmo dividerci, di amore e di accordo, prima che
avvenga qualcosa... Non abbiamo figliuoli, che ce lo impediscono! Sì,
prima che avvenga qualcosa....
-- Che può avvenire?
-- Non so. Tutto può avvenire, anche quello che stimiamo impossibile. Io
mi sento creatura fragile quanto le altre. Ho tentato tanto di
stordirmi.... Tu dovresti aver paura del mio continuo sforzo di
attività. Arriva un momento in cui anche i corpi più forti si
esauriscono. E allora.... Oh! Queste tue lacrimette mi fanno rabbia!
Si rizzò dalla seggiola con impeto, e prima che Romano potesse fermarla
era andata a rinchiudersi nella sua camera, accanto a quella di lui.
Dormivano separati, secondo i consigli del libro d'Igiene del
Matrimonio, ch'egli aveva comprato poche settimane prima delle nozze.
Romano rimase accasciato, immobile, con i gomiti su la tavola, la testa
tra le mani, nel posto dove era seduto di faccia a quello di sua moglie.
Che significavano le parole di lei? Uno spauracchio? Una minaccia? Una
confessione a mezzo?... Il sospetto che Elisa non avesse voluto mentire
gli faceva correre acuti brividi da capo a piedi.
Come doveva comportarsi? Neppure la straordinarietà del caso lo induceva
a prendere una decisione. La sua felicità, la sua pace, il suo onore
erano in ballo.... Ma.... gli sembrava di eccedere, anche dando il
significato di una minaccia alle parole di Elisa.... Ma.... non doveva
illudersi, non fidarsi troppo.... Ma stare in guardia doveva, senza
farne le viste.... Oh! Esser giunto a questo dopo due soli anni di
matrimonio!... E poi? E poi? Se non potesse dubitare più? Se vedesse
crollare a un tratto il bell'edificio della sua vita?... Non avrebbe
saputo prendere una risoluzione, una decisione.... neppur dopo?
Aveva però la forza di simulare. Non c'era gesto, non c'era atto, non
c'era pensiero, sì, pensiero, di Elisa che gli passasse inosservato.
Ora, lei non gli diceva più:
-- Vado dalla tale amica, esco per certe compere, mi attende la sarta,
passo dalla modista.
Andava e veniva senza inquietarsi di lui, vedendo che lui non
s'inquietava punto di lei. Talvolta uscivano a passeggio insieme,
apparivano in un palco di teatro, si mostravano in un concerto, in una
riunione e nessuno poteva immaginare che quei due sposi si fossero
ridotti intimamente, quasi come estranei; e nessuno poteva sospettare
che quei vividi occhi neri di lei, che guardavano attorno con lieve aria
di smarrimento, ricercassero nel vuoto, davanti a sè, qualcosa che si
attendevano di vedersi venire incontro, e non appariva da nessuna parte.
In certi momenti Romano dubitava di non esser abile di osservar bene, di
scoprire quel che gli sembrava il mistero di lei; sentiva la
convinzione, che l'infingimento di lei fosse tale da sviare qualunque
ricerca.
Ah, se fossero stati in vita i fidati amici Bompiani! Avrebbe ricavato
da loro prudenti consigli e conforti. Era inutile! Aveva bisogno
dell'aiuto altrui. Qualunque più piccolo ostacolo diventava per lui
difficoltà insormontabile.
Ricordava un signore maturo, calvo, serio, sentenzioso che appariva a
intervalli in casa dei Bompiani, specialmente in certe circostanze di
feste, di onomastici, e di compleanni. Lo chiamavano professore, ma
Romano non aveva mai saputo di che. Uno degli intervenuti lo aveva
detto: Professore di appetito, e non era parso malignità, vedendo come
egli, in quelle occasioni facesse onore ai dolci, ai liquori d'ogni
specie. Pel resto, cortese con dignità, uomo di esperienza, pareva.
Lo aveva incontrato ultimamente, ritto, col capo eretto come chi
cercasse qualcuno: e al saluto di Romano gli si era accostato,
rimpiangendo:
-- Quei cari amici Bompiani!
-- Ah! certe perdite sono irreparabili.
-- Dite bene: irreparabili!
-- Bompiani era il mio fidato consigliere in ogni circostanza della vita.
-- Un consiglio si può dare facilmente; non così venti, cinquanta lire.
Ho dato tanti buoni consigli da che sono invecchiato!
-- Ne dia uno a me, caro professore.
-- Dica, dica pure.
-- Ha fatto colazione? No? Venga a prendere un boccone in mia compagnia
nel vicino ristorante. Potremo parlare con comodo.
Romano aveva osato la inutile precauzione di avvertire il professore che
egli lo consultava non per sè, ma per conto di un amico.
-- Capisco, capisco! E poi?...
Il professore lo interrompeva di tratto in tratto, continuando a
mangiare, chino verso il vassoio da cui ritirava dei supplementi alla
sua porzione, intento a versarsi replicati bicchieri di vino.
-- Capisco, capisco.... Ma....
Romano, che assaggiava appena le pietanze, non vedeva l'ora di arrivare
al caffè per sentire finalmente il consiglio del suo commensale. Il
quale intanto si sfogava con la frutta e col formaggio, e non ripeteva
più: -- Capisco, capisco! -- quasi si fosse scordato dello scopo per cui
era stato invitato a colazione. Prima di sorbire il caffè egli aveva
acceso uno dei grossi avana, che il cameriere gli aveva deposti davanti
in un piatto assieme con altri sigari, e si era rovesciato con la testa
su la spalliera della seggiola assaporando beatamente il piacere del
fumo.
-- Dunque, caro professore? -- fece Romano.
-- Ecco, ecco... Veramente, dopo così lauta colazione.... lei mi ha
tentato, e a tentazioni come questa ho la debolezza di non saper
resistere; veramente, dopo così lauta colezione.... Lei, intanto, ha
mangiato poco. Avrei dovuto imitarlo... voglio dire che la mente
s'intorpidisce e non è nella miglior condizione di dare un consiglio....
Lei, cioè il suo amico.... Sono cose che possono capitare a tutti.... In
confidenza sono capitate anche a me, anni fa, oh! anni fa! Ci si trova
al bivio.... Sa? quelle strade di campagna in capo alle quali se ne
incontra una che va di qua, a destra, e un'altra che va di là, a
sinistra.... Per dove prendere? Così, in certi casi. Ne conviene?
-- Sì, sì; prosegua -- rispose Romano con un che d'impazienza nella voce.
-- Lei, cioè il suo amico non sembra ancora certo della sua disgrazia. Io
gli direi: Creda anche peggio di quel che teme; è regola che non
sbaglia.... Dunque, io potrei consigliargli: Faccia come me, prenda
quella donna per le spalle e la butti fuori di casa come un arnese
inservibile.... O la lasci continuare.... Si stancherà. Finga di non
essersi accorto di nulla.... Forse è il metodo migliore. Avrei dovuto
adoperarlo io e me ne sarei trovato bene. Ma a certa età, abbiamo tante
fisime per la testa!... Ah! una buona tazza di caffè e un sigaro
eccellente, dopo una colazione come questa, sono godimento
paradisiaco....
Tirò due, tre boccate di fumo, e riprese:
-- Ci sono poi i metodi violenti; questi però è inutile di consigliarli;
dipendono dal carattere, dal temperamento. Che temperamento ha..... quel
suo amico?
-- È uno che non ha mai saputo prendere nessuna decisione da sè.
-- .... È certo, certissimo che...?
-- Proprio certo, no.
In quel momento Romano si sentiva tremare il cuore pensando alla sua
Elisa, e domandandosi internamente: A quest'ora che fa? È in casa?
Dov'è? È vero che non mi ama più? Sentiva confusamente che il professore
avea ritegno a parlare, ma non riusciva ad afferrare tutto il senso
delle parole di lui.... Udì, all'ultimo:
-- Se se ne mescola l'Inevitabile!... Ah, l'Inevitabile! L'Inevitabile!
Gli parve la sua condanna!
Arrivò l'Inevitabile? Egli non se n'accorse e, se mai, fu contento di
non essersene accorto.
La sua vita ebbe, non una sosta, ma una fermata proprio al bivio.
Avrebbe potuto inoltrarsi per là o per qua. E se lui prendeva per qua,
mentre sua moglie andava per là?
E non seppe risolversi a far niente.
L'OSTACOLO.
XI.
Si era ridotto ad abitare, come un eremita, in cima a quella collina, e
da mesi non vedeva nessuno all'infuori del vecchio contadino che gli
aveva ceduto la sua casetta terrena di due stanze, col tetto a travi e
incannicciata, e le imposte delle finestre con due soli vetri.
Un tavolino, una grossa valigia, un mucchio di libri addossati al muro,
tre seggiole impagliate, formavano l'arredamento della seconda stanza
destinata a studio e a scrittoio.
S'indovinava dalle molte carte confusamente ammonticchiate in un lato
del tavolino e dal calamaio di cristallo, da tre portapenne e dal
tagliacarte giapponese che occupavano l'altro lato, con la pipa di
terracotta e una borsetta di cuoio pel tabacco.
Nella prima stanza, dietro una tenda formata con un vecchio tappeto teso
su una cordicella, era il lettino con alto pagliericcio e coperta di
lana a colori vivaci. Di faccia, un treppiedi di ferro per la catinella,
e, accanto, su breve tavola fissata al muro come mensola, una spazzola,
due pettini, un paio di forbicine, un nettaunghie e una spugna.
Il vecchio contadino, antico fittaiolo della famiglia Cellini, lo aveva
conosciuto ragazzetto, quando i Cellini erano in auge; e ne ricordava
sempre con vivo piacere le visite allorchè, nel maggio e nel settembre,
la famiglia dei suoi padroni veniva a villeggiare nella bella proprietà
di Ripasseti, in mezzo alla pianura, laggiù, e il signorino si
arrampicava quasi tutti i giorni proprio in cima alla collina, vi
rimaneva fino a tardi, e spesso toccava al vecchio di accompagnarlo,
perchè il buio della sera metteva paura al ragazzo.
Poi, per parecchi anni, non ne aveva saputo più niente. Ripasseti, con
la villa, col vigneto, con i campi di seminati era stato spartito tra i
creditori del signor Cellini, e lui fittaiolo, coi suoi risparmi, aveva
acquistato la collina dov'era cresciuto e vissuto, e che, dopo tanti
anni di fitto, gli pareva quasi casa sua.
Era rimasto solo. Sua moglie morta da un pezzo; il figlio, tentando di
far fortuna in Germania, era perito in un disastro ferroviario; la
figlia aveva preso marito ma abitava lontana con la famiglia di lui, e
gli avea mandato un ragazzino di dieci anni, forse per fargli prendere
anticipatamente possesso dell'eredità e fargli apprendere ad amare quei
luoghi, che poi avrebbe dovuto coltivare.
E perciò, una mattina, il vecchio contadino parve uscito fuori di sè
dalla gioia quando vide arrivare lassù quel giovane alto, magro,
barbuto, e sentì dirgli:
-- Non mi riconoscete? Sono Renzo Cellini.
Aveva esitato un istante, poi gli era saltato al collo abbracciandolo e
baciandolo intanto che gli ripeteva:
-- Scusi.... mi perdoni, padroncino mio! -- come se Renzo Cellini fosse
rimasto per lui il signorino di una volta.
Non osava di domandargli perchè mai fosse andato a trovarlo. Credeva che
non avesse dovuto bastargli l'animo di affacciarsi da quelle parti dopo
il disastro della sua famiglia, e temeva che ogni parola potesse
aggiungere strazio allo strazio che il signorino doveva sentire alla
vista di quei cari luoghi della sua fanciullezza, resi quasi
irriconoscibili dai nuovi possessori.
-- Son venuto a chiedervi ospitalità per qualche tempo -- disse Cellini. --
Ho bisogno di raccoglimento, di solitudine. Mi si son ridestate nel
cuore le dolci sensazioni di una volta, quando venivo quassù a
inebriarmi di aria, di luce, di colori, e stavo ore e ore immobile,
sdraiato su l'erba, come un animalino, davanti allo spettacolo della
pianura sottostante, dei monti lontani e di quella striscia di mare che
brulica là, in fondo, e sembra una cintura di oro vivo nelle ore del
tramonto....
-- Si figuri! Si figuri! Tutto quel che comanda! -- rispondeva il vecchio.
-- Ora sono solo: ho un nipotino con me; lo metterò al suo servizio.
Dovrà però adattarsi. Posso lasciarle libera la casetta, così com'è.
-- Farò i patti io.
-- Ma che patti!... Per me.... è ancora il padrone!
Così, due giorni dopo, Renzo Cellini si trovava istallato lassù, tra
cielo e terra, diceva esagerando un po' da quel gran fantasticatore, da
quell'impenitente idealista quale la sua indole e gli avvenimenti della
sua vita lo avevano ridotto.
Era entrato da poco nei sedici anni, quando una mattina suo padre,
pallidissimo, visibilmente agitato, gli aveva detto:
-- Ti ho fatto chiamare per comunicarti io stesso la nostra irrimediabile
rovina, per farti coraggio ad affrontare con animo sereno l'avvenire.
Dovremo, da domani in poi, lavorare per vivere. Io solo, non credo di
poter bastare.
-- Non so far niente -- rispose il giovinetto, sbalordito.
-- Hai studiato, hai molto ingegno; troveremo una via. Sii forte.
-- Sarò forte; vedrai, babbo!
-- Ricordati, in ogni circostanza, queste mie parole: Sii forte.
Renzo capì il vero significato di quel: Ricordati! dopo ch'egli vide il
cadavere di suo padre, con la tempia forata da una palla e una gota
solcata da un rivoletto di sangue.
Il signor Cellini non avea saputo adattarsi alla forzata rinunzia
dell'agiatezza, di tante piccole sodisfazioni della vita, che gli erano
divenute indispensabili; non aveva saputo resistere al triste spettacolo
di veder soffrire le due persone più care al suo cuore, la moglie e il
figliuolo, e con facilmente esplicabile contradizione, pur ripetendo in
una breve lettera al figlio: Sii forte! gli aveva dato l'esempio di una
gran debolezza.
*
* *
Il giovanetto, però, crescendo era stato forte davvero.
E quella prima serata lassù, dove gli pareva di aver ritrovato intatte
le serene sensazioni della sua fanciullezza, egli vedeva ripassarsi
confusamente quasi davanti agli occhi tutti gli avvenimenti dei suoi
ultimi dieci anni, durante i quali gli si era irresistibilmente
sviluppata la passione della poesia non tanto come arte della parola,
quanto come nobilissimo elemento della vita reale.
La serata era calma. Salivano da ogni parte lievi continui rumori simili
al lento respiro di persona addormentata. Al fioco lume della luna
nuova, la pianura, i monti lontani apparivano velati da una luce grigia,
che ne attenuava le linee, i contorni; certe ondulazioni di terreni,
invece, si accentuavano, le macchie estese degli alberi annerivano
indistinte qua e là, e il biancore delle casette rustiche, il cinereo
serpeggiare delle strade rurali segnavano punti quasi luminosi, strane
linee appena tracciate, che qualche mano capricciosa forse avrebbe da un
momento all'altro scancellati.
Di tratto in tratto, arrivavano gli stridori dei carri, che
attraversavano lo stradale più vicino; arrivava acutissimo il fischio di
un treno, che stava per sparire dentro la gola di un traforo; e poi, di
nuovo, quel silenzio formato da mille piccoli rumori, che l'orecchio
percepiva confusamente e che sembravano di essere tutt'una cosa con la
tinta quasi uniforme del paesaggio.
Renzo Cellini si era abbandonato a quella ch'egli soleva chiamare la
voluttà del silenzio; che gli sarebbe parsa, pensava, anche più dolce
nello sfolgorare della luce del giorno, tra la maravigliosa varietà dei
colori della campagna e l'azzurro del cielo.